Introduzione: La Resurrezione nell'Ortodossia Copta
L'icona della Resurrezione, nota anche come Anastasis, occupa un posto centrale nella tradizione della Chiesa Copta Ortodossa. Essa non raffigura il momento dell'uscita di Cristo dal sepolcro, bensì la sua discesa agli inferi per liberare l'umanità. Il termine "copto" deriva dall'arabo al-qubṭ, a sua volta dal greco Aίγυπτιοι, indicando originariamente il popolo autoctono egiziano e successivamente identificandosi con i cristiani d'Egitto, la cui lingua liturgica è il copto.

La Rappresentazione Iconografica dell'Anastasis
L’icona della Resurrezione (Anastasis) mostra Cristo che libera dall’Ade uomini e donne. Tra questi si riconoscono spesso, per l’aureola che circonda il loro volto, i patriarchi dell’Antico Testamento, collocati alla sua destra. Prendendoli per mano, Cristo li fa uscire dalle profondità della terra, mentre calpesta le porte infernali che giacciono scardinate vicino a serrature infrante e catene spezzate. Ai piedi dell'immagine, tra rupi scoscese, si apre una voragine oscura dove si possono discernere i sarcofagi rotti, le porte della dannazione con le serrature, i chiodi e i chiavistelli sparsi. Al di sopra della cavità, al centro dell'icona, si avanza il Vincitore della morte, il Cristo, in trionfo dalla sua lotta.
Adamo è raffigurato mentre Cristo lo tiene per mano e lo guarda con gratitudine, inginocchiato. Dietro di lui Eva, con un mafórion tutto rosso, e presso di lei i giusti che aspettavano con fede la venuta del Salvatore. In mezzo ad essi, spesso si trova Abele, il primo a provare la morte. Sul lato sinistro sono rappresentati i re e i profeti dell’Antico Testamento, come Davide, Salomone e Mosé, con il Precursore e altri. Ogni elemento, dalla configurazione delle rocce in secondo piano fino ai rapporti di colore, contiene un senso profondo e obbedisce a un disegno generale simbolico.
Le Radici Scritturistiche e Apocrife
La liberazione dei prigionieri degli inferi trae ispirazione dalla Prima Lettera di Pietro, dove l’apostolo afferma che Cristo, «messo a morte nella carne ma vivificato nello spirito, in esso andò a portare l’annuncio anche agli spiriti in prigione che un tempo erano stati disobbedienti» (3, 18-19). L’apostolo aggiunge poco dopo che «è stata annunciata la buona novella anche ai morti, affinché, giudicati secondo gli uomini nella carne, vivano secondo Dio nello Spirito» (4, 6).
Questa narrazione iconografica è profondamente arricchita da testi apocrifi, in particolare il Vangelo di Nicodemo. Quest'ultimo descrive l'evento con toni vividi: «Venne allora una voce che diceva: «Aprite le porte!» Udita questa voce per la seconda volta, l’Ade rispose come se non lo conoscesse dicendo: «Chi è questo re della gloria?» Gli angeli del padrone gli risposero: «Un Signore forte e potente, un Signore potente in guerra!» A queste parole, le porte bronzee furono subito infrante e ridotte a pezzi, le sbarre di ferro polverizzate, e tutti i morti, legati in catene, furono liberati e noi con essi.»
La narrazione è evidentemente "mitologica", ma la Chiesa la utilizza non per il suo valore storico, bensì per il suo profondo valore simbolico. L’episodio cita anche alcuni testi dei Salmi, interpretandoli come una profezia della Resurrezione: la prima parte è una citazione del Salmo 24, 7-10 («Alzate principi le vostre porte, fatevi alzare porte secolari, ed entrerà il Re della gloria. Chi è questo Re della gloria? Il Signore forte e potente»); la seconda parte è una lettura del Salmo 107, 14-16 («Li trasse dalle tenebre e dall’ombra di morte e spezzò le loro catene. Confessino al Signore le sue misericordie e le sue meraviglie per i figli degli uomini, perché ha infranto le porte di bronzo e ha spezzato le sbarre di ferro»).
