Il termine Quaresima deriva dal latino quadragesima e significa "quarantesimo giorno". È il periodo di quaranta giorni che precede la celebrazione della Pasqua, un tempo di preparazione e profonda riflessione per i cristiani. Questo periodo offre l’opportunità di vivere e partecipare al Mistero della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, guardando soprattutto all’azione salvifica di Gesù.
La Quaresima: Un Tempo di Preparazione e Conversione
Nella Chiesa primitiva, la Quaresima era il tempo in cui i catecumeni (adulti che si preparavano al Battesimo) ricevevano gli ultimi insegnamenti nella loro formazione alla vita cristiana, dedicandosi a una catechesi più intensa e agli esercizi di preghiera e di penitenza. A poco a poco, anche l'intera comunità cristiana ha iniziato a partecipare a questo cammino, sia per unirsi ai catecumeni, sia per rinnovare in sé la grazia del proprio Battesimo e il fervore della vita cristiana, preparandosi così alla Santa Pasqua. La durata della Quaresima, quaranta giorni senza contare le domeniche, fa riferimento ai quaranta anni passati nel deserto dal Popolo d’Israele dall’uscita dall’Egitto all’ingresso nella Terra Promessa, e rimanda anche ai quaranta giorni passati da Gesù nel deserto tra il suo battesimo e l’inizio della vita pubblica. È un tempo di conversione.
La tradizione della Chiesa chiama le pratiche quaresimali "combattimento spirituale" e "lotta contro le nostre ombre". Le nostre ombre sono i nostri eccessi e le nostre cattive tendenze, che devono essere superate. L'importante è che tutte queste pratiche ci conducano a una preparazione seria e impegnata all'essenziale: la Pasqua! Le osservanze quaresimali non sono atti vuoti, ma strumenti per farci crescere nel cammino di conversione che ci conduce alla conoscenza spirituale e all'amore di Cristo.

Le Pratiche Quaresimali Fondamentali
Durante il tempo di Quaresima, siamo invitati a darci dei mezzi concreti, nella preghiera, nella penitenza e nell’elemosina per aiutarci a scegliere le priorità della nostra vita. Le pratiche tipiche includono:
- Preghiera: ci fa vivere in comunione e familiarità con Dio.
- Digiuno: comprende tutte le forme di penitenza, le scelte, le rinunce e i sacrifici necessari per corrispondere all’invito di Dio. Il significato del digiuno è quello del cammino di conversione.
- Elemosina (o meglio la carità fraterna): questo tempo sacro deve aprire il nostro cuore ai fratelli. L'elemosina, la capacità di aiutare, visitare i malati, imparare ad ascoltare gli altri, riconciliarci con qualcuno da cui ci siamo allontanati, sono alcune delle cose che si possono fare in questo contesto.
- Lettura della Parola di Dio: questo è un tempo per ascoltare più da vicino la Parola, poiché l'uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Evoluzione Storica della Quaresima
I primi accenni diretti a un periodo pre-pasquale risalgono al principio del IV secolo in Oriente e alla fine dello stesso in Occidente. Una prassi penitenziale preparatoria alla Pasqua con il digiuno aveva cominciato ad affermarsi fin dalla metà del II secolo. Nel corso del IV secolo si organizza la preparazione pasquale di tre settimane, che poi si allunga a sei settimane. Le sei settimane avevano carattere prevalentemente ascetico, per l'introduzione della prassi della riconciliazione dei penitenti il Giovedì Santo, dopo quaranta giorni di preparazione. I penitenti iniziavano la loro preparazione la prima domenica di queste sei settimane.
Nel corso del V secolo, viene letto il racconto della passione la domenica, il mercoledì e il venerdì. Inizialmente la celebrazione eucaristica avviene solo nei giorni di domenica, mercoledì, venerdì e sabato. Successivamente, viene introdotta la celebrazione del lunedì e del martedì, e con Gregorio II (715-731) si inizia a celebrare anche il giovedì. Verso la fine del V secolo ha inizio la celebrazione del mercoledì e del venerdì precedenti la Quaresima (che fino ad allora iniziava con la prima domenica) come se ne facessero parte. Nel corso del VI secolo viene annessa alla Quaresima tutta la settimana che precede la prima domenica di Quaresima. Due altre domeniche, la Settuagesima e la Sessagesima, verranno aggiunte verso la fine del VI secolo e gli inizi del VII secolo, sebbene il Tempo di Settuagesima sia stato abolito nel Rito Romano (forma ordinaria), per cui la Quaresima inizia direttamente con il Mercoledì delle Ceneri.
