Il tema del giuramento, e in particolare il precetto di non giurare affatto, riveste un’importanza fondamentale negli insegnamenti biblici, specialmente nel Nuovo Testamento. Questa direttiva non abolisce la Legge mosaica, ma ne approfondisce il senso, invitando a una veridicità radicale nel parlare.
L'Insegnamento di Gesù sul Giuramento
Gesù, nel suo sermone sul monte, ha affrontato il soggetto delle dichiarazioni giurate, dicendo: «Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non puoi rendere un capello bianco o nero». Invece, il parlare del credente deve essere semplicemente «Sì, sì», «No, no»; perché «il di più viene dal Maligno» (cfr. Mt 5,33-37).

Questo annuncio di Gesù rappresenta una rivelazione che estende la Legge, tracciando le linee guida basilari che lo Spirito Santo avrebbe poi sviluppato per la Chiesa. Egli non abolisce la Legge, ma la porta a compimento, portando a un significato più profondo dell'insegnamento. La frase chiave "Non giurare affatto" nel contesto cristiano si riferisce al divieto di pronunciare giuramenti in contesti banali. Il concetto sottolinea l'importanza di un linguaggio veritiero e integro in ogni circostanza, superando la necessità di giuramenti per confermare la propria onestà.
Il Contesto Storico e la Corruzione della Pratica del Giuramento
I Giudei che udirono Gesù sapevano che i loro antenati avevano udito molte cose della legge mosaica circa le dichiarazioni giurate. In alcune occasioni, il giuramento era obbligatorio (Esodo 22:10, 11; Numeri 5:21, 22), e la Parola di Dio dava risalto all’importanza di adempiere i voti (Numeri 30:2, 3; Deuteronomio 23:21-23; Ecclesiaste 5:4, 5).
Tuttavia, con il passare del tempo, i Giudei si abituarono a fare voti riguardo a una grande varietà di cose di ogni giorno. Ad esempio, gli antichi scritti rabbinici menzionano individui che facevano voto di non dormire, non parlare, non camminare o non avere rapporti sessuali con le loro mogli. Molti voti erano fatti con l’uso della parola "corban", che significa "un dono dedicato a Dio". Si credeva che pronunciando questa parola una persona potesse dichiarare proibite certe cose per sé o per altri, come lo erano i sacrifici del tempio.
Gesù stesso criticò aspramente i Farisei per questa pratica, dicendo: «Abilmente voi mettete da parte il comandamento di Dio per ritenere la vostra tradizione. Per esempio, Mosè disse: ‘Onora tuo padre e tua madre’, e ‘chi insulta il padre o la madre finisca nella morte’. Ma voi dite: ‘Se un uomo dice a suo padre o a sua madre: “Qualunque cosa io abbia mediante cui potresti ricever beneficio da me è corban (cioè un dono dedicato a Dio)”’, non gli lasciate fare più nessuna cosa per suo padre o sua madre, e così rendete la parola di Dio senza valore con la vostra tradizione che voi avete tramandata» (Marco 7:8-13).
Il modo di far voti si era pure corrotto. Invece di seguire gli esempi scritturali delle dichiarazioni giurate fatte nel nome di Dio, divenne popolare giurare "per il cielo", "per la terra", "per Gerusalemme" e perfino per la "testa" (o la vita) di un altro uomo (Deuteronomio 6:13; Daniele 12:7). Fra le autorità giudaiche c’era controversia sulla validità di molti voti fatti nel nome di tali cose create. Gesù mostrò che, siccome il cielo era "il trono di Dio", la terra "lo sgabello dei suoi piedi" e Gerusalemme "la città del gran Re", giurare per essi era la stessa cosa che fare un voto nel nome di Dio (Isaia 66:1; Salmo 48:2). Similmente, far voto per la "testa" o la vita di qualcuno era come fare il voto nel nome di Dio, poiché egli è l’Autore e il Sostenitore della vita, e nessun uomo ha controllo sulla propria vita nemmeno per 'far divenire un capello bianco o nero' (Salmo 139:13-16).
