Il Volto Santo di Sansepolcro: Un Crocifisso che Abbraccia la Realtà
Nuovi studi hanno riacceso l'attenzione sul Volto Santo di Sansepolcro, una monumentale scultura lignea che colpisce per il suo volto dagli occhi grandi, capaci di abbracciare tutto il reale e suscitare la sorpresa di essere guardati. Questo crocifisso ligneo, risalente circa al IX secolo, presenta dimensioni emblematiche: è alto 2,70 metri, ma l’apertura delle sue braccia raggiunge i 2,90 metri, risultando più largo che alto.
Scolpito in legno di noce, conserva del tronco originale una semplice e monumentale compostezza. La tunica, anch'essa scolpita nello stesso pezzo di legno, lo avvolge come una corteccia. L'anonimo intagliatore del Crocefisso tunicato di Borgo Sansepolcro possedeva una mano leggera, capace di scavare con la delicatezza di un soffio, infondendo all'opera una profondità emotiva straordinaria. Sebbene inutile tentare di assegnargli un nome, questa è una di quelle opere che, limpidamente, sono scaturite dall’energia di un "altro".
Nei decenni passati, per questo capolavoro dell’arte medioevale, si era avanzato un nome suggestivo, ma probabilmente impossibile: Nicodemo. Secondo una tradizione apocrifa, Nicodemo, il fariseo che difese Gesù davanti al Sinedrio e ottenne il permesso di deporre il corpo del Signore dalla croce, sarebbe stato pittore e scultore e in sogno avrebbe ricevuto da un angelo l’invito a tramandare la vera immagine di Gesù agli uomini.
Gesù sulla croce ha un volto indimenticabile, dolce, con grandi occhi umili, pieni di tristezza e tenerezza. Questi occhi guardano in basso, non verso terra, ma verso i tanti che a lui, là sotto, rivolgevano una preghiera, chiedevano una consolazione. Gli organizzatori di una recente mostra hanno identificato questa immagine del Signore con quella, indicata nell’Apocalisse, del Cristo Trionfante sulla Croce, sacerdos et rex: la veste sarebbe, infatti, una tunica sacerdotale e regale al tempo stesso.
L’anonimo e grande scultore del Volto Santo di Sansepolcro è letterale nel suo realismo. La tunica, scollata a “v”, è ornata da una cintura d’oro lineare ed elegantissima alla vita. È stato anche notato come il nodo che la tiene allacciata sia un nodo inscioglibile, particolare di chiara valenza simbolica.
Ma ciò che rende straordinario questo Crocefisso è senza dubbio il suo volto: grande e fuori proporzione, a dimostrazione del fatto che veniva venerato dal basso; sporgente in avanti come se volesse mostrarsi a tutti; con un profilo mediorientale, per via della base del naso molto larga e dell’ovale così allungato. E soprattutto con quegli occhi grandi, sgranati, aperti ad accogliere tutto il reale. L’artista ha rimarcato l’importanza dello sguardo, contornando gli occhi con una pesante ombreggiatura scura, ottenuta con pennellate fluide. È davvero impossibile non sentirsi guardati, davanti a una scultura così. Quegli occhi sono spalancati sul mondo senza riserve, senza moralismi, con tenerezza, capaci di abbracciare ogni cuore.
Del resto, nei più antichi Padri della Chiesa, la ricerca del Volto di Gesù era una tensione costante. San Clemente d’Alessandria, Eusebio di Cesarea, san Giovanni Crisostomo, tutti insistono sul valore misericordioso del Volto del Signore. Ma poi fu soprattutto sant’Ambrogio a elaborare una dottrina essenziale in materia, scrivendo che «non v’è dubbio che Pietro riebbe la grazia della conversione per mezzo del Sacro Volto, perché coloro che Gesù riguarda sono sempre salvati».

La Disputa sull'Originale: Sansepolcro contro Lucca
La storia del Volto Santo di Sansepolcro si perde nel mistero di una disputa che lo oppone a un’analoga scultura, conservata e venerata a Lucca, anch'essa nota come il Volto Santo. La domanda è: quale delle due è l’originale, arrivato in terra toscana nel 782?
