Il film "L'uomo che sapeva troppo" (1956), remake di un lavoro del 1934 diretto dallo stesso Alfred Hitchcock, si inserisce nella sua fase più florida ed esperta, a cavallo tra la metà degli anni ’50 e gli inizi dei ’60. Quest'opera, settimo lungometraggio a colori di Hitchcock (ne girerà solo altri otto in policromia, su un totale di cinquantacinque), si aggiunge alla serie di film di grande spettacolarità realizzati dal regista in quegli anni. Per molti, questo film è considerato uno dei migliori e più innovativi mai concepiti dal maestro londinese, e in generale uno dei thriller più rivoluzionari di tutti i tempi, una pietra miliare della settima arte.

Contesto e Motivazioni del Remake
Non è affatto chiaro perché Hitchcock, a più di vent'anni di distanza, abbia sentito l'esigenza di girare una nuova versione di un film che aveva realizzato nel 1934, intitolato sempre "L'uomo che sapeva troppo". Quello che è certo è che su questa idea stava rimuginando già da alcuni anni. Se ogni remake è oggetto di interesse e discussione, figuriamoci quando ne è autore il medesimo regista. Ventidue anni dopo, l’ossuto e dinamico racconto di una coppia che si trova invischiata in un affare di spionaggio internazionale con tanto di rapimento diventa l’occasione per ragionare sul concetto di tempo e di dilatazione dell’attesa, in un film contrappuntato da un lungo elenco di sequenze magistrali.
Il Confronto tra le Due Versioni
Paragonando le due versioni dell'"Uomo che sapeva troppo", la critica si è divisa profondamente. Vi è chi si è schierato senza dubbio a favore della seconda, come Chabrol e Rohmer, che così scrivono: "Certo è che non si contentò di migliorare la forma, di esplorare i caratteri o di aggiornare l'aneddoto. Si tratta di un'autentica trasfigurazione. Con questo nuovo volto diventa uno dei film in cui la mitologia hitchcockiana trova la sua espressione più pura, o almeno la più evidente, il film che possiede la costruzione più studiata". C'è chi invece ritiene la prima versione più spigolosa e ingenua, ma proprio per questo più fresca e originale, oppure la preferisce quale prototipo del thriller britannico (per certa critica inglese le due versioni divennero argomento cruciale nel dibattito apertosi con i critici francesi sulla grandezza relativa dei film inglesi e americani di Hitch). C'è chi infine rifiuta di lasciarsi intrappolare nel meccanismo del confronto: "Il remake americano rifletterà con potenza sui 'vuoti' dell'originale, ma le due versioni rifiutano qualsiasi paragone. Il cinema - diceva Irvin Thalberg - si fa e si rifà" (Bruzzone e Caprara).
Non è molto chiaro cosa ne pensasse poi Hitchcock stesso. Basandosi su una famosa dichiarazione fatta a Truffaut ("Diciamo che la prima versione è stata fatta da un dilettante di talento, mentre la seconda da un professionista"), molti ritengono che il regista preferisse la seconda versione, ma in verità, a prescindere dal fatto che il lavoro di un professionista non è necessariamente migliore di quello di un dilettante di talento, Hitch fece anche altre affermazioni. A proposito del film del 1934 disse per esempio: "Penso che fosse più spontaneo, meno logico. La logica è ottusa: fa perdere ciò che è bizzarro e spontaneo". La versione del 1956, più lunga della precedente di circa 45 minuti, è senz'altro più articolata di quella del 1934 e si sofferma maggiormente sulla descrizione psicologica dei personaggi e sullo sviluppo delle loro emozioni.
Non bisogna dimenticare che sono passati vent'anni e per un'arte giovane come quella cinematografica ciò significa moltissimo; nel 1956 non solo Hitch ha alle spalle un'esperienza professionale e umana diversa, che si riflette nella sua sensibilità di artista, ma anche il pubblico è cambiato: è mutato il modo in cui partecipa al film e si identifica con i personaggi, sono cambiati gusti e desideri, esigenze e aspettative.
