Il significato di "stranieri e pellegrini come tutti i nostri padri" nella fede cristiana

Il concetto di "stranieri e pellegrini" è una metafora profondamente radicata nella tradizione biblica e nella spiritualità cristiana, che descrive i credenti come individui in un viaggio temporaneo sulla terra, con una patria celeste definitiva. Questa visione non implica un disimpegno dal mondo, ma piuttosto un modo specifico di viverlo e relazionarsi ad esso, ispirato all'esempio dei patriarchi e al magistero di Gesù.

illustrazione di antichi pellegrini o figure bibliche in cammino

L'esperienza biblica di migrazione e peregrinazione

La Bibbia è un testo profondamente segnato da esperienze di migrazioni, sia forzate che volontarie. Questi eventi hanno plasmato l'identità dell'antico Israele e hanno fornito un fondamento per la sua legislazione e teologia riguardo allo straniero.

L'Antico Testamento: memoria e legge

Dall'inizio alla fine, la Bibbia racchiude varie esperienze di migrazioni, a cominciare dagli antenati, patriarchi e matriarche dell’antico Israele, passando per l'esperienza del popolo ebraico in Egitto, per il cammino nel deserto e la diaspora dopo l'esilio. Eventi come la caduta della Samaria sotto l'impero assiro nel 722 a.C. e la presa di Gerusalemme sotto l'impero babilonese nel 596-539 a.C., con le conseguenti deportazioni del popolo ebraico, hanno rafforzato questa consapevolezza.

Questi eventi hanno portato l'antico Israele a elaborare testi giuridici in cui la propria esperienza di immigrati in Egitto viene presentata come criterio di giustizia verso i migranti che si trovano nella terra di Israele. Secondo i precetti della Torah, il forestiero e il pellegrino meritano sempre di ricevere un’accoglienza rispettosa e incondizionata: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20). La parola di Dio fa leva su una coscienza molto radicata nel cuore e nella storia di Israele: l’indelebile memoria di essere nato forestiero e di essere stato poi accolto dentro un’inattesa alleanza con il Dio dell’Esodo e della Terra promessa.

Per questo nella legge di Mosè lo straniero non è solo qualcuno da non trattare male, ma una persona con cui condividere i resti della vendemmia (cf. Lv 19,19), che ha gli stessi doveri (cf. Es 12,49) e gli stessi diritti di chi è nato in Israele. Per un ebreo, avere in casa un forestiero è diventata, nel tempo, una situazione talmente familiare da non risultare più nemmeno obbedienza a un precetto della legge.

Nel contesto della mobilità umana, la Bibbia si è rivelata una sorgente di ispirazione estremamente ricca sui diversi motivi relativi alle migrazioni volontarie o forzate. La fuga per salvarsi la vita o scappare dalla siccità, le città rifugio, l’esodo dei popoli, le trasmigrazioni dei pastori, l'ospitalità, l'uscita, il viaggio, il cammino, il pellegrinaggio, l'arrivo, l'incontro, lo straniero, il diverso, l'accoglienza, l'apprezzamento della diversità, le frontiere, il protagonismo dei migranti e tanti altri sono motivi riguardanti il campo semantico delle migrazioni molto presente nella Bibbia.

La preghiera di Davide e l'identità del popolo

Nel contesto della consacrazione del primo tempio, il re Davide eleva a Dio una preghiera di ringraziamento e di offerta. In questa preghiera, il re si presenta davanti a Dio come colui che riconosce la storia di migrazione dei suoi antenati in Egitto e nel deserto, la sua propria identità e l'amore di Dio per i migranti, che egli esprime: “Noi siamo migranti davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri!” (1Cronache 29,15). Essere migrante, nella prospettiva di Davide, non è solo lo status socio-politico del popolo eletto, ma una parte fondamentale della sua identità. Così, egli si riferisce alla migrazione e al pellegrinaggio come categorie teologiche, evocando la chiamata di Dio: “La terra è mia e voi siete presso di me forestieri e inquilini” (Lev 25:23). La preghiera di Davide ci fa riflettere sulla condizione di passaggio dell'esistenza umana: nessuno ha una dimora fissa sulla terra. Di conseguenza, se uno visita la sua memoria storica, troverà certamente un'esperienza di migrazione nella sua linea genealogica.

Lo Straniero Nella Bibbia (Lezione 3) di Don Nildo Pirani

Il significato di "stranieri e pellegrini" nel Nuovo Testamento

Il concetto di "stranieri e pellegrini" nel cristianesimo descrive i credenti come individui che si sentono fuori luogo nel mondo terreno, considerandolo un viaggio temporaneo. Questa definizione si riflette sia nel comportamento che nell'aspirazione spirituale, invitando all'astensione dai desideri carnali e a una condotta esemplare.

