Tra la seconda metà del Cinquecento e i primi decenni del secolo successivo, la Repubblica Veneta incontrò una delle maggiori difficoltà nel governo del suo Dominio da mare: mantenere un regime di equilibrio tra una grande moltitudine di soggetti. Un equilibrio raggiunto per parti durante i secoli dell'espansione, per il quale occorreva lottare quotidianamente, poiché non arrivava mai ad essere stabilito del tutto.
Le Sfide del Governo Veneziano nel Dominio da Mare
Mantenere l'Equilibrio e Fronteggiare Antichi Rancori
Inviati per qualche anno dalla Serenissima a rappresentarla nelle città e nelle fortezze poste lungo la costa Adriatica e ad esercitarvi un controllo e un'azione politica ed economica, i nobili veneziani continuarono per secoli a scontrarsi con realtà differenti, spesso fatte di antichi rancori. In Dalmazia, lungo la costa albanese, come nelle isole del Levante, i gruppi etnici diversi erano in generale destinati a convivere in aree limitate da vincoli naturali o da ostacoli geografici. I magistrati della Repubblica si appoggiarono variamente alla struttura sociale e di potere originaria, con strumenti giuridici articolati e gradi di sfruttamento economico non uniformi, facendo leva talvolta su rivalità già insorte, tal altra lasciandosi guidare dall'intuito, nel far proprie abitudini stratificate o nel tener conto delle aspirazioni locali.
Nei confronti dei sudditi, essi cercarono di mettere a punto, sia pure faticosamente e con infinite contraddizioni, gli strumenti di un'amministrazione non troppo conflittuale, i cui effetti si misurassero nella vita quotidiana. Infatti, nei Domini "ben instituti" era bene ricorrere sempre ai magistrati della Dominante e dunque anche alle sue antiche leggi, perché questo teneva unito lo Stato "in un solo corpo", come ricordarono nel 1620 i consultori in jure in risposta ad un conte di Traù. Tuttavia, se altre consuetudini erano venute ad interromperne l'osservanza, l'appellarvisi suonava come introdurre "novità" inaccettabili. Dunque, la soluzione più saggia consisteva nell'eliminare qualsiasi rigidità di comportamento. Con criteri di flessibilità e con lentezza, i Veneziani finirono per incidere pesantemente sulla distribuzione spaziale degli insediamenti e sulla loro forma, procedendo per analogia con i modelli conosciuti, anche nell'organizzazione fisica del vivere civile; nella prassi di cantiere, ricorrevano a qualche innovazione, ma solo progressivamente e con cautela.

Sicurezza e Strategia Urbana nel Dominato Veneziano
Minacce Esterne e Interventi Difensivi
Alla fine del XVI secolo, alcuni dei porti dominati erano teatro di violenze perfino da parte di Inglesi e Francesi, che ormai navigavano in Levante con incredibile "familiarità", oltre che di continue incursioni provenienti dall'impero ottomano e di scorrerie corsare. Spesso, proprio in questi casi, venivano realizzate nuove costruzioni difensive ed interventi edilizi, che la Signoria sempre più valutava nel quadro di scelte generali di strategia urbana e territoriale.
Principi e Metodi di Governo
La Conservazione della Pace e l'Equità Amministrativa
Ai giovani inviati da Venezia che, con un meccanismo di rotazione periodica, iniziavano la loro carriera politica nello Stato da mare era chiaro quale dovesse essere il vero modo di "reggere" le aree dominate e che cosa significasse (almeno programmaticamente) non solo conseguirvi, ma soprattutto mantenervi la pace. Lo disse bene Alvise Giustinian, con fiducia nella scelta originaria; lo ribadì, dopo di lui, il nobiluomo Francesco Zen: "conservare nella forma di governo l'istesso ordine di questa Serenissima Repubblica".