La Trama e i Personaggi
La trama vede la tranquilla famiglia dei McKenna, formata da Ben (James Stewart), Jo (Doris Day) e il figlioletto Hank (Christopher Olsen), intenta a godersi la propria vacanza in un Marocco ancora stretto dal giogo coloniale francese. In vacanza in Marocco, i coniugi McKenna assistono ad un omicidio: un turista, Louis Bernard (Daniel Gélin), viene ucciso e Ben McKenna, che è un dottore, tenta di soccorrerlo. Prima di morire, l'uomo gli confida che verrà presto commesso un attentato a Londra e si raccomanda di andare a cercare colà “Ambrose Chappell”. L'incontro con il misterioso e inquietante Louis Bernard sarà solo il primo passo dentro un intrigo fatto di misteri e tradimenti. Il piccolo Hank viene rapito dai cospiratori per persuadere al silenzio James Stewart che, come spesso nel maestro inglese, si trova tormentato tra il fare il proprio dovere civico denunciando o, ben più prezioso, proteggere i propri cari in questo caso il figlioletto. A poco a poco i due coniugi, per salvare il figlio successivamente rapito, dovranno improvvisarsi detective, rimanendo coinvolti in un complotto ordito per assassinare a Londra un importante Capo di Stato.

Tematiche Ricorrenti di Hitchcock
Il film offre, insieme a "Intrigo Internazionale", un esempio paradigmatico di due costanti nella filmografia di Hitchcock:
- In primo luogo, la strategia narrativa del MacGuffin (il pretesto narrativo di estrema importanza per i personaggi e che guida la storia raccogliendo l'attenzione dello spettatore, ma privo d'interesse per il creatore di forme che siede dietro la macchina da presa); la spy-story è infatti per sua natura una macchina che genera curiosità e domande ma non è tenuta a soddisfarle minuziosamente, in quanto lo spettatore è disposto ad accettare in tali plot un certo grado di opacità, viceversa intollerabile nel whodunit.
- In secondo luogo, la ricorrenza tematica dell'uomo comune, perfino banale (come nel caso di Mr MacKenna), coinvolto dal caso in vicende di cui sono parte governi, servizi segreti e misteriosi e malefici potenti, con i quali egli dovrà confrontarsi per difendere sé o i suoi cari. Un altro aspetto tipico in Hitch è il perfetto sconosciuto, un cittadino, un medico in vacanza con la moglie, che si trova invischiato in una faccenda torbida e complessa che lo inghiotte.
La contrapposizione fra istinto (femminile) e sapere (maschile), il conflitto fra destino ("Que sera, sera") e libero arbitrio (tutte le decisioni e le azioni dei coniugi per salvare il figlio), le contraddizioni del rapporto uomo-donna all'interno della famiglia americana media: questi alcuni dei temi principali che la critica ha individuato al di sotto della "superficie" di quell'avvincente thriller (con l'aggiunta di elementi propri della commedia) che è "L'uomo che sapeva troppo". La grandezza di Hitchcock sta proprio nel non fermarsi mai alla superficie delle cose; i suoi film parlano sempre di sentimenti, passioni, desideri e paure, mettono in scena la complessità e l'insondabilità dell'esistenza. Come in altri suoi lavori, Hitchcock alterna con sapienza commedia e dramma, generando la tensione propria della lotta del bene contro il male.
Stile e Innovazioni Cinematografiche
Come spesso accade nei film del maestro britannico, si comincia con i toni di una blanda commedia, nella quale con perfetto tempismo vengono disseminati inquietudine e sospetti subito contraddetti con nonchalance. Il gioco dei rapporti dei protagonisti con l'ambiguo Monsieur Bernard e con la coppia conosciuta in albergo è calibrato al millesimo e senza disonestà diegetiche. Un esempio fra i tanti possibili: lo stupore dei Drayton di fronte al battibecco dei MacKenna è un doppio colpo di genio; per l'umorismo della situazione di imbarazzo che si è creata, e perché contribuisce a rendere spontaneamente credibili i due inglesi (sicché nella successiva scena del mercato apparirà uno sviluppo perfettamente naturale che il bambino sia affidato alle cure di Mrs. Drayton).