Sino a oggi nessuno aveva dubitato che l’originale fosse quello di Lucca. Tuttavia, pochi mesi fa, il 13 settembre, la studiosa Anna Maria Maetzke ha reso noto un clamoroso documento, datato 29 maggio 1179, che attesterebbe la cessione del Crocefisso ai Frati camaldolesi del Borgo d’Arezzo per 70 denari d’argento. Questa scoperta ha scatenato una serie infinita di polemiche e gelosie.
Il “partito dei lucchesi” ha chiesto l’esatta collocazione archivistica del documento per verificarne la veridicità, ma la protagonista del ritrovamento si è difesa, spiegando che tutto sarà reso noto con la pubblicazione degli atti del convegno in cui la scoperta è stata resa pubblica, mantenendo i particolari top secret per ragioni di riservatezza. Monsignor Giuseppe Ghilarducci, direttore dell’Archivio vescovile e della Biblioteca capitolare di Lucca, ha espresso toni da battaglia: «Perché non è possibile saperla ora la segnatura archivistica? Secondo me il Crocefisso di Sansepolcro è una delle tante copie che sono state fatte in Europa prima e dopo il Mille. Il culto del Volto Santo di Lucca, infatti, ha avuto nei secoli un successo clamoroso, che davvero non spiegherebbe la decisione di cederlo ai frati di Sansepolcro.» Anche Franco Cardini si è chiesto: «Perché i lucchesi avrebbero dovuto disfarsi di un’immagine tanto illustre capace di calamitare prestigiosi pellegrinaggi?»
Qualunque sia la verità storica, questa sorprendente querelle è servita a lanciare una mostra significativa ad Arezzo e, soprattutto, ad accendere i riflettori su questo capolavoro.
L'Occhiolino Divino: Un'Esperienza Personale e Simbolica
Il Mistero del Crocifisso che "Fa l'Occhiolino" nella Tradizione Popolare
Tra i ricordi più antichi e significativi, si annovera una funzione che anticamente avveniva nella chiesa della SS. Annunziata, nota come “U Quarant’uri”. Questa cerimonia, che "straziava il cuore", si teneva la sera del Martedì Grasso, prima del Mercoledì delle Ceneri.
In quell'occasione, l’antico Cristo alla Croce veniva spostato dalla sua nicchia e posto, sempre in croce, davanti all’altare maggiore, affiancato dalle statue di San Giovanni e dell’Addolorata. Molto emozionante era il momento dello “schiodamento”, quando venivano tolti i chiodi delle braccia e dei piedi. Due sacerdoti, il Canonico Bonomo e Fra’ Antonio, appoggiavano due scale ai lati della croce e procedevano, uno alla volta, a togliere i chiodi: prima dal braccio destro, poi dal sinistro, e infine dai piedi. I chiodi tolti venivano baciati e posti su un vassoio d’argento. L’atmosfera, poi, creata durante questa cerimonia, emozionava tantissimo e faceva vibrare il cuore e le membra. Nel momento in cui si toglieva il chiodo, veniva sparata una bomba e un suono lugubre di tromba squarciava l'aria.
La narrazione di un testimone oculare racconta un'esperienza profondamente toccante: «La prima volta, tenendo la mano del mio vecchio papà, andandolo a baciare, mi sono terrorizzata. Nel mentre lo baciavo, il Cristo, con quegli occhi lucidi di vetro, e sotto quel velo nero, mi fa “l’occhiolino”, cioè, “mi scacciau l’uocciu”. Io ho gridato e mio padre, prontamente, mi prese in braccio. Una paura che non riesco a descrivere, tanto che, per un lungo periodo, ho dormito nel lettone con i miei genitori.» Questo fenomeno non si manifestava solo la sera del “Quarant’uri”, ma si ripeteva «tutte le volte che andavo in chiesa e mi avvicinavo a guardare il Crocifisso, dentro la sua nicchia, naturalmente senza il velo nero.»
Questa funzione si protrasse per tanti anni. Quando però Don Vittorio Curto divenne parroco alla SS. Annunziata, dopo alcuni anni la abolì, ritenendola "una pupiata" (una buffonata), specialmente perché si svolgeva la sera del martedì di Carnevale, quando la gente ballava e scherzava in maschera nella piazza. Dopo la funzione del “Quarant’uri”, il Crocifisso veniva ricollocato nella sua nicchia. Tuttavia, essendo ormai malandato, con le braccia, le gambe e i piedi rotti, la procedura dello schiodamento diventava molto difficoltosa. Così, negli anni ’60, il parroco Curto decise di comprarne uno nuovo a Roma.
