San Giovanni Bosco: Vita, Opere e Eredità di un Santo

San Giovanni Bosco, meglio noto come don Bosco, ha coltivato sempre nel cuore un proposito fermo e costante: portare il maggior numero di anime in Paradiso. Egli pose al di sopra di tutto la salvezza eterna di chi incontrava per strada o bussava alla sua porta. La cura da lui riversata sui giovani disagiati, poveri o privi di istruzione, rispose sempre più ad un’esigenza spirituale che esclusivamente sociale. Il fuoco di carità che animò il sacerdote fu desiderio di amare l’Onnipotente in chi incontrava. “Da mihi animas, coetera tolle” (“dammi le anime, prendi tutto il resto”) recita il motto che campeggiava nella sua camera da letto, sintetizzando la sua missione di vita.

Le Origini e la Vocazione

L'Infanzia e la Famiglia

Giovanni Melchiorre Bosco nacque il 16 agosto 1815 ai Becchi, una piccola frazione di Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco), in una povera e umile famiglia contadina piemontese. Era figlio di Francesco Bosco e Margherita Occhiena. Il padre, Francesco, era rimasto vedovo di un precedente matrimonio e aveva già avuto due figli, Antonio e Teresa Maria, anche se la seconda era morta dopo appena due giorni dalla nascita.

Quando Giovanni aveva appena due anni, nel maggio del 1817, il padre contrasse una grave polmonite che lo condusse alla morte. Toccò così a sua madre Margherita l'incarico di crescere lui e i suoi due fratelli, oltre alla madre del marito, anziana e inferma. Furono anni molto difficili per mamma Margherita, durante i quali molta gente morì a causa della fame e delle epidemie. Margherita, che amava profondamente Giovanni, incentivò sempre la sua vocazione sacerdotale.

Il Sogno Premonitore dei Nove Anni

A nove anni, Giovanni fece un sogno premonitore che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Gli pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, ma non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, Giovannino, impulsivo di temperamento, si slanciò in mezzo a loro per farli desistere, aggredendoli con pugni e calci.

In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito nobilmente con un manto bianco, la cui faccia era così luminosa da non riuscire a fissarla. Egli lo chiamò per nome e gli ordinò di mettersi a capo di quei ragazzi, aggiungendo: “Dovrai farteli amici non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità. Su, parla, spiegagli che il peccato è una cosa cattiva e che l'amicizia con il Signore è un bene prezioso”. I ragazzi cessarono le risse, gli schiamazzi e le bestemmie e si raccolsero tutti intorno a colui che parlava.

Quasi senza sapere cosa facesse, Giovanni domandò: “Chi siete voi, che mi comandate cose impossibili?”. “Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili - rispose - dovrai renderle possibili con l'obbedienza e acquistando la scienza”. Quando Giovanni chiese come avrebbe potuto acquisire la scienza, l'uomo rispose: “Io ti darò la maestra. Sotto la sua guida si diventa sapienti, ma senza di lei anche chi è sapiente diventa un povero ignorante”.

In quel momento Giovanni vide vicino all'uomo una donna maestosa, vestita di un manto che risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse una stella luminosissima. Guardò e si accorse che quei ragazzi erano tutti scomparsi, e al loro posto c'era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La donna maestosa gli disse: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli”. A quel punto Giovanni si mise a piangere, dicendo di non capire quelle cose. Aveva appena detto queste parole che un rumore lo svegliò.

Al mattino raccontò il sogno prima ai fratelli, che si misero a ridere, poi alla mamma e alla nonna. Ognuno diede la sua interpretazione: Giuseppe disse: “Diventerai un pecoraio”; la mamma: “Chissà che non abbia a diventare prete”; Antonio malignò: “Sarai un capo di briganti”. L'ultima parola la disse la nonna, che non sapeva né leggere né scrivere: “Non bisogna credere ai sogni”. Giovanni era del parere della nonna. Tuttavia, da quel sogno, Giovanni capì che sarebbe diventato sacerdote e che si sarebbe dedicato ai giovani poveri per realizzare i loro sogni.

