I due marescialli: Tra farsa e dramma nell'Italia del 1943

Il film "I due marescialli" del 1961, diretto da Sergio Corbucci, rappresenta un'opera significativa nel panorama della commedia all'italiana, capace di fondere il genere farsesco con momenti di profonda riflessione sulla guerra. In un periodo storico doloroso e complesso come quello della Seconda Guerra Mondiale, il film vede protagonisti due giganti del cinema italiano, Totò e Vittorio De Sica, in un duetto insolito ma esilarante.

Locandina del film

La Trama: Un Equivoco di Identità nell'Italia dell'8 Settembre

La vicenda prende il via durante la Seconda Guerra Mondiale, alla vigilia dell’8 settembre 1943 (giorno del proclama di Badoglio dell'armistizio di Cassibile). Nella stazione ferroviaria di Scalitto, il maresciallo dei Carabinieri Vittorio Cotone (interpretato da Vittorio De Sica), un uomo che da anni dà la caccia al ladruncolo Antonio Capurro, sorprende proprio quest'ultimo (Totò), travestito da prete, intento a rubare una valigia a un viaggiatore. Il maresciallo sta per catturare Capurro, ma un bombardamento distrugge la stazione.

Nella confusione e tra i feriti, Capurro si appropria della divisa del maresciallo e scappa. Non senza aver fatto prima indossare al povero Cotone, ancora svenuto, l'abito talare del ladruncolo. L'Italia dell'8 settembre non è un'idea brillante per un ladro che si ritrova nei panni di un sottufficiale dei Carabinieri. La firma dell’armistizio e la fuga del Re e del Maresciallo Badoglio hanno gettato il Paese in mano ai tedeschi, i quali, in collaborazione con i fascisti rimasti fedeli al Duce, ordinano la condanna a morte di tutti i carabinieri (fedeli alla corona).

I due si ritroveranno poi nello stesso paesino di campagna, Scalitto: l'uno, Capurro, nei panni del falso maresciallo, a presidiare il paese al servizio dei tedeschi e del podestà fascista; mentre l'altro, Cotone, nei panni del falso prete si ritrova rifugiato in una chiesa insieme a una ebrea, un partigiano e un americano, intento a capeggiare la resistenza locale guidata proprio dal "nemico" Capurro. Il prete Cotone riesce a convincere Capurro a fare il doppiogioco, continuando a fingersi un maresciallo disposto a collaborare con i tedeschi. Non mancano situazioni comiche e paradossali, dovute al fatto che Cotone non sa comportarsi da vero prete, così come il ladro Capurro deve improvvisarsi carabiniere.

A complicare le cose c'è anche l'arrivo in paese di Immacolata, la fidanzata di Cotone: per salvare le apparenze, i protagonisti sono costretti a inscenare un falso matrimonio fra la donna e il finto maresciallo, celebrato dal finto prete Cotone, che però è il vero fidanzato di Immacolata.

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La "Confessione" di Capurro: Dal Comico al Tragico

Il film, che inizialmente si muove in chiave di farsa, si appesantisce nel patetico verso la fine, quando tende al drammatico. Il punto di svolta arriva quando, nell'imminenza della Liberazione del paese da parte degli Alleati, il partigiano e l'americano vengono catturati e rinchiusi in cella. Di fronte alla prospettiva che degli innocenti vengano fucilati, Capurro ha un soprassalto di dignità. Ormai calato suo malgrado nel ruolo di maresciallo, si ritrova a dover comandare il plotone d'esecuzione per fucilare alcuni concittadini. Il suo volto cambia: non è più il buffone, il truffatore, il trasformista. La camera indugia su un primissimo piano di Totò: lo sguardo è teso, la bocca ferma, gli occhi (malati nella realtà) sembrano raccontare tutta la paura e il dolore che un uomo può provare davanti all’assurdità della guerra. Rifiuta, con fermezza. Consapevole di dover onorare la divisa che indossa, utilizza la dinamite in suo possesso per liberare i due, pur sapendo che con ciò verrà scoperto dai tedeschi. Capurro viene così avviato all'esecuzione, nonostante Cotone si sia inutilmente affannato a dichiarare che il vero maresciallo fosse lui. Altro momento straziante: Capurro viene catturato e condotto su una camionetta per essere fucilato, mentre Cotone/De Sica lo insegue impotente.

