La novella nota come "La badessa e le brache" (Decameron, IX giornata, novella 2) è un capolavoro di comicità erotica di Giovanni Boccaccio, narrata da Elissa sotto il tema libero proposto da Emilia per la nona giornata: scegliere di quello che di più gli aggrada. Elissa celebra la felicità dei sensi difesa con l’astuzia, dimostrando come gli stimoli della carne siano impossibili da reprimere, anche per chi vive in un contesto di apparente santità. La novella ruota intorno al personaggio di Isabetta, una giovane monaca, e alla badessa, madonna Usimbalda, inizialmente considerata dalle altre monache la più buona e santa di tutte.

La Trama della Novella
L'Amore Nascosto di Isabetta
In un famosissimo monastero in Lombardia, noto per la santità e dedizione delle sue monache, viveva una giovane monaca di sangue nobile e di straordinaria bellezza, di nome Isabetta. Un giorno, affacciandosi alla grata del parlatorio per vedere un suo parente, Isabetta conobbe un bellissimo giovane che lo accompagnava e se ne innamorò, ricambiata. Anche il giovane, vedendola bellissima, concepì con gli occhi il suo desiderio e similmente si accese di lei. Per lungo tempo i due si consumarono d’amore separatamente, sostenendo questo amore senza frutto e con grande pena di ciascuno.
Essendone ciascun sollecitato, il giovane trovò una via per poter andare alla sua monaca occultissimamente, e Isabetta acconsentì. Fu così che, con grande piacere di entrambi, il giovane la visitò non una volta ma molte, e i due furono molto felici di aver trovato il modo di vivere il loro amore segreto nelle stanze della ragazza.
La Scoperta e la Denuncia
La continuazione di questi incontri clandestini portò a una svolta. Una notte, il giovane fu visto da una delle altre monache mentre si separava dall'Isabetta e se ne andava, senza che né lui né lei se ne avvedessero. La monaca riferì subito la cosa ad alcune compagne, e tutte furono d’accordo sulla necessità di denunciare il fattaccio alla badessa, madonna Usimbalda, donna buona e santa secondo l'opinione delle monache e di chiunque la conoscesse.
Le consorelle decisero di attendere il momento opportuno per cogliere Isabetta sul fatto, in modo che la negazione non avesse luogo. Per questo, si divisero le veglie e le guardie segretamente, spiandola. Isabetta, non sospettando nulla e non sapendone alcuna cosa, si accordò con l’amante per un incontro in una delle notti seguenti. Le consorelle che badavano a ciò seppero quando il giovane entrò nella stanza. Quando sembrò loro giunto il momento più adatto, essendo già buona pezza di notte, si divisero in due gruppi: una parte si mise a guardia dell’uscio della cella dell’Isabetta, l'altra andò correndo alla camera della badessa. Bussando all'uscio, dissero alla badessa che già rispondeva: «Su, madonna, levatevi tosto, ché noi abbiam trovato che l’Isabetta ha un giovane nella cella».
L'Errore della Badessa
Quella notte, anche la badessa era in compagnia di un prete, il quale ella spesse volte si faceva venire, nascosto in una cassa, nella propria stanza. Sentendo le parole delle monache e temendo che esse, per troppa fretta o troppo volonterose, sospingessero tanto l’uscio che egli s’aprisse, la badessa si levò subito. Al buio, si vestì come meglio poté e, credendo di prendere i certi veli piegati che le monache portano sul capo e chiamano il saltero, prese invece le brache del prete. Con tanta fretta, senza avvedersene, se le gettò in capo e uscì fuori, richiudendo rapidamente l’uscio dietro di sé, dicendo: «Dove è questa maledetta da Dio?».
Le monache, così focose e attente a dover far trovare in fallo l’Isabetta, non si avvederono di cosa la badessa avesse in capo. Usimbalda giunse all’uscio della cella di Isabetta e, aiutata dalle altre, lo spinse in terra. Entrate dentro, trovarono i due amanti abbracciati nel letto, i quali, storditi da così subito soprapprendimento, non sapendo che farsi, stettero fermi. La giovane fu incontanente presa dalle altre monache e, per comandamento della badessa, menata in capitolo. Il giovane rimase lì; e vestitosi, aspettava di veder che fine la cosa avesse, con intenzione di fare un mal giuoco a quante giunger ne potesse, se alla sua giovane nessuna novità fosse fatta, e di lei menarne con sé.