Illustrazione del sogno dei nove anni di San Giovanni Bosco, con Gesù, Maria e i ragazzi trasformati in animali

Gli Anni degli Studi e i Sacrifici

L'intelligenza spiccata di Giovannino, emersa già in tenera età, incontrò subito l’ostilità del fratellastro Antonio, che considerava tempo perso quello speso sui libri. Le prepotenze di Antonio costrinsero mamma Margherita a mandare Giovanni via di casa. Poiché la scuola elementare era lontana da casa sua, Giovanni imparò a sillabare da un vecchio contadino che sapeva leggere.

Per avvicinare alla preghiera e all'ascolto della Messa i ragazzini del paese, Giovannino Bosco decise di imparare i giochi di prestigio e le acrobazie dei saltimbanchi, attirando così i coetanei e i contadini del luogo grazie a salti e trucchetti di magia, invitandoli però prima a recitare il Rosario e ad ascoltare una lettura tratta dal Vangelo.

Nel 1826, a soli undici anni, dopo aver perso la nonna paterna, Giovannino fece la sua Prima Comunione, il 26 marzo, giorno di Pasqua. L'inverno seguente fu molto duro a causa del fratello Antonio, che maltrattava Giovanni per via dei suoi studi e delle sue attività religiose e ludiche. Margherita fu così costretta a mandare via il figlio dai Becchi per farlo vivere come garzone presso la cascina dei coniugi Luigi e Dorotea Moglia, dove rimase dal febbraio 1827 al novembre 1829. Essi, osservando la tenacia e l'intelligenza del ragazzo, decisero di tenerlo con loro, affidandolo al vaccaro della famiglia, il vecchio Giuseppe.

La vivacità intellettuale del ragazzo non sfuggì nel 1829 al cappellano di Morialdo, don Giovanni Calosso. Questi, dopo aver constatato quanto intelligente e desideroso di studiare fosse il giovane, decise di accoglierlo nella propria casa per insegnargli la grammatica latina. Un anno dopo, il 21 novembre 1830, Giovanni Calosso moribondo diede al giovane amico la chiave della sua cassaforte, dove erano conservate seimila lire che avrebbero permesso a Giovanni di studiare ed entrare in Seminario.

Solo nel 1831 però Giovanni poté riprendere a studiare, completando in quattro anni elementari e ginnasio. Per pagarsi le lezioni e mantenersi gli studi, lavorò come sarto, cameriere, stalliere, falegname, calzolaio e fabbro. Durante gli anni di studio, fondò la Società dell'Allegria a Chieri, attraverso la quale, in compagnia di alcuni giovani di buona fede, tentava di far avvicinare alla preghiera i coetanei attraverso i suoi soliti giochi di prestigio e i suoi numeri acrobatici.

Studente meritevole e di sorprendente memoria, ben presto si fece notare da san Giuseppe Cafasso, sacerdote che lo indirizzò al seminario. Giovanni superò l'esame per entrare al seminario di Chieri e il 30 ottobre 1835 si presentò in seminario. Il 3 novembre 1837 Giovanni iniziò la teologia, studio fondamentale per gli aspiranti al sacerdozio.

Il Sacerdozio e l'Apostolato a Torino

L'Ordinazione e l'Inizio dell'Apostolato

Giovanni Melchiorre Bosco venne ordinato sacerdote il 5 giugno 1841 nella Cappella dell’Arcivescovado di Torino, all'età di 26 anni. Su invito di don Giuseppe Cafasso, decise di entrare, nei primi di novembre del 1841, in Convitto a Torino, un ex-convento accanto alla Chiesa di San Francesco d'Assisi. In questo edificio il teologo Luigi Guala, aiutato dal Cafasso, preparava giovani sacerdoti a diventare preti del tempo e della società in cui avrebbero dovuto vivere.