La prospettiva di Pietro

Nell'ambito della fede cristiana, il tempo che dobbiamo passare in questo mondo è chiamato più tipicamente “pellegrinaggio”. Così lo considera l'apostolo Pietro nella sua prima epistola facendo uso del termine παροικία (paroichìa - da cui pure deriva il termine italiano “parrocchia”), da lui usato è tradotto con “pellegrinaggio” o “peregrinazione” (Diodati) nella maggior parte delle nostre versioni della Bibbia. Il credente è un forestiero in questo mondo, non più cittadino di questo mondo, ma cittadino del cielo.

L'interpretazione tradizionale è che il termine “pellegrinaggio” descriverebbe la vita dei cristiani come un viaggio temporaneo sulla terra, vissuto in attesa della piena comunione con Dio. La metafora del pellegrinaggio sottolineerebbe, così, la natura temporanea e provvisoria della vita terrena, orientando i credenti verso la loro “vera patria” celeste. Questa interpretazione, sebbene diffusa, ha radici nel platonismo e non è interamente biblica. Il platonismo considerava il mondo delle idee “più reale” di quello terreno, che era visto come una manifestazione imperfetta di quelle idee. Una possibile implicazione di questo è la deresponsabilizzazione e la relativizzazione dell’impegno in questo mondo.

Essere “stranieri e pellegrini” in questo mondo non è di fatto da intendersi in senso fisico, come se il nostro paese d’origine e la nostra destinazione fosse altrove e qui fossimo solo “ospiti temporanei”. L’essere umano è stato creato “dalla polvere della terra” per vivere su questa terra come fedele amministratore di Dio (Genesi 1:25; 2:15). In quanto figli di Dio noi abbiamo pienamente titolo a questo mondo, ne siamo legittimi cittadini e, con Lui, lo rivendichiamo come nostro.

Essere “stranieri e pellegrini” è così da intendersi in senso spirituale e morale. Lo siamo perché non intendiamo fare parte di questo sistema iniquo, né servirlo, né conformarci ad esso. L’apostolo Paolo così esorta i cristiani: “… non comportatevi più come si comportano i pagani nella vanità dei loro pensieri, con l’intelligenza ottenebrata, estranei alla vita di Dio, a motivo dell’ignoranza che è in loro, a motivo dell’indurimento del loro cuore. Essi, avendo perduto ogni sentimento, si sono abbandonati alla dissolutezza fino a commettere ogni sorta d’impurità con insaziabile avidità” (Efesini 4:17-19).

Il ruolo della prescienza e dell'elezione divina

I credenti sono stati eletti secondo la prescienza di Dio Padre. La parola greca per "prescienza" (prognosis) va intesa non solo come conoscenza intellettuale di Dio di eventi futuri, ma come una conoscenza relazionale e affettiva, un "pre-amare" da parte di Dio. Questo significa che Dio ha affetto e amore per quella persona prima che fosse nata, prima dell'esistenza della persona stessa, e questa elezione non dipende da meriti umani, ma dalla libera scelta di Dio.

Se uno è ancora salvato, è per la grazia di Dio che lo ha eletto e chiamato. Chiunque viene a Gesù di cuore sarà accolta da Lui. In questa grazia, i credenti sono chiamati a ricordare che in questa terra, sono forestieri e la loro cittadinanza non è su questa terra, ma è in cielo. Non devono cercare il loro tesoro qui, né legarsi a questo mondo, ma desiderare e aspirare alle cose di lassù.

rappresentazione della Nuova Gerusalemme che scende sulla terra

L'ospitalità come espressione della fede

L'ospitalità è un tema centrale nelle religioni abramitiche e un'azione di misericordia fondamentale per i cristiani, che riflette l'accoglienza di Cristo stesso nell'altro.

Esempi biblici di ospitalità

L'Antico Testamento è costellato di episodi di accoglienza, sempre benedetta, mentre l'inospitalità di Sodoma e Gomorra è maledetta con un castigo mortale (cf. Gen 19,1-19). Abramo, praticando l'ospitalità verso tre stranieri, accolse nella sua tenda Dio stesso sotto il segno di tre messaggeri (cf. Gen 18,1-16). Nel Nuovo Testamento Gesù è spesso ospite, accolto in casa da peccatori pubblici, prostitute, amici come Marta, Maria e Lazzaro, e anche dopo la resurrezione ha voluto farsi ospite, accogliendo l’invito a cena da parte di due discepoli in cammino verso Emmaus (cf. Lc 24,13-35).

Nel giorno del giudizio Gesù, nella pienezza della sua gloria, quale Signore della storia dirà a quanti hanno praticato l’ospitalità: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché … ero pellegrino e mi avete accolto, ospitato” (Mt 25,34-35). Da questa parola del vangelo nasce la quarta azione di misericordia corporale, un invito ai cristiani a declinare la carità anche facendo della propria casa un luogo di comunione, di condivisione, di compassione verso chi è senza casa perché in viaggio, o povero, o straniero.

