Gioacchino Pecci prima del Pontificato: vita, opere ed episcopato a Perugia

Vincenzo Gioacchino Pecci, destinato a diventare Papa Leone XIII, nacque il 2 marzo 1810 a Carpineto Romano, un piccolo centro del Lazio meridionale situato alle pendici dei monti Lepini. Era il sesto dei sette figli del conte Ludovico Pecci, agiato proprietario terriero e patrizio di origini anagnine, fedelissimo al papato, e della contessa Anna Prosperi Buzi di Cori. La famiglia Pecci, di antica nobiltà risalente al 1531, era già presente in questa comunità montana nel periodo rinascimentale, possedendo una casa "in contrada Porronis" già alla fine del secolo XV. L'espansione economica dei Pecci favorì l'acquisizione del castello dei Conti (oggi Palazzo Pecci), signori di Carpineto prima dell'avvento degli Aldobrandini, sotto i quali la carica di colonnello delle truppe baronali fu ereditaria.

Durante la parabola napoleonica e la relativa occupazione dello Stato Pontificio, per alcuni mesi, Ludovico Pecci divenne "maire" (sindaco) della comunità. In quel periodo, a seguito della soppressione degli ordini religiosi dei Padri Francescani e Agostiniani, i Pecci recuperarono parzialmente i beni. L'esilio di Papa Pio VI e Papa Pio VII acutizzò una forte spinta all'insorgenza, trasformatasi ben presto in brigantaggio, un periodo storico tormentato durato fino al 1825, che vide i Pecci in balia dei "contumaci". Il giovane Gioacchino vide con i propri occhi tanti "re nella macchia" come Diciannove, Massaroni, Gasbaroni. Durante l'occupazione napoleonica, al culmine del brigantaggio politico, la famiglia si trasferì a Roma.

Ritratto del giovane Gioacchino Pecci

La formazione e i primi passi nella carriera ecclesiastica

Il giovane Pecci fu avviato agli studi sotto la guida di precettori nella casa paterna. Nel 1818 entrò nel collegio dei padri gesuiti di Viterbo, dove rimase, insieme con il fratello Giovanni, per sei anni, conseguendo ottimi risultati. Il vescovo di Viterbo, monsignor Lolli, in una lettera dell'11 dicembre 1822 alla madre, sottolineava le notevoli qualità dei fratelli Pecci: "Questi due ragazzi, se il Signore Iddio li conserva in salute, e se continuano a diportarsi bene, saranno di onore e decoro a se stessi, alla casa alla patria".

Nel luglio 1824 indossò l'abito ecclesiastico e, dopo aver perduto la madre (5 agosto 1824), si trasferì a Roma, presso il Collegio Romano, dove nel 1830 venne nominato maestro assistente. Qui proseguì con grande profitto gli studi di filosofia e teologia, e quelli di Diritto civile e canonico all'Università della Sapienza. Non aderì subito alla vita sacerdotale, ma solo dopo il giubileo del 1825 e profondi studi teologici decise per il "sì". Nel 1832 ebbe, grazie all'interessamento di monsignor N.M. Nicolai, la possibilità di entrare nell'Accademia dei Nobili Ecclesiastici, importante istituzione che raccoglieva una quindicina di giovani, i quali "avevano ciascuno un piccolo appartamento con libertà quasi completa, frequentavano i corsi del Collegio romano o della Sapienza, e seguivano nell'interno lezioni di diplomazia, economia politica e lingue straniere, che li preparavano alla loro destinazione". Questo percorso perfezionò la sua preparazione per la carriera nella diplomazia e nell'amministrazione pontificia. Il 31 dicembre 1837 Pecci ricevette l'ordinazione sacerdotale dal cardinale B. Odescalchi. Celebrò la prima messa nella chiesa di S. Andrea al Quirinale, assistito dal fratello Giuseppe, entrato nella Compagnia di Gesù.

Delegato Apostolico: Benevento e Perugia

Benevento: sfide e riforme

Nel febbraio 1838, Gregorio XVI inviò Gioacchino Pecci come delegato apostolico a Benevento. La situazione di Benevento, territorio della Chiesa chiuso all'interno del Regno delle Due Sicilie, appariva particolarmente difficile e delicata. Fin dal 1815 la corte di Napoli aveva richiesto con insistenza alla Santa Sede la cessione della città al Regno borbonico, anche sulla base di uno scambio di territori o di un compenso pecuniario, richiesta che non aveva avuto sviluppi a causa della riluttanza di Gregorio XVI a privarsi di Benevento. Questa situazione aveva creato incertezza nella popolazione e scarsa disposizione al rispetto delle autorità pontificie. Il clima politico della città era fortemente influenzato dalla presenza di nuclei di carbonari e di numerosi aderenti alla "Giovane Italia", che, secondo il delegato apostolico, turbavano l'ordine pubblico, creando "spirito di sette e di fazioni".

