Santa Giacinta Marescotti, al secolo Clarice, è stata una religiosa italiana appartenente al Terzo Ordine Francescano, la cui vita è un esempio di profonda trasformazione spirituale e dedizione caritatevole. Nata da nobile lignaggio, passò da un'esistenza di vanità e agi a un'eroica penitenza e un instancabile servizio verso i più bisognosi, fondando importanti opere di carità.

Le Origini Nobili e la Giovinezza Difficile
Clarice Marescotti nacque il 6 marzo 1585 nel castello di Vignanello (Viterbo) da Marcantonio Marescotti e dalla principessa romana Ottavia Orsini. Fin dall’infanzia ricevette un’educazione profondamente cristiana, ma crebbe altera e vanitosa, insofferente di disciplina, contrariamente ai suoi due fratelli e alle due sorelle. I genitori, preoccupati del suo avvenire, decisero di affidarla all'educazione delle clarisse di San Bernardino a Viterbo, dove sua sorella maggiore, Ginevra, aveva già abbracciato la vita religiosa, prendendo il nome di Suor Immacolata. Clarice e Ortensia, la sorella minore, furono introdotte nelle migliori case, ma Clarice era molto attratta dal giovane Paolo Capizucchi, un ottimo partito. Tuttavia, i genitori preferirono far sposare Ortensia prima di lei. Questa delusione fu talmente forte che Clarice, sdegnata, decise per ripicca, a diciannove anni, di farsi monaca. La famiglia la costrinse a raggiungere la sorella Suor Immacolata a San Bernardino.
La "Vita Secolaresca" in Monastero
Nel gennaio 1604, Clarice vestì l’abito delle clarisse nel monastero di San Bernardino e prese il nome di Suor Giacinta, ma senza una vera vocazione. Scelse lo stato di terziaria francescana, che non comportava una clausura stretta. Inizialmente, non accettò la vita religiosa e si disinteressò della regola e di Dio. Per circa 10-15 anni, condusse una vita mondana e licenziosa, come lei stessa scrisse nel diario, fatta di «molte vanità e sciocchezze». Si fece costruire a proprie spese un appartamento nel monastero, arredandolo con tavoli, tappeti e quadri di gran lusso, e facendosi servire da due novizie. Faceva uso di vasi di finissima maiolica, posate d’argento e stoffe di gran pregio, vivendo in modo contrario ai consigli evangelici e dando scandalo.
La Conversione Radicale e la Rinascita Spirituale
Nel 1615-1616, Suor Giacinta fu tormentata da una lunga e grave malattia e alcuni lutti familiari la colpirono. Durante questo periodo, entrò in una profonda crisi spirituale. Un giorno fu visitata dal P. Antonio Bianchetti, OFM, confessore straordinario del monastero. Alla vista del lusso del suo appartamento, Padre Antonio, acceso da vivo sdegno, non esitò a dirle: "A nulla gioverà il confessarvi. Il Paradiso non è fatto per quelle monache che si lasciano trascinare dalla superbia e dalla vanità come voi!".
A questa severa riprensione, Suor Giacinta si sentì stordita, mentre una vivissima luce squarciava le tenebre della sua anima. Terrorizzata, esclamò: "Dunque non ci sarà per me una via di salvezza? Avrò lasciato il mondo e mi sarò fatta monaca per andare all’inferno?". Padre Antonio fu categorico: "Per chi abusa della grazia divina, per chi nel chiostro conduce una vita secolaresca, non c’è via di salvezza. Se non volete dannarvi eternamente, affrettatevi a cambiare vita".
In un istante, Suor Giacinta comprese il disordine della sua vita. Si alzò da letto, si vestì di una rozza tonaca, calzò due zoccoli e fece la sua confessione generale. Poi si recò in refettorio, si inginocchiò davanti alle consorelle e, flagellandosi, domandò perdono degli scandali dati, promettendo di ripararli con la più rigorosa povertà e le più aspre penitenze. I successivi ventiquattro anni della sua vita furono anni straordinari e durissimi, di privazioni e dedizione al prossimo.

L'Eroica Vita di Penitenza e Umiltà
Sua prima preoccupazione fu di privarsi non solo delle cose superflue, ma anche di quelle necessarie. Consegnò alla Madre Badessa gli oggetti preziosi di cui si era servita, l'annuo assegno ricevuto dalla famiglia, e nella cella non volle altro ornamento che una grossa croce che dal suolo arrivava fino al soffitto. Dalle due camerette raffinate passò a una cella derelitta, che chiamò "capanna del paradiso". Sul suo giaciglio formato da tre tavole, aveva steso un materasso di sarmenti e posto un sasso come cuscino. Il suo vitto, ridotto ad un pasto al giorno, consisteva in pane duro con erbe senza condimento, spesso mescolate a foglie di assenzio. Quando la fame si faceva sentire, contemplava cibi più saporiti e diceva a se stessa: "Quando mai ti sei meritata un cibo così gustoso?", lasciandolo alle consorelle o donandolo ai poveri. Concepì un tale orrore per il denaro che, quando doveva maneggiarlo come vicaria o maestra delle novizie, lo gettava in un angolo della cella come spazzatura.