La guerra è finita, e Capurro, ormai di nuovo ladro e fuggiasco, viene riconosciuto per caso alla stazione da Cotone, ormai tornato maresciallo. Una chiusura circolare, che riprende il tono della prima parte, ma con un retrogusto agrodolce. Vent'anni dopo, il maresciallo e la sua famiglia si trovano nuovamente nella stazione ferroviaria di Scalitto. Il povero Cotone, ormai a riposo, per anni ha cercato notizie di Capurro senza averne più trovato traccia, ma restando convinto comunque che alla fine la divisa da carabiniere avesse redento il ladro.

Analisi e Contesto Tematico

"I due marescialli" si inserisce nel filone della "commedia resistenziale", un genere che tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60 ha esplorato il periodo della Resistenza italiana con toni agrodolci. Il film tocca argomenti anche forti, come il bombardamento esploso a inizio pellicola, roba rara da vedere in una pellicola del Principe. La commedia si presenta come una parodia e presa in giro dei miti di cui si gloria la nostra disgraziata patria. L'inversione delle parti, il capovolgimento e l'equivoco sono strumenti prestati all'arte del riso, ma sottendono una riflessione più profonda. Il bombardamento alla stazione di Scalitto metaforicamente simboleggia l'interruzione dello stato di diritto. C’è dell’antifascismo, chiaramente, ma il film non è un elogio della realtà partigiana. Manca la retorica, manca la magnificenza di un movimento considerato la forza della resistenza italiana.

Il film esplora la figura dell'uomo inetto, medio, incapace di prendere posizione e di imporsi sugli eventi, per poi elevarlo a eroe per caso. Antonio Capurro diviene simbolo della redenzione e dell'eroismo. La figura del ladruncolo che, dentro la divisa di maresciallo dei carabinieri, ritrova una sua dignità di fronte alla minaccia di morte, è sfiorata dalla memoria di illustri modelli, forse anche quella de "Il generale Della Rovere".

Totò e Vittorio De Sica in una scena drammatica del film

Cast e Dettagli di Produzione

La regia di Sergio Corbucci, affiancato nella sceneggiatura da Giovanni Grimaldi e Sandro Continenza, pur non essendo considerata eccezionale da alcuni critici, riesce a orchestrare un lavoro che scorre via piacevolmente, tra una battuta e l'altra, sorretto dall'eccezionale coppia Totò-De Sica.

SCHEDA FILM

  • Regia: Sergio Corbucci
  • Attori:
    • Totò - Antonio Capurro
    • Vittorio De Sica - Maresciallo Vittorio Cotone
    • Gianni Agus - Podestà Pennica
    • Arturo Bragaglia - Don Nicola
    • Franco Giacobini - Basilio Meneghetti
    • Bruno Corelli - Avv. Benegatti
    • Riccardo Oliviero - Carlo
    • Elvy Lissiak - Vanda
    • Mario De Simone - Un derubato
    • Roland Bartrop - Kessler
    • Mimmo Poli - Portalettere
    • Renato Terra Caizzi
    • Edgardo Siroli - Miliziano repubblichino
    • Inger Milton - Lia
    • Mario Castellani - Ladro che si confessa
    • Olimpia Cavalli - Immacolata di Rosa
    • Mario Laurentino - Il medico
  • Soggetto: Ugo Guerra, Marcello Fondato
  • Sceneggiatura: Sergio Corbucci, Giovanni Grimaldi, Sandro Continenza
  • Fotografia: Enzo Barboni
  • Musiche: Piero Piccioni
  • Montaggio: Roberto Cinquini
  • Scenografia: Giorgio Giovannini
  • Costumi: Giuliano Papi
  • Durata: 95 minuti
  • Colore: B/N
  • Genere: COMMEDIA
  • Tratto da: Idea di Totò
  • Produzione: CINERIZ
  • Distribuzione: CINERIZ - GENERAL VIDEO

Interpretazioni e Scene Memorabili

Il film è un trionfo delle capacità attoriali di Totò e De Sica. Totò si pavoneggia nella divisa da carabiniere come fosse una seconda pelle, mentre De Sica, vestito da prete, è costretto a muoversi con cautela tra parrocchiani improvvisati e soldati creduloni. I due attori gareggiano in bravura, offrendo momenti davvero esilaranti ma con quell'amaro in bocca che in questo caso non guasta. Se Totò è un falso maresciallo, De Sica è un falso sacerdote, e la loro dinamica è il cuore pulsante della pellicola.

Totò e la "Pernacchia"

Tra le scene più famose vi è quella in cui Totò, vestito da maresciallo, si ritrova davanti a un ufficiale nazista e, con la sua inconfondibile arte, gli impartisce la storica lezione sulla pernacchia. Questa forma primordiale di linguaggio espressivo, elevata da Totò a simbolo di resistenza popolare, dimostra come il gesto ribelle, davanti al potere e alla violenza, non sia l'attacco, ma il deridere l'assurdo con una pernacchia ben calibrata.