Il Caso di Iefte: Un Monito sul Voto Temerario
La pagina drammatica di Iefte e del suo voto, narrata nel Libro dei Giudici (Gdc 11,29-39a), offre un chiaro esempio del perché il Signore metta in guardia dal giurare affatto. Questo truce episodio si inquadra in un periodo di sincretismo religioso e venne conservato per sottolineare il valore del voto, in quanto impegno solenne preso con Dio e l’obbligo di mantenerlo, anche a costo di sacrifici.

Nella sua rielaborazione deuteronomista, la vicenda fu interpretata in chiave più interiore: fermo restando l’insegnamento base della necessità di adempiere ai voti fatti, vi si aggiunse la precisazione di non fare giuramenti a vanvera e sotto la pressione di circostanze contingenti, ma solo dopo un’opportuna riflessione e ricordando che solo Dio è padrone della vita. Questo fatto drammatico sottolinea che la parola data va mantenuta anche a grave costo, ma guai a darla con leggerezza, come Iefte. Se proprio si vuole fare un giuramento solenne suggellato con un sacrificio, è bene che questo riguardi solo noi, la nostra persona, e non trascini dentro a forza altri individui inconsapevoli.
Iefte, infatti, agisce in modo superstizioso, volendo offrire a Dio un sacrificio umano, come facevano i Cananei. In questo atteggiamento si cela un’immagine distorta di "dio", visto come un avido e pretenzioso detrattore, che non fa mai nulla gratis. Questa pagina così tragica ci urta, riflettendo una religiosità falsa e disumana. La Bibbia è sempre insegnamento di salvezza, anche attraverso vicende così dolorose, segnate dal peccato.
La tragedia di Iefte e il suo voto avventato
Veridicità della Parola e il "Di Più" che Viene dal Maligno
Gesù dichiara che l’uomo non deve giurare perché non è lecito e ne spiega i motivi: se abbiamo bisogno di giurare significa che ammettiamo che la verità - che è e non ha bisogno di rafforzativi - non la diciamo. Si giura perché si è intimamente coscienti della possibilità di dire il falso. La parola deve essere di per sé vera, mezzo di comunicazione e di comunione. Diversamente è falsa, mezzo di dominio e di divisione. La nostra parola non può chiamare a testimone Dio, ma deve testimoniare Dio. La verità ci farà liberi.
Dopo aver scoraggiato i giuramenti indiscriminati, Gesù dichiarò ancora: «La vostra parola Sì significhi Sì, il vostro No, No; poiché il di più è dal malvagio». A causa del prevalere delle menzogne e degli inganni, divenne popolare fare spesso giuramenti per rendere credibili le proprie espressioni. Tuttavia, Gesù mostrò che nella vita di ogni giorno un semplice Sì o No doveva essere del tutto degno di fiducia senza dover sostenere ulteriormente quello che si diceva per mezzo di dichiarazioni giurate. Quelli che si sentono obbligati a fare giuramenti di continuo, rivelano di essere basilarmente indegni di fiducia, manifestando lo spirito del "malvagio", Satana il Diavolo, che la Bibbia chiama "padre della menzogna" (Giovanni 8:44; Giacomo 3:14, 15).
Il maligno è menzogna, e la menzogna spesso ha bisogno di molte parole per confondere e persuadere. L’imbroglione è sempre un abile comunicatore che cerca di avere in mano l’altro dicendo il minimo di sé, possibilmente niente. La lingua è come il timone, ci dice San Giacomo (3,5), governa la barca. La parola ascoltata e detta è il principio della vita dell’uomo: con essa capisce, interpreta e trasforma la realtà. Se è comunicativa, vera e liberante, è divina: ci unisce ai fratelli e ci fa figli di Dio.
