La Liturgia odierna ci presenta il campo da gioco in cui la nostra fede si mette alla prova, cioè il confronto (e a volte scontro) tra progetti umani e progetto di Dio. Domenica scorsa eravamo con Gesù nel deserto, per affrontare assieme a lui la tentazione. Ora egli ci conduce - assieme a Pietro, Giacomo e Giovanni - sul Tabor per offrirci un momento di consolazione e di speranza.
Il Mistero della Trasfigurazione: Anticipo della Gloria Pasquale
Il contesto della trasfigurazione di Gesù ci aiuta a comprendere anche il senso della Liturgia, che ci propone questo evento nel cammino che ci porta verso la Pasqua. Il nesso fra Trasfigurazione e Pasqua tocca sia l’aspetto doloroso sia quello luminoso della vita di Gesù. Quello che avviene è, chiaramente, un anticipo del compimento. Questa tappa, in cui la gloria di Dio appare sul volto e su tutta la persona di Gesù, ha lo scopo di sostenere i discepoli nel percorso che guida a Gerusalemme e, soprattutto, nei frangenti drammatici della passione e morte di Gesù.
Non è casuale che questo avvenga proprio tra i primi due annunci della Passione e morte del Maestro. Quanto è stato loro detto non può non averli sconvolti. I discepoli, dopo aver accompagnato Gesù in questi tre anni e condiviso fatiche, gioie, dubbi ed entusiasmi, si ritengono affascinati dalle sue parole e sono stati testimoni dei suoi miracoli. Ora ritengono che stia per accadere finalmente l’instaurazione del Regno, di quel mondo nuovo tante volte annunciato da Gesù. Ma come potrà avvenire se egli invece parla della sua condanna, della sua passione e della sua morte? A chi hanno affidato la loro vita se tutto finirà miseramente?
A questi tre apostoli viene, dunque, offerta un’esperienza del tutto particolare perché si imprima bene nella loro memoria, nel loro cuore. È un’esperienza di luce in chiaro contrasto con le parole oscure che Gesù ha pronunciato poco prima. Ora il suo volto e le sue vesti brillano della luce di Dio. Non c’è alcun dubbio: non è un uomo qualsiasi, la sua sorte non può essere alla mercé degli uomini. Il progetto che ha annunciato non può andare in frantumi perché viene da Dio e, quindi, Dio stesso si impegna ad assicurarne il successo.

Gesù Trasfigurato: Messia, Figlio e Servo
Gesù trasfigurato somiglia al Figlio dell’uomo, come l’aveva descritto il profeta Daniele. Accompagnato dai profeti Mosè ed Elia, che dovevano ritornare alla fine dei tempi, egli è il Messia promesso. È il grande profeta, come Mosè, che alcuni attendevano. La presenza di Mosè ed Elia è lì a dimostrare come in lui si realizzino le promesse: Dio mantiene la sua parola. Non è semplicemente un condottiero, una guida o un profeta: è il Messia, l’atteso.
L’evangelista Matteo descrive il volto splendente di Gesù nella Trasfigurazione, un particolare esclusivo del suo Vangelo, che mostrerebbe già ora, attraverso di lui, quale sarà la sorte di tutti i giusti. Inoltre, il volto di Gesù è paragonabile a quello di Mosè quando scendeva dal monte Sinai senza accorgersi che la pelle del suo viso era raggiante (Es 34,29-35).
È quello che Pietro non può capire. Scambia questa tappa con il traguardo e quindi propone di fermarsi lì. Ma lo scopo della trasfigurazione non è questo: gli eventi decisivi avverranno a Gerusalemme e ad attenderli ci sono i giorni terribili. Per affrontare quelle tenebre ora è offerta la luce! È vero, Pietro l’ha confessato come «il Cristo», ma poi non ha accettato che Gesù parlasse di sofferenza e di morte. Per lui le due realtà sono inconciliabili con la gloria del Messia.
Per questo arriva la voce dalla nube: il Figlio è anche il Servo che soffre. Proprio perché “amato”, proprio perché l’unico, egli è disposto ad amare fino in fondo, a dare la sua vita. Non percorrerà una strada trionfale, ma il sentiero che conduce al Golgota, carico del legno della croce. Non eliminerà i suoi oppositori, ma - paradossalmente - accetterà di essere inchiodato al patibolo. L’esortazione che Gesù rivolge ai discepoli che stavano con la faccia a terra, «alzatevi e non temete», è oggi rivolta a noi.