Questo “fare misericordia” va compreso in senso molto più ampio rispetto al semplice ospitare i pellegrini, perché oggi nel nostro mondo occidentale si sono fatti più rari i pellegrini e i mendicanti, mentre sono più numerosi gli stranieri, i profughi, quelli che fuggono da regioni in cui regnano l’oppressione, la violenza, la guerra, la fame, dunque sono costretti a cercare asilo in terre più sicure.

La sfida dell'ospitalità oggi

Il fenomeno di massa delle migrazioni, che certo non cesserà presto, ci ha disorientati, ha suscitato in noi paure, per cui lo sconosciuto è tornato a essere il nemico. Spetta alla nostra responsabilità il percepire e il vedere l'altro, sconosciuto e straniero, come un fratello che ha i nostri stessi diritti e la nostra stessa dignità, che ha il diritto di abitare la terra come ciascuno di noi.

Per questo la nostra terra deve essere terra anche per lo straniero, memori che - secondo le celebri parole dell’A Diogneto - per noi cristiani “ogni terra straniera è patria e ogni patria è terra straniera” (cf. 5,5). Non è sufficiente non ributtarli a mare e non respingerli indietro, ma è necessario dare loro la possibilità di un cammino mediante il quale giungano a essere veramente abitanti accanto a noi e con noi, nelle nostre città. Occorrerà innanzitutto non permettere che l’ospitalità diventi per alcuni un business, che sia appaltata a veri e propri mercanti; bisognerà vigilare affinché sia possibile non uno scontro, una negazione dell’altro e del suo mondo culturale, ma un’accoglienza intelligente in grado di permettere a tutti una convivenza buona, segnata dall’accettazione delle diversità che ognuno porta con sé come bagaglio che gli fornisce un’identità umanizzante.

Da parte dei cristiani oggi occorre più che mai una resistenza e anche un’insurrezione delle coscienze contro la tendenza sempre più presente nel nostro territorio a nutrire pregiudizi, paure sproporzionate, alimentate dagli imprenditori della paura, atteggiamenti di chiusura che di fatto sono razzisti. Il cristiano dovrebbe conoscere che il suo Dio chiede di amare lo straniero come se stessi (cf. Lv 19,34), non solo il prossimo in generale (cf. Lv 19,18) ma, appunto, anche lo straniero (cf. pure Dt 10,19).

Come praticare l'ospitalità

La risposta è semplice, alla portata di ogni persona che ascolti la voce della propria coscienza: fare ciò che possiamo fare. Chi può fare molto, farà molto, e chi può fare poco, farà poco. È decisivo fare misericordia secondo le proprie possibilità, senza però mai dimenticare che ognuno ha in sé capacità creative in grado di esprimersi in molti atteggiamenti (ascolto, attenzione, sorriso, dono della presenza….) che hanno un profondo significato per chi si attende di essere visto, rispettato, accolto.

In primo luogo tenere la porta aperta, in una società in cui le porte sono sempre chiuse, in cui si costruiscono siepi, recinti, muri, barriere, cancelli, fili spinati…, tutti segni della nostra non disponibilità ad accogliere chi è nel bisogno. Chi bussa alla nostra porta deve presentire che gli sarà aperta, altrimenti non busserà e andrà oltre. Già Agostino scriveva che “vero cristiano è colui che anche nella sua casa riconosce se stesso come viandante”, e per questo è capace di farne un luogo di incontro con gli altri, il luogo eccellente dell’ospitalità. Per praticare l’ospitalità occorre apprestare anche la casa, che va pensata non solo per se stessi, sempre più comoda e ricca, ma magari anche meno ricca e arredata, dotata però di spazi per l’altro.

Per vivere questa azione di misericordia occorre inoltre esercitarsi all’ascolto dell’altro, ovvero dargli tempi, dargli la parola, per accendere con lui una relazione gratuita, semplice e rispettosa. Non c’è vera accoglienza senza ascolto dell’altro, perché occorre consentirgli di dirsi, di condividere la propria storia narrandola. Si tratta di ascoltare ciò che l’ospite vuole comunicare, cercando di fare tacere i pregiudizi che ci abitano o anche le attese che nutriamo nei suoi confronti: l’altro è altro e tale resta, ma cessa di essere straniero, estraneo, quando lo ascoltiamo; siamo irriducibilmente diversi ma, condividendo la stessa umanità, possiamo sentirci fratelli. L’ospitalità, l’accoglienza si giocano innanzitutto qui: molto prima di dare qualcosa all’altro, di fare qualcosa per lui, di prenderci cura di lui o di alleviare il suo bisogno, si tratta di fare spazio all’altro in noi. Ciò è alla portata di tutti, poveri o ricchi, vecchi o giovani: non sa fare spazio in sé solo chi è malato di narcisismo, di amore egoistico di sé.