Il duplice carattere della Quaresima - il quale, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione al battesimo e mediante la penitenza, invita i fedeli all'ascolto più frequente della parola di Dio e alla preghiera e li dispone così a celebrare il mistero pasquale - è posto in maggior evidenza sia nella liturgia che nella catechesi liturgica. Inoltre, è stata resa più abbondante la selezione dei testi biblici. Il senso autentico della Quaresima si coglie nella luce del Mistero Pasquale, che viene celebrato nel solenne Triduo Pasquale e dei Sacramenti dell'Iniziazione Cristiana che in esso hanno la loro più propria collocazione.
La Quaresima nei Riti Liturgici
Il Rito Romano
Secondo il Rito Romano, la Quaresima inizia il Mercoledì delle Ceneri e si conclude il Giovedì Santo, prima della celebrazione della Cena del Signore. La durata è di 40 giorni esatti. La Domenica delle Palme dà inizio al tempo della Passione, la Settimana Santa, che ricorda la Cena, la Passione e la Morte di Cristo sulla Croce, culminando nel Sabato Santo e nella Domenica di Pasqua, quando i cristiani celebrano la Resurrezione di Cristo. Durante i venerdì di Quaresima, l'astinenza dalle carni (magro) è una pratica osservata, originariamente segno di povertà, dato che nell'antichità il pesce era più economico della carne.
Il Rito Ambrosiano
Il Rito Ambrosiano non ha mai conosciuto il Mercoledì delle Ceneri come inizio del tempo quaresimale: in quel giorno, nelle diocesi ambrosiane, si è ancora in pieno carnevale. Il periodo conservato nelle diocesi ambrosiane è calcolato utilizzando il metodo pre-medievale di quaranta giorni che partono dalla sesta Domenica prima di Pasqua fino al Triduo Pasquale escluso, che inizia con i vespri del Giovedì Santo. I fedeli ricevono le Ceneri il primo lunedì di Quaresima, che è il giorno proprio delle ceneri, ma per ragioni pastorali possono essere amministrate al termine della Messa della I domenica.
Una delle particolarità del rito ambrosiano in questo tempo è quella dei cosiddetti venerdì aliturgici, cioè senza liturgia eucaristica. In questi giorni nelle chiese, sull'altare maggiore, si colloca una grande croce di legno, con il sudario bianco sul patibolo, simbolo del Calvario e segno di lutto e di abbandono. La liturgia eucaristica in Quaresima era celebrata al calar del sole; poiché di venerdì la preghiera vespertina si prolungava con una veglia composta di salmi, letture e orazioni che, di fatto, terminavano con una celebrazione eucaristica quando ormai spuntava l'aurora del sabato, il venerdì restava privo della celebrazione della Messa. Nei Vespri della prima domenica di Quaresima si canta ancora l'Alleluia; ciò perché fino al tempo di San Carlo Borromeo la liturgia di quella domenica si svolgeva in paramenti bianchi, quasi a chiusura del tempo di Natale. I venerdì di Quaresima sono di magro, e il venerdì che segue la I Domenica di Quaresima è anche di digiuno. Sono vietate le celebrazioni di qualsiasi festa e solennità, ad eccezione delle solennità di San Giuseppe (19 marzo) e dell'Annunciazione del Signore (25 marzo), che sono celebrate anche se cadono di venerdì. Non sono celebrate le memorie dei Santi. La quinta settimana, in vista della Settimana Autentica (il nome ambrosiano della Settimana Santa), introduce al tema della Passione. La prima lettura dei giorni feriali, tratta sempre brani presi dai libri storici dell'Antico Testamento e presenta varie figure di giusto sofferente, come anticipazione profetica di Cristo.

La Grande Quaresima Bizantina
Può risultare interessante dare una visione storica d’insieme sulla Grande Quaresima bizantina, al fine di poterne meglio cogliere la struttura intrinseca con le varie stratificazioni accumulatesi nel corso del tempo. Sebbene l'analisi della liturgia di Gerusalemme sia possibile dal IV secolo in avanti, per quanto riguarda Costantinopoli e la liturgia bizantina questo è più complesso, soprattutto per l’anno liturgico. La migliore fonte per l’anno liturgico a Costantinopoli è il Typikòn di Santa Sofia, che si può far risalire alla fine del X secolo, copiato da manoscritti provenienti da Gerusalemme (X sec.) e Patmos (fine IX sec.).