La Confrontazione e l'Astuzia di Isabetta
La badessa, postasi a sedere in capitolo, in presenza di tutte le monache le quali solamente alla colpevole riguardavano, incominciò a dirle la maggior villania che mai a femina fosse detta. Accusò Isabetta di aver contaminato la santità, l’onestà e la buona fama del monastero con le sue opere sconce e vituperevoli, se di fuori si sapesse; e dietro alla villania aggiunse gravissime minacce.
La giovane Isabetta, vergognosa e timida, sapendosi colpevole, teneva la testa bassa e stava in silenzio, mettendo di sé compassione nell’altre. Ma, mentre la badessa moltiplicava le sue novelle ingiurie, Isabetta alzò il viso e vide ciò che la badessa aveva in capo, e gli usolieri che di qua e di là pendevano. Di che ella, avvisando ciò che era, tutta rassicurata disse: «Madonna, se Iddio v’aiuti, annodatevi la cuffia, e poscia mi dite ciò che voi volete».
La badessa, che non la intendeva, rispose: «Che cuffia, rea femina? Ora hai tu viso di motteggiare? Parti egli aver fatta cosa che i motti ci abbian luogo?». Allora la giovane un’altra volta disse: «Madonna, io vi prego che voi v’annodiate la cuffia, poi dite a me ciò che vi piace».
Il Riconoscimento del Fallo e la Risoluzione
A quel punto, molte delle monache levarono il viso al capo della badessa, ed ella similmente ponendovisi le mani, si accorsero perché l’Isabetta così diceva. La badessa, avvedutasi del suo medesimo fallo e vedendo che da tutte veduto era né aveva ricoperta, mutò sermone. In tutta altra guisa che fatto non aveva cominciò a parlare, e concludendo venne impossibile essere il potersi dagli stimoli della carne difendere. Usimbalda non dimostra di essere la santa donna che si credeva, ma si configura senz’altro come un personaggio dinamico, poiché dopo aver rimproverato la giovane di aver compiuto azioni in contrasto con gli ideali conventuali, mostra comprensione dal momento che il peccato è prima di tutto il suo.
Perciò, chetamente, come infino a quel dì fatto s’era, disse che ciascuna si desse buon tempo quando potesse. E liberata la giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l’Isabetta col suo amante. Isabetta poté poi, molte volte, in dispetto di quelle che di lei avevano invidia, far venire il suo amante. Le altre che senza amante erano, come seppero il meglio, segretamente procacciarono la loro ventura.
Temi e Interpretazione della Novella
L'Eros e la Natura Umana
Questa novella, narrata da Elissa, è incentrata sul tema dell’eros e dell’impossibilità di reprimere gli istinti sessuali in quanto naturali, cosa che naturalmente vale anche per gli ecclesiastici. Boccaccio delinea la natura umana così com’è, trattandone gli aspetti migliori così come quelli che si cerca di allontanare. Il discorso rientra nella più ampia concezione dell’amore fisico che Boccaccio esprime nel Decameron, decisamente moderna e anticipatrice di molti aspetti che l’Umanesimo nel XV secolo farà propri.
L'Ironia e la Critica all'Ipocrisia
Il tono della novella è decisamente comico e la situazione è paradossale. La scena in cui la badessa, con le brache in testa di cui nessuno si accorge, accusa Isabetta di colpe che evidentemente sono anche sue, è emblematicamente ironica. Isabetta, accortasi del bizzarro abbigliamento della badessa, ricorre a un’astuzia per volgere la situazione a proprio vantaggio. È interessante la prontezza con cui Usimbalda, vistasi additata al pubblico ludibrio, cambia improvvisamente tenore al proprio discorso e fa proprio il punto di vista dell’autore, ammettendo che è “impossibile… il potersi dagli stimoli della carne difendere”. Le monache e la badessa sono nel torto, e il loro peccato è prima di tutto quello della badessa, che si rende conto di essere stata colta in fallo.
Questo racconto si inserisce nella polemica anti-ecclesiastica che attraversa largamente il libro di Boccaccio e accusa i religiosi di essere ipocriti e obbligati a regole che in realtà non possono rispettare. La novella celebra la felicità dei sensi difesa con l'astuzia e la comprensione della natura umana. L'epilogo, che vede sia Isabetta che la badessa tornare dai rispettivi amanti e le altre monache procurarsi la propria fortuna, sottolinea l'universalità di tali istinti.