La Differenza Iconografica Ortodossa e Occidentale
La Chiesa ortodossa (inclusa la Chiesa Copta Ortodossa) evita di rappresentare il momento vero e proprio della Resurrezione di Cristo, ovvero la sua uscita dal sepolcro. Sia i Vangeli che la Tradizione della Chiesa mantengono il silenzio su questo momento, a differenza della resurrezione di Lazzaro. Questo silenzio esprime il carattere imperscrutabile dell'evento, inaccessibile a qualsiasi razionalizzazione e, di conseguenza, l'assurdità di una sua eventuale raffigurazione.
Nell'iconografia ortodossa, esistono due icone principali che rispondono al significato di questo evento e sono complementari l'una all'altra: la discesa di Cristo nell'Ade (Anastasis) e le scene con l'apparizione del Cristo a Maria Maddalena (il "Noli me tangere") e alle due Marie (il Saluto delle Mirofore) o l'angelo che appare alle Mirofore di fronte al Sepolcro vuoto.

Al contrario, l'icona che mostra il Cristo nudo, con un mantello gettato sulle spalle, mentre esce dalla Tomba reggendo un vessillo rosso, è un'icona non ortodossa ma di origine occidentale. Questa rappresentazione prevalse in Oriente a seguito dell'influsso della pittura rinascimentale e dei pellegrini dei Luoghi Santi, che portavano souvenir con immagini occidentali.
Interpretazioni Teologiche della Liberazione dagli Inferi
Il testo del Vangelo di Nicodemo afferma che «tutti i morti furono liberati», non solo i Santi dell’Antico Testamento, e in effetti l’icona dell’Anastasis raffigura spesso, mentre escono dalla bocca dell’inferno, anche uomini senza aureola.
La Prospettiva Occidentale
Nella tradizione cattolica, si è diffusa l’idea che a essere liberati da Cristo sarebbero stati invece solo i Patriarchi. Il beato Agostino di Ippona, in una sua lettera, afferma che «non deve trarsi la conseguenza per cui si dovrebbe credere che sia stata concessa a tutti la grazia che la divina misericordia e giustizia ha accordato solo ad alcuni». Tommaso d’Aquino confermerà questa dottrina, aggiungendo addirittura che la discesa di Cristo agli inferi «ebbe per effetto di confondere [i dannati] per la loro incredulità», e che non furono liberati neanche i bambini morti senza battesimo. Questa durezza, talvolta, è stata interpretata come un residuo delle credenze manichee che Agostino aveva professato prima di convertirsi.
La Posizione dei Padri Ortodossi e Copti
I Padri ortodossi affermano il contrario. San Massimo il Confessore, commentando la Prima Lettera di Pietro, dice che Cristo liberò coloro che «più che per la loro ignoranza di Dio, venivano puniti per i mali che avevano inflitto agli altri» (A Talassio, 7). San Massimo, pur cauto nel parlare della grande misericordia di Dio per timore che i peccatori traggano motivi per non pentirsi, lascia intendere che Dio non si preoccupa dell’appartenenza religiosa, ma del male che gli uomini hanno commesso, e che Cristo liberò anche coloro condannati per i loro peccati, perché diede loro la possibilità di convertirsi e di «vivere secondo Dio nello Spirito».
Come ha notato il vescovo Ilarion Alfeev, «nessun padre orientale si è mai permesso di determinare chiaramente chi sia stato lasciato agli inferi dopo la discesa di Cristo; nessuno ha mai parlato di bambini non battezzati lasciati negli inferi». Ecco il motivo della scelta dell’Ortodossia di rappresentare la Resurrezione con la discesa agli inferi e non con l’uscita di Cristo dal sepolcro: la resurrezione di Cristo non è solo il rianimarsi del suo corpo, ma è la resurrezione in lui di ogni uomo.
La Cristologia Miafisita Copta: Unica Natura Incarnata
La concezione di Cristo della Chiesa Copta si distingue da quella dei nestoriani e dei monofisiti veri e propri. Ancora oggi i Copti amano definirsi "miafisiti", in quanto professano l'unità del Cristo secondo la formula proclamata dal patriarca Cirillo di Alessandria (370 ca - 444): «un'unica natura del Dio Logos incarnata» (mia physis tou Theou logou sesarkomenee).
Per i Copti, la divinità di Cristo e la sua umanità dimorano in lui in un'unità perfetta formando una natura unita, un'essenza, una sostanza e un'esistenza indissolubile. Questa formula intende esprimere il mistero dell’unità insita nella persona del «Dio fattosi carne», dell’Emmanuele. In Cristo esiste una sola natura composita, al contempo divina e umana, senza confusione (umanità e divinità, seppur unite, sono rimaste distinte) e senza cambiamento (Dio è rimasto Dio pur diventando uomo). La dottrina di San Cirillo venne approvata al Concilio di Efeso (431), il terzo della cristianità, affermando "l'unione perfetta della divinità e dell'umanità di Cristo".