Era fondamentale conservare soprattutto una "prudenza" nei confronti dell'intera popolazione, un'equità di comportamento indispensabile quando si aveva a che fare con gente diversa che coabitava negli stessi luoghi, e una strategia di alleanze consapevole dell'oscillare delle convenienze. Nobili veneti che vivevano "otiosi" e Greci attivi e pieni di "astutia" nelle loro vantaggiose contrattazioni; Armeni ed Ebrei, Turchi ed Albanesi, Bulgari e Boemi, castellani "poverissimi" e cittadini ricchi, contadini, distrettuali, soldati delle custodie, persone "inutili": tutti dovevano avere di che sopravvivere, tutti dovevano potersi ridurre "in sicuro". E quando, come a Cipro o in altre città del Dominio, si era perduto il popolo, per "divertire" i malumori poteva valer la pena di mantenere il vescovado.
Le Dinamiche Sociali e le Difficoltà Amministrative
Conflitti e Complessità nelle Relazioni Sociali
Già ad una prima lettura, le numerose note di fine mandato stese dai rappresentanti della Repubblica di ritorno dalle compiute missioni e conservate nello specifico fondo dell'Archivio di Stato di Venezia, delle Relazioni dei provveditori da terra e da mare, apparivano ripetitive, quasi assillate dalla questione del rapporto con i vari ceti sociali e professionali, con popoli di razza, religione, abitudini contrastanti. Del tutto analoghi suonavano i dispacci dei rettori e le delibere riportate nei registri del Senato mare.
Così, a Sua Serenità, accanto a "sudditi fedeli e molto a lei devoti", contenti di un regime che talvolta con accenti retorici definivano come "mansueto" e "benigno", ne venivano segnalati continuamente altri "scandalosi e di mala natura". Si insisteva sul ripetersi di conflitti civili tra nobili e cittadini, su contrasti che si verificavano come fatti di ordinaria amministrazione, sul fastidio di quotidiane "querelle".
Spesso erano insicure sia le città, sia le campagne: vero era che nobili, cittadini, o villani abitavano di solito in luoghi distinti, ma vero era anche che la trasposizione di affari privati in atti pubblici era così frequente da minare qualsiasi autorità. Si rischiava di consentire alleanze di comodo tra nobili poveri e Morlacchi, tra contadini rifugiatisi in città dopo le occupazioni turchesche e Uscocchi, tra "zappatori" e clero, con l'aiuto talvolta perfino di magistrati veneziani opportunisti o - secondo le testimonianze di alcuni - semplicemente rinunciatari per ragioni di ordine pubblico e di pace sociale.
Troppo spesso - sostenevano capitani e rettori - per far fronte ad un bisogno d'uomini e di braccia si finiva per lasciare impuniti i più efferati delitti; o per non farsi carico del danno materiale prodotto alle camere fiscali dall'esercizio del contrabbando; o per non valutare con attenzione il rischio di rivolte o tumulti provocati dalla penuria di case, dal mancato ripristino di ville e insediamenti rurali, dalla lontananza delle terre da lavorare; o per non prendere i necessari provvedimenti contro troppo facili guadagni, o contro l'organizzazione delle classi inferiori in società segrete pur di evitare imposizioni e gravezze, o contro l'esito aberrante di insoddisfazioni più che giustificate; o contro lo svolgimento da parte degli stessi cittadini, qualche volta persino simultaneamente, di mansioni tra loro contraddittorie, come quella del sindaco deputato al controllo delle navi che entravano nel porto e dell'esattore. Accadeva ad esempio che, per reclutare rematori per le galere di Stato, ci si dimenticasse di amministrare correttamente la giustizia, tenendo in prigione chi di dovere, o di fare lavorare i sudditi alla realizzazione di fabbriche pubbliche, o che si sottovalutassero le conseguenze di forme di coabitazione coatta (come gli omicidi perpetrati dalle classi popolari, per difendere le loro donne molestate da giovani aristocratici), o che non si prendessero in considerazione gli effetti di un eccessivo amore per Bacco e della conseguente distribuzione in città delle rivendite di vino. Insomma, il pericolo di dissidi tra i popoli dominati si annidava ovunque e non era che uno dei molti indizi di una convivenza difficile.