"Ascoltatelo!": L'Invito al Centro della Rivelazione
«Ascoltatelo!»: è la vera conclusione di questa esperienza straordinaria. È l’invito scoperto a seguire Gesù, a lasciarsi condurre dalla sua parola, dal suo esempio. Quando i momenti di grazia hanno termine, che cosa resta al discepolo? La parola e l’esempio di Gesù. L’ascolto della Parola non è un atteggiamento spontaneo e tuttavia si tratta di un elemento essenziale della vita del credente. La nota caratterizzante questa celebrazione sarà, dunque, lo sguardo rivolto a Gesù, come a colui nel quale viene a noi la vicinanza fedele di Dio.
Il senso della paura che prende i discepoli è appunto il segno del desiderio e del rischio insieme che caratterizza l’avventura dell’uomo toccato dall’incontro con Dio. La consegna del silenzio riguarda proprio la natura della gloria di Gesù. Non si tratta di parlare di Gesù in termini di divinità gloriosa e potente, ma in termini pasquali: colui che ha sofferto la passione è colui che viene esaltato con la risurrezione. E questo non poteva essere colto che alla conclusione della storia di Gesù. La profezia di Daniele sul Figlio dell’uomo: “Gli furono dati potere, gloria e regno: tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto” (Dn 7,14) risponde all’essenza di quel silenzio perché l’unico potere di vittoria che Gesù si arroga è quello dell’amore crocifisso.
Il Cammino Quaresimale come Ricerca del Volto di Dio
La Quaresima è un itinerario verso la Pasqua, punto vertice dell’Anno liturgico e significato ultimo di ogni nostra scelta. La vita è un cammino verso una mèta. Ciascuno porta nel cuore aspirazioni, progetti e ideali a volte confusi. Per poterli perseguire e realizzare si cerca qualche chiarezza, qualche presenza significativa, qualche segno che indichi la direzione, qualche sprazzo di luce che chiarisca ciò che solo si intravede. Cercare il volto di Dio nella nostra vita comporta la disponibilità a metterci in cammino per cercare Dio.
La conoscenza di Dio non è scontata e, soprattutto, non è un’esperienza intellettuale che possiamo desumere da libri. Ad essa conduce piuttosto la ricerca di un incontro personale: Dio ci precede, opera nella nostra storia in modo misterioso, per noi a volte anche molto oscuro. Qui sta il senso della Liturgia odierna che offre alla nostra riflessione il racconto della “trasfigurazione” di Gesù, il racconto di un volto che apparirà luminoso nella sua Pasqua, dopo il travaglio della passione e morte.
Nella trasfigurazione, la Chiesa intravede in quello di Cristo il senso e l’orientamento del proprio esodo: la gloria della risurrezione, inscindibilmente congiunta allo scandalo della croce. L’esperienza della Trasfigurazione è anche un annuncio consolante: l’esortazione che Gesù rivolge ai discepoli che stavano con la faccia a terra, «alzatevi e non temete», è oggi rivolta a noi. Siamo chiamati ad un cammino di fede che è allo stesso tempo un rischio. Nel Battesimo Dio «ci ha chiamati con una vocazione santa» (Seconda Lettura) e ci ha concesso in dono l’inizio e il germe della gloria. Ciò significa che la nostra vita ha un orientamento preciso, anche quando la croce sembra estinguere ogni luce.
L'Antifona d'Ingresso della Seconda Domenica di Quaresima: Confronto tra i Riti
Per la seconda domenica di Quaresima, il Proprio gregoriano delle due forme del Rito romano è molto diverso: in comune c’è solo l’Offertorio. Come aveva correttamente fatto notare il maestro Fulvio Rampi, «la scelta suggerita dalla pertinenza testuale, in questo caso, è stata realizzata a spese di un altro principio, che potremmo definire di coerenza, ancor più importante se rapportato al canto gregoriano nel suo complesso. Nel Proprio gregoriano ogni tipologia di antifona ha uno stile caratteristico che la contraddistingue dalle altre; ad occhi chiusi, ovviamente dopo un po’ di familiarità, si è tranquillamente in grado di capire se quello che si sta ascoltando è un introito o l’antifona all’offertorio. Ogni momento liturgico scandito dall’antifona è dunque intimamente legato ad uno stile compositivo: questa è la meravigliosa struttura formale tipica del gregoriano.»
