Il Mistero delle Ossa nella Nunziatura Vaticana: Una Scoperta Archeologica a Roma

Il Ritrovamento e l'Avvio delle Indagini

La vicenda che ha catturato l'attenzione mediatica ha avuto inizio il 30 ottobre, quando alcuni operai di una ditta incaricata per lavori di ristrutturazione nell'edificio di via Po, sede della Nunziatura Apostolica, hanno notato resti ossei appena sotto un pavimento di una dependance. Il complesso, situato in via Po 27 a Roma, si estende in uno spazio racchiuso tra via Po, via Salaria, via Iacopo Peri e via Giulio Caccini.

Il Corpo della Gendarmeria Vaticana è stato avvisato e ha prontamente informato i superiori della Santa Sede, i quali a loro volta hanno contattato le autorità italiane e il Procuratore Capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Nel pomeriggio del 26 ottobre 2018, il Comando della Gendarmeria vaticana aveva ricevuto una richiesta di intervento presso la Nunziatura Apostolica in Italia, su sollecitazione del sottosegretario, monsignor Giuseppe Russo, dall'ingegner Mauro Villarini, capo ufficio dell’APSA.

Durante i lavori di rifacimento della pavimentazione in un locale del seminterrato dell'abitazione del portiere, facente parte del complesso di Villa Giorgina, gli operai avevano ritrovato uno scheletro e altri frammenti di ossa murati. Erano presenti il nunzio apostolico Paul Tscherrig, i due consiglieri di nunziatura e l'architetto Annalisa Zilli, dipendente dell’APSA, che supervisionava i lavori. Il comandante dei gendarmi, Domenico Giani, aveva subito inviato i suoi uomini.

In accordo con i superiori della Segreteria di Stato, il comandante dei gendarmi quello stesso pomeriggio ha fatto intervenire il professor Giovanni Arcudi, uno dei maggiori esperti di antropologia forense e professore di Medicina legale all’Università Tor Vergata, già collaboratore del Corpo della Gendarmeria vaticana. La Polizia Scientifica ha effettuato una serie di sopralluoghi recuperando i resti, sui quali sono state avviate le procedure per cercare di identificarne il sesso e l’epoca del decesso. I locali interessati sono stati posti sotto sequestro e l’intero appartamento sigillato. Veniva inoltre chiesto l’intervento della Polizia Scientifica e della Squadra Mobile della Questura di Roma, che eseguivano un primo sopralluogo tecnico. Il Pm ha disposto che tutto il materiale rinvenuto (lo scheletro e i frammenti ossei) venisse repertato e custodito nella Direzione Anticrimine della Polizia di Stato.

Foto della Nunziatura Apostolica in Via Po a Roma

Speculazioni e Collegamenti con Casi Irrisolti

Il ritrovamento delle ossa ha immediatamente riacceso i riflettori sul caso di Emanuela Orlandi, la quindicenne cittadina vaticana scomparsa nel giugno 1983, e su quello di Mirella Gregori, coetanea scomparsa a maggio dello stesso anno. La stampa ha rapidamente collegato la scoperta a questi casi irrisolti, anche a causa della posizione extraterritoriale della Nunziatura.

Inizialmente, le prime indiscrezioni facevano credere che le ossa rinvenute potessero essere compatibili con quelle di un'adolescente, un'età che corrisponderebbe a quella di Orlandi e Gregori al momento della scomparsa. Questa prossimità ha generato un "abbaglio giornalistico" che per qualche giorno ha trasformato le "povere ossa innominate" nei resti delle due ragazze.

Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ha commentato gli eventi, affermando di voler aspettare i risultati definitivi dell'esame genetico con il DNA, che può "dare la certezza sulla datazione". Ha avuto incontri con gli inquirenti a piazzale Clodio e ha nominato un consulente per una eventuale comparazione del DNA. Anche la sorella di Mirella Gregori, Maria Antonietta, ha espresso la speranza che le ossa potessero appartenere a sua sorella, per poter finalmente "mettere una parola fine a questa vicenda" e avere "un luogo dove andare a piangere e portare un fiore". Ha anche ricordato che gli inquirenti avevano già il DNA della famiglia, prelevato durante verifiche su alcune ossa rinvenute nella basilica di Sant'Apollinare.

Il Vaticano, nella persona del Promotore di Giustizia Prof. Gian Piero Milano, ha annunciato l'apertura di una nuova inchiesta per fare chiarezza sul destino di Emanuela Orlandi. Tuttavia, Pietro Orlandi ha dichiarato sui suoi social che non erano stati ufficialmente informati di tale apertura, ma avevano consegnato alla Segreteria di Stato e al Promotore di Giustizia Milano "denuncia e varie istanze perché aprano un’inchiesta interna".

Tra le varie ipotesi, è spuntata anche quella che i resti potessero appartenere alla moglie di un custode di Villa Giorgina, scomparsa in circostanze mai chiarite negli anni Sessanta. La stampa ha inoltre riportato, in modo errato, che Don Pietro Vergari, coinvolto nelle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e poi scagionato, avesse lavorato per la Nunziatura Apostolica, facendo confusione con la Penitenziaria Apostolica.

Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, il mistero delle ossa nella Nunziatura vaticana

La Nunziatura Apostolica: Storia di Villa Giorgina

Il complesso della Nunziatura Apostolica in Italia, situato in via Po 27 nel quartiere Pinciano di Roma, è noto anche come Villa Giorgina o ex Villa Levi. L'edificio venne costruito nel 1920 e il primo proprietario fu l'industriale torinese e senatore del Regno, Isaia Levi. Egli volle intitolare la villa alla figlia, Giorgina Levi, che morì diciottenne a Parigi.

