La Vocazione Sacerdotale in Friuli: Una Trasformazione tra Vita e "Morte" Spirituale

Il Contesto Friulano e la "Fabbrica dei Preti"

La riflessione sul significato profondo del sacerdozio, in particolare nel contesto friulano, emerge attraverso opere che esplorano la formazione e l'identità del sacerdote. Giuliana Musso, con il suo spettacolo teatrale La fabbrica dei preti, ha offerto una prospettiva su questo tema, prendendo spunto dall'opera singolare di don Antonio Bellina, intitolata La fabriche dai predis.

Copertina del libro

Il libro di don Bellina ripercorre gli anni della sua infanzia poverissima in un Friuli martoriato dalla guerra e il suo desiderio, avvertito fin da bambino, di farsi prete. La narrazione include lo sconforto della madre, preoccupata per la povertà della famiglia e il costo che un figlio in seminario avrebbe comportato, e l'ostilità furente del padre, al quale fu carpita la firma per impegnarsi a versare la retta annuale al Seminario.

La Formazione Seminaristica e la Rinuncia all'Umanità

Nei passaggi del suo libro, "pre Toni" riprende puntualmente il Regolamento per gli alunni dei seminari dell’Arcidiocesi di Udine del 1952. Queste parole, caratterizzate dalla sonorità autocompiaciuta di una forma linguistica «curiale», risuonano alle nostre orecchie come grottesche e, al contempo, spietate.

Il regolamento sottolineava che il fine principale dei Seminari è di formare buoni e valenti operai per la cura delle anime da Gesù Cristo redente col Suo Sangue Preziosissimo. I giovani, per la loro età facili come a piegarsi al soffio delle passioni, così a drizzarsi generosamente al bene, nel lungo tirocinio della vita seminaristica, dovevano addestrarsi all’esercizio delle virtù anche colla guida santissima di sagge norme disciplinari.

Giunti al momento di decidere della vocazione, si invitava a insistere nella preghiera, a fare qualche mortificazione e a ricorrere al consiglio di persone sagge, soprattutto del loro Direttore Spirituale. Si rifletteva che, se grandi frutti arreca la virtù di un buon sacerdote, grandi rovine accumula la condotta non già di un ecclesiastico cattivo, ma semplicemente di un sacerdote spiritualmente ed intellettualmente inferiore al posto elevatissimo che occupa.

Le parole evidenziate in queste norme individuano nella trama del testo una precisa volontà: trasmettere ai futuri preti l’idea di essere parte di un gruppo scelto e privilegiato, destinato a compiti non tanto e non soltanto diversi da quelli dei fedeli «normali» ma, soprattutto, superiori in termini di perfezione morale, spirituale e intellettuale. Compiti così elevati da risultare non umani.

Dissociazione e "Regola del Tridente"

È in questa prospettiva che si comprendono le pratiche educative messe in atto in modo capillare e costante, con la finalità di dissociare nei giovani seminaristi la sfera affettiva dalla sfera spirituale e devozionale. Era come se entrare in seminario significasse abdicare alla propria umanità per edificare la propria esistenza nella sfera sublime e intangibile dell’extra-umano. Ne esce il ritratto tragico e ironico di un mondo dalla struttura chiusa, rigida, gerarchica, che «non ti ama per quello che sei, ma per quello che rinunci ad essere».

Questo mondo era ossessionato dal corpo, dal sesso e dalla cosiddetta “regola del tridente”: non toccare, non toccarsi, non farsi toccare. Il seminario veniva paragonato a una scuola militare, basata sull’inflessibile consegna del credere obbedire combattere. Tuttavia, mentre il seminario era (ed è?) finalizzato a forgiare degli eunuchi asessuati, per i militari lo scopo era (ed è?) l’opposto - formare dei “veri” uomini, dei machi. Giuliana Musso commenta ironicamente che, per quanto in apparenza opposti, i due modelli in realtà si trovano a coincidere e sono la stessa cosa.

Illustrazione o schema concettuale della

Oltre la Formazione: Il Sacerdote nel Mondo e la Speranza Pasquale

Don Bellina aveva frequentato il seminario negli anni in cui iniziava a soffiare il vento del Concilio Vaticano II, un periodo in cui tanti giovani seminaristi, che per anni avevano vissuto in una prigione mistica e volontaria indossando la talare piena di bottoni, si erano d’un tratto ritrovati gettati nel mondo in clergyman. Forse quel mondo, nella sua rigidità passata, oggi non esiste più.