L'antico Crocifisso, troppo rovinato, fu tolto dalla nicchia e sistemato nel “majazzè”, l’ex falegnameria, avvolto in un telo di plastica e adagiato con le braccia abbassate. Dopo un po' di tempo, il Crocifisso un giorno sparì. Il parroco Curto si disse ignaro e le indagini per scoprire il responsabile della sparizione risultarono vane.

Altre Manifestazioni di uno Sguardo Divino Accogliente
Il tema dello sguardo divino che comunica affetto e protezione si ritrova in diverse espressioni artistiche e tradizioni. Ad esempio, nel museo di Chagall, l’azzurro è il colore di Dio e dell’Angelo, il rosso avvolge Abramo ed è il colore della passione. In un'opera, Isacco, il figlio che prefigura il Figlio e il suo sacrificio reale sulla croce, guarda lo spettatore e compie un gesto simpaticissimo: fa l’occhiolino. Un gesto interpretato come un invito a fidarsi del Signore, a non preoccuparsi delle difficoltà, perché «c’è sempre la mano amica di Dio a venirti incontro». Non a caso, il nome Isacco significa “Dio sorride”, in riferimento a quando Sara, incredula, ride alla notizia della volontà di Dio di avere un figlio. Ma se il sorriso di Sara è un ghigno beffardo, il sorriso di Dio è quello di un padre che comunica al figlio affetto e protezione.
Un’altra immagine che evoca uno sguardo divino vigile è l'icona orientale "Occhio che veglia" o “occhi insonni”, nota anche come Cristo Anapeson (reclinato), che raffigura il bambino Gesù come per dormire. Esistono diverse versioni di questa icona, come quella proveniente dal monastero di San Nikita in Macedonia, risalente al XIV secolo. Qui, Gesù è raffigurato come un bimbo, ma con la serietà dell’adulto nel volto e dimensioni maggiorate per evidenziare la sua centralità. È “reclinato” per dormire, ma non dorme e, con la testa appoggiata sulla manina, ci guarda, come dice il salmo 121: «Non si addormenta, non prende sonno il custode di Israele».
Il bimbo veglia su un giaciglio rosso, colore che indica sia la sua regalità che la sua passione. Ha anche le gambe e i piedi scoperti, evidente richiamo alla crocifissione. La madre veglia accanto a lui in atteggiamento di preghiera e dolore, come in tante icone sotto la croce. Spesso, accanto a Gesù, c’è anche Gabriele, l’arcangelo che ha seguito in modo speciale la sua infanzia. Lo sguardo di questo bimbo, ancora piccolo, tenero, inerme e bisognoso di tutto, veglia su di noi, rivelando come egli abbia vissuto tutta la sua vita, sin dai primi giorni, donandosi a noi pienamente, offrendo tutto, anche le sue necessità infantili, i disagi sopportati, la povertà della sua nascita, i viaggi, l’esilio, per amore nostro.

Cristo Re nelle Icone
Il Volto del Crocifisso di San Leo: Trionfo e Salvezza nello Sguardo
Fin dal II Sinodo di Nicea nel 787 si parlò del telo sindonico, la più antica menzione del Sacro Lino, che gli studiosi identificano con la Sacra Sindone di Torino. Questo volto, come il volto del Mandylion di Edessa, ha impressionato la memoria dei cristiani e degli artisti lungo i secoli, divenendo fonte imprescindibile di ispirazione per l'immagine di Cristo.
Il volto di Cristo e la sua croce accompagnavano sia le battaglie che le trattative di pace, come testimoniato da Costantino con il suo stendardo «in hoc signo vincit». Anche Montefeltrino Feltrio, "illustre per esperienza e maneggio delle armi", issava sul carroccio di battaglia un grande crocifisso ligneo il cui volto, di mirabile bellezza, rimandava inequivocabilmente al volto della Sindone. Questa preziosa effige era custodita nella Cattedrale di San Leo, con una lampada che ardeva incessantemente davanti a lui, segno della devozione del popolo. Più che un’immagine, quel Cristo era segno di una Presenza, una compagnia costante per un popolo che viveva l’incertezza dei confini e la precarietà delle provvigioni. «Fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi!»