Isaia Levi, ebreo convertitosi al cattolicesimo, nel 1949 lasciò in eredità la sua residenza romana a Papa Pio XII, in segno di riconoscenza per l'aiuto ricevuto negli anni delle persecuzioni razziali e dell’occupazione nazista della capitale. Andreotti ricorderà come nel ‘43 fosse aperta una mensa solidale sostenuta dalla Santa Sede nei vasti sotterranei del palazzo. Dieci anni dopo, nel 1959, Papa Giovanni XXIII decise di spostare in questo luogo gli uffici della Nunziatura della Santa Sede in Italia, che dal 1929 fino a quel momento aveva avuto sede in una villa di via Nomentana.

L'edificio della portineria di Villa Giorgina, separato dal corpo centrale sede della residenza del nunzio apostolico e degli uffici, è composto da un appartamento che si sviluppa al piano terra e nel piano seminterrato. È nel primo di due locali di servizio del seminterrato, incassati nel muro in corrispondenza della finestra che si affaccia su via Po, che gli operai hanno ritrovato i resti umani.

Storicamente, l'area in cui si trova la Nunziatura Apostolica, compresa tra via Pinciana (l’Antica Via Salaria Vetus) e Via Salaria (la Salaria Nova), si trova immediatamente fuori il tracciato delle Mura Aureliane ed è percorsa da una via consolare, il che significa che era un luogo dedicato alle aree sepolcrali. Già negli anni Venti, durante i lavori di scavo per le fondamenta e per la realizzazione del muro di cinta del complesso, era stato rinvenuto materiale relativo a sepolture antiche.

Mappa storica dell'area di Villa Giorgina con indicazione della necropoli romana

Gli Accertamenti Scientifici e le Rivelazioni Archeologiche

Dopo l'intervento iniziale, la Scientifica ha proseguito con accertamenti più approfonditi. Da una prima analisi morfologica, il professor Arcudi aveva ritenuto impossibile stabilire il sesso dei resti ritrovati sotto il pavimento, specificando la necessità di tecniche specialistiche di dissepoltura per lo scheletro incassato nel muro. Le condizioni dei reperti erano "pessime", e la possibilità di estrapolare il DNA era incerta, con un rischio di "risultato zero" in caso di "DNA totalmente deteriorato".

Nel frattempo, la Gendarmeria vaticana ha chiesto il parere del professor Giandomenico Spinola, responsabile del Reparto di Antichità Greche e Romane dei Musei Vaticani. Spinola, sulla base di un'abbondante documentazione, ha evidenziato come Villa Giorgina sorgesse nell'area di una necropoli della fine dell'era repubblicana e della prima età imperiale romana, una zona ad alta densità di sepolcreti.

Gli accertamenti decisivi, condotti dalla Polizia Scientifica con la datazione al carbonio, hanno fatto risalire i reperti ossei a un arco temporale compreso tra il 90 e il 230 dell’era cristiana. Questa conclusione ha smentito le prime speculazioni: lo scheletro è risultato essere di un uomo, e le ossa erano "sicuramente antecedenti al 1964".

Il processo di estrazione del DNA da matrici ossee è complesso e delicato: richiede la pulizia dell'osso per eliminare contaminazioni, l'abrasione degli strati superficiali, la frantumazione e la polverizzazione, tutti passaggi in cui le temperature possono alterare o degradare il DNA. Successivamente si procede all'estrazione con resine e reagenti chimici, poi alla quantificazione e tipizzazione. I tempi per ottenere un profilo genetico sono di circa sette-dieci giorni, con ulteriori giorni per la comparazione. Tuttavia, la possibilità di successo dipende dalle condizioni di conservazione dell'osso, e se il DNA è completamente degradato, "non c’è nulla che si possa fare".

Schema del processo di datazione al carbonio

Chiusura del Caso e Riflessioni Finali

Visto l'esito delle indagini archeologiche e scientifiche, il Pubblico Ministero ha formulato richiesta di archiviazione per il procedimento aperto contro ignoti con l'ipotesi di omicidio. Le ossa, risalenti all'era romana imperiale e appartenenti a un uomo, hanno chiarito la natura del ritrovamento: un "banale ritrovamento archeologico" in un'area notoriamente ricca di antiche sepolture.

Questo epilogo ha portato a una riflessione critica sulla frenesia mediatica che ha circondato la scoperta, definita da alcuni come un "polverone mediatico inutile e dannoso". Si è sottolineato come la storia millenaria di Roma renda frequenti tali ritrovamenti, e come in un'area come quella della Nunziatura, basta "smuovere un po’ la terra ed esce di tutto". Il Progetto SITAR, della Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, che permette di consultare la bibliografia archeologica dell'area, avrebbe potuto offrire un riscontro immediato, evidenziando ad esempio il ritrovamento di resti di un mausoleo in blocchi di tufo nei primi del ‘900 proprio sotto l'edificio della Nunziatura.

Pertanto, quello che inizialmente era stato amplificato dai media come un "mistero" o un possibile "complotto" legato a tragici casi di cronaca, si è rivelato essere un frammento della complessa e millenaria storia di Roma. La trasparenza e la collaborazione tra la Santa Sede e le autorità italiane hanno permesso di fare piena luce sulla vicenda, confermando la natura archeologica della scoperta.

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