La Costruzione della Suspense
Ciò che però rende ancora oggi "L'uomo che sapeva troppo" un film unico ed inimitabile, è come Alfred Hitchcock sia riuscito ad omaggiare il genere, a crearne una sorta di anatomia, di monumento, un film che più che un thriller e basta era un ritratto del concetto di thriller. Sicuramente un primo elemento è dato dal mettere in scena lo stesso concetto di suspense e attesa nella prima sequenza, con l'orchestra che suona la stessa colonna sonora, il campo che via via si restringe in modo dinamico, andando ad inquadrare i due piatti, posti al fianco del musicista, immobile, che dovrà suonarli. Sappiamo che li deve suonare, sappiamo che succederà, ma non sappiamo quando, solo che sarà presto. In quell'attesa, in quella conoscenza limitata che però non reca alcun beneficio, vi è lo stesso concetto di suspense, vi è la messa in scena di quell'onniscienza promessa e mai mantenuta nella realtà cinematografica. Un gioco? Uno sberleffo ironico al pubblico e al cinema in sé? Anche, ma soprattutto una rappresentazione di ciò che era il cinema per Hitchcock: vedere. Lo sguardo era tutto per lui, lo sguardo era la prima arma da lui utilizzata per catturare lo spettatore, a cui poi sarebbe inevitabilmente seguito il sentire.
La storia di Alfred Hitchcock - A Qualcuno piace Cult 1x05
Oltre a questo, il film è connesso in modo palese e dichiarato al concetto di temporalità, un'arma nelle mani del regista con cui stregare e condannare all'angoscia lo spettatore fin da quella scena iniziale. Il tempo è loro nemico, così come è nemico dello spettatore, è tiranno della sua mente e del suo equilibrio, lo logora ai fianchi, grazie ad una regia che nella celeberrima scena del concerto all'Albert Hall, ottiene il magico risultato di dilatarlo, di renderlo grazie all'elemento sonoro atteso (ancora il suono dei piatti) quasi insostenibile. L'occhio/spazio e il suono/tempo sono le armi a disposizione del cinema per orchestrare la propria riflessione sull'irretimento dell'umano (in scena e in poltrona), sul giogo che lo spettatore ama stringere con gusto flagellante attorno al proprio collo. Ma il suono è anche tempo che travalica lo spazio, muovendosi come una macchina da presa per i recessi di una magione fino a ricongiungere il legame tranciato tra madre e figlio, sulle note di "Que será, será". Dopo "L'uomo che sapeva troppo" solo ne "Gli uccelli" Hitchcock oserà uno sguardo sulla ricomposizione familiare.
Sequenze Memorabili
Si è sempre celebrata di questo film la scena all'Albert Hall; alla sua algida geometria, e alla sua ancor più algida logica del conflitto fra morale e sentimento (perché della vittima designata dell'attentato non importa niente a nessuno), noi preferiamo l'accensione cromatica della scena di Marrakech (il blu della vernice, il bianco dell'abito, il marrone scuro del volto, il rosso del sangue), la sua efficacia da incubo (il coltello nella schiena da cui non ci si riesce a liberare), la sua perfetta costruzione a incastro, con piani visivi sempre più ravvicinati dal campo lungo fino al primissimo piano, e poi fino al dettaglio degli occhi di Jo. Se l'uso del carrello raggiunge ancora una volta vertici straordinari d'intensità ed efficacia e se è di geniale civetteria l'inserimento di continui intralci alla salvezza, dovuti ad obblighi di buona educazione e di rispetto dell'autorità, anche gli oggetti-simbolo fanno la loro ennesima comparsa (ma non siamo ancora alla sublime astrazione di "Psycho", dove il coltello è l'omicidio): strumenti musicali, in questo caso, casuali portatori di morte insieme all'ignaro e indifferente orchestrale.
Le riprese all'estero, soprattutto quelle in Marocco, offrirono l'occasione per inserire nel film scene e paesaggi particolarmente suggestivi, un po' com'era stato qualche tempo prima per "Caccia al ladro". La realizzazione del film fu moderatamente costosa e complicata, ma Hitch affrontò senza scomporsi ogni difficoltà, compreso il caldo torrido di Marrakech, e le riprese filarono lisce. Le scene iniziali furono veramente girate in esterna in Marocco e donano un tocco di esotismo che farà poi la differenza.
