Il Novecento: Crisi, Interpretazioni e Memoria Storica

Il secolo che si è da poco concluso, il Novecento, ha conosciuto, come un po’ tutti i periodi in cui si è snodata la vicenda dell’umanità, giorni dolorosi e giorni di gioia, momenti di luce e periodi di buio profondo. Secondo alcuni, era risultato esaurito come kairos, cioè in termini «qualitativi», dal punto di vista delle cose da dire, già ben prima del 31 dicembre del 2000. Quantificare anche approssimativamente le dimensioni di questa «anomalia» significa fare un bilancio tutt’altro che facile.

Il mondo del Novecento è infatti molto più articolato e complesso rispetto a quello dei secoli precedenti e si presenta pressoché inestricabile visto il numero dei soggetti che, con diverso ruolo, interagiscono fra loro. È un mondo che la deriva della modernità «post moderna» avvicina sempre più a quel «mondo in frantumi» di cui parla Aleksandr Isaevič Solženycin. La strumentazione storica e politologica «normale» sembra essere insufficiente sia a descriverlo, sia a valutare il senso e gli effetti dei fenomeni - inediti almeno nelle forme - che lo caratterizzano: i totalitarismi, le prevaricazioni nazionalistiche, le rivoluzioni, i conflitti religiosi, le stragi etniche e i genocidi, le guerre civili, la soppressione su larga scala della vita innocente.

Per fare un esempio, per spiegare come il socialismo, che sembrerebbe da rubricare sotto il segno della giustizia sociale, abbia potuto produrre, nei circa settant’anni del suo dominio mondiale, alcune decine di milioni di morti, soprattutto povera gente, al netto delle guerre in cui furono implicati l’URSS e gli altri regimi comunisti, le categorie consuete non bastano più. Dietro le quinte del ventesimo secolo si avverte qualcosa di diverso, una presenza diffusa di realtà impalpabili che vanno al di là di quanto i sensi possono cogliere e la ragione riesce a comprendere: certi abissi di male, certi livelli di crudeltà attinti dall’uomo nel secolo passato possono essere raggiunti solo per impulso di forze per le quali il male non è più un mezzo - la maggioranza degli uomini compie quasi sempre il male in vista di un presunto «bene», proprio o altrui -, ma diventa un fine in sé stesso.

Si può dunque cercare di capire il Novecento solo se ci si strappa dal piano della cronaca e se ci si colloca in una posizione di osservazione più elevata, che consenta di scoprire nella massa e nel flusso ininterrotto degli eventi la loro dimensione più profonda e più apportatrice di significati.

Le Rivelazioni Mariane di Fátima e il Martirio Cristiano

In questa prospettiva, un raggio di luce intensa e penetrante viene dal ciclo di rivelazioni mariane iniziato a Fátima, in Portogallo, nel 1917. Particolarmente efficace ai fini esplicativi si presenta lo schema teologico di «peccato-castigo-penitenza», sotteso alle tre principali rivelazioni - i cosiddetti «tre segreti»: l’inferno individuale, l’«inferno», ossia il castigo, delle nazioni e l’apocalittico calvario dei credenti e del Papa nel corso del ventesimo secolo - che la Madonna propone ai tre fanciulli portoghesi.

Lo scatenarsi inaudito del male nel mondo dopo il 1917 sarebbe dunque la conseguenza della Rivoluzione comunista, autentica «dorsale» e dominante del secolo. Nella lettura di Fátima il comunismo figura in veste di castigo celeste per l’apostasia individuale e per quella delle nazioni, un castigo che però può essere ridotto e abbreviato attraverso la conversione e la penitenza e alcune devozioni particolari, come quella al Cuore Immacolato della Vergine Maria. Lo schema di Fátima è del tutto penetrante se lo si applica all’evento forse più enigmatico del Novecento: l’epilogo del «castigo temporale», ovvero l’implosione e la repentina dissoluzione del sistema imperiale social-comunista che ha luogo fra il 1989 e il 1991.

Schematic representation of the three secrets of Fátima

Nello scenario dipinto a Fátima trova collocazione e senso anche il martirio d’innumerevoli cristiani avvenuto nel corso del secolo: mai la Chiesa ha conosciuto una stagione di martirio come quella del Novecento, neppure ai tempi delle persecuzioni dell’Impero romano o davanti all’avanzata in armi dell’islam. Solo di pochi si conosce il nome, di ancor meno il martirologio. L’iniziativa avviata dalla Chiesa cattolica per numerarli, per ricuperarne la memoria e per celebrarli sta facendo emergere a poco a poco dal buio migliaia di volti di credenti uccisi in odium fidei, ma è solo agl’inizi.

La Scuola Cattolica Contro-rivoluzionaria

Sempre nell’ordine delle categorie interpretative utili a comprendere il Novecento, spostandosi dal soprannaturale alle diagnosi e prognosi umane, vanno segnalate anche quelle della scuola cattolica contro-rivoluzionaria, le cui conclusioni sul piano della filosofia e della teologia della storia hanno finora puntuale conferma nel tempo. L’espressione più compiuta e recente di questa scuola è il pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), le cui intuizioni in questi campi costituiscono altrettanti strumenti preziosi, sia per capire le linee di sviluppo, le luci e le ombre, della civiltà moderna, sia per intervenire al suo interno al fine di salvaguardarne il «cuore», ancora cristiano.

La Shoah e le Tragedie Comparate del XX Secolo

Nel corso del XX secolo, una vicenda emerge su tutte per la sua straordinaria e tragica grandezza, per la sua novità e per gl’interrogativi che suscita. Le riflessioni che seguono non pretendono di esaurire in alcun modo una questione così complessa, soprattutto sotto il profilo delle problematiche che essa presenta, le quali investono pressoché tutti gli ambiti della storia del mondo contemporaneo. L’estensione eccezionale del fenomeno e la difficoltà a dominarne l’esuberante letteratura storica impongono dei limiti severi a ogni sforzo di ricostruzione storica.

Un accostamento comparativo alla Shoah, che pochi hanno tentato, dovrebbe anch’esso far necessariamente parte di ogni sforzo di comprensione. Ma non vi è modo per mettere a confronto - come pure lecito, anzi necessario, secondo gli studiosi più seri - la distruzione di milioni d’individui di stirpe mosaica con analoghe tragedie consumatesi nel corso del Novecento. Per esempio, con il primo genocidio del Novecento - o quanto meno con lo sterminio, sull’uso del termine è tuttora in corso un aspro dibattito -, quello degli armeni turchi nel 1914-1915, o con i milioni di uomini e donne uccisi dalle ripetute carestie causate artificialmente nell’URSS degli anni 1930, dai Gulag, dalle foibe e dai plotoni di esecuzione rossi. Oppure, ancora e in specifico, con il genocidio comunista del popolo cambogiano, consumatosi dopo l’abbandono statunitense dell’Indocina nel 1975, tragedia, quest’ultima, che, con approssimativamente due milioni di morti su una popolazione totale di circa sei milioni, può percentualmente ambire al primo posto in una ideale e tragica «classifica» degli stermini novecenteschi.

5 genocidi di cui non hai mai sentito parlare...

Quello della Shoah, ancora, è un tema assai delicato per più di un motivo, non ultimo per il fatto che la sua oggettiva e incredibile drammaticità, e la sua relativa prossimità nel tempo rispetto a noi, fanno sì che continui a coagularvisi intorno un’intensa emotività da parte di coloro che ne furono le vittime innocenti, direttamente o nella persona dei genitori, dei fratelli e dei congiunti e amici. Né peraltro si può negare che questo dramma venga spesso «giocato» in chiave politica da diverse parti, per lo più come deterrente, non tanto contro una poco probabile rinascita del razzismo nazionalsocialista, quanto contro i propri avversari.

Così lo Stato d’Israele, quanto meno a partire dal processo contro il gerarca nazionalsocialista Karl Adolf Eichmann nel 1961, ne ha fatto una parte non secondaria del proprio scudo strategico. Così le sinistre evocano a comando l’Olocausto contro l’anti-comunismo e, in generale, contro le prospettive politiche classificate come «di destra» o non allineate. Così alcuni ambienti ebraici ne fanno uso nel contesto dei rapporti interreligiosi, soprattutto verso i cattolici, al cui tradizionale anti-giudaismo religioso rimproverano di aver «preparato» culturalmente l’antisemitismo hitleriano, se non addirittura di aver avuto parte nello sterminio del 1941-1945, avvenuto in effetti nel cuore dell’Europa cristiana, a opera di forze e di popolazioni che, lo si voglia o no, nella loro stragrande maggioranza erano composte di battezzati.

Entrambi questi elementi «meta-storici» - l’emotività e la strumentalizzazione politica -, pur comprensibili, giocano di fatto un ruolo negativo sul piano scientifico, rendendo più difficile l’accertamento sereno e scevro da pregiudizi dei fatti e delle responsabilità storiche. Da un verso, perché si tramutano sovente in una frenetico e incalzante apologetica, scandita da un ininterrotto martellamento di libri, documenti, memorie, film, che aggiunge meno alla conoscenza della realtà di quanto non faccia rumore. Ed ha l’effetto d’innervosire gl’interlocutori meglio intenzionati, costringendoli a tenersi permanentemente sulla difensiva e a investire risorse in frettolose contro-apologetiche, invece che devolverle a studi di qualità e di adeguato respiro.

Nuove Prospettive Storiche e le Accuse a Pio XII

Poste queste difficoltà «strutturali», se si vuol cercare di mettere a fuoco questo «nodo», un po’ l’emblema, il «cuore di tenebra» del XX secolo, occorre invece uscire dagli schemi consueti e far proprio tesoro di quanto di nuovo si viene presentando. Già il crollo dell’impero socialcomunista dopo il 1991 ha reso disponibile una mole ingente di documentazione prima inaccessibile. Quindi, nella misura in cui un numero sempre più grande di archivi civili e militari, religiosi e dei servizi segreti, viene de-secretato, i nuovi documenti si sono moltiplicati.

Alcuni lavori storici, apparsi fra il 1998 e oggi, in anni dunque ancora recenti, si situano in quest’ambito e vanno segnalati, sia perché forniscono nuovi e importanti elementi di comprensione, scaturiti da non occasionali ricerche di archivio, sia perché, a conferma di quella diffidenza cui accennavo, non sembra abbiano avuto il giusto rilievo. Si tratta di contributi che si sforzano tutti di dare risposta a uno dei quesiti in cui si scompone il quesito centrale relativo all’Olocausto: «Come è potuto accadere?». Si tratta di una domanda certo seconda, ma non secondaria, dalla cui risposta dipendono, se non la sorte delle vittime, ormai purtroppo consumatasi, almeno la ricerca e la valutazione di una parte delle responsabilità o delle corresponsabilità storiche di quanto è accaduto, non per punire eventuali colpe, ma per amore di verità e per trarne lezione per il futuro.

Archival documents being unsealed

Questi studi collimano fra loro - anche se in maniera tutt’altro che preordinata - nell’evidenziare i limiti di una montante e insidiosa «deriva» interpretativa, secondo la quale, di tutti i «giocatori» della drammatica «partita» che si è disputata negli anni del secondo conflitto mondiale intorno agli ebrei europei, gli unici a dover finire sul banco degli imputati come correi del misfatto nazionalsocialista sarebbero un pontefice dall’altissima statura spirituale come Eugenio Pacelli (Pio XII) (1876-1958), che i cattolici potrebbero vedere fra non molto sugli altari, e, dietro di lui, la Chiesa di Roma.

Due sono le principali accuse rivolte più o meno velatamente contro Pio XII da alcuni storici e intellettuali odierni: la prima, di aver taciuto di fronte al massacro di coloro che Giovanni Paolo II avrebbe chiamato poco più di quarant’anni dopo «i nostri fratelli maggiori»; l’altra di aver ereditato ed essersi fatto continuatore, anche se in toni attenuati, del «pre-giudizio» cattolico anti-giudaico, sedimentato nei secoli nella cultura cristiana e anacronisticamente «indossato» ancora da un papa del Novecento come lui.

Il Contesto della Shoah: L'Ascesa del Nazionalsocialismo

Per intendere la portata del problema che ho evocato e il significato degli studi su cui mi soffermo occorre in primis, cercare d’inquadrare la tragica realtà degli anni che hanno preceduto e visto lo svolgimento della Shoah.

La Novità del Totalitarismo Nazionalsocialista

Come prima cosa e in via generale va ricordata la novità costituita dal totalitarismo eretto e guidato dal partito nazionalsocialista tedesco, la NSDAP, Nationalsozialistiche Deutsche Arbeiter-Partei, il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi. Il nazionalsocialismo fondava la sua Weltanschauung, la sua visione del mondo, su dottrine geopolitiche classiche - la grandezza della nazione tedesca e la sua necessità di espandersi ad oriente -, su teorie complottiste - gli ebrei sarebbero stati gli agenti occulti della Rivoluzione e gli artefici della sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale -, ma soprattutto su di un mix di motivi pseudo-scientifici, come le teorie razziste a base biologica e darwinista, ma anche spiritualistico-esoterica - che si rifaceva ai miti iperborei e ariani.

Propaganda poster of Nazi Germany depicting racial ideology

Un coagulo e una miscela di motivi ideologici che portavano fatalmente il nazionalsocialismo verso una politica imperialistica e razzistica, che predicava la discriminazione e l’assoggettamento delle razze «inferiori» e dei Nichtarier (non ariani). Si trattava di una concezione del mondo militante in cui era implicita la lotta contro le religioni europee tradizionali, cristianesimo ed ebraismo inclusi, e, specificamente, l’annientamento del nemico ebraico, perché, alla luce di tutti gli elementi ideologici evocati e per il risentimento popolare verso gl’ingiusti trattati di pace di Versailles, diventava «il nemico» per antonomasia.

Era un sistema che poneva, d’altro canto, al servizio della Weltanschauung, allo stesso tempo «arcaistica» e ultra-modernistica, del partito nazionalsocialista un potere politico praticamente illimitato, che per di più veniva esercitato sulla nazione industrialmente e militarmente più forte d’Europa e forse del mondo, quale era negli anni 1930 la Repubblica Tedesca nata a Weimar, in Turingia, nel 1919.

Le linee di azione che scaturivano da questa prospettiva erano in sostanza due: da un canto, una violenta ripresa dell’espansione imperiale germanica - dai caratteri inusitatamente «pagani» e basata su una aristocrazia del sangue di tipo razziale -, che aveva come obiettivo soprattutto le popolazioni slave dell’est, e, dall’altro, una drastica azione d’«ingegneria sociale» di stampo ideologico.

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