Per espiare l’amore alle comodità, ogni venerdì si percuoteva per un’ora fino allo spargimento del sangue con un fascetto di pungitopo. Nel cuore dell’inverno scendeva nell’orto e immergeva a lungo i piedi nell’acqua gelata, meditando la passione del Signore. Di notte, spesso si alzava dal duro giaciglio, prendeva sulle spalle la pesante croce e saliva e scendeva, genuflessa, una lunga scala del monastero, flagellandosi a sangue. Tutti i venerdì meditava per molte ore i dolori del Figlio di Dio, esclamando in lacrime: "L’amore mio è stato crocifisso". Di notte faceva ordinariamente la Via Crucis con una catena al collo, una corona di spine in capo e una croce in spalla. Per rassomigliare a Gesù, si schiaffeggiava, si flagellava e si premeva fortemente sul capo la corona di spine, cadendo sotto la croce e stendendosi su di essa, battendo mani e piedi in memoria dei dolori della crocifissione.
La Santa perseverò in tale tenore di vita per ventiquattro anni. In conseguenza delle sue privazioni e digiuni, per sedici anni fu soggetta a frequenti coliche che sopportò con gioia, dispiacente solo di incomodare chi doveva assisterla. Al tormento del corpo si aggiungeva quello dell’anima. Il suo singolare ed eroico genere di vita non era gradito alle monache più rilassate, che la trattavano da "pazza" o "ipocrita", o la beffeggiavano chiamandola "la predicatrice". Se i superiori punivano qualche monaca rilassata, le altre accusavano Giacinta di essere una "spia". La Santa, anziché sgomentarsi, pregava: "Oh mio Signore, quando vi domando perfezione spirituale, che altro io desidero se non patire di più? Purché mi rendiate perfetta, scaricate sopra di me quanto vi è di più molesto nel mondo". Per un certo tempo, Dio permise che anche il demonio la tentasse di scoraggiamento o le ingenerasse dubbi contro la fede. Suor Giacinta piangeva a dirotto prostrata davanti alla croce, pregando: "Oh mio Signore, se è vostra volontà che io debba essere dannata, fatemi almeno la grazia che prima di morire io possa compiere qualche cosa di vostro gradimento. Sì, andrò all’inferno, ma concedetemi che per quanto durerà la mia vita in questo mondo, io vi adori e vi serva!".
Le Opere di Carità e l'Amore per il Prossimo
Oltre a Dio, Suor Giacinta amò i poveri, ai quali donò il suo cibo, le sue vesti, la coperta del suo letto, il denaro e i doni che riceveva. Non potendo recarsi per le piazze a predicare la carità, incaricò alcune signore di cercare gl’indigenti e di mandarli alla grata del monastero per dar loro cibo e vestito. Quando si ammalavano, mandava persone di sua conoscenza ad assisterli, lavava i loro panni e provvedeva alle medicine con l’aiuto di benefattori, preparando per loro dolci e ciambelle.
Un suo fratello aveva l'abitudine di spendere forti somme in suffragio dei defunti della famiglia. Suor Giacinta gli disse: "Dammi, te ne prego, ora che sono in vita, quella somma che vorresti impiegare per Messe in mio suffragio dopo la mia morte. Per amore di tanti poveri io sarei contenta di stare in Purgatorio qualche tempo di più". Una volta, per consolare un carcerato, nascose nel ventre di un grosso pesce una letterina piena di salutari ammonimenti e glielo mandò. Naviganti sorpresi in alto mare da una burrasca si raccomandarono a lei, ed ella apparve sulla nave, li condusse in porto e poi scomparve.
Oltre che dei bisognosi, la Santa clarissa ebbe una straordinaria cura dei peccatori. Con l’aiuto di un uomo di nome Simonetti, cercava di attirarli alla grata del monastero per indurli a piangere le loro colpe. Quando non vi riusciva, scriveva loro lettere commoventi che li spingevano a cambiare vita. Tra le numerose conversioni da lei operate, è famosa quella di Francesco Pacini, un soldato pistoiese, ottenuta dopo quaranta giorni di preghiere, flagellazioni e digiuni. Di lui si servì per stabilire, con opportune regole, due importanti opere di carità:
- La Confraternita dei Sacconi, per l’assistenza degli infermi (così chiamati per il sacco che i confratelli indossavano nel loro servizio), alla quale il cardinale Tiberio Muti, vescovo di Viterbo, assegnò la chiesa di Santa Maria delle Rose.
- La Confraternita degli Oblati di Maria, per l’assistenza ai vecchi e agli invalidi.
Per un ospizio da erigere presso la chiesa di San Carlo in Piano Ascarano, Suor Giacinta chiese denari ai vicini e ai lontani. Quando l’opera rischiò di perire a causa di incomprensioni e calunnie, ella saliva al piano superiore del monastero, da cui si poteva scorgere la chiesa di San Carlo, e con le braccia distese in forma di croce e ritta in piedi, pregava: "Ecco, oh Maria, i vostri Oblati in angustie! Deh, soccorreteli, proteggeteli, sono vostri figli, sono vostri servi! Tocca a voi aiutarli in questo estremo bisogno!". Il demonio tentò, inutilmente, di metterle in cuore suggestioni per farla desistere da quelle opere di misericordia.
