La santità è da sempre considerata la meta più elevata di ogni vita cristiana, l'obiettivo ultimo di tutti i battezzati: lasciarsi contagiare dalla Santità di Dio-Amore per raggiungere la pienezza. Tuttavia, nella cultura moderna, il concetto di santità ha spesso acquisito un significato ambiguo o persino negativo, talvolta percepito come sinonimo di mancanza di umanità o di comportamenti eccentrici. Questa percezione è in parte dovuta a una certa agiografia del passato che, pur ben intenzionata, ha trasformato i santi in figure irraggiungibili ed eroi unici, estraniandoli dall'esperienza umana comune.
D'altra parte, una visione secolarizzata ha cercato di eliminare la dimensione religiosa dalla vita umana, esagerando e ridicolizzando gli aspetti più "scioccanti" dei santi per farne una caricatura. Nonostante ciò, la gente continua a essere attratta dai santi, come dimostra l'enorme risposta popolare attorno a figure come Padre Pio o Madre Teresa di Calcutta. Questo accade perché i santi, aprendosi all'azione di Dio, irradiano la luce e il "profumo del divino", diventando fuochi luminosi nell'oscurità e attirando le persone come "nuvole di falene intorno a un lampione in una notte di primavera".

Sant'Ireneo di Lione: Ponte di Unità e Dottore della Chiesa
Un esempio significativo di santità, profondamente legato al tema dell'unità e della verità, è Sant'Ireneo di Lione. Nato probabilmente a Smirne (nell'attuale Turchia) tra il 130 e il 140, Ireneo trascorse i suoi anni giovanili in Oriente. Fu discepolo di San Policarpo, il quale a sua volta era stato formato alla scuola degli Apostoli, in particolare da San Giovanni, apostolo ed evangelista. Insieme alla formazione religiosa, Sant'Ireneo acquisì una solida cultura classica e filosofica.
Nel 177, l'anziano Vescovo di Lione Potino incaricò Ireneo di recarsi a Roma per consegnare a Papa Eleuterio alcune lettere sulla difficile situazione della Chiesa lionese, allora minacciata dalla persecuzione dell'Imperatore Marco Aurelio e dalle infiltrazioni eterodosse dei discepoli di Montano. Questo viaggio salvò Ireneo dalla persecuzione che colpì Lione, causando quarantotto vittime, incluso il Vescovo Potino, morto di maltrattamenti in carcere. Ireneo morì nel 202, anche se il suo martirio non è del tutto certo.

L'Eredità Teologica di Sant'Ireneo
Sant'Ireneo fu innanzitutto un uomo di fede e un Pastore, caratterizzato dal senso della misura, dalla ricchezza della dottrina e dall'ardore missionario. Due delle sue opere maggiori sono giunte fino a noi: Smascheramento e confutazione della falsa gnosi, meglio conosciuta come Adversus Haereses, e la Dimostrazione della predicazione apostolica, riscoperta tra il 570 e il 590. Quest'ultima è un catechismo che presenta la fede cattolica in modo divulgativo. Molte altre sue opere, come lettere e trattati su vari argomenti, sono purtroppo andate perdute.
Il desiderio di tutelare l'unità della Chiesa e l'amore per la Verità sono i pilastri dell'opera pastorale e teologica di Sant'Ireneo. Egli non si limitò a una semplice confutazione delle dottrine gnostiche, ma propose un'esposizione sistematica delle verità di fede. Visse la diversità di due mondi, asiatico e occidentale, come una "composizione delle differenze nell'unicità della fede", ancorata alla dottrina della Chiesa, guidata dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione apostolica. Convinto che l'unità della fede fosse una convergenza dinamica, elaborò un metodo teologico che promuoveva l'unità evitando le giustapposizioni (aut - aut) e favorendo le dinamiche unitive (et - et). Fondamentale per il suo pensiero fu il principio della ricapitolazione, secondo cui "Ireneo vede tutta la storia compendiata in Cristo, che è l'essere perfetto, bontà e verità. Per Ireneo la storia salvifica, il passato, il presente e il futuro è in tutta la Bibbia." Egli fu "il primo autore che espresse in termini dogmatici l’insieme della dottrina cristiana".