Rivolgendosi con una lettera del 1° luglio 1838 al segretario di Stato cardinale L. Lambruschini, monsignor Pecci prospettava la possibilità di procedere all'arresto degli esponenti più compromessi, inviandoli a Roma per sottoporli a giudizio. La risposta di Lambruschini, del 12 luglio, fu molto prudente, invitando monsignor Pecci a sospendere qualsiasi iniziativa e a fornire ulteriori informazioni. Pecci abbandonò l'iniziativa, ma continuò a dedicarsi con molto impegno al suo incarico, intensificando la lotta contro il brigantaggio grazie alla riorganizzazione del presidio militare, e quella contro prepotenze e soprusi operati da alcuni nobili locali. Favorì anche l'apertura di nuove vie di comunicazione con Campobasso e Avellino e il riordinamento delle leggi doganali e amministrative. Il Pecci, nonostante qualche ingenuità iniziale, nella sua breve esperienza beneventana mostrò buone qualità di amministratore. La sua accorta politica, tendente alla conservazione dell'antico ducato beneventano, gli valse il trasferimento.

Perugia: un breve ma significativo periodo

L'8 giugno 1841 Gregorio XVI lo nominò delegato apostolico a Spoleto, dove rimase soltanto un mese. Essendo risultata vacante la sede di Perugia, il 12 luglio divenne delegato apostolico del capoluogo umbro. Nella nuova sede si adoperò principalmente a riordinare l'amministrazione della giustizia e quella comunale, dedicando una particolare cura alla viabilità della provincia. Realizzò, tra l'altro, la nuova e ampia strada che consentiva di salire in città, inaugurata in occasione della visita a Perugia di papa Gregorio XVI il 25 settembre 1841 e denominata "Gregoriana". Si deve al Pecci anche l'istituzione della Cassa di Risparmio di Perugia, al fine di favorire il credito per commercianti, artigiani ed agricoltori, sottraendoli all'usura. Il giovane prelato, "mite, dinamico, fine", destò subito grandi simpatie tra i perugini.

La Nunziatura Apostolica in Belgio

Contesto e difficoltà

La permanenza di Pecci a Perugia fu molto breve. Nel dicembre 1842, il segretario di Stato cardinale Lambruschini decise di affidargli l'incarico di nunzio apostolico in Belgio, in sostituzione di monsignor Fornari, trasferito a Parigi. Il 2 gennaio 1843, Pecci ricevette anche l'ordinazione arcivescovile con il titolo di arcivescovo titolare di Damietta. La nunziatura di Bruxelles non era facile. In Belgio la rivoluzione del 1830 aveva favorito il successo di un sistema costituzionale ispirato alla separazione tra Stato e Chiesa e all'affermazione della libertà di culto e di insegnamento. Anche in seno al cattolicesimo belga non mancava una certa adesione ai metodi della democrazia, tanto che il cardinale Lambruschini, nelle istruzioni al Pecci, sottolineò che le dottrine di F.-R. de Lamennais avevano trovato nell'alto e basso clero non pochi seguaci, invitando il nuovo nunzio a usare molta prudenza. In realtà esistevano forti tensioni tra Stato e Chiesa, tra liberali e cattolici, tra università cattoliche e clero.

Una particolare attenzione da parte del Pecci fu dedicata all'applicazione della legge sull'insegnamento primario e al progetto di legge sull'insegnamento superiore. I vescovi belgi si opponevano fermamente a una modifica della legge che stabiliva che la Commissione per l'esame di Stato (Jury d'examen) dovesse essere composta da membri nominati per un terzo dal governo e per due terzi dal Parlamento. La richiesta da parte liberale di affidare la nomina di due terzi del Jury al governo suscitò una dura reazione cattolica, che vide anche l'episcopato belga impegnato a scongiurare un provvedimento interpretato come un atto di ostilità nei confronti dell'Università cattolica di Lovanio. Il nunzio si schierò al fianco dei vescovi. Tali pressioni convinsero, nel marzo 1844, il Parlamento ad adottare un provvedimento favorevole alle istanze cattoliche. Si trattò di una vittoria anche per monsignor Pecci, che ebbe a meritarsi sul campo la più prestigiosa delle onorificenze belghe: "le grand cordon de l'ordre de Léopold I".

