Giuseppe Porta, detto il Salviati: un artista tra Manierismo e Tradizione Veneziana

Giuseppe Porta, noto anche come Giuseppe Salviati, fu una figura di rilievo nel panorama artistico del Cinquecento italiano. Nato a Castelnuovo di Garfagnana il 20 maggio 1520, figlio di Ludovico Porta e Maria de Rocca, l'artista proveniva da una famiglia autorevole del centro garfagnino, con diversi membri attivi nell'amministrazione e nel diritto. Suo padre ricoprì più volte la carica di sindaco della Vicaria, mentre il cugino Francesco si distinse per l'ordinamento e la traduzione in volgare degli statuti cittadini e per la composizione del poema "La visione".

Formazione e Primi Passi

Secondo Giorgio Vasari, la formazione di Giuseppe Porta si svolse a Roma, dove giunse nel 1535 accompagnato da uno zio che era segretario del vescovo di Pisa. Nella capitale, il giovane Porta dimostrò fin da subito una spiccata predisposizione per la pittura, imparando rapidamente non solo a disegnare in modo eccellente, ma anche a colorire in maniera ottimale. Il suo apprendistato dovette basarsi su una solida pratica disegnativa, sviluppata a contatto con i modelli dell'antichità classica e con l'ambiente dei seguaci di Raffaello, in particolare Perino del Vaga e Polidoro da Caravaggio.

Sebbene non siano note opere risalenti al periodo romano, è plausibile che Giuseppe Porta abbia collaborato con il suo maestro in occasione di commissioni pubbliche degli anni Trenta, come gli apparati effimeri per l'ingresso di Carlo V a Roma (1536) o l'affresco della Visitazione della Vergine per l'oratorio dei Fiorentini (1538). Non si può escludere nemmeno la paternità di alcuni disegni giovanili di soggetto antiquario, come la "Scena classica" conservata a Windsor.

Disegno preparatorio di Giuseppe Porta, soggetto antiquario

L'esordio artistico documentato di Giuseppe Porta avvenne nell'ottobre del 1540, quando realizzò, firmandolo, il frontespizio illustrato de "Le sorti intitolate giardino d’i pensieri" di Francesco Marcolini. Quest'opera è considerata un vero e proprio "manifesto grafico del manierismo veneziano". A questo periodo risalgono anche alcune delle allegorie e dei ritratti di filosofi che adornano il volume, caratterizzati da un'impostazione romanista nei gesti e nelle pose. Simili caratteristiche si ritrovano nei primi lavori pittorici a noi giunti, come la "Resurrezione di Lazzaro" (Venezia, Fondazione Giorgio Cini) e la tavola con "La caduta della manna" (Milano, collezione privata).

Il Trasferimento a Venezia e le Prime Opere

Nel giugno del 1541, dopo la partenza di Francesco Salviati, Giuseppe Porta decise di stabilirsi a Venezia, potendo contare sul sostegno di alcuni gentiluomini veneziani. In questo periodo, realizzò affreschi con Camillo Capelli, detto Camillo Mantovano, per una residenza rurale del Padovano, identificata con villa Saraceno 'delle trombe' di Agugliaro (autunno 1541). Seguirono le decorazioni interne di villa Priuli a Treville (1542) e una "facciata molto bella" a Piove di Sacco. Tra le primissime opere si includono anche sezioni degli affreschi con "Uomini illustri" della Sala dei Giganti a Padova, la cui attribuzione a Porta si basa su stringenti raffronti stilistici.

Altre imprese decorative, compiute prevalentemente a Venezia, si collocano nella progressione fino alla metà degli anni Cinquanta. Tra queste figurano gli affreschi per Ca' Bernardo a San Polo, per un edificio a San Rocco (pagamenti nel novembre 1551) e l'intera facciata di palazzo Loredan a Santo Stefano, decorata con "Storie romane" e completata entro il 1556. Intorno al 1544 viene tradizionalmente collocata la commissione dei dipinti per il monastero di San Cipriano, trasferiti successivamente alla Madonna della Salute. Queste opere testimoniano un cauto avvicinamento ai modi della pittura veneziana contemporanea, soprattutto per quanto riguarda le scelte volumetriche e cromatiche.

Affresco di palazzo Loredan a Santo Stefano, Venezia

Ascesa e Riconoscimenti

Gli anni successivi videro un progressivo aumento degli incarichi pubblici, in particolare per dipinti d'altare commissionati da famiglie di ceto procuratorio e importanti ordini religiosi. Contemporaneamente, crebbe l'interesse della critica e del pubblico colto, attestato dalla menzione del suo nome nell'epistolario di Pietro Aretino nel maggio 1548.

Tra i lavori più significativi eseguiti a cavallo della metà del secolo, e per i quali si conservano talvolta disegni preparatori con interessanti varianti iconografiche, si ricordano:

  • La "Presentazione di Gesù al Tempio e santi", eseguita nel 1548 su commissione dei procuratori di San Marco de Ultra per l'altare Valier ai Frari.
  • La "Deposizione dalla Croce" per San Pietro Martire a Murano, risalente al 1548-50 circa.
  • L'"Assunzione della Vergine" per Santa Maria dei Servi, del 1550-55 circa (ora ai Ss. Giovanni e Paolo, cappella del Rosario).
  • Le pale d'altare con la "Vergine e i ss. Antonio abate e Bernardo" e i "Ss. Girolamo, Caterina, Giovanni Battista e Tomaso", rispettivamente per la cappella Dandolo e Bragadin a San Francesco della Vigna, databili intorno al 1550-56.

