L'Abbazia di Pomposa, un gioiello storico e artistico situato nella Pianura Padana dell'Emilia-Romagna, è un luogo intriso di fascino immutato che racchiude mondi letterari e artistici tutti da scoprire. I suoi segreti e la sua ricca simbologia sono stati oggetto di approfondimento, come nel saggio illustrato di Marcello Simoni, che si legge come un romanzo e svela i misteri nascosti negli affreschi che decorano l’abbazia, definita una vera e propria “Bibbia di pietra” in cui convivono diavoli, mostri ed episodi dalle scritture.
Come racconta lo stesso Simoni, "Tutto è cominciato quando, ancora bambino, entrai per la prima volta nell’abbazia di Pomposa e posai lo sguardo sulle sue pareti coperte da affreschi vecchi di oltre seicento anni. All’epoca non avevo idea di cosa fosse il Gotico medievale. Ma amavo già inventare e ascoltare storie."
Contesto Geografico e Le Origini dell'Abbazia
Nel passato, la linea di costa era più arretrata rispetto a oggi, e il paesaggio era composto prevalentemente da acqua e qualche terra emersa. Quel lembo di terra compreso tra i rami del Delta del Po, di Goro e di Volano, e racchiuso dalle lagune adriatiche più a est, divenne sempre più insalubre. Le verdi foreste che i Romani avevano con cura governato e le distese bonificate erano ormai un ricordo. Piuttosto, esse apparivano come una valle d’incontaminate e insidiose paludi. Gli storici individuano nella “Rotta di Ficarolo” del 1152, e nei successivi eventi di fuoriuscita dagli argini del Po, il principio di un lento processo di trasformazione del territorio.
Ancora all’alba del secondo millennio le fonti storiografiche ci tramandano di una vegetazione rigogliosa. Qui, l’Insula Pomposiana si stagliava prospera. Era questo il nome della maggiore delle isole, oggi non più tale, che il Po restituiva alla terra in mezzo a una frastagliata laguna. Sebbene circondata dalle acque, Pomposa era un importante luogo di passaggio. L’isola era situata lungo il tracciato dell’antica Via Popilia dei Romani, e il camminamento che la congiungeva a Ravenna prendeva il nome di via Romea. Attraverso questa viabilità secolare i pellegrini giungevano a Roma dall’Oriente e dalle lande del Nord.
Con i suoi boschi, il silenzio cullato dalle acque e la favorevole collocazione geografica, Pomposa rappresentava un luogo ideale per i monaci. Nell’odierno territorio di Codigoro è attestata l’esistenza di un’abbazia benedettina già nell’874, menzionata in una missiva di Giovanni VIII indirizzata all’imperatore Ludovico II. Tuttavia, il primo insediamento di una comunità monastica avvenne ben prima: rilevazioni archeologiche presso l’odierna abbazia dimostrano la presenza di resti databili al VI-VII secolo, tra cui un altare, resti musivi e una cappella nella sala capitolare. In epoca longobarda, l’Isola Pomposiana apparteneva al feudo monastico di Bobbio, suggerendo l'esistenza di un edificio di culto preesistente dedicato a San Colombano.
Il Periodo di Splendore e le Trasformazioni Architettoniche
In seguito agli stravolgimenti che interessarono l’Italia dopo la discesa di Carlo Magno, dovettero giungere a Pomposa i Benedettini, i quali gettarono le fondamenta di quella che oggi è conosciuta come l'Abbazia di Pomposa, sebbene notevolmente rimodellata in seguito, forse persino ricostruita. Gina Fasoli suggerì che l’Abbazia fu devastata dagli Ungari (899-900) e che si procedette a una rifondazione, forse promossa per mano imperiale, dato che Pomposa è menzionata nuovamente in un diploma del 982 attraverso cui Ottone II la consegnò alle dipendenze del monastero di San Salvatore in Pavia.
Con Ottone III, nel 999, il cenobio fu assegnato per la prima volta alla chiesa di Ravenna. Da quel momento, l’Abbazia di Pomposa fu soggetta a continui cambi di giurisdizione, oscillando tra l’essere feudo monastico pavese o ravennate. Soltanto durante l’abbaziato di Guido fu raggiunta una stabilità filoimperiale che permise al monastero di rinnovarsi profondamente e stabilire un periodo di importantissima fioritura culturale. È in questi anni che Pomposa assunse l’odierna conformazione architettonica.
