Coloro che parteciperanno alla liturgia di domenica saranno invitati a ripetere il seguente ritornello al Salmo responsoriale: “Sei tu, Signore, la roccia che mi salva”. L’allusione evidente è al Vangelo, che narra la parabola del nubifragio, della casa che ne è investita e che rimase in piedi, perché ben fabbricata sulla roccia, e di un’altra casa, che, edificata sulla sabbia, crollò. La parola “Roccia” è la parola chiave che ci aiuterà a ben comprendere questa liturgia domenicale. In realtà, nessuno ha mai visto Dio; eppure è possibile invocarlo come roccia, pensarlo come roccia, e anche parlarne e affermare che egli è la Roccia, la certezza, la stabilità. L’esperienza della roccia richiama alla mente ciò che è radicalmente saldo, che fa sicurezza, che non tradisce. All’opposto c’è l’esperienza della sabbia, che è mobile, sinuosa, ingannevole. Il Salmo della liturgia odierna confessa non solo che Dio è roccia, ma che è roccia per me. Dunque Dio ha una relazione con me, che lo sperimento come mia certezza, mia stabilità. Chiunque abbia avuto simile esperienza di Lui, difficilmente poi ne negherà l’esistenza.

Dio è Roccia: Un Simbolo di Forza e Fedeltà
Nella Bibbia la roccia e, in genere, le alture rocciose che s'innalzano sulle distese aride, trasmettono una sensazione di solidità e di salvezza che richiama l'aiuto che Dio offre all'uomo. Il simbolo della roccia definisce, in un certo senso, persino l'identità di Dio, il suo essere per noi: «Il Signore è roccia eterna e stabile» (cfr. Is 26,4, Dt 32,4; Sal 31,3). Si legge anche «Benedetto, il Signore, mia roccia» (Sal 144,1) e «Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza» (Sal 89,27). Dio «è la roccia: perfette le sue opere, giustizia tutte le sue vie; è un Dio fedele e senza malizia, egli è giusto e retto».
Confessare che «Dio è roccia» è come dire: Dio, il mio Dio, è fedele, stabile, retto, giusto, protegge, salva, nasconde dai nemici, rende il passo sicuro. Dio, roccia, è all'origine della vita, le dona consistenza e solidità. All'infuori di Dio non vi è sicurezza e difesa: «Non c'è santo come il Signore, perché non c'è altri all'infuori di te e non c'è roccia come il nostro Dio» (1Sam 2,2). La roccia, simbolo di Dio che protegge il suo popolo, parla: «Il Dio di Giacobbe ha parlato, la roccia d'Israele mi ha detto» (2Sam 23,3), nutre con un cibo prezioso e raro: «Li sazierai con miele di roccia» (Sal 80,16; Dt 32,13 ); disseta il popolo in cammino nel deserto, facendo scaturire acqua dalla roccia (cfr. Es 17,6; Num 20,8,10).
La roccia richiama pure la grotta che è, appunto, una roccia scavata, e il sepolcro. Gesù, deposto dalla croce, viene posto in un sepolcro nuovo scavato nella roccia (Mt 27,60; Mc 15,46; Lc 25,53). La roccia scavata, divenuta grotta o sepolcro, è il luogo che custodisce la vita. Le tradizioni popolari sul Natale riferiscono che Gesù, nato in una grotta, fu deposto nella mangiatoia. La frase «Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio» (Lc 2,7). L'esplicitazione della grotta proviene dai padri della Chiesa. La grotta scavata nella roccia, dove Gesù è stato adagiato, e il sepolcro scavato nella roccia, dove è stato deposto, fanno associare il Natale con la Pasqua di risurrezione.
L'Importanza dell'Ascolto e della Pratica: La Parabola delle Due Case
Torniamo al Vangelo e proviamo a riflettere un poco sulla parabola del nubifragio, delle due case e dei due costruttori. Ogni parabola suppone sempre una domanda: che vuol dire questa piccola narrazione, per me, per noi, nel concreto della vita? Oggi essa offre già una risposta fin dall'introduzione: “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica…” (v. 24) e più avanti: “Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica…” (v. 26). Questo testo dice che ci sono due modi di ascoltare che corrispondono a due modi di stare nella vita; si può ascoltare con sincerità, pensando che l'altro ha qualcosa d'importante da dirti; ma si può ascoltare in realtà senza ascoltare, perché uno pensa di sapere già ciò che l'altro dirà: niente d'importante. In questo caso, chi si preoccuperà di fare ciò che ha ascoltato? La parabola inoltre designa il primo ascoltatore come un uomo saggio, il secondo come un uomo stolto. Questo avrà conseguenze: il primo, che è anche un costruttore, edifica sulla roccia; l'altro, anche lui costruttore, sulla sabbia. Ognuno dei due avrà poi modo di conoscere se stesso dai risultati del proprio lavoro, al momento della prova: una casa rimase salda, all'arrivo del nubifragio, mentre l'altra rovinò. Di quest'ultima la parabola precisa che la sua rovina fu grande (v. 27). Come dire che non si trattò solo del crollo di un manufatto, ma di una famiglia distrutta, di un progetto fallito, di speranze svanite.