Il "sincero dolore" che ne derivava si radicava nel paradigma educativo e formativo raccontato da don Bellina: i superiori sono la voce di Dio, il superiore ha sempre ragione, bisogna vedere con i suoi occhi, ascoltare con le sue orecchie, parlare con la sua bocca, ragionare con la sua testa, per essere in comunione con lui. Questo processo, come una «grande fabbrica silenziosa», forgiava le "maestranze" del clero, invitando a spendere un requie anche per loro.

Questa profonda trasformazione, che implica una sorta di "morte" all'individualità secolare e una "rinascita" nella vita spirituale e nel servizio alla Chiesa, trova il suo significato ultimo nella dottrina della Resurrezione, che è il fondamento della missione sacerdotale.

La Speranza della Resurrezione: Il Fondamento del Sacerdozio e della Fede

Il significato di queste trasformazioni e di questa dedizione è radicato nella speranza cristiana della resurrezione, un messaggio centrale della fede che i sacerdoti sono chiamati a testimoniare. Come sottolineato da Vescovo Franco nel suo messaggio pasquale, un efficace antidoto all’usura dell’abitudine è l’interrogarsi sul significato che per noi hanno le parole che diciamo e i gesti che compiamo.

Immagine simbolica della Resurrezione o di un sacerdote in preghiera in chiesa

Particolarmente esposte all’usura dell’abitudine sono le parole di auguri che ci scambiamo soprattutto in occasione delle feste, come il Natale e la Pasqua, che ricordano avvenimenti decisivi per i credenti cristiani. Desiderando sottrarre gli auguri pasquali all’usura dell’abitudine, della consuetudine, il Vescovo suggerisce di chiederci che significato attribuiamo a questo gesto, a che cosa rimandano le parole dei nostri auguri.

I credenti cristiani potrebbero trovare una preziosa risposta negli “auguri pasquali” che si scambiavano i primi cristiani. Questi, al termine della Veglia pasquale, celebrata nella notte tra sabato e domenica, si dicevano: «Cristo è risorto!» e si rispondevano: «E’ veramente risorto!». Il punto esclamativo segnala che quanto si comunicavano non era per loro una semplice notizia di cronaca, né uno slogan da ripetere in ogni caso, ma l’attestazione che quanto era successo a Gesù («Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere», At 2,24) era decisivo per loro, per la loro vita.

PROVE Storiche per La Resurrezione di Gesù | Podcast Il Monte

Questa risurrezione non solo sottraeva la loro esistenza alla presa mortale del male, ma anche la “rigenerava per una speranza viva”, come scriveva l’apostolo Pietro (1Pt 1,3). La risurrezione di Gesù costituiva per loro il solido fondamento di “una speranza che non delude” (cfr Rm 5,5), perché attesta che Dio, il Padre di Gesù, non si è assentato dalla terra, dall’esistenza degli uomini, non li abbandona nelle prove della vita e si adopera perché non conducano la loro esistenza come persone che non hanno speranza.

La storia ci dice che la consapevolezza che «Cristo è veramente risorto!» non ha accompagnato solo i primi cristiani, ma continua ad accompagnare i discepoli di Gesù nelle vicende liete e sofferte della loro esistenza e della storia in cui vivono. Continua a sostenerli nel rendere ragione della speranza che è in loro a un mondo che non riconosce più in Gesù Cristo risorto il fondamento della propria speranza, continua a dare coraggio a uomini e donne, e non sono pochi, che anche ai nostri giorni subiscono persecuzioni violente e mortali a motivo del vangelo di Gesù.

L'augurio è che si possa dire altrettanto per ogni credente, personalmente e come comunità cristiana; che nella vita di ogni giorno, con le sue gioie e tristezze, non si viva come “quelli che non hanno speranza” (1Ts 4,13), ma che si mantenga senza vacillare la professione della propria speranza (Eb 10,23). Questo perché anche in questi giorni di sofferenza e di fatica, gli auguri che ci scambieremo di una “buona Pasqua” non siano giustificati dalla consuetudine né risuonino come uno slogan vuoto, ma esprimano la salda speranza, che si alimenta alla vittoria di Gesù sulla morte, sul male e alla promessa del Padre di Gesù di “quei cieli nuovi e terra nuova, in cui abita la giustizia” (cfr 2Pt 3,13), tanto attesi da tutti. Il fare riferimento ad essa, anche nella semplice forma di un augurio, esprima il nostro intendimento di abitare questo tempo “saldi” in quella speranza che ci consente di collaborare al compimento della promessa di Dio, alla vittoria di Gesù Cristo sul male che umilia l’esistenza degli uomini.

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