Nel 1026 è attestata la riconsacrazione della chiesa di Santa Maria, contestualmente alla conclusione dei corposi lavori di rifacimento, condotti dal maestro ravennate Mazulo, che riguardarono l'atrio e in parte il pavimento musivo in opus sectile. In questo periodo si formò a Pomposa Guido Monaco, anche noto come Guido d’Arezzo, che qui sviluppò il moderno sistema di notazione musicale, poi diffusosi in tutto il mondo.
Nel 1063, l’architetto Deusdedit innalzò l’altissimo campanile di 48 metri, che svetta ancora incontrastato sulla pianura Padana. Oltre alla chiesa di Santa Maria, il complesso abbaziale fu completato in questi anni dall’attiguo monastero e dal Palazzo della Ragione, all’interno del quale l’abate esercitava il potere temporale conferitogli dall’imperatore. Qui, inoltre, era conservata un’eccezionale raccolta libraria che aveva raggiunto il massimo splendore sotto l’abate Girolamo. Purtroppo, della biblioteca di Pomposa sono sopravvissuti soltanto pochi manoscritti, comunque sufficienti per rendere l’idea della sua importanza nei secoli XI e XII.

Le Meraviglie Architettoniche e Simboliche
Il Campanile e il Nartece
La chiesa di Santa Maria accoglie i visitatori dall'esterno con il maestoso campanile di area lombarda. Risalente al 1063, come attestato da un’iscrizione posta alla base, esso è opera dell’architetto Deusdedit. Il campanile è contraddistinto da nove ordini di finestre che aumentano di dimensioni procedendo verso l’alto, così da alleggerire il peso della struttura.
Sul lato destro del nartece della chiesa di Santa Maria una faccia fittile osserva con sguardo severo i visitatori. La tradizione vuole che quel volto appartenga al costruttore dell’atrio, il quale si firmò in una lapide poco più in basso come Mazulo magister. Egli dovette aggiungere il nartece appena prima del 1026, anno di riconsacrazione dell’Abbazia. Mastro Mazulo realizzò il suo intervento architettonico come espressione del bello in quanto riscoperta dell’antico. Per tale ragione, egli fece ampio uso di materiali di reimpiego, lapidei o fittili, appartenenti a preesistenti costruzioni, persino di parecchi secoli addietro. Inoltre, fuse stili culturali diversissimi e lontani tra di loro: sulla facciata dell’atrio è possibile rinvenire influssi bizantini e islamici, longobardi e romanici.
Lungo la facciata dell’atrio decorrono tre fasce orizzontali di mattonelle scolpite, così come lungo gli archi, che raffigurano motivi fitoformi e animali. Si noti la presenza di un monaco sulla fascia inferiore destra e le simbologie mitologiche del bestiario medievale, tra cui il grifone. Sulla facciata dell’atrio sono collocate otto scodelle policrome in cotto, realizzate con la tecnica a ingobbio, di ascendenza egiziano-copta. All’interno di esse si può intravedere il simbolo dell’Abbazia di Pomposa: una stella a otto punte. Il motivo a scodelle è ripreso anche sul campanile laddove esse contengono animali dipinti o disegni di fantasia. La funzione simbolica delle scodelle è quella di riflettere il sole a mezzogiorno. Come, infatti, nessuno può osservare il sole a occhio nudo ma può vederne solo il riflesso, così per giungere a Cristo vi è bisogno dell’intercessione della Vergine Maria e di san Giovanni Battista. Tra le otto scodelle dell’atrio sono collocate alcune formelle in pietra dai forti connotati simbolici.

Il Mosaico Pavimentale e gli Affreschi della Chiesa
La chiesa abbaziale di Santa Maria è di chiaro impianto ravennate. Gli interni si ispirano, infatti, alle basiliche di Sant’Apollinare in Classe e Sant’Apollinare Nuovo; l’abside circolare diviene all’esterno poligonale, come in San Vitale. Santa Maria è suddivisa in tre navate, senza transetto, per mezzo di colonne con capitelli romani e bizantini. Il mosaico pavimentale della chiesa, in opus sectile, rappresenta una delle più preziose testimonianze dell’intero complesso, appartenendo la sua realizzazione a vari secoli (VI-XII secolo). I motivi della decorazione musiva includono animali dal profondo significato: il cervo, metafora di Cristo, si contrappone al drago, simbolo del male. Le numerose figure di uccelli, invece, rappresentano i fedeli.