Nell’ambiente supposto dalla parabola, un nubifragio di quelle proporzioni non era un’eventualità remota, come potrebbe essere da noi, ma una probabilità da metter in conto: non si sa quando, ma si sa che arriverà. Nell’esistenza di ciascuno di noi, il nubifragio va messo realisticamente nel conto delle possibilità. Un incidente, una malattia grave, una morte… Molti si rifiutano di farlo per paura. Poi di fronte ai fatti, si sente esclamare: “Ma non è possibile!”. La parabola del nubifragio, che conclude il Discorso della montagna, è preceduta da alcuni versetti, che in qualche modo vanno nella stessa direzione: una vera catechesi sulla preghiera, che non può essere fatta solo di parole. Non ne è messa in discussione la necessità, ma la preghiera deve andar congiunta con una prassi di vita cristiana. In caso contrario non serve a nulla. Forse è il caso di riflettere a quante volte la nostra preghiera consista solo di suoni più o meno articolati. Poi le parole del Signore fanno riferimento a “quel giorno”, quando alcuni gli presenteranno una lista dei crediti: “Abbiamo profetato in tuo nome, cacciato demoni in tuo nome, compiuto molti miracoli in tuo nome” (v. 22), in fondo abbiamo lavorato per te. La dichiarazione di Gesù sarà molto dura: “Non vi ho mai conosciuti”. Impressionante. Eppure non è raro sorprenderci a pensare di avere qualche credito con Lui, mentre in realtà anche il migliore tra noi non ha che debiti.
La Fede in Cristo di Fronte alle Avversità
La Redenzione e la Liberazione in Cristo Gesù
Parlano di questo anche i pochi versetti della Lettera ai Romani: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata in Cristo Gesù”. Vale a dire che nessuno è in grado di vedere la propria vita stabilmente realizzata, perché un potere malvagio, il peccato, ci rende incapaci di farlo. Allora Dio, che ha tanto amato l'uomo da prendersi pena della sua incapacità, ha mandato il Figlio a liberarlo da quel potere malvagio.
Gesù Calma la Tempesta: La Roccia nelle Avversità
In un episodio narrato in Luca 8, Gesù salì su una barca con i suoi discepoli e disse loro: «Passiamo all'altra riva del lago». Mentre navigavano, egli si addormentò; e si abbatté sul lago un turbine di vento, tanto che la barca si riempiva d'acqua, ed essi erano in pericolo. Essi, avvicinatisi, lo svegliarono, dicendo: «Maestro, Maestro, noi periamo!» Ma egli, destatosi, sgridò il vento e i flutti, che si calmarono, e si fece bonaccia. Poi disse loro: «Dov'è la vostra fede?» Questo evento dimostra il potere di Gesù sulla natura e la sua capacità di offrire stabilità e salvezza anche nelle tempeste più violente della vita, rendendolo una roccia in cui confidare.
GESU' CALMA LA TEMPESTA - Il Vangelo in CAA - 20 giugno 2021
Il Seme sulla Roccia: Un Avvertimento Sull'Ascolto della Parola
Sempre nel Vangelo di Luca, troviamo la parabola del seminatore e dei diversi terreni. Una parte del seme cadde lungo la strada, un'altra in mezzo alle spine. E un'altra cadde sulla roccia: appena fu germogliato seccò, perché non aveva umidità. L'interpretazione che ne dà Gesù è chiara: «Quelli sulla roccia sono coloro i quali, quando ascoltano la parola, la ricevono con gioia; ma costoro non hanno radice, credono per un certo tempo ma, quando viene la prova, si tirano indietro». Questo ci insegna che, pur accogliendo la parola con entusiasmo, senza una radice profonda, una vera stabilità interiore e una profonda fiducia, la fede può venire meno di fronte alle difficoltà.