Interventi e Servizi per la Coesione
Promozione dei Servizi Urbani Primari e Garanzie Sociali
Se per la Dominante l'"unione" dei sudditi era un beneficio "universale", era però molto difficile dirimere le discordie; ma di volta in volta poteva essere opportuno introdurre novità nei modi del vivere civile, o al contrario evitarle in via assoluta. Si richiedeva allora una grande sensibilità nei confronti dei diversi strati sociali; una circospetta consapevolezza di odi "antichi e inespugnabili" accumulati negli anni, la capacità di rispondere alle "lacrimevoli" istanze dei residenti, molto denaro da investire per migliorare le condizioni di abitabilità degli uni e degli altri e per separarli nei luoghi a ciascuno destinati.
Per tutte queste ragioni l'insistenza circa l'opportunità di istituire nelle città del Dominio alcuni dei servizi urbani primari accompagnava la preoccupazione di mantenere baluardi, castelli e fortezze; in alcuni periodi prevaleva sulle stesse reiterate petizioni di denaro per la costruzione o la manutenzione di dispositivi bellici. Così, ad esempio, nel 1553 il sindaco di Dalmazia, Giovanni Battista Giustinian, ribadì l'opportunità che la camera fiscale provvedesse a pagare, a Zara e a Sebenico, come a Spalato, non solo giudici, cancellieri, ufficiali delle rispettive comunità (il che era ovvio, essendo costoro da sempre ritenuti necessari a dirimere le controversie e ad amministrare a nome della Repubblica la giustizia civile), ma anche persone deputate alla sicurezza sociale e all'educazione: e cioè un medico, un chirurgo, un farmacista, un maestro di scuola. Antonio Lippomano, tornato nel 1628 da conte e capitano di Spalato, fece notare al Senato l'importanza di pagare adeguatamente e regolarmente ogni mese i guardiani dei lazzaretti, se si voleva evitare che, costretti da necessità elementari, questi facessero ricorso all'aiuto dei Turchi e abbandonassero gli edifici in condizioni di orribile degrado: il loro malcontento avrebbe costituito un'esplicita minaccia alla sicurezza sanitaria delle città, oltre che a quella delle galere e delle merci trasportate. Per governare, dunque, i magistrati veneziani si preoccupavano, almeno a parole, di offrire garanzie sociali, il che non poteva che tradursi in uno sforzo di organizzazione e di conduzione dei servizi urbani primari.
Alessandro Barbero - Venezia la Porta verso l'Oriente
Politiche Economiche e Commercio: Il Caso di Spalato
L'Iniziativa della "Scala" di Spalato e il Ruolo dei Mercanti Ebrei
Questo avveniva - è facilmente comprensibile - accanto a scelte più propriamente di politica economica, soprattutto in luoghi come Spalato, le isole vicine, gli insediamenti nella riviera di Traù, in cui la presenza dei Turchi era indissolubilmente legata all'andamento delle attività mercantili, o in quelle colonie veneziane come Corfù, Zante, Cefalonia, Candia i cui sudditi d'origine varia svolgevano i propri affari risiedendo e transitando con disinvoltura dall'una all'altra.
Non sempre scelte importanti, come quella dell'introduzione a Spalato di una "scala" di prezzi, pesi e misure per regolamentare i traffici mercantili dell'intero Adriatico, arrivavano ad essere materia di dispute in collegio o in Senato della città dominante. Suggerita dall'ebreo Daniel Rodriga che, spagnolo d'origine, si muoveva da una piazza all'altra del Mediterraneo, la proposta si misurava, a due anni di distanza dalla battaglia di Lepanto, con l'ipotesi di trasformare un porto decaduto, con i fondali in buona parte interrati, privo di attrezzature sanitarie e di un solido ceto mercantile, schiacciato alle spalle dalla "pressione turchesca", in un punto nodale per una "rivalutazione delle vie terrestri" dell'intero territorio dominato. Tuttavia, un dispositivo dichiarato vantaggioso per Venezia in tempo di pace (l'istituzione cioè di un vero e proprio nuovo porto franco lungo l'Adriatico), avrebbe forse potuto risultare pericoloso in tempo di guerra e, soprattutto, non essere accettato di buon grado da parte della nobiltà locale.