Antica mappa del Belgio

Tuttavia, la corte e il governo belga sembrarono non gradire lo zelo del nunzio. Un rapporto confidenziale accusò Pecci di non svolgere correttamente il suo ruolo e di aver favorito il distacco tra l'episcopato belga e il governo. Inoltre, pressioni da Bruxelles e da Vienna, fomentate anche da Metternich, convinsero la Segreteria di Stato a richiamare monsignor Pecci, affidandogli, il 19 gennaio 1846, la sede vescovile di Perugia, resasi vacante per la morte di monsignor Cittadini. Pecci lasciava la Nunziatura di Bruxelles dopo circa tre anni di permanenza. Anche se la sua esperienza era stata difficile e irta di ostacoli, e si era conclusa amaramente per lui, si trattò di una scuola importante nella formazione della personalità del giovane ecclesiastico. Certamente pesò non poco nella maturazione del futuro pontefice non solo l'attenzione portata ai problemi della miseria operaia, ma anche la conoscenza del clima costituzionale e parlamentare del Belgio e dell'azione politica e sociale condotta dai cattolici nella vita politica del loro paese. Pecci assunse una posizione "meno filo-governativa del suo predecessore" e le sue intuizioni sul mondo operaio belga avrebbero poi illuminato la questione sociale leoniana.

L'Episcopato a Perugia (1846-1878)

Contesto politico e azione pastorale

Proprio nei giorni in cui avvenne il passaggio di monsignor Pecci dalla Nunziatura di Bruxelles alla guida della Chiesa perugina, moriva Gregorio XVI e cominciava il lungo pontificato di Pio IX. Un pontificato destinato a creare non pochi problemi al vescovo di Perugia, che, soprattutto con il segretario di Stato cardinale G. Antonelli, mai riuscì a stabilire un rapporto di sincera collaborazione. Pecci cominciava un lungo episcopato, destinato a durare ben trentadue anni, che coincidono con l'arco del pontificato di Pio IX. Tornava nella diocesi di Perugia dopo la breve esperienza vissuta nel 1841-1842 quale delegato apostolico. Vi tornava con la carica di vescovo e, dal 12 dicembre 1853, con la nomina a cardinale, con il titolo cardinalizio di San Grisogono.

Si apriva un periodo denso di avvenimenti che avrebbero inciso non poco sulla Chiesa cattolica oltre che sulla storia politica italiana. Con le conseguenze di questa situazione monsignor Pecci dovette confrontarsi anche nella sua diocesi, ove non mancavano ambienti che si distinguevano per un atteggiamento ostile alla Chiesa: nuclei massonici, gruppi liberali favorevoli al regime costituzionale e all'unificazione nazionale, associazioni mazziniane e anticlericali. Egli cercò di evitare gli atteggiamenti duri e repressivi. La sua azione pastorale apparve prevalentemente orientata a operare su un piano religioso, evitando di misurarsi sul terreno politico. La sua preoccupazione principale sembrò essere la ricerca di quelle iniziative in grado di rispondere ai bisogni religiosi dei fedeli e di preparare un clero capace di affrontare i nuovi compiti che i mutamenti politici e sociali imponevano. Il suo giudizio sulla realtà religiosa della diocesi era molto critico. In una sua allocuzione non nascose la presenza nella sua diocesi di un "indifferentismo nelle cose religiose e negl'interessi spirituali", della "inosservanza dei giorni festivi", della "nausea ed infrequenza ai Sacramenti", della "licenza del vivere e immoralità".