La Vita Cristiana e la Volontà di Dio
La Lettera di 1 Pietro 4 ci esorta: “Poiché dunque Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso pensiero, che cioè colui che ha sofferto nella carne rinuncia al peccato, per consacrare il tempo che gli resta da vivere nella carne non più alle passioni degli uomini, ma alla volontà di Dio.” Questo implica una vita di fede che si fonda sulla volontà divina, superando le tentazioni e le prove. “Carissimi, non vi stupite per l'incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare.” La sofferenza non è estranea alla vita cristiana, ma in essa la fiducia in Dio come roccia diventa ancora più essenziale.
Il Signore è il Mio Rifugio: I Salmi della Fiducia
Salmo 27: Il Trionfo della Fede
Di Davide: “Il SIGNORE è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò? Il SIGNORE è il baluardo della mia vita; di chi avrò paura? Quando i malvagi, che mi sono avversari e nemici, mi hanno assalito per divorarmi, essi stessi hanno vacillato e sono caduti. Se un esercito si accampasse contro di me, il mio cuore non avrebbe paura; se infuriasse la battaglia contro di me, anche allora sarei fiducioso. Una cosa ho chiesto al SIGNORE, e quella ricerco: abitare nella casa del SIGNORE tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del SIGNORE e meditare nel suo tempio. Poiché egli mi nasconderà nella sua tenda in giorno di sventura, mi custodirà nel luogo più segreto della sua dimora, mi porterà in alto sopra una roccia. E ora la mia testa s'innalza sui miei nemici che mi circondano. Offrirò nella sua dimora sacrifici con gioia; canterò e salmeggerò al SIGNORE. O SIGNORE, ascolta la mia voce quando t'invoco; abbi pietà di me, e rispondimi. Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate il mio volto!» Io cerco il tuo volto, o SIGNORE. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo; tu sei stato il mio aiuto; non lasciarmi e non abbandonarmi, o Dio della mia salvezza! Qualora mio padre e mia madre m'abbandonino, il SIGNORE mi accoglierà. O SIGNORE, insegnami la tua via, guidami per un sentiero diritto, a causa dei miei nemici. Non darmi in balìa dei miei nemici; perché sono sorti contro di me falsi testimoni, gente che respira violenza. Ah, se non avessi avuto fede di vedere la bontà del SIGNORE sulla terra dei viventi! Spera nel SIGNORE! Sii forte, il tuo cuore si rinfranchi; sì, spera nel SIGNORE!”
Salmo 91: Il Signore, Sicuro Rifugio
“Chi abita al riparo dell'Altissimo riposa all'ombra dell'Onnipotente. Io dico al SIGNORE: «Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza, il mio Dio, in cui confido!» Certo egli ti libererà dal laccio del cacciatore e dalla peste micidiale. Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio. La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Tu non temerai gli spaventi della notte, né la freccia che vola di giorno, né la peste che vaga nelle tenebre, né lo sterminio che imperversa in pieno mezzogiorno. Mille ne cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra; ma tu non ne sarai colpito. Basta che tu guardi, e con i tuoi occhi vedrai il castigo degli empi. Poiché tu hai detto: «O SIGNORE, tu sei il mio rifugio», e hai fatto dell'Altissimo il tuo riparo, nessun male potrà colpirti, né piaga alcuna si accosterà alla tua tenda. Poiché egli comanderà ai suoi angeli di proteggerti in tutte le tue vie. Essi ti porteranno sulla palma della mano, perché il tuo piede non inciampi in nessuna pietra. Tu camminerai sul leone e sulla vipera, schiaccerai il leoncello e il serpente. Poiché egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il mio nome. Egli m'invocherà, e io gli risponderò; sarò con lui nei momenti difficili; lo libererò e lo glorificherò. Lo sazierò di lunga vita e gli farò vedere la mia salvezza.”