L'Incontro con i Giovani Disagiati

Ispirato dalle notizie riguardanti Don Giovanni Cocchi, che pochi anni prima di lui aveva tentato di radunare all'interno di un Oratorio i ragazzi disagiati di Torino, Giovanni Bosco decise di scendere per le strade della sua città e osservare in quale stato di degrado fossero i giovani del tempo. Incontrò così i ragazzi che, sulla piazza di Porta Palazzo, cercavano in tutte le maniere di procurarsi un lavoro e spesso o scartati perché poco robusti o costretti a finire presto sottoterra. Statistiche confermano che in quel tempo ben 7184 fanciulli sotto i dieci anni erano impiegati nelle fabbriche.

A Piazza San Carlo, Don Bosco poteva conversare con i piccoli spazzacamini, di circa sette o otto anni, che gli raccontavano il loro mestiere e i problemi da esso generati. Erano molto rispettosi nei confronti del sacerdote che li difendeva molto spesso contro i soprusi dei lavoratori più grandi che tentavano di derubarli del misero stipendio. Insieme a Don Cafasso, cominciò a visitare anche le carceri e inorridì di fronte al degrado nel quale vivevano giovani dai 12 ai 18 anni, rosicchiati dagli insetti e desiderosi di mangiare anche un misero tozzo di pane. Dopo diversi giorni di antagonismo, i carcerati decisero di avvicinarsi al sacerdote, raccontandogli le loro vite e i loro tormenti.

La Nascita dell'Oratorio Salesiano

L'8 dicembre 1841, prima di celebrare Messa, don Bosco incontrò Bartolomeo Garelli nella sacrestia della chiesa di San Francesco di Assisi. Questi fu il primo ragazzo che si unì al suo gruppo. Don Bosco aveva deciso così di radunare intorno a sé tutti i ragazzi degradati della zona, dai piccoli spazzacamini agli ex detenuti. Fondamenti della sua futura attività erano tre: l'amicizia con i giovani (che molto spesso erano orfani senza famiglia), l'istruzione e l'avvicinamento alla Chiesa.

La sera di quello stesso giorno, Giovanni fece amicizia anche con i tre fratelli Buzzetti. Quattro giorni dopo, durante la messa domenicale, erano presenti Bartolomeo Garelli insieme a un nutrito gruppo di amici e i fratelli Buzzetti, con seguito di compaesani. Quello sarebbe stato il primitivo gruppo che avrebbe dato il via all'Oratorio di Don Bosco. Di lì a poco, l'8 dicembre 1844, ispirato da san Filippo Neri, fondò ufficialmente l'oratorio, intitolandolo a san Francesco di Sales, che in seguito stabilirà a Valdocco. Il suo apostolato tra i giovani più poveri, incontrati in strade, cantieri e carceri, spesso provenienti dalle campagne, inurbati e disorientati dal processo di industrializzazione, cominciò a dare i suoi frutti.

Foto storica dell'Oratorio di Valdocco a Torino

Le Congregazioni e la Diffusione dell'Opera

La Fondazione dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice

Visto il grande numero di bambini che raccolse, don Bosco aprì un ospizio con l’aiuto di sua madre, conosciuta come Mamma Margherita per la sua tenerezza e amore per i giovani. Cinque anni di lavoro in un oratorio senza fissa dimora, tra traversie di ogni genere e circondato da turbe di ragazzi che lo seguivano ovunque, furono la prova del fuoco per la sua vocazione. Nel 1854 don Bosco diede inizio alla Società Salesiana, con la quale assicurò la stabilità delle sue opere e del suo spirito anche per gli anni futuri, istituita ufficialmente nel 1859 con il nome di Congregazione Salesiana al servizio della gioventù.

Più tardi, nel 1872, insieme a santa Maria Domenica Mazzarello, diede vita anche all’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice per l’educazione della gioventù femminile. L’impegno di don Bosco non si limitò solo ai giovani: in soli tre anni fece costruire la Basilica santuario di Maria Ausiliatrice a Torino, promosse il lavoro stabile e contrattualizzato, divulgò informazioni pastorali e manifestò uno spirito missionario e organizzativo.