Se avremo cercato, tentato di vivere questo, se non avremo peccato di omissione - non vedendo chi era senza casa, non aprendo a chi bussava, non accogliendo chi stava sulla soglia -, allora nel giorno del giudizio ci accorgeremo di aver vissuto una pienezza, e quella pienezza sarà trasfigurata, centuplicata, salvata. E capiremo perché con ogni pellegrino o straniero ha voluto identificarsi Gesù, il figlio dell’uomo e il Figlio di Dio, che nell’ultimo giorno ci lascerà giudicare dal nostro comportamento.

Lo Straniero Nella Bibbia (Lezione 3) di Don Nildo Pirani

Eventi e riflessioni contemporanee sulle migrazioni

Le migrazioni sono un fenomeno che sfida la società e la Chiesa. È opportuno tenere presente, oltre ai numeri e alle statistiche, il volto umano di quanti, bambini, uomini e donne, hanno lasciato tutto alle loro spalle.

Un evento della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata

Un evento recente ha visto la partecipazione di più di 250 iscritti appartenenti a circa 70 congregazioni religiose, operanti in tutto il mondo. L’obiettivo, come informa la nota pervenuta a Fides, è stato quello di affrontare insieme alle Chiese locali dei paesi di partenza, di transito e di accoglienza, le sfide poste dalle migrazioni. Il Cardinale Joao Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ha ricordato come “coniugare la riflessione biblica teologica e pastorale con l’azione dei consacrati in favore dei migranti” sia “una testimonianza concreta che indica uno stile da seguire”.

Padre Fabio Baggio, scalabriniano e Sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale, ha affermato che “per fare teologia pastorale oggi bisogna saper piantare la tenda tra il popolo di Dio. In particolare, come ricorda Papa Francesco, bisogna saper piantare la tenda tra gli abitanti delle periferie esistenziali; questo ci permette di ascoltare il popolo di Dio, leggere insieme i segni dei tempi e soprattutto di apprendere il senso della fede dei fedeli”.

Questo percorso va accompagnato da un “approfondimento sistematico” data “la complessità e la rapidità dei cambiamenti nonché l’ampiezza degli attori che il fenomeno migratorio coinvolge, che sono i migranti, i rifugiati, gli sfollati, i marittimi, e tutti coloro che, in un modo o nell’altro, vivono una forma di sradicamento”. Suor Jolanta Kafka, Presidente della UISG, ha sottolineato le molte condivisioni di buone pratiche a livello locale che hanno approfondito tanto la realtà del percorso migratorio - spesso forzato e dovuto a conflitti, persecuzioni, gravi squilibri economici e di sviluppo, ai cambiamenti climatici in atto - quanto l'impegno nel processo di guarigione fisica, psicologica, e spirituale di questa “grande comunità di migranti, tra i quali c’è il gruppo più vulnerabile dei rifugiati, degli accampati nei grandi campi di profughi, delle vittime di tratta, di bambini e adulti; che sono il nostro dolore e una ferita che abbiamo come umanità” e sulla quale dobbiamo “riflettere per nutrire e illuminare le nostre coscienze e le coscienze nelle nostre comunità, della Chiesa e della società”.

Per affrontare responsabilmente queste sfide, le Chiese locali dei paesi di invio, di transito e di accoglienza in tutto il mondo sono chiamate a promuovere riflessioni teologiche e studi sul fenomeno, così come a consentire e incoraggiare azioni pastorali concrete. Un riferimento importante rimane certamente l'azione e il magistero di Papa Francesco in quanto “la sfida non è solo quale azione pastorale per e con i migranti vogliamo realizzare, ma anche quale volto di società e di Chiesa vogliamo costruire insieme, per un ‘noi’ sempre più grande’ che è anche il messaggio della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato”.

La figura di Sr. Elizangela Chaves Dias

Sr. Elizangela Chaves Dias è Brasiliana, dal 2002 è membro della Congregazione delle Suore Missionarie Scalabriniane, di cui è Consigliera e Animatrice Generale della formazione Permanente. Ha conseguito il dottorato in Teologia Biblica presso la PONTIFICIA UNIVERSITÀ CATTOLICA di Rio de Janeiro (2016.2). Sr. Elizangela è membro del team di traduttori della nuova edizione della Bibbia Paolina in portoghese, contribuendo con il commento e la traduzione dall’Ebraico al Portoghese dei libri della Genesi e del Levitico.

fotografia di Suor Elizangela Chaves Dias

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