Già le Costituzioni Apostoliche, dell’ultima decade del IV secolo, separano la Quaresima dai sei giorni del digiuno pasquale, e stabiliscono che il sabato e la domenica tra questi due digiuni non appartengono a nessuno dei due. Questa tradizione si è conservata nel rito bizantino odierno. La Quaresima, nell’interpretazione più stretta, consiste in un periodo di quaranta giorni che inizia un lunedì e finisce ai vespri del venerdì di sei settimane dopo. Nell’uso bizantino si è sempre evitata la celebrazione dell’Eucaristia nei giorni di digiuno. Perciò durante la Quaresima l’Eucaristia viene celebrata solo il sabato e la domenica (oltre il 25 marzo, la cui eccezione è regolata dal Concilio in Trullo). Durante questi sabati e domeniche di Quaresima la lettura corsiva delle epistole si incentra sulla Lettera agli Ebrei, mentre questo è il periodo principale per la lettura corsiva del Vangelo di Marco, di probabile derivazione alessandrina.
L'unica eccezione a questa lettura marciana nei sabati e domeniche di Quaresima è la prima domenica (cioè la domenica alla fine della prima settimana), che è oggi diventata la festa dell’Ortodossia, ma che nel Tipykòn prima citato è una festa dei profeti Mosè, Aronne e Samuele. A parte questo, è facile intravedere nella presente struttura delle letture neotestamentarie il contenuto biblico della liturgia a Costantinopoli risalente a un periodo molto antico nella storia di questa città. È solo alla fine dei quaranta giorni, il sabato della sesta settimana, il sabato di Lazzaro, che la lettura evangelica è tratta da Giovanni (unica fonte per la risurrezione di Lazzaro), così come giovannea è la lettura evangelica del giorno seguente, la Domenica delle Palme, in quanto correlata cronologicamente con la settimana di Passione. Tutta la sesta settimana di digiuno viene designata settimana delle Palme nei manoscritti del IX e X secolo, e rappresenta per se stessa la conclusione della Quaresima.
È comune a tutte le tradizioni cristiane la connotazione di preparazione all'iniziazione cristiana culminante nella veglia pasquale. Sorprendentemente, il sabato di Lazzaro consiste in una completa liturgia iniziatoria, condotta dal patriarca nel piccolo battistero a conclusione del Mattutino. Prova ne è la conservazione fino ad oggi del canto di entrata, proprio delle liturgie battesimali: “Quanti siamo stati battezzati in Cristo, di Cristo ci siamo rivestiti! Alleluia”, che sostituisce il Trisàghion cantato normalmente. La storia della Quaresima mostra uno spostamento di enfasi dalla preparazione per il battesimo a una celebrazione pubblica penitenziale, associata a quelli che un tempo erano esercizi per i penitenti che cercavano la riconciliazione formale con la chiesa durante la settimana santa. L'affermarsi del battesimo dei bambini come normale ha reso la riconciliazione dei penitenti l'aspetto principale della Quaresima. In entrambi i casi, la partecipazione di tutti i fedeli a questi riti di passaggio rappresenta uno strato autentico della pietà cristiana, riconoscendo che la redenzione offerta grazie alla morte e alla risurrezione del Signore è per tutti. Coloro che si avviano alla fede, coloro che si sono allontanati e cercano riconciliazione, e coloro che cercano perdono e comunione, sanno che il tempo che precede la Pasqua è un tempo di conversione e pentimento, identificando la nostra vita come un movimento continuo teso all’incontro con il Signore risorto che viene, ora e sempre.

Le Domeniche di Quaresima: Esempi e Specificità
La Prima Domenica di Quaresima: Il Trionfo dell'Ortodossia
Il contenuto che si è sovrapposto alla struttura delle letture bibliche in questa prima domenica di Quaresima è relativo al “Trionfo dell'Ortodossia”: la grande rivolta dell'eresia iconoclasta, che dissolveva il principio fondamentale del cristianesimo (la realtà dell’Incarnazione e della duplice consustanzialità di Gesù, al Padre e all’uomo) è stata vinta dopo lotte durate circa un secolo. L’ortodossia è ristabilita l’11 marzo 843, da qui la scelta pressoché immediata di collegare alla prima domenica di Quaresima il ricordo annuale di questo importante momento della storia della Chiesa.