Il Sistema Preventivo: Ragione, Religione, Amorevolezza

Questo sistema riassume la filosofia educativa di Giovanni Bosco in tre parole: Ragione, Religione e Amorevolezza. “Formare onesti cittadini e buoni cristiani” fu la missione a cui il santo si dedicò fino alla morte. Per lui, i giovani erano il sale della vita, la rappresentazione del Signore e lo scopo assoluto della sua esistenza. Egli diceva: «Nella persona dei poveri, dei più abbandonati è rappresentato il Salvatore. Dunque, non sono poveri fanciulli che chiedono la carità, ma è Gesù nella persona dei suoi poveri».

Educare come Don Bosco

La Missione Internazionale e la Buona Stampa

Presto la missione salesiana assunse un carattere internazionale. Nel 1875, seguendo il flusso migratorio italiano verso l’America Latina, l’opera dei Salesiani divenne anche missionaria. Partì la prima spedizione missionaria per l'Argentina, terra della grande emigrazione italiana dell'Ottocento. Don Bosco si fece pellegrino in Europa alla ricerca di fondi e di sostenitori. Guidati da don Giovanni Cagliero, i missionari di don Bosco si imbarcarono dal porto di Genova il 14 novembre 1875. Con la seconda spedizione, un anno dopo, venne aperta a Buenos Aires una scuola di arte e mestieri, dove si formavano sarti, falegnami, legatori.

Il sacerdote era convinto promotore della “buona stampa cattolica” finalizzata a contrastare i nefasti effetti di quella “cattiva”, veicolo di menzogne ed eresie. Il Bollettino Salesiano, oggi diffuso in 26 lingue e 135 paesi, e i testi agiografici e pedagogici del santo, sempre ispirati ad un approccio educativo preventivo e mai repressivo, furono subito tradotti, quando era ancora in vita, in diverse lingue.

Sfide, Riconoscimenti e l'Eredità

Persecuzioni e Mediazioni

Tanto impegno cattolico spirituale, pastorale e sociale unito all’incondizionata fedeltà al Papa, ai tempi del governo liberale e massonico, non poterono che procurare al fondatore dei salesiani inimicizie, persecuzioni e attacchi. Tuttavia, tanta fu la stima che si guadagnò nell’opinione pubblica per la sua opera educativa che in più di un’occasione fu scelto come mediatore tra Stato e Santa Sede. La Chiesa del Sacro Cuore a Roma, costruita su invito di papa Leone XIII e realizzata con il sostegno della Provvidenza, divenne luogo di spiritualità e riscatto sociale per innumerevoli giovani.

La Canonizzazione e il Riconoscimento Postumo

Don Bosco si dedicò alla sua missione fino alla morte, sopraggiunta il 31 gennaio 1888 a Torino. Fu papa Pio XI a beatificarlo nel 1929 e a canonizzarlo nel 1934. San Giovanni Paolo II, nel centenario della dipartita, lo ha dichiarato “padre e maestro della gioventù”.

Il Messaggio Eterna di Don Bosco

La Figura di Don Bosco nell'Arte e nella Tradizione

Don Bosco è spesso ritratto con la talare e il tricorno, gli abiti sacerdotali che lo distinguono, oppure circondato dai suoi ragazzi, in atteggiamento protettivo e affettuoso. Un elemento ricorrente è il pergolato fiorito con rose e spine, che richiama un sogno in cui don Bosco si vedeva insieme ai ragazzi in un giardino fiorito: simbolo di gioia, crescita e delle difficoltà della vita. Nei ritratti possono apparire anche libri, pergamene o strumenti educativi, a ricordare il suo impegno nello studio e nell’educazione.

Ritratto di San Giovanni Bosco circondato dai suoi ragazzi in un oratorio

Il "Panino di Don Bosco": Un Simbolo di Carità

Il 31 gennaio, giorno dedicato a San Giovanni Bosco, è tradizione consumare, soprattutto negli oratori salesiani, il cosiddetto “Panino di Don Bosco”. Questa merenda semplice, solitamente farcita con salame o mortadella, non è solo un momento conviviale, ma porta con sé un forte significato simbolico: ricorda la cura e l’attenzione che don Bosco dedicava ai ragazzi più fragili e poveri della Torino del XIX secolo, molti dei quali vivevano in strada e soffrivano la fame. La preparazione e la distribuzione del panino negli oratori non è solo un gesto gastronomico, ma un’occasione educativa: i ragazzi imparano a condividere, a sentirsi parte di una comunità e a ricordare l’importanza di chi si prende cura degli altri.