Analisi del Salmo 91: Trionfo della Fede sulla Paura
Il Salmo 91, chiamato anche “Inno Trionfale della Fede”, è una perla. È stato di incoraggiamento e ha dato pace a milioni di credenti nella prova. Secondo alcuni commentatori, è stato scritto nel bel mezzo di un’epidemia di peste (2 Samuele 24:13). Le circostanze erano simili a quelle che stiamo sperimentando oggi. Viviamo in giorni di ansia e incertezza. Tutto il mondo è nella paura. Improvvisamente siamo diventati consapevoli della fragilità della vita. La fortezza in cui l’uomo contemporaneo confidava, si è trasformata in debolezza, ci sono crepe nella roccia e ci sentiamo vulnerabili. Le persone cercano un messaggio di serenità e tranquillità. Il messaggio di Salmi 91 è riassunto in una frase: la fede trionfa sulla paura. Il salmo inizia con una descrizione stupefacente del carattere di Dio. Nei primi due versi, sono menzionati fino a quattro nomi differenti per spiegare chi è e com’è Dio. Che straordinaria porta d’ingresso per la fede! La consapevolezza della grandezza di Dio è la base della nostra fiducia. Potremmo parafrasare un proverbio popolare e dire “Dimmi com’è il tuo Dio e io ti dirò com’è la tua fede”. Nei momenti di paura, la prima cosa da fare è alzare gli occhi al cielo, guardare Dio e contemplare la Sua grandezza e sovranità. Così il salmista sperimenta che Dio è il suo rifugio, la sua ombra, la sua speranza e la sua fortezza. Il ritratto di Dio in “quattro dimensioni” dà vita a una benedizione quadruplicata! Da notare, comunque, che il salmista si riferisce a Lui come al MIO Dio. Questa piccola parola, “mio”, apre una prospettiva unica e cambia molte cose: il Dio del salmista è un Dio personale e vicino, che interviene nella sua vita e si interessa alle sue paure e ai suoi bisogni. Questo è uno dei tratti distintivi della fede cristiana: Dio non è solo l’Onnipotente e il Creatore dell’Universo, ma è anche il Padre, l’Abba (“papà”) che mi ama e mi protegge (Galati 4:6). Questo è il nostro grande privilegio: Dio si prende cura di noi, come fa un padre con suo figlio, perché in Cristo siamo diventati figli adottivi di Dio.
La Protezione Divina e la Fiducia
Le promesse del Salmo 91 includono: “Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio. Certo Egli ti libererà dal laccio del cacciatore e dalla peste micidiale…La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Tu non temerai…né la peste che vaga nelle tenebre, né lo sterminio che imperversa in pieno mezzogiorno…nessun male potrà colpirti, né piaga alcuna s’accosterà alla tua tenda.” Arriviamo così al cuore del salmo: la protezione di Dio nella pratica. La consapevolezza della grandezza di Dio deve essere seguita dalla consapevolezza della provvidenza di Dio. Questo è un aspetto fondamentale nell’esperienza di fede. Se la comprendiamo bene, diventerà una fonte insuperabile di pace e serenità. Il diavolo cerca di manipolare con il salmo. È significativo il fatto che il diavolo tentò Gesù (Matteo 4:6, Luca 4:10-11) citando questo salmo: “Poiché Egli comanderà ai suoi angeli di proteggerti…Essi ti porteranno sulla palma della mano, perché il tuo piede non inciampi in nessuna pietra” (Salmi 91:11-12). Anche oggi, abusare delle promesse della protezione divina è una tentazione. Bisogna stare attenti alla super spiritualità e alla super fede. Potrebbe essere un modo per tentare Dio, come la forte risposta di Gesù a Satana ci insegna: “Non tentare il Signore Dio tuo” (Matteo 4:7).
“Poiché egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il mio nome.” Un’assicurazione su tutti i rischi? La parola chiave è “liberare”. Cosa vuol dire in realtà la frase “Dio ti libererà”? La stessa espressione è usata nella vita di Giuseppe: Dio “lo liberò da ogni sua tribolazione” (Atti 7:10), eppure il patriarca dovette affrontare tante valli oscure e della morte. Dio non gli ha evitato la difficoltà, ma lo ha salvato da essa. Come Spurgeon disse, per coloro che sono amati da Dio non è possibile essere liberi da tutti i mali. La fede non garantisce la scomparsa di ogni problema, ma garantisce la vittoria su di essi. Quindi, la fede in Cristo non è un vaccino contro tutti i mali, ma una garanzia di totale sicurezza, la sicurezza del “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Romani 8:31). Niente accade nella vita di un figlio di Dio che Lui non sappia e che non sia sotto il Suo controllo (1Corinzi 10:13). Il caso non esiste nella vita di un credente. La grandiosa provvidenza del nostro Dio -l’Abba- illumina i momenti più bui: “Mille ne cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma tu non ne sarai colpito.” (Salmi 91:7). Come possiamo vedere chiaramente dall’esperienza di Giobbe, niente ci potrà succedere se Lui non lo permette. “Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo a terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.” Questa è una conseguenza logica. La fiducia è la risposta a qualche evidenza. Il salmista ha conosciuto Dio personalmente, nell’intimo: “Poich’egli conosce il mio nome” (Salmi 91:14). Questa conoscenza gli permette di amare Dio: “Poich’egli ha posto in me il suo affetto” (Salmi 91:14), e di avere una stretta relazione con Lui. La nostra vita non è in balia di un virus, ma nelle mani del Dio Onnipotente. In questo risiedono la certezza della nostra fede e la base della nostra fiducia che vince ogni paura. Non c’è spazio per l’esagerazione, ma c’è senz’altro del trionfo. È il trionfo che Cristo ci ha assicurato alla croce, con la Sua vittoria sul maligno.
