L'essere coro: comunione e servizio
Essere coro vuol dire essere una sola cosa, cantare ad un’unica voce, esprimere con un solo palpito un’emozione, un pensiero, una preghiera. Significa dare insieme un significato alle parole, ai testi proclamati e annunciati. Vuol dire far meglio percepire a chi ascolta un messaggio. Coro vuol dire unirsi, mettere da parte la propria voce, il proprio “io” per dar suono ad un noi, significa allontanare la solitudine di una singola voce che canta e metterla insieme a tante altre a formarne una sola. Non ci sono più io che canto, con una bella o brutta voce, e non conta neanche più il mio, il tuo, il suo, vale solo il noi espresso coralmente durante una prova o durante un’esecuzione.

Partecipare ad un coro vuol dire accogliere, abbracciare un gruppo non solo formato da sezioni corali ma da tante donne e uomini, mettersi a fianco e camminare insieme: solo così la vocalità prodotta potrà essere definita “corale”. Essere coro significa essere famiglia, vuol dire condividere esperienze, vissuti, emozioni, momenti tristi e felici. Un coro è condivisione, è fiducia, è appoggiarsi sulla voce di chi ti sta di fianco nella tua sezione.
Il ruolo della musica nella Liturgia
Un coro all’interno di una Celebrazione non solo canta, ma accompagna, proclama, racconta, dà un contesto, prepara gli ascoltatori alla comprensione, offre spunti soffermandosi su alcuni momenti, allunga aspetti salienti di un rito, evidenzia e scandisce ogni momento. Cantare in un coro di musica sacra o in un coro al servizio della liturgia presuppone la consapevolezza di prestare la propria voce per dar voce alla Parola, per dar voce ad un Rito perpetrando così la tradizione, nel senso più alto del termine (da trādĭtĭo), che la Chiesa nei secoli ha offerto a partire dal canto gregoriano.
La musica sacra svolge anche un altro compito, quello di saldare insieme la storia cristiana: nella Liturgia risuonano il canto gregoriano, la polifonia, la musica popolare e quella contemporanea. È come se in quel momento a lodare Dio ci fossero tutte le generazioni passate e presenti, ognuna con la propria sensibilità.
Le qualità della musica liturgica: il decalogo
Molti si domandano quali caratteristiche dovrebbe avere la musica liturgica. Il Magistero della Chiesa ha indicato alcune qualità essenziali che essa deve possedere:
- Ecclesiale: La musica deve sentire con la voce della Chiesa. Essendo "parte integrante" della liturgia, essa deve immergersi nella Tradizione, evitando di ridursi al quotidiano o al contingente.
- Eccellente: Derivante dal latino Ex-cellere (spingere fuori), indica uno sforzo di perfezione. La musica liturgica deve tendere alla perfezione per il Padre Celeste, rifiutando la faciloneria.
- Santa: La qualità della musica viene dalla sua capacità di farsi preghiera liturgica.
- Eccedente: Deve superare la musica quotidiana, permettendo al fedele di compiere uno "scarto simbolico" verso l'eterno.

La musica come strumento di evangelizzazione
La musica orienta il cuore di chi canta e di chi ascolta verso Dio. Donando la nostalgia della bellezza di Dio, la musica sacra comunica l’armonia del Creatore e i grandi valori cristiani. Essa diventa preghiera, dilata il cuore e aiuta gli uomini a sentirsi più tali, ritrovando una via per riscoprire il volto di Dio nella propria esperienza concreta. Come ricorda Papa Francesco, il coro guida l’assemblea ed è voce qualificata di spiritualità, di comunione, di tradizione e di cultura liturgica.
Servizio religioso del villaggio (1955)
Il legame con la Parola e la tecnica
Per comporre musica occorre una preparazione tecnica massima. Chi vuole scrivere la musica di Dio deve farsi catturare dalla Parola, perché in essa trova tutte le ispirazioni. La tecnica musicale diventa il mezzo per esprimere ciò che la Parola ha suscitato nel cuore: la musica è eco della Sua stessa Parola, anzi è la sua stessa esaltazione, apoteosi e sublimazione.