Un Comunicatore Ante Litteram: Il Bollettino Salesiano

Don Bosco fu un grandissimo comunicatore e, in molti aspetti, un precursore dei moderni giornalisti. Fin da giovane comprese l’importanza di informare e educare i ragazzi anche attraverso la stampa, anticipando strumenti che oggi diamo per scontati. La sua capacità di usare le parole per diffondere valori, educazione e fede lo rese unico nel suo tempo. Una delle sue creazioni più originali fu il Bollettino Salesiano, fondato nell’agosto del 1877. Nato come strumento di informazione per i ragazzi e per i benefattori, il Bollettino aveva lo scopo di raccontare le attività dell’oratorio e delle opere salesiane, di educare alla virtù e di sostenere la diffusione del messaggio cristiano in modo semplice e accessibile. Ancora oggi è diffusissimo e distribuito in tutto il mondo, mantenendo viva la missione educativa del suo fondatore.

L'Attualità del Suo Insegnamento

Innumerevoli ancora i giovani che si mettono alla sua scuola. A loro don Bosco ricorda che “l'essere buono non consiste nel non commettere mancanze, ma nell’aver volontà di emendarsi”. Una strada di santificazione che, per dirla con san Domenico Savio, suo allievo, consiste “nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei doveri”. Don Bosco invitava i suoi ragazzi a non dimenticare mai tre cose: “devozione al Santissimo Sacramento, devozione a Maria Ausiliatrice e devozione al Santo Padre!”.

Oggi, molti giovani si sentono persi, ansiosi o soli, portando nel cuore ferite silenziose: smarrimento, ansia, solitudine, chiusura nelle nuove tecnologie. Non cercano prima di tutto risposte, ma una presenza che sappia ascoltarli e voler loro bene davvero. Occorre avvicinarli con bontà, senza fretta, facendo sentire loro che sono attesi, che il loro nome è conosciuto e che la loro vita conta. Un giovane che si sente amato ritrova il coraggio di credere in sé stesso e nel futuro.

Per formare buoni cristiani e onesti cittadini, occorre educare tutta la persona, non solo l’intelligenza, ma soprattutto il cuore. Tra le virtù civili, oggi sono particolarmente urgenti l’onestà, il senso di responsabilità e il rispetto del bene comune. È importante insegnare ai giovani a essere leali, a mantenere la parola data, a lavorare con impegno e a non approfittarsi degli altri: da queste piccole fedeltà nasce una società più giusta. È altrettanto importante educare alla solidarietà e alla partecipazione: nessuno è chiamato a vivere solo per sé. Un giovane che impara a prendersi cura degli altri diventa un cittadino capace di costruire, non di distruggere. Tra le virtù spirituali, sono fondamentali la fiducia in Dio, la speranza e la carità. Senza una vita interiore, la fede si indebolisce e anche l’impegno civile perde anima. Infine, coltivare la gioia e la purezza del cuore, poiché la santità non è tristezza, ma pienezza di vita.

I sogni hanno guidato il suo cammino spirituale e le scelte della vita. Ai ragazzi direbbe di non aver paura dei propri sogni: Dio parla spesso al cuore quando l’anima è in silenzio. I sogni veri non allontanano dalla realtà, ma aiutano a viverla meglio. Chi desidera discernere la propria strada impari prima di tutto ad ascoltare: faccia spazio al silenzio, alla preghiera semplice e alla riflessione quotidiana. Un cuore agitato fatica a riconoscere la voce di Dio. E poi, non camminare da soli. I sogni hanno bisogno di essere confrontati con una persona saggia e di fede, capace di aiutare a distinguere ciò che viene dal bene da ciò che nasce solo dal desiderio o dalla paura. Un sogno che viene da Dio porta pace, desiderio di fare il bene, amore per gli altri e fedeltà ai doveri di ogni giorno.

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