Pietro, la Roccia, e Gesù: Il Fondamento della Chiesa
“Sarai chiamato Kefa” - che significa Pietro, disse Gesù al fratello di Andrea. E forse dovremmo imparare a scriverlo minuscolo, pietro, per sentire con più forza che si tratta di un soprannome o, forse meglio, del nome di battaglia di Simone: כיפא, kefa’, roccia, pietra. Così suonava in aramaico, la lingua corrente di Gesù. L’evangelista, scrivendo in greco, lo tradusse per i lettori ma non usò pètra bensì il maschile pètros, “roccio”, “pietro”, poiché era riferito a Simone. Sarai chiamato Kefa, che significa Πέτρος, Pètros. E l’evangelista Giovanni non aggiunge altro, non spiega il perché di questo nome. Il povero Simone ci avrà pensato non poco. Certo, era un pescatore, non uno scriba esperto di Bibbia. Ma lo sapevano tutti, almeno a quei tempi, che nella Bibbia decine di volte roccia è nome attribuito a Dio. Niente meno. Il Signore è la mia roccia, la mia fortezza, il mio liberatore.

Il Primo Incontro con il Messia
Nel Vangelo di Giovanni (Gv 1,35-42) si narra l'inizio del cammino dei primi discepoli: “Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù.” Questo incontro segna l'inizio della relazione con Gesù, il Messia, che diventerà il fondamento della loro fede e della Chiesa stessa, rappresentata simbolicamente in Pietro, la "roccia".
La Preghiera come Intimità e Fondamento
Vorrei assaporare su questa terra un po’ dell’intimità che avrò con Lui in cielo. A Dio piace stare con me, ma a volte prego con una corazza. A volte pregare diventa un dovere, un punto nel mio carnet da bravo cristiano, anziché essere per me la cosa più necessaria. Succede quando non cerco in Lui il mio riposo, la mia roccia a cui appoggiarmi, la mia barca perché calmi la mia tempesta. Voglio che Dio riempia il mio cuore quando prego. Per questo gli chiedo di insegnarmi. Voglio avere i suoi occhi e che apra le mie porte chiuse. Guardo Gesù. Voglio imparare a pregare a modo suo. La mia preghiera non dev’essere perfetta. Come prego? Quali luoghi mi danno vita per pregare? Qual è lo stile tra Dio e me? Come mi cerca Dio? Come lo cerco io? La vita sulla terra è cercarci reciprocamente, Dio ed io. Aspettarci e incontrarci. Parlo a Dio di ciò che provo o parlo solo con la mente? Devo pregare in modo approfondito, facendo sì che pregando la mia vita abbia profondità e senso. Quel senso che dà il fatto di camminare con Dio, di vivere nelle sue mani. Pregare con la dedizione del figlio, come Gesù. Partendo dalla mia piccolezza. E pregando lo sento di nuovo nelle mie orecchie. Pregare sentendomi amato profondamente. Questo è pregare. Così era la preghiera di Gesù. Sentire che sono il figlio amato. Così voglio pregare per sentirmi amato, per sapermi figlio. So che è possibile solo con Dio. Solo pregando posso amare pienamente. Solo amando posso pregare come ha pregato Gesù. Con silenzi. Con parole. Con sguardi. Con tutto il mio essere. Voglio vivere accanto a Lui. In ogni passo della mia vita. Ricordo Gesù che prega tutta la notte prima di scegliere i suoi apostoli. Era Dio, ed è stato tutta la notte ad affidare quella decisione così importante. Conto su Dio nelle mie decisioni? Mi piace vedere Gesù che cerca nella preghiera la volontà del Padre. Vorrei essere così. Modellare la mia volontà su quella di Dio. Ascoltarlo, imparare ad avere l’anima sensibile ai suoi più lievi desideri. Egli cerca solo la mia felicità, e io confido e mi rilasso.