Di quel Crocifisso oggi rimane miracolosamente solo il volto. Questo tondo ligneo, dipinto e leggermente in rilievo rispetto al resto della croce, era solitamente realizzato a parte, in fedeltà ad antichi canoni aderenti al Keramion (una delle tre regole su cui, secondo la leggenda, si sarebbe miracolosamente impresso il Santo Volto sul Mandylion). Probabilmente già nel 1644 la croce fu pesantemente restaurata, lasciando fedele all'originale soltanto il viso. Oggi, un recente restauro l'ha riportato alla sua bellezza originaria e, collocandolo dentro una grande croce sagomata e spoglia, il Santo Volto, privato del corpo, risplende di una luce particolare.
Entrando nella sala del Museo dove è collocato, si rimane rapiti, attratti dalla vivezza degli occhi. «Dio ti guarda. Dio ti ama»: è l'unico pensiero che riempie il cuore e la mente nell'istante dell'incontro. Più ci si avvicina, più velocemente si dimentica l'assenza delle membra. Quel viso prende tutto di sé e apre il cuore all'Eterno. Quest’uomo dai grandi occhi aperti, emana una perfetta serenità. Sono lontane da lui le brutture della morte, lontani gli spasmi della crocifissione: è il Cristo triumphans, Colui che, crocifisso, ha riportato vittoria sul male e sulla morte. L’occhio più attento dell’esperto o quello semplice dell’acuto osservatore l’avrebbe intuito: da questo volto si può pazientemente risalire all’intero corpo.
Già l’aureola trilobata, con finissime decorazioni che rimandano ai tralci della evangelica vite, dice l’identità di quel volto. Esso appartiene a Colui che ha detto, dando il suo corpo e sangue in cibo per una Pasqua eterna, «Io sono la vite e voi i tralci». Il naso, poi, oblungo e saldamente legato alle arcate sopracciliari, disegna chiaramente una lettera tau, simbolo del corpo stesso del Salvatore affisso al legno. Il sangue che egli ha sparso per la nostra salvezza è significato nelle linee color sanguigna che sottolineano il profilo del naso e il contorno degli occhi. Singolari e forse uniche nel loro genere, sono le due anse nasali evidenziate da due cerchietti rossi che rimandano ai piedi piagati. Conosciamo soltanto un crocifisso munito di tale espediente pittorico, e peraltro noto solo attraverso una riproduzione, quello della Pinacoteca di Montalcino.
Ricordiamo che il crocifisso di San Leo, come molti crocifissi duecenteschi (si veda ad esempio il celebre crocifisso di San Damiano), aveva i piedi inchiodati separatamente, e perciò, come attestano antichi testimoni, quattro chiodi. Quattro chiodi come i quattro punti cardinali, da cui sale il grido del salmista: «Dai confini della terra io ti invoco!». Sant'Agostino si domandava come un solo uomo potesse invocare contemporaneamente da molteplici confini, rispondendo che è la Chiesa che invoca, sparsa su tutta la terra. Questa Chiesa trova la sorgente del suo esistere dentro le piaghe del Salvatore, e per questo può gridare con una sola voce, quella di Colui che ha detto: «Nelle tue mani affido il mio spirito».
Gli occhi del crocifisso di San Leo, dalle pupille dilatate e lo sguardo profondissimo, non ti abbandonano mai e nello stesso tempo fissano Altro, sono riflesso di Altro: fissano il volto del Padre e sono riflesso stesso del Suo Volto Eterno. È lui, in definitiva, a guardarti. La bocca sembra accennare a un sorriso e i baffi finemente disegnati rimandano alle ali dello Spirito Santo. Non ci è dato di sapere se il collo possedeva quel rigonfiamento tipico dell’icona bizantina del Cristo Acheropita, segno della ruah-adonai, dello Spirito divino che è Signore e dà la vita. Proprio perché trionfante, in questo volto traspare tutta l’Opera della Redenzione, che è del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

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