Totò esegue la famosa

Il Genio della Confusione

Un'altra scena degna di nota è quella in cui Capurro, come ladro illusionista, apre la valigia alla stazione, ricordando "Peccato che sia una canaglia". Qui Totò, con una precisione millimetrica nei movimenti, crea un balletto comico che è puro varietà e mimo, quasi da Chaplin o Keaton, ma con la sua tipica gestualità italiana fatta di espressioni facciali e occhiate in macchina. Totò scatena tutta la sua capacità di giostrare il linguaggio, tra italiano colto e dialetto, tra tono militaresco e cadenza demagogica. L’arte della cazzata pronunciata con solennità, che fu il suo marchio di fabbrica, raggiunge qui il suo zenit.

Tutti i personaggi sono delle caricature connotate da caratteristiche peculiari ripetutamente messe in evidenza, come il podestà che ripete "senz'altro!". Gli stessi De Sica e Totò sono a loro modo dei personaggi. C'è solo un momento in cui Totò si apre ed esce dalla maschera che ha indossato: "Tra essere ladri e assassini c'è una differenza", dice Totò a De Sica, evidenziando il dramma e la moralità dietro la farsa.

Ricezione e Critica

La critica del tempo ebbe pareri contrastanti. Alcuni giornalisti cinematografici, specie quelli più orientati al cinema d'autore, liquidarono il film come "una farsa inconcludente", rimproverando alla sceneggiatura di non saper valorizzare adeguatamente l'incontro tra due mostri sacri come Totò e De Sica. Francesco Mininni, ad esempio, nel "Magazine italiano tv" sostenne che "il difetto di questa commedia grottesca sta nella sceneggiatura. Per due terzi il film è tenuto in piedi, in chiave di farsa, da un ottimo Totò e un funzionale De Sica. Verso la fine si appesantisce nel patetico".

Tuttavia, la commedia fu anche definita "leggera e discretamente divertente", realizzata con diligente impegno. Il ritmo è fluido, la regia e la recitazione sono di discreta fattura. Nonostante non sia considerato un film eccezionale, non è neppure la 'solita', scontata commediola di battutine e situazioni prevedibili. La coppia Totò-De Sica riesce a riscattare una sceneggiatura non sempre lucida, regalando momenti davvero esilaranti, ma con quell'amaro in bocca che in questo caso non guasta. Il film ha subito una completa metamorfosi dalla prima stesura alla realizzazione definitiva: in partenza doveva essere un film satirico sulla rivalità di un maresciallo dei carabinieri e di un maresciallo di Pubblica sicurezza che si trovano impegnati in una stessa indagine. Ma approfondire questo argomento era più pericoloso che far fucilare Totò.

L'uscita nelle sale, avvenuta tra la fine del 1961 e l'inizio del 1962, vide lunghe code davanti ai cinema, in particolare nei quartieri popolari delle grandi città, ma anche in provincia. Il pubblico apprezzò la struttura "a doppia anima" del film: si rideva (e di gusto), ma si usciva dalla sala con qualcosa in più - una riflessione, una stretta al cuore, una consapevolezza. Il film è poi arrivato all'estero con titoli come "Os Dois Carabineiros" in Portogallo, "Los dos oficiales" in Spagna e "A két őrmester" in Ungheria, dimostrando un certo successo internazionale.

Curiosità Tecniche e Attoriali

Tecnicamente, il film è un piccolo gioiello: girato in CinemaScope, in 35 mm, con aspect ratio 2,35:1, ovvero il formato "epico" usato anche da Hollywood per i colossal. La moglie del regista, Nori Corbucci, interpreta la moglie del podestà, non per talento, ma per risparmiare. Il doppiaggio finale di De Sica nella scena dell’inseguimento non è di De Sica, ma di Carlo Croccolo, che doppiava anche Totò, quando il Principe, per colpa della malattia agli occhi, non riusciva più a farlo da sé. Questo crea un cortocircuito meta-cinematografico che sintetizza perfettamente la natura paradossale del film: non è più chi insegue chi, né chi parla con la voce di chi.

Nel 1951, quando sua figlia Liliana decise di sposarsi, Antonio de Curtis era talmente corrucciato che si rifiutò di partecipare alla celebrazione. Dieci anni dopo la situazione è migliorata. Liliana è tornata a frequentare la casa del padre, è diventata una buona amica di Franca Faldini. Suo marito Gianni Buffardi, che nel cinema ha mosso i primi passi, prosegue la sua carriera lavorando proprio con il suocero.

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