Riforma del clero e iniziative sociali

Per porre rimedio a questi problemi occorreva, a suo avviso, un clero preparato. Sin dai primi anni del suo episcopato a Perugia, il Pecci ebbe particolarmente a cuore i problemi della cultura del clero, giudicando necessaria la formazione non soltanto religiosa ma anche scientifica, storica e filosofica dei sacerdoti della diocesi. A tal fine dedicò una particolare attenzione al seminario, rivedendo i programmi di studio e ispirandosi anche all'esperienza maturata a contatto con l'episcopato belga. Per ampliare i locali del seminario rinunciò anche a una parte dell'episcopio, seguendo personalmente la vita quotidiana dei seminaristi, vigilando e intervenendo presso professori e studenti. Nel 1866 pubblicò anche una Istruzione sulla condotta del clero negli attuali tempi, nella quale si invitavano i sacerdoti ad "uno studio sodo, meditato ed assiduo". Promosse la rinascita del tomismo, chiamando educatori di valore come il domenicano Zigliara e il proprio fratello Giuseppe Pecci. Inoltre, promosse la riforma di opere assistenziali, dettò nuove regole del Monte di Pietà, aprì i Giardini di San Filippo (anticipazione degli asili infantili), chiamò dal Belgio nuovi ordini religiosi con compiti assistenziali e restaurò insigni edifici cittadini.

Interno di un seminario ottocentesco in Italia

Sfide amministrative e le "stragi di Perugia"

Anche se l'attenzione di monsignor Pecci durante il suo episcopato perugino appare principalmente orientata a un intenso impegno pastorale, egli dovette anche misurarsi con aspetti più strettamente amministrativi, e in particolare con l'inefficienza e la corruzione di cui si resero protagonisti i numerosi delegati pontifici che si alternarono in quegli anni nell'amministrazione della città: otto delegati in quattordici anni, la maggior parte dei quali, se si eccettuano i futuri cardinali D. Consolini e L. Randi, incapaci di guidare con correttezza e moralità l'amministrazione perugina. Il Soderini ha sottolineato che il vescovo di Perugia dovette misurarsi con "una serie di delegati pontifici l'un più dell'altro di cortissimo intelletto, sospettosi di tutto e di tutti, noncuranti all'estremo del Vescovo e dei suoi avvisi". Non mancano severe lettere dirette dal Pecci al segretario di Stato cardinale Antonelli per denunciare le carenze amministrative della diocesi.

Del resto la cattiva amministrazione pontificia aveva finito per rafforzare, soprattutto nel capoluogo, le correnti liberali e massoniche, e l'adesione alla causa nazionale e alla politica del Piemonte. Queste componenti della società perugina fecero sentire il loro peso nel 1859, allorché, il 14 giugno, i gruppi liberali, sostenuti anche da buona parte degli ambienti studenteschi della città, si sollevarono contro le autorità pontificie, dando vita a un governo provvisorio che rimase in carica soltanto una settimana. Le truppe pontificie, infatti, riorganizzatesi, riuscirono a riconquistare la città il 20 giugno, dopo violenti e sanguinosi combattimenti, noti come le "stragi di Perugia". Il vescovo, pur non nascondendo la sua soddisfazione per il ritorno del governo pontificio a Perugia, non mancò di lamentare la severità di alcuni provvedimenti e in particolare la decisione di chiudere l'Università, con l'obiettivo di punire gli studenti che avevano partecipato all'insurrezione. Il cardinale Pecci, che aveva, in passato, dedicato molte cure all'Università perugina, elevandone il livello, e considerandola quasi una sua creatura, tentò invano di ottenere da Roma un atteggiamento più clemente, tenendo conto che la causa dell'insurrezione andava ricercata anche nella cattiva amministrazione della città. Il governo pontificio era comunque destinato ad avere ormai vita breve nel capoluogo umbro. Il 14 settembre 1860, l'esercito piemontese guidato dal generale M. Fanti annetteva la città di Perugia e la Regione Umbra al Regno di Vittorio Emanuele II.

Celebrazione "Le Stragi di Perugia 1859" Giugno 2020

La Questione Nazionale e il Potere Temporale

Rispetto alla questione nazionale, il cardinale Pecci non aveva mai manifestato particolari accenti di simpatia per le istanze patriottiche presenti anche in molti settori della Chiesa italiana. Giudicava, inoltre, il potere temporale come una esigenza necessaria per consentire alla Chiesa il libero esercizio della sua funzione spirituale. Tuttavia, si distingueva per un approccio equilibrato; "Insignificante" lo dichiarava Crispi proprio per questa sua programmata equidistanza dalla politica contingente, mentre il Bonghi gli riconosceva i meriti: "Le sue pastorali sono singolarmente schive d'ogni allusione politica. Il dominio temporale non v'è nominato una sola volta; nessuna allusione al Governo Italiano, che l'ha distrutto". Perfino la breccia di Porta Pia non fu un vero ostacolo alla sua missione.