Sant'Ireneo, Dottore dell'Unità
Nel corso dei secoli, a Sant'Ireneo fu spesso attribuito il titolo di Dottore della Chiesa, come testimoniato da un sinassario armeno del XIII secolo e da un messale del 1737 che lo definiva "Docteur de l'église éminent". Negli anni più recenti, anche a ridosso del Concilio Vaticano II, la qualifica di "Docteur" gli è stata comunemente riconosciuta in documenti ufficiali della Chiesa lionese.
Il 28 giugno 2017, il Card. Philippe Barbarin, Arcivescovo di Lione, chiese a Papa Francesco che Sant'Ireneo fosse insignito ufficialmente del titolo di Dottore della Chiesa universale. Numerosi esponenti della Gerarchia Ecclesiastica e di Istituzioni culturali hanno sostenuto questa richiesta con petizioni simili. Accogliendo tali appelli, il 21 gennaio 2022, Papa Francesco ha dichiarato Sant'Ireneo Dottore della Chiesa con il titolo di Doctor Unitatis (Dottore dell'Unità). Il Pontefice ha sottolineato come Ireneo, "venuto dall’Oriente e [che] ha esercitato il suo ministero episcopale in Occidente", sia stato un grande ponte spirituale e teologico tra cristiani orientali e occidentali. Il suo stesso nome, Ireneo, porta impressa la parola pace (dalla radice greca eirenaios, "pacifico", "pacificatore"), un concetto di pace inteso come riconciliazione e reintegrazione nell'unità, essenziale in un tempo di divisioni e conflitti.
Chi è Ireneo di Lione? Una breve introduzione
La Santità nella Cultura Secolarizzata: L'Umano in Discussione
La cultura contemporanea, in particolare in Occidente, è spesso caratterizzata da un fenomeno di "scristianizzazione" e da una profonda messa in discussione della consistenza stessa dell'umano e dell'esistenza dell'io. Un brano di Philip Roth lo documenta in modo impressionante: egli descrive l'io non come una realtà stabile, ma come "una varietà di interpretazioni in cui posso produrmi, [...] un'intera troupe di attori che ho interiorizzato". Questo porta a non porsi più neppure la domanda fondamentale su cosa sia l'io, talvolta considerandola "inutile".
In questo contesto, la santità non può più essere vista come un supplemento eccezionale di un umano dato per acquisito, ma è chiamata a dimostrare che l'umanità in quanto tale è possibile, che l'io esiste in modo differente da come esistono altri esseri o oggetti e ha una destinazione infinita. Come afferma Don Luigi Giussani, "il santo è un uomo. ...il santo non è un superuomo, il santo è un uomo vero". La santità, dunque, è la piena realizzazione dell'umanità di ogni singola persona, non la sua repressione o sublimazione. I primi cristiani, chiamandosi "santi", indicavano una separatezza dalle logiche mondane dovuta all'elezione di Dio, ma anche il compimento in Cristo delle aspirazioni umane. Significativa è l'affermazione del retore Mario Vittorino: "Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo".
Il Volto dell'Io nell'Epoca Attuale
Il problema posto dalla santità oggi è squisitamente antropologico. Il cristiano, chiamato alla santità, deve mostrare che l'umanità è possibile e che l'io non è pura finzione. La mentalità attuale tende a considerare l'io come un "prodotto" artificiale, piuttosto che un "dato" ricevuto da un'alterità misteriosa. Ma se l'io è un mero prodotto di antecedenti biologici, sociali e culturali, viene meno il tema della sua inalienabile unicità, della sua incoercibile libertà e della sua "verità".
L'io è, inoltre, un'insopprimibile esigenza di significato e di completezza che trascende la soddisfazione momentanea, un rapporto con l'infinito. L'uomo è un'inesauribile tensione al vero, al bello, al giusto, alla felicità, con un "cuore" che desidera. Il santo oggi è chiamato a "salvare" questa grandezza dell'io, documentandola come possibile. Come osserva Ol'ga Sedakova, "incontrando questo sguardo [di santità] ci vediamo visti fin nel profondo, e questo non fa alcuna paura, [...] questo sguardo ci colma sconfinatamente di gioia e di vigore; là, nel profondo di noi, appare visibile qualcosa che è possibile amare, che è cosa buona". I santi vedono in noi la "creatura divina" e ci fanno sentire "al centro del mondo", percependo che "la morte è vinta e niente perisce".