A rasserenare l’animo angustiato della clarissa intervenne un fatto prodigioso: Francesco Pacini, dopo il consolidamento delle due Confraternite, si era ritirato a fare vita eremitica nell’Isola d’Elba. Suor Giacinta, bisognosa della sua presenza per impedire che la Confraternita degli Oblati di Maria si sfasciasse, supplicò il proprio confessore di richiamarlo. Nella stessa ora, la Santa, che non conosceva il luogo dove il penitente si era nascosto, prostrata davanti al crocifisso, pregò tra le lacrime: "In virtù del prezioso corpo e sangue di Cristo, che ora si offre sull’altare, ti supplico, o Francesco, di tornare". Francesco sentì un fortissimo impulso a tornare a Viterbo. La Confraternita, sotto la sua direzione, prese nuova vita e fu riconosciuta dal cardinale Francesco Brancacci.
Nonostante la sua dedizione ai miseri, Suor Giacinta praticava in sommo grado tutte le virtù, specialmente quella dell’umiltà. Pur essendo nobile, si riteneva l’ultima del monastero e aiutava le converse negli uffici più gravosi. Sovente compariva davanti alle consorelle con una corda al collo e senza velo, o si inginocchiava baciando loro i piedi, chiedendo perdono delle proprie mancanze. Talvolta si distendeva per terra davanti alla porta del refettorio per obbligare le novizie a passare sul suo corpo, a costo di essere mal giudicata.
30.01 SANTA GIACINTA MARESCOTTI
Spiritualità e Misticismo Profondo
Devotissima dello Spirito Santo, Suor Giacinta chiedeva incessantemente l’amore divino. Per ottenerlo più facilmente, si preparava alla festa di Pentecoste con un digiuno di quaranta giorni, durante i quali rinunciava a qualsiasi ricreazione e al parlatorio. Una volta, in tale festività, il suo cuore si infiammò talmente che, venuta la sera, non potendo più contenere l’ardore, spalancò la finestra della cella e gridò forte: "Amore, amore, amore dolcissimo, vieni a me!". La stessa esclamazione le usciva dal labbro quando, verso mezzanotte, si recava in coro con una consorella e si tratteneva un’ora intera prostrata sul pavimento dinanzi all’altare del Santissimo Sacramento. Rialzandosi con il viso in fiamme, diceva a chi l’accompagnava: "Vogliamo aiutare tante anime infelici, che in queste ore notturne sono deviate dal vero amore?". Appena giungeva in cella, si flagellava sospirando: "Oh mio dolce e caro amore, come potrò vivere se non mi sazio appieno di amarti?". Scrisse in una lettera: "Peno di non trovare ancora modo di amare Dio, tanto che pare alle volte che il cuore mi si schianti, non trovando strada per progredire nell’amore, e pur sento voci interne che mi richiamano a mutare vita, e a passare le notti in pianti e gemiti".
Uguale amore nutriva per Maria Santissima. Dal giorno della sua conversione, non volle più chiamarsi e firmarsi Marescotti, ma soltanto Giaciuta di Maria Vergine. Talvolta le consorelle la udivano cantare: "Maria, Maria, tu ben lo sai quanto ti ho pregata di farmi buona, e ora mi trovo peggiore che mai". Amava tanto la Madonna da volerne impresso il nome o l’immagine sugli oggetti di suo uso: la scrivania, i libri, la conocchia, il cuscino di lavoro, la sedia, le forbici, i piatti, le posate, e persino il cilicio.
Nonostante la sua vita eroica, Suor Giacinta sperimentò anche frequenti aridità di spirito. Un giorno confidò ad una consorella: "Se sapeste l’aridità nella quale mi trovo, ne stupireste, ma Iddio mi dà, per sua bontà, tanta forza e non mi abbandona, volendomi attrarre a sé per questa unica strada, che Egli giudica a me profittevole". A una persona che le manifestava il rammarico di non poterle rendere un servizio gradito, rispose: "Non bisogna turbarsi per me, perché vi faccio sapere che io cammino con la croce, sempre, in ogni mia occorrenza; ne ricevo la minima consolazione sia di anima, sia di cor...".
Morte, Venerazione e Canonizzazione
Suor Giacinta morì il 30 gennaio 1640. Si confessò, si comunicò e chiese l’estrema Unzione, stringendo tra le mani il Crocifisso. Subito dopo la sua morte, tutta Viterbo corse alla chiesa dov’era esposta la salma e tutti vollero portarsi via un pezzetto del suo abito per conservarlo come reliquia, così il suo corpo dovette essere rivestito tre volte. Il corpo è conservato nella chiesa del Monastero di San Bernardino, a Viterbo, distrutta dalla guerra 1940-45 e ricostruita nel 1959.
Il suo corpo è stato recuperato dalla fossa comune in occasione della beatificazione, ordinata da Benedetto XIII nel 1726. La sua canonizzazione fu celebrata da Pio VII nel 1807.
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