Lentamente, tra il 1846 e il 1878, il vescovo di Perugia, nonostante il suo isolamento, aveva attirato l'interesse di alcuni autorevoli ambienti, per la sua maturità e una relativa apertura. Tale atteggiamento, che rifuggiva dai toni violenti della polemica cattolica contro lo Stato liberale, gli meritò lusinghieri giudizi da parte di qualificati esponenti della classe dirigente liberale. Del resto, il vescovo di Perugia non aveva mai mancato di assumere posizioni autonome nei confronti di alcuni aspetti della politica di Pio IX. In particolare aveva giudicato intempestiva l'adesione nel 1848 alla causa italiana e altrettanto intempestivo il successivo disimpegno. Non aveva manifestato la sua piena convinzione in occasione della proclamazione dell'Immacolata Concezione. Di fronte al Sillabo, aveva sostenuto, in sintonia con il vescovo di Orléans, F.-A.-P. Dupanloup, che le varie proposizioni del documento potevano essere interpretate correttamente solo se inserite nel loro contesto storico. Infine, in seno al concilio Vaticano I, aveva assunto una posizione di equilibrio tra le correnti ultramontane e il gruppo degli antinfallibilisti. Molti studiosi hanno visto negli atti del suo lungo episcopato in Perugia la genesi del futuro pensiero leoniano e di tanti documenti pontifici.

Il Conclave e l'Elezione al Soglio Pontificio

Dopo circa trent'anni di permanenza nella diocesi perugina, cominciò a maturare in lui il desiderio di un trasferimento e in tal senso ne scriveva sin dal 3 ottobre 1874 al cardinale P. Caterini, prefetto della Congregazione del Concilio, ma dovette attendere ancora alcuni anni. Il 22 aprile 1877, scrivendo al cardinale G. Simeoni, nuovo segretario di Stato, chiedeva che il pontefice avesse "in qualche considerazione" la sua persona "dopo trentadue anni di esercizio episcopale" e "ventiquattro nel Sacro Collegio". Chiedeva, in particolare, una sistemazione a Roma e una "posizione meno travagliosa ed un clima meno aspro specialmente nei mesi invernali". La risposta di Simeoni fu incoraggiante. Si proponeva il trasferimento a Roma, mantenendo tuttavia la guida della diocesi, da affidare a un vescovo ausiliare. Su proposta dello stesso Pecci fu nominato il suo provicario generale monsignor C. Laurenzi. Il 4 giugno 1877 Pio IX lo autorizzò a risiedere a Roma e il 21 settembre lo nominò camerlengo di Santa Romana Chiesa.

Alla morte di Pio IX, avvenuta il 7 febbraio 1878, la diplomazia europea non mancò di esercitare una forte pressione sul Collegio cardinalizio per indirizzarlo verso una scelta moderata, che avrebbe dovuto stemperare gli atteggiamenti intransigenti che avevano segnato gli ultimi anni del pontificato di Pio IX. Sin dalla prima votazione al conclave, apertosi il 18 febbraio, emerse un chiaro orientamento in favore del cardinale camerlengo. La sua candidatura fu sostenuta principalmente dal cardinale D. Bartolini, dal cardinale H.E. Manning e dall'arcivescovo di Malines cardinale V.A. Dechamps. Incontrò invece dei veti significativi a livello internazionale la candidatura del cardinale L.M. Bilio, contro il quale si erano espressi i governi francese, spagnolo e austro-ungarico. In particolare il ministro degli esteri francese W.-H. Waddington non mancò, tramite il vescovo di Orléans, monsignor Dupanloup, di sostenere la candidatura del Pecci.

Il 20 febbraio 1878, con quarantaquattro voti a favore, contro i cinque di Bilio, il cardinale Pecci fu eletto sommo pontefice, con il nome di Leone XIII. L'elezione fu accolta con soddisfazione da tutti, sorpresi anche della brevissima durata del conclave (2 giorni). Si pensava ad un papa di passaggio, atto a risolvere la scottante Questione Romana: invece regnò per 25 anni. Scelse il nome di Leone XIII in ricordo di papa Leone XII, che l'aveva aiutato all'inizio dei suoi studi e che aveva ammirato per il suo atteggiamento conciliante nei rapporti con i governi. La profezia dello pseudo Malachia lo additava come "Lumen in coelo", vedendo la cometa brillare sul cipresso dei Pecci.

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