Accoglienza e Critica
Il film riscosse un buon successo di pubblico e di critica. "Superclassico di Hitchcock, rifacimento di un suo vecchio film inglese che portava lo stesso titolo. Il maestro inglese ha fatto di meglio, ma la sequenza del fallito attentato (con il colpo di cembali, segnale per lo sparo fatidico) vale da sola la visione di tutto il film." (Francesco Mininni, Magazine italiano tv). "Rifacimento di un film del 1934, sempre con la regia di Hitchcock, è un 'suspense' ad alta tensione che culmina con il colpo di cembali nella straordinaria sequenza del concerto all'Albert Hall. Scene d'antologia. Ottimi interpreti." (Laura e Morando Morandini, Telesette).
In questo film, la dialettica tra ciò che dovrebbe fare e ciò che è in grado, o per meglio dire, gli è concesso fare, si sviluppa in un panorama piano, stretto, quasi obbligato, non attraverso una discussione, ma con la tecnica cinematografica. Il genio dell’artista qui si rivela non tanto nel condurre la cinepresa a fondo, nel nero pozzo delle pulsioni umane, ma nella capacità di portare queste ultime in superficie, di farle emergere spontaneamente dall’intreccio di un thriller dalla trama piuttosto canonica. Se nel successivo "Psycho" la lente dell’obiettivo, a partire dal vortice di sangue che precipita nello scarico della doccia, si muoverà anche fisicamente in un’affannata discesa nell’inconscio, ne "L’uomo che sapeva troppo" resta ancorata al livello di ciò che è visibile. Questo però non significa che rimanga inerte osservatrice. L’occhio meccanico viene a coincidere con l’occhio vivente dello spettatore, grazie alla maestria artigiana con la quale Hitchcock sa costruire mattone su mattone il mistero, la suspense, il tormento.
Un Thriller Atipico
Ben e Male sono essenziali in questo film, la loro apparente semplicità di collocazione non deve ingannare sull'inquietante (e del resto sempre presente) certezza che anima il cinema del grande regista: le tenebre possono nascondersi ovunque, in mezzo a noi. Esse possono avere i modi apparentemente cordiali dei due luciferini coniugi Drayton, che molti all'epoca videro come una personificazione di quell'incubo comunista che fino a poco tempo prima era stato usato dall'ambizioso McCarthy per terrorizzare un intero paese e il cinema in particolar modo. Qualcosa che neppure la fantasia di Hitchcock avrebbe saputo partorire. Di certo, 65 anni fa, il mondo forse non si rese completamente conto del miracolo creativo a cui aveva assistito, di quanto questo film avrebbe cambiato per sempre il linguaggio cinematografico e il nostro rapporto con quella paura dell'ignoto che è da sempre linfa vitale della fantasia della settima arte.
Non ci si ritrova faccia a faccia con la radice nascosta del male, ma con la sua non meno terribile manifestazione concreta. Male che è sempre in agguato, che si insinua nelle pieghe del quotidiano, a partire da quello che è solo un cattivo presentimento di Jo all’inizio del film, per poi dilatarsi e diventare sempre più tangibile in un climax di tensione crescente che culmina nella balenante risoluzione positiva, tra le più frettolose della carriera del grande regista. Dopo l’orrore vissuto dalla famiglia, in pochissime inquadrature i tre tornano sorridenti in società, quasi dimentichi dei terribili eventi dei quali sono appena stati vittime. Strano? Forse.
Dettagli Tecnici
| Genere | Drammatico, Spy Story, Thriller |
|---|---|
| Titolo originale | The Man Who Knew Too Much |
| Paese/Anno | USA | 1956 |
| Regia | Alfred Hitchcock |
| Sceneggiatura | John Michael Hayes |
| Fotografia | Robert Burks |
| Montaggio | George Tomasini |
| Interpreti principali | James Stewart, Doris Day, Brenda De Banzie, Bernard Miles, Daniel Gélin |
| Colonna sonora | Arthur Benjamin, Bernard Herrmann |
| Produzione | Filwite Productions, Paramount Pictures |
| Durata | 116' (119' per alcune fonti) |
| Colore | Sì (Technicolor) |
| Specifiche tecniche | VistaVision: Motion Picture High-Fidelity, 35 mm (1:1.85) - Technicolor |
| Tratto da | Dal soggetto di Charles Bennett e D.B. Wyndham-Lewis |
| Premi | Oscar 1956 per la miglior canzone ("Que Sera, Sera") |