In quel caso, per la verità, le difficoltà poste dalla gestione da parte di Giudei di servizi urbani importanti si coniugavano con le necessità di regolamentare la presenza dei Levantini viandanti, oltre che nella stessa Spalato e in tutto il territorio dalmata, anche nelle case del Ghetto vecchio della città Dominante, con tutto ciò che questo comportava. Si trattava, cioè, non solo di confermare loro i permessi acquisiti ormai da una quarantina d'anni, d'abitare con le famiglie a Cannaregio nella nuova area a loro destinata, di "praticarvi" liberamente, facendo riti, cerimonie, tenendo sinagoghe secondo gli usi consueti, ma di garantire loro una navigazione "sicura" negli Stati da terra e da mare. Se cioè a Spalato le classi alte mal recepivano le imposizioni di un Giudeo "povero", che per anni aveva "maneggiato" con i Turchi, la questione divenne oggetto di discussioni più che decennali e di partiti contrapposti nei consigli della stessa città lagunare, perché significativa probabilmente di un rapporto che andava oltre la questione specifica.
Ne era certo consapevole Alvise Loredan quando, nell'agosto del 1580, facendosi interprete di un'opposizione generale all'iniziativa per ragioni di sicurezza, dichiarò che, avendo raccolto numerose opinioni in merito, era proprio il difficile rapporto tra Spalatini ed Ebrei a spaventarlo. A Venezia, del resto, dove giungevano lettere, informazioni, notizie contraddittorie, alla fine degli anni '80 del Cinquecento era ormai ben chiaro che il ruolo dei mercanti ebrei era divenuto di primaria importanza, nel quadro del declinante commercio d'oltremare e che anzi su di essi si doveva premere per un tentativo di rilancio.
Così, quando nel 1583 l'iniziativa della "scala" di Spalato venne provvisoriamente accantonata e le fabbriche della Dogana e del Lazzaretto che ne erano parte integrante restarono qualche anno interrotte, per la rinuncia e la partenza dello stesso Rodriga, improvvisamente a San Marco ci si accorse con rimpianto che a subirne le conseguenze non era solo la metropoli dalmata, ma l'intero suo entroterra. Aveva subito paurosi ritardi la promessa risistemazione di strade fangose, di ponti sui fiumi, di passi inaccessibili tra Sarajevo e la stessa Spalato. E gli effetti riguardavano poi gli accordi su dazi, gabelle e assicurazioni marittime con i Bossinesi, o quelli di Harenta, o con i ministri di Clissa; nonché la concorrenza con Ragusa nell'attirare grosse imbarcazioni destinate al trasporto di schiavi, animali, pellami, corde; in definitiva le relazioni commerciali con l'Oriente e i più generali processi migratori verso la Dominante. Nel 1590, alla data del suo completamento, l'opera si rivelò un buon affare; un segno inequivocabile della sua riuscita fu il fatto che le spese effettuate dal Rodriga per la costruzione della Dogana, tre anni dopo, gli saranno in parte rimborsate. Nel caso di altri centri della stessa Dalmazia, le questioni restavano in generale oggetto di controversie locali, magari orientate sul posto da accorti rettori e provveditori generali, che si limitavano una volta tornati in patria a dar conto del loro operato.
La Complessità Demografica del Dominio
Una Popolazione Mosaico e la Necessità della Conoscenza Territoriale
Era una popolazione composita, dunque, quella di questo vasto Stato da mare, in cui razze, abitudini, riti religiosi spesso non erano più nettamente identificabili; una popolazione che, per essere retta, doveva prima di tutto essere conosciuta nella sua distribuzione geografica e nelle opportunità, naturali o costruite dalla mano dell'uomo, di cui poteva godere: spiagge, baie, acque, montagne, pianure; città, borghi, castellanie; mura, infrastrutture, servizi, insediamenti produttivi; stato di conservazione dell'esistente, effetti di un terremoto, o danni di guerra.
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