Il card. Joseph Ratzinger, nella sua “Introduzione allo spirito della liturgia”, parlando dell’arte sacra conclude il capitolo dedicato alla questione delle immagini dicendo: “la Chiesa d’Occidente non deve affatto smentire il cammino da lei percorso a partire dal secolo XIII. Deve però fare finalmente sue le conclusioni del settimo concilio ecumenico, il Niceno Secondo, che ha riconosciuto l’importanza fondamentale e il luogo teologico dell’immagine all’interno della Chiesa… Dovrebbe considerare anche normative per sé le linee fondamentali di questa teologia delle immagini”. Alcune strofe cantate al Lucernario dei Vesperi sono sufficienti per far capire come la tradizione bizantina abbia saputo fondere in maniera incredibile liturgia e teologia, fede e arte, riflessione ed esperienza. C’è un fondamento teologico alla venerazione delle immagini, che viene richiamato per dare senso a questa venerazione e dare una chiave di lettura dei benefici che dall’icona derivano, non in quanto oggetto in sé, ma come presenza reale del rappresentato. Altre strofe del Lucernario rimandano invece al primo contenuto proprio della domenica, la memoria dei profeti Mosè, Aronne e Samuele, che sono richiamati nel loro divino parlare.
Breve saggio sull'icona. Meditiamo con la Chiesa Ortodossa.
La Pericope Evangelica: Gv 1, 44-52
La pericope evangelica domenicale della prima domenica di Quaresima, nel rito bizantino, è Gv 1, 44-52:
“Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: “Seguimi”. Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret”. Natanaèle esclamò: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”. Filippo gli rispose: “Vieni e vedi”. Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. Natanaèle gli domandò: “Come mi conosci?”. Gli rispose Gesù: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico”. Gli replicò Natanaèle: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!”. Gli rispose Gesù: “Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!”. Poi gli disse: “In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo””.
Commento di San Giovanni Crisostomo e Riflessioni Teologiche
San Giovanni Crisostomo, commentando questo brano, sottolinea con meraviglia l’immediatezza con cui Filippo aderisce all’invito di Gesù: è sufficiente un semplice “Seguimi!”, e subito, obbedendo, inizia a predicarlo. Il suo “abbiamo trovato” denota sicuramente un’attesa, una ricerca mai sopita. Per dare autorevolezza alla sua affermazione, Filippo presenta Gesù come colui di cui Mosè e i Profeti hanno parlato. Natanaèle, il futuro apostolo Bartolomeo, riceve una notizia sconcertante e, a prima vista, poco credibile. Anche chi poi lo seguirà e darà la sua vita per lui, fa fatica a riconoscere in Gesù il Messia, colui che era atteso da Israele, e che appare sulla scena in vesti così “normali”, quotidiane, dando l’impressione di una vicinanza che mal si combinava con l’idea generata dal messianismo a loro contemporaneo.
La Galilea, al tempo di Gesù, era una terra di eretici, di rivoluzionari, non era per nulla considerata come una scuola di formazione per dottori della legge, ma ciò non impedisce a Natanaèle di intuire che Filippo intenda proprio parlare del Messia e che, scritture alla mano, Nazaret non era sicuramente tra i posti più probabili dove il Messia avrebbe potuto nascere. La risposta di Filippo all’amico diffidente è il migliore metodo missionario: più che parole, concetti o idee, è l’esperienza di un incontro, il coinvolgimento in un rapporto, l’esperienza di una amicizia condivisa quella che rende possibile a ciascuno di noi riconoscere Gesù come Cristo e Signore della nostra vita.
Sempre San Giovanni Crisostomo dice al proposito: “Come Andrea, non sapendo rappresentare adeguatamente il tesoro che aveva trovato, né spiegarlo con le sue parole, condusse Pietro da colui che aveva trovato, così anche Filippo non dice per quale ragione egli sia il Cristo e in quale maniera i profeti lo preannunziarono, ma conduce Natanaèle da Gesù, ben sapendo che non se ne sarebbe più staccato, una volta provato il fascino della sua parola e della sua dottrina”.
Il credito che Natanaèle dà all’amico Filippo è sufficiente a fargli vincere questo suo dubbio iniziale, e nonostante la fresca ombra offerta dalle foglie del fico che temperava la più che probabile calura del giorno, si muove dalla sua comoda posizione andando verso Gesù. A Gesù basta questo movimento per affermare: “Ecco un vero Israelita, nel quale non c’è falsità”. Dio è pronto a cogliere il minimo desiderio dell’uomo che si mette in cammino verso di lui. L’assenza di falsità è da collegare proprio alla disponibilità di Natanaèle di non restare ancorato all’idea di messia condivisa più o meno da tutti, ma di essere disponibile ad un incontro. Ed è lo sguardo di Gesù che convince Natanaèle: l’essere visto da Dio, la certa consapevolezza che siamo sotto il suo sguardo, la forza penetrante di questo sguardo coniugata alla disponibile attesa dell’uomo porta quest’ultimo alla confessione di fede. Il desiderio e l’attesa di Natanaèle dovevano essere davvero intensi, al punto che lo stesso Gesù, quasi stupito, gli dice che potrà fare esperienza di cose ben maggiori di queste. Ecco che dal Messia implicito di Filippo, si passa al Figlio di Dio e Re di Israele della professione di fede di Natanaèle, fino ad arrivare al Figlio dell’uomo di Gesù.