Paolo, parlando di credenti di Efeso, suggerisce un modo naturale di relazione: «Bando alla menzogna e dite ciascuno la verità al suo prossimo, perché siamo membri gli uni degli altri» (Efesini 4:25). Giacomo stesso, probabilmente pensando alle parole di Gesù, scrive: «Soprattutto, fratelli miei, non giurate né per il cielo, né per la terra e non fate alcun altro giuramento. Ma il vostro «sì» sia sì e il vostro «no» no per non incorrere nella condanna» (Giacomo 5:12).
Giuramenti e Voti nella Tradizione Cristiana
Gesù non intendeva abolire tutti i giuramenti e i voti. La legge di Dio che comandava di giurare in certe occasioni era ancora in vigore (Galati 4:4). Gesù stesso, quando era sotto processo davanti al sommo sacerdote, non obiettò all’essere posto sotto giuramento (Matteo 26:63, 64). Le dichiarazioni giurate menzionate favorevolmente nella Bibbia riguardavano sempre questioni di grande importanza, come decisioni relative alla vera adorazione, stipulare patti e testimoniare in udienze giudiziarie (Genesi 24:2-4, 9; 31:44, 50, 53; Esodo 22:10, 11).
Infatti, il Nuovo Testamento contiene diversi esempi di giuramenti da Paolo (Romani 1:9; 2 Corinzi 1:23; Galati 1:20; Filippesi 1:8; 1 Tessalonicesi 2:5, 10), da un angelo (Apocalisse 10:5-6), ed anche forse da Gesù stesso (Matteo 26:63-64). È scritto che anche Dio giura (Luca 1:73; Atti 2:30; Ebrei 6:13). Seguendo San Paolo, la Tradizione della Chiesa ha inteso che la parola di Gesù non si oppone al giuramento, allorché viene fatto per un motivo grave e giusto (per esempio davanti a un tribunale), come espresso anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica.
L'espressione "Non giurare affatto" nel Cristianesimo si riferisce al divieto di Gesù di pronunciare giuramenti di qualsiasi tipo. Questo non implica l'impossibilità di giurare in occasioni solenni o davanti all'autorità, ma piuttosto l'astensione da giuramenti in situazioni banali. In altre parole, Gesù e Giacomo intendono un divieto di usare un giuramento per dare l'impressione della verità, invece di essere persone veritiere di cui basta la parola. Tuttavia, se altri ci chiedono un giuramento (come in un tribunale), lo si potrebbe fare, non per rendere le nostre parole più veritiere, ma per soddisfare gli altri.
Il Concetto di "Voto" e la Relazione con Dio
Un altro tema, neppure tanto nascosto nelle parole di Gesù sul giuramento, è quello verso il Signore. Il principio del "Non giurare affatto" si estende anche all’azione del "fare un voto", tanto cara a molti, rientrando nelle categorie del "di più, che viene al maligno". Quello del "voto" può trasformarsi in un sistema perverso in cui un essere umano chiede un favore a Dio credendo di poterlo barattare con un atto per ringraziarlo di un favore eventualmente ottenuto. Ci si chiede: l’apostolo Paolo non scrisse forse «In Cristo ho tutto pienamente»? Gesù stesso, nell’occasione di questo sermone, non disse forse «Cercate prima il Regno di Dio, e tutte le altre cose vi saranno sopraggiunte»? Non basta la preghiera, quando sappiamo che il Padre sa già quello che gli chiederemo? Può essere accolta una preghiera il cui senso sia il baratto, vale a dire «io do una cosa a te se tu dai una cosa a me»?
Con il "voto" si offre a Dio qualcosa, solitamente di "buono" che costa fatica e che non si farebbe altrimenti. Questo può essere considerato un comportamento legittimo, o piuttosto è una presa in giro di un Dio che non ha bisogno dei nostri baratti, ma desidera un cuore sincero e una parola vera.