Al successivo Concilio di Calcedonia (451), fu adottata la Definizione delle "due nature in Cristo" e il Tomus ad Flavianum di Papa San Leone I rigettò le teorie di Eutiche, un monaco di Costantinopoli che paragonava l'umanità di Cristo a una goccia di vino in un oceano di divinità. La Chiesa di Alessandria rifiutò questa definizione, seguita dalle chiese apostolica armena, ortodossa siriaca, ortodossa d'Etiopia e siriaca del Malankara. Questo scisma, basato in parte su un fraintendimento terminologico ma nascondendo un profondo dissidio politico, isolò la Chiesa Copta.
Data la taccia che è stata attribuita al termine «monofisismo» nel corso della storia, è bene non chiamare mai la Chiesa Copta «chiesa monofisita» (da evitare anche l’infelice neologismo «miafisita»), anche perché la Chiesa egiziana si chiama, semplicemente, «ortodossa».
Il Contesto Storico e Spirituale della Chiesa Copta
La Chiesa Copta fu fondata in Egitto nel I secolo. Sebbene San Marco Evangelista sia considerato il "fondatore" della Chiesa, i Copti ritengono che il primo a evangelizzare l'Egitto sia stato Gesù stesso, durante la fuga della Sacra Famiglia per sottrarsi all'ira di Erode, compiendo numerose profezie veterotestamentarie come «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Os 11,1).
Alessandria fu sede di un'importante scuola catechetica, il Didaskaleion, fondata dal vescovo Demetrio con l'obiettivo di definire una visione "canonica" del pensiero cristiano. Direttori noti di questa scuola furono Panteno, Clemente di Alessandria e Origene, in un contesto caratterizzato da persecuzioni e conflitti interreligiosi. La civiltà copta è profondamente fondata sul culto dei martiri e delle loro reliquie. La persecuzione iniziata da Diocleziano nel 303 d.C. fu la più sanguinosa, tanto che l'anno della sua ascesa al trono (284 d.C.) segna l'inizio del calendario copto: l'era dei martiri. Questo retaggio di sofferenza ha valso alla Chiesa Copta l'appellativo affettuoso di Umm al-shuhada’, la «Madre dei martiri».
Il cristianesimo egiziano individuò presto intermediari a cui rivolgersi per protezione, salvezza e guarigione, riconoscendo grande importanza non solo alla Vergine Maria e a Giovanni Battista, ma anche alle schiere angeliche e, in particolare, ai santi: martiri, padri del monachesimo, santi cavalieri e guaritori. L'Egitto precostantiniano fu anche la culla del monachesimo, sorto sul finire del III secolo d.C. L'ispirazione dei grandi padri del deserto come Antonio, Macario e Pacomio si irradiò da qui in tutto il Mediterraneo, e le antiche istituzioni monastiche sono ancora mantenute. Ancora oggi si prega secondo una delle liturgie più antiche al mondo, quella alessandrina.

La Rilevanza Contemporanea dell'Anastasis per la Vita del Credente
L’icona dell’Anastasis e la tradizione relativa alla discesa di Cristo agli inferi non riguardano solo l’inferno in senso proprio, ma anche i nostri inferni quotidiani, l’ombra di morte e le catene che ci avvolgono ogni giorno. Anche questi Cristo distrugge e anche da questi ci libera. Gesù non cessa di scendere agli inferi, come possiamo leggere in un’omelia attribuita a san Macario l’Egiziano: «Quando senti che in quel tempo il Signore liberò le anime dagli inferi e dalle tenebre, che discese agli inferi e compì un’opera mirabile, non pensare che tutte queste cose siano lontane dalla tua anima […]. Anche coloro a cui sembra che l’ombra di morte non si dissolva non disperino. Se Dio permette questi inferi è per insegnarci l’umiltà.»
Questo messaggio di liberazione e speranza, radicato nella teologia e nella spiritualità copta, continua a offrire conforto e una profonda comprensione della Pasqua come vittoria universale di Cristo sulla morte e sul male in tutte le sue manifestazioni.
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