La Vocazione Universale alla Santità nel Concilio Vaticano II
Il Concilio Ecumenico Vaticano II, in particolare con la Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, ha offerto una profonda riflessione sul tema della santità. Superando ogni eccezionalità e specializzazione per categoria, il capitolo V della Lumen Gentium proclama l'«Universale vocazione comune alla santità nella Chiesa». Tutti i seguaci di Cristo, "giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi". Essi sono chiamati a "mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto", tendendo alla "pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità".
Il cardinale Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, ha chiarito che, secondo il documento conciliare, la santità "non è mai santità individuale, ma sempre santità ecclesiale, che incide sulla vita della Chiesa e si riverbera come santità per tutti". Il Concilio ha dunque spogliato "la nozione di santità da ogni forma di individualismo" donando "a ogni santità personale il carattere della ecclesialità", intesa come comunione dove si armonizzano il personale e il comunitario. La Chiesa è "indefettibilmente santa", e perciò "tutti nella Chiesa... sono chiamati alla santità", la quale "si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli" e "si esprime in varie forme in ciascuno".
Questo magistero è stato ripreso dagli ultimi Papi. Papa Francesco, nell'Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate, ha ribadito che "per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi", ma che "tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno". La santità è "il frutto dello Spirito Santo" e nella Chiesa, "santa e composta da peccatori", si trova tutto ciò che serve per crescere verso di essa. Anche Giovanni Paolo II, nella Novo Millennio Ineunte, ha precisato che l'ideale di perfezione "non va equivocato come se implicasse una sorta di vita straordinaria, praticabile solo da alcuni 'geni' della santità", sottolineando che "le vie della santità sono molteplici, e adatte alla vocazione di ciascuno".

La Santità Canonizzata: Modelli e Obiettivi
A proposito della santità canonizzata, il cardinale Semeraro ha specificato che lo scopo della Chiesa, "mediante l'autorità del Papa", è offrire "all'imitazione dei fedeli, alla loro venerazione e invocazione quegli uomini e quelle donne" giudicati "insigni per lo splendore della carità e di tutte le altre virtù evangeliche". Ciò solleva l'interrogativo sulla relazione tra la chiamata universale alla santità e la dichiarazione ufficiale della Chiesa nelle beatificazioni e canonizzazioni.
Romano Guardini, nel volume Il Signore, descrive la santità come effetto dell'ingresso di Cristo nella vita del credente. Nella prima epoca cristiana, "santo" era semplicemente "uno per il quale, in Cristo e a motivo di Cristo, tutto è diventato nuovo". Sebbene "diventare cristiani e vivere come tali nel primo periodo era già di per sé qualcosa di straordinario", la storia della santità ha visto evolversi i modelli: dai martiri che offrivano la vita in forma cruenta, ai monaci che sceglievano il deserto in reazione alla "mondanizzazione" del cristianesimo, acquisendo già "la fisionomia della eccezionalità e della 'eroicità'". Successivamente, con l'integrazione della fede nel sistema socio-politico, emersero "santi messaggeri della fede, guide della Chiesa, penitenti e oranti, maestri della conoscenza". Guardini evidenzia come allora si iniziò a sottolineare la dimensione "eroica" nell'esercizio delle virtù, per cui "il 'santo' è il perfetto: l'uomo come Dio lo vuole".
Oggi, tuttavia, si assiste a un cambiamento d'epoca, e "la figura del santo comincia ad avere la nostalgia delle origini", cercando di superare la contrapposizione tra ordinarietà e straordinarietà per riscoprire la santità come la "stoffa della vita cristiana", accessibile a tutti e capace di far rinascere l'umano distrutto dalla mentalità dominante.
Martirio e Verginità: Espressioni Radicali dell'Amore
Tra i modelli di "io" che più acutamente possono richiamare l'uomo dimentico della propria dignità, la Lumen Gentium individua il martire e il vergine. Il martirio, attraverso il quale il discepolo si rende simile al suo Maestro che liberamente accetta la morte per la salvezza del mondo, è stimato dalla Chiesa come un dono insigne d'amore, in cui si manifesta la massima testimonianza. Similmente, la verginità consacrata è un segno eloquente dell'amore esclusivo per Cristo e del Regno futuro.