Il titolo di Messia è sicuramente il più diffuso per riferirsi a Gesù di Nazaret, l’unto (Cristo) del Signore, e il suo consacrato per eccellenza è il re di Israele. Poi, un po’ alla volta, si trasforma in una figura centrale degli ultimi tempi, cui si sovrapporrà anche quella apocalittica del Figlio dell’uomo. Gesù ha sempre mantenuto un comprensibile riserbo: da una parte evita di attribuirsi il titolo di Messia, dall’altra evita una risposta negativa, preoccupandosi costantemente di chiarire che il suo messianismo è quello del Servo di Isaia, cioè non si attua instaurando un regno terreno, ma soffrendo e morendo per la liberazione di tutto il popolo.
Ben diversa è invece la situazione relativamente all’altro titolo, quello di Figlio dell’Uomo. Mentre nei Salmi e in Giobbe significa semplicemente uomo, in Ezechiele ha un connotato profetico e in Daniele assume una caratteristica marcatamente apocalittica: da una parte ha una valenza di umanità e di debolezza, dall’altro ha valenza celeste, trascendente. Se troviamo il titolo di Cristo sempre in bocca agli altri e mai sulle labbra di Gesù, l’appellativo Figlio dell’Uomo compare nel Nuovo Testamento sempre e solo sulla bocca di Gesù (con un’unica eccezione in At 7, 56): sembrerebbe che il suo uso risalga effettivamente al Gesù storico. Si può dire che l’appellativo Figlio dell’uomo rimandi a tutta la vicenda di Cristo, dalla sua umiliazione alla sua esaltazione: in Gesù il Figlio dell’Uomo atteso come venturo è già venuto e presto ritornerà nel compimento finale.
Tradizioni Popolari della Quaresima
La Quaresima viene genericamente raffigurata con il fantoccio di una megera, detto “la Vecchia” (o Caremma), ornato di collane di frutta secca ed esposto in piazza, oppure trasportato da un carro nelle vie della città, e che ha ispirato sin dal medioevo versi poetici. La Caremma, traslazione della quaresima in lingua francese (carème), è un fantoccio tipico del costume popolare salentino. Secondo alcuni ricercatori questa tradizione troverebbe origine nei romani «oscilla», ricordati da Virgilio nelle Georgiche, secondo il quale, in ricorrenza delle feste in onore di Libero (le Liberalia) o di Bacco, i pagani appendevano agli alberi figurine di cera, le quali, dondolando al vento, propiziavano il dio a concedere prosperità alle vigne.
Altri collegano la figura, che nella mano destra regge un filo di lana con un fuso, con la Moira, una delle tre Parche predisposta a filare il destino degli uomini, mentre nella mano sinistra sorregge un’arancia amara (marangia), costellata da sette penne di gallina, tante quante sono le domeniche mancanti dalla Quaresima alla Pasqua. Alla fine di ogni settimana viene tolta una penna, come liberazione collettiva dalle mortificazioni fisiche e spirituali. In Calabria sono le Corajisime, bambole di pezza, a rappresentare la Quaresima: fantocci vestiti di nero e di bianco, portano nella parte bassa un limone (in alcune aree anche una patata, un limoncello o un'arancia selvatica) intorno al quale si inseriscono circolarmente sette penne di gallina, sei bianche ed una nera o colorata.
Esiste inoltre un periodo di mezza quaresima, chiamato “sega la vecchia”. Sino agli anni ’50 questo rito era particolarmente diffuso in Toscana, Emilia-Romagna ed Umbria, dove veniva rappresentato utilizzando un antico canovaccio farsesco. Uccidere la vecchia vuol dire abbattere la quercia, ovvero interrompere il processo di invecchiamento della natura. Alla fine della commedia la vecchia risorge grazie alle lacrime di un pezzente che rappresenta il suo sposo. La tradizione resta viva in forma di ancora oggi in Campania, soprattutto nella cittadina di Alife, in provincia di Caserta, dove si festeggia a metà del periodo quaresimale ovvero il giovedì che precede la penultima domenica di Quaresima e a Forlimpopoli, nella provincia di Forlì-Cesena, dove la “Vciaza” viene segata a metà dai boia sulla piazza con un’enorme sega da boscaioli, mentre dal suo ventre escono dolciumi e balocchi in segno di prosperità.
