Francesco Paolo Michetti e la Processione del Venerdì Santo a Chieti: Storia e Analisi Artistica

La figura di Francesco Paolo Michetti, uno dei più importanti pittori abruzzesi, si lega indissolubilmente alle tradizioni e al folklore della sua terra. Sebbene spesso associato a opere che ritraggono scene di vita popolare e religiosa con un approccio realista, la sua opera e il contesto culturale in cui visse offrono spunti preziosi per comprendere la profonda risonanza di eventi come la storica Processione del Venerdì Santo a Chieti, da lui immortalata in splendidi