Gli affreschi della chiesa abbaziale, invece, sono del XIV secolo e denotano uno stato di conservazione ottimale nel suo complesso, sebbene alcune porzioni pittoriche lungo le navate laterali siano andate perdute. L’affresco sul catino centrale è un’opera straordinaria di Vitale da Bologna datata 1351: è la raffigurazione del Cristo in maestà (racchiuso in una mandorla o vesica piscis) con angeli e santi. La Vergine Maria sulla destra regge in mano un cartiglio, attraverso cui intercede verso Dio per un corteo di fedeli che aspirano al paradiso. Seguono, lungo le fasce inferiori, i quattro evangelisti, i dottori della Chiesa e alcune scene tratte dalla vita di Sant’Eustachio.
Gli affreschi della navata centrale, di maestranza bolognese, riproducono scene dell’Antico Testamento (fascia superiore), del Nuovo Testamento (fascia mediana) e dell’Apocalisse (fascia inferiore). Sulla controfacciata è invece posta la rappresentazione pittorica del Giudizio Universale. La scena, a tratti cruenta e impressionante, ha la funzione di mostrare ai visitatori come le azioni compiute in vita saranno soggette al giudizio finale: salvezza e dannazione perdureranno per l’eternità.
Guarda un po' chi si incontra nel Giudizio universale di Michelangelo!
Il Monastero e il Palazzo della Ragione
Il monastero, posto lateralmente alla chiesa di Santa Maria, ospita ambienti dalla straordinaria importanza artistica con pitture del Trecento. La Sala Capitolare custodisce affreschi di scuola giottesca, tra cui spiccano le raffigurazioni degli inizi del XIV secolo realizzate da un diretto scolaro di Giotto con la Crocifissione, San Guido e San Benedetto e figure di apostoli. Sulla parete di fondo della sala capitolare è raffigurata una Crocifissione, con uno stuolo di angeli attorno al Cristo morente, compianto dalla Vergine Madre posta ai suoi piedi. Ai fianchi della scena centrale sono dipinte le figure degli apostoli Pietro e Paolo, cui si affiancano i santi Guido e Benedetto e le immagini di profeti.
Il Refettorio ospita eccezionali opere di Pietro da Rimini realizzate tra il 1316 e il 1320. A dominare la scena centrale vi è la figura del Cristo benedicente tra la Vergine Maria, San Giovanni Battista, San Guido e San Benedetto. Lateralmente sono raffigurate scene tratte dalla vita di San Guido, oltre a una preziosa Ultima Cena. Tra gli episodi relativi all’agiografia del santo di Pomposa si cita il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino di fronte al vescovo ravennate Gebeardo. Entrambi gli ambienti sono accessibili direttamente attraversando il chiostro quadrangolare del complesso.
Poco distante dal monastero si erge il Palazzo della Ragione, sede del potere temporale dell’abate. L’edificio risale all’undicesimo secolo e si apre all’esterno attraverso logge disposte su due differenti ordini. Quella inferiore dà accesso ad un atrio stretto, scandito in lunghezza da arcate con colonne differenti di reimpiego e pilastri in laterizio. Alcuni capitelli, finemente scolpiti, raffigurano anch’essi l’albero della vita.
La "Bibbia di Pietra" e i Segreti Rivelati da Marcello Simoni
Con i progressivi cambiamenti dell’assetto idrografico a partire dal XII secolo nella regione del Delta del Po, le condizioni di vita a Pomposa divennero sempre più insostenibili. Nonostante il declino, l'Abbazia conobbe un ultimo periodo di fioritura artistica quando Pietro da Rimini e Vitale da Bologna realizzarono, rispettivamente, i magistrali affreschi del refettorio (1316-1320) e dell’abside (1351). Il cenobio di Pomposa perse poi gradualmente d’importanza e prestigio, fino ad essere annesso ai possedimenti degli Este di Ferrara.
L'opera di Marcello Simoni, intitolata "I misteri dell'abbazia di Pomposa. Immagini, simboli e storie", edita da La nave di Teseo, indaga profondamente i segreti nascosti negli affreschi, presentandoli come una vera e propria “Bibbia di pietra”. Simoni rintraccia le fonti di questo labirinto di simboli, e suggerisce una lettura sorprendente di uno dei capolavori dell’arte medievale, rivelando come diavoli, mostri ed episodi dalle scritture convivano in un'unica narrazione visiva. È un viaggio nella bellezza di un luogo dal fascino immutato, che racchiude mondi letterari e artistici tutti da scoprire, illuminato dai disegni dell’autore e dalla sua appassionante scrittura.