Nel Rito Romano Riformato: "Tibi dixit cor meum"
Nel Rito romano riformato, l’Introitus e il Communio sono direttamente legati al Vangelo della Trasfigurazione. L’introito Tibi dixit si colloca all’interno della Quaresima come un grande movimento di ricerca più viva del volto del Signore:
«Tibi dixit cor meum, quæsívi vultum tuum, vultum tuum Dómine requíram: ne avértas fáciem tuam a me - A te ha detto il mio cuore: ho cercato il tuo volto, il tuo volto, Signore, cercherò: non allontanare da me il tuo volto» (Sal 26, 8-9).
Non può non colpire la sospensione creata sulle prime due parole (tibi dixit), creata dalla ripetizione della nota do, che ha la funzione di preparare la più ornata affermazione quæsívi vultum tuum, che costituisce il cuore dell’antifona; enfasi che viene evidenziata anche dalla ripetizione verbale immediatamente successiva (vultum tuum Dómine requíram). Il gioco creato dall’enfasi modale da una parte e da quella verbale dall’altra raggiunge l’obiettivo di porre il volto del Signore costantemente presente.
L’antifona d’ingresso inizia con un forte desiderio del giusto: cercare il volto del Signore. Cercare il volto di Dio è desiderio di essere illuminati dalla sua luce eterna, per essere in mezzo ai fratelli il riflesso della luce del Signore che avvolge non solo lo spirito e l’anima, ma lo stesso corpo. La prima luce del Signore è la sua Parola. Cerca il volto di Dio chi cerca la sua Parola. Chi trasforma la luce della Parola in sua carne, cioè in vita quotidiana.
Nel Rito Romano Antico: "Reminíscere miseratiónum tuárum"
Il Rito romano antico esordisce con l’Introito «Reminíscere miseratiónum tuárum, Dómine […] ne unquam dominéntur nóbis inimíci nóstri: líbera nos Déus Israel ex ómnibus angústiis nóstris - Ricordati, Signore, delle tue misericordie […] che i nostri nemici non dominino su noi: liberaci, Dio d’Israele da tutte le nostre tribolazioni».
Questi accenti ben si addicono allo spirito della Quaresima, ma la loro particolarità risalta maggiormente se si tiene presente che nell’Ufficio del Mattutino del Rito romano antico, si presenta la figura di Giacobbe, il grande patriarca d’Israele che, dopo aver sottratto la primogenitura al fratello Esaù, vive una vita continuamente esposta al pericolo e alle angustie. Giacobbe diviene così l’esempio per eccellenza della pazienza nelle prove e del suo abbandono in Dio.
Per quel gioco di richiami che caratterizza il Proprio gregoriano grazie alla sua struttura formulare, possiamo notare che l’inizio dell’Introito Reminíscere, antifona che si sviluppa sul IV modo, è pressoché identico a quello che ritroviamo nell’Introito Resurréxi (anch’esso sul IV modo) del giorno di Pasqua. La supplica di chi è nell’angoscia è già illuminata dalla speranza della Pasqua e, d’altra parte, la gioia pasquale porta sempre con sé il ricordo dei lacci da cui siamo stati liberati. Nel Rito romano riformato, il richiamo alla figura di Giacobbe, come anche questa “anticipazione” della Pasqua, vanno perduti, mentre si guadagna una maggiore compattezza interna tra il Proprio e il Vangelo della Trasfigurazione.
Altre Componenti Liturgiche della Domenica
Il Graduale e il Communio
Il Graduale Tribulatiónes córdis méi (Rito Antico) è un grido al Signore per essere liberati dalle tribolazioni che si sono moltiplicate, il clamore di chi riconosce di essere misero e stremato. Il Tractus Confitémini Dómino loda il Signore per la sua bontà, magnifica la sua potenza e lo supplica di ricordarsi del suo popolo e di visitarlo per portargli quella salvezza che solo Lui può dare.
Nel Rito Riformato, il Graduale Sciant gentes insiste sul tema della Trasfigurazione, chiedendo a Dio di manifestarsi così che «le genti sappiano che tu sei Dio, tu solo l’Altissimo su tutta la terra» e gli iniqui, che non conoscono il suo volto, siano invece spazzati via, come la polvere della terra. Il Communio ritorna nuovamente sulla Trasfigurazione, questa volta richiamando le parole del Signore, secondo il Vangelo di Matteo (17, 9): «Visiónem quam vidístis, némini dixéritis, donec a mórtuis resúrgat Fílius hóminis - Non riferite a nessuno la visione che avete visto, finché il Figlio dell’uomo non risorga dai morti».
Come aveva correttamente fatto notare il maestro Fulvio Rampi, nel Communio Visiónem del Rito riformato, si trova una “stonatura formale”, essendo uno stile sillabico o semplice (ad ogni nota corrisponde una sillaba, con rare o nessuna accumulazione), mentre il Communio è caratterizzato da uno stile semi-ornato. La ragione di questa stranezza sta nel fatto che si tratta di un’antifona che dai primi vespri di questa domenica (Rito antico) - e quindi da antifone che hanno tutt’altro stile - è stata trasferita nel proprio della Messa. Un’operazione infelice, che ha privilegiato l’aspetto del contenuto su quello formale.
Le Letture Bibliche: Esempi di Fede e Obbedienza
La Liturgia odierna ci presenta il confronto tra progetti umani e progetto di Dio. La partenza di Abramo, l’inadeguatezza di Timoteo e il timore dei tre apostoli prediletti sono tutti esempi di come le nostre aspettative possono non corrispondere a quelle di Dio e di come i suoi criteri non sono i nostri criteri.
La vocazione di Abramo (Prima Lettura, Gn 12,1-4a) è un esempio riuscito di risposta alla proposta di Dio. La richiesta divina è radicale per l’uomo antico, quasi assurda: strappare le radici della propria esistenza lasciando la terra, la propria gente, una cultura e i propri affetti. Abramo non oppone obiezioni, né resistenza. La sua risposta di fede sta nel semplice verbo “partì”. Lascia un presente certo per un futuro incerto, fidandosi della promessa. La “maledizione” si muta in “benedizione” per tutte le genti. Che cos’è la nostra vocazione santa se non questo fidarsi di Dio? Abramo e Cristo hanno camminato con questa disposizione d’animo, indicando la mèta a cui conduce il piano di Dio.
La Seconda Lettura (2 Tim 1,8b-10) pone Cristo vera sorgente della grazia della salvezza e della redenzione. Lui è sorgente per la sua obbedienza. Per obbedienza subì la morte. La morte offerta per obbedienza si trasforma per lui in gloriosa risurrezione, in vittoria eterna. Timoteo vuole essere sorgente di salvezza per il mondo? Anche lui deve soffrire per obbedire alla Parola. Anche lui come Gesù deve consegnarsi alla Parola di Gesù.
Il Salmo responsoriale annunzia all’uomo dove risiede il principio di verità della sua obbedienza: nella rettitudine e nella fedeltà del suo Dio: “Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra”. Chi è nella Parola è preso in custodia da Dio.
Pratiche Liturgiche Quaresimali
Per tutto il tempo di Quaresima - ad eccezione delle solennità - è proibito ornare l’altare con fiori (e piante); il divieto riguarda anche la collocazione nei pressi dell’altare (OGMR, 305). La norma è occasione di una sobrietà che aiuta a focalizzare visibilmente l’essenziale: l’altare è segno di Cristo, pietra angolare attorno a cui si costruisce l’intero corpo ecclesiale. L’assenza dei fiori potrà essere significativa se la celebrazione inizia con l’altare ornato solo di una buona tovaglia e dei candelabri posti accanto (possibilmente non sopra!), e se all’inizio della Liturgia Eucaristica sono portate solo le cose richieste per la celebrazione.
Anche l’illuminazione elettrica e il modo di compiere la venerazione, con l’inchino e con il bacio, contribuiscono a manifestare la natura simbolica dell’altare. Si usi l’incenso, si sostituisca opportunamente l’Atto penitenziale con il Rito domenicale dell’aspersione con l’acqua benedetta. La contemplazione del volto di Cristo, che «brillò come il sole», è per i tre discepoli un’esperienza unica, di cui dovranno ricordarsi quando il volto di Cristo, durante la passione, sarà sfigurato dal dolore. Un’icona del volto di Cristo o della stessa Trasfigurazione, pertanto, sarà opportuno porla in evidenza, possibilmente in presbiterio vicino il luogo della Parola.