Intorno al 1550 dovrebbe risalire anche il matrimonio con la veneziana Andriana Fasuol, dalla quale ebbe cinque figli, e l'adozione ufficiale del cognome Salviati, scelto "per rispetto del suo maestro".

La Decorazione della Libreria Marciana e Altri Incarichi

Nel 1556, Giuseppe Porta partecipò alla decorazione del soffitto della Libreria Marciana di Venezia, insieme ad altri artisti come Paolo Veronese, Andrea Schiavone e Battista Franco. La sua contribuzione consistette in tre tondi allegorici raffiguranti "Minerva", "La Fortuna" e "La Virtù", "Le arti di fronte" e "Mercurio e Plutone" ed "Ercole e Bellona". Queste opere si distinguono per una sequenza ordinata e metodica di personificazioni e figure mitologiche, rese con misurati equilibri di forme e cromie.

Dettaglio di un tondo allegorico per la Libreria Marciana

L'intervento marciano mise in luce le sue capacità nell'ambito dell'allegoria politica e civile, ulteriormente saggiate con la raffinata lunetta con l'"Allegoria di Venezia come Giustizia" (Londra, National Gallery), realizzata per la Zecca e databile al 1558-59. Tra le opere di questo periodo si ricorda anche la pala con i Ss. Cosma e Damiano, Giovanni Battista e Zaccaria, commissionata dal medico Benedetto Rinio e completata attorno al 1559 (Venezia, San Zaccaria).

Più problematica è l'attribuzione delle quattro "Sibille" per la chiesa di Santa Maria del Giglio, per le quali si registra un modesto pagamento nel maggio 1560.

Ritorno a Roma e Ultimi Anni

Nel giugno del 1562, Giuseppe Porta si recò a Roma su invito dell'ambasciatore Marcantonio da Mula per realizzare un affresco per la Sala Regia dei Palazzi Vaticani con "La pace di Venezia". Ricevette pagamenti per quest'opera a partire dal settembre 1562, insieme all'allievo Girolamo Gambarato. Secondo Vasari, prima della morte di Pio IV, Porta ebbe il tempo di impostare una seconda scena con "La storia dei sette re", in seguito distrutta ma di cui esiste un pregevole disegno preparatorio.

Al ritorno a Venezia all'inizio del 1565, ricevette l'incarico di realizzare le tele con soggetti allegorici per il soffitto della sala di Antipregadi a Palazzo Ducale, per le quali fu pagato nel luglio del 1567. Diverse opere della tarda maturità di Giuseppe Porta sono attribuite a questa committenza, tra cui l'"Allegoria sacra con L'apparizione di Cristo risorto agli Apostoli" (Venezia, Ss. Giovanni e Paolo) e un lungo fregio con figure allegoriche per palazzo Contarini a San Polo.

Simili caratteristiche si ritrovano in altre opere degli ultimi anni, come i quattro teleri eucaristici per la cappella del Sacramento di San Polo a Venezia, databili verso la fine degli anni Sessanta, l'"Annunciazione" per gli Incurabili (ora a San Lazaro dei Mendicanti) e il "Battesimo di Cristo" per Santa Caterina di Mazorbo, completato verso il 1572-73.

Tra i lavori estremi va annoverata anche la "Presentazione al Tempio" per San Zaccaria. Giuseppe Porta morì a Venezia tra il marzo 1575 e il 18 aprile 1575, data in cui il figlio Teseo gli subentrò nella titolarità della casa a San Trovaso.

Interessi Intellettuali e Studi

Numerose sono le testimonianze antiche che menzionano gli studi di Giuseppe Porta, evidenziando l'ampiezza dei suoi interessi intellettuali. Carlo Ridolfi sottolineò come egli avesse "buon intendimento delle scienze" e fosse "buono studioso delle matematiche, delle quali compose molti scritti e disegni". Rilevanti furono anche i riconoscimenti ufficiali e le attestazioni di stima da parte di colleghi, sodali e protagonisti della vita culturale veneziana del Cinquecento, tra cui Danese Cattaneo, Francesco Angelo Coccio, Ettore Ausonio, Francesco Patrizi, Sperone Speroni, Bernardo e Torquato Tasso.

L'unica opera stampata tra quelle da lui progettate fu la "Regola di far perfettamente col compasso la voluta et del capitello ionico…", pubblicata nel giugno 1552 con dedica a Daniele Barbaro. La testimonianza più significativa del suo "enciclopedismo esoterico" è il manoscritto marciano It.5094, che raccoglie appunti, commenti e schemi relativi alle sue ricerche nel campo dell'astrologia e dell'acustica. Il codice si divide in due parti: la prima affronta il rapporto tra movimento degli astri e linguaggio, indagando la formazione dei suoni e la possibilità della loro riproduzione artificiale; la seconda tratta di astrologia giudiziaria, focalizzandosi sull'influsso degli astri sul destino individuale. Il metodo di lavoro si caratterizza per l'ampio ricorso a modelli descrittivi e all'esperienza empirica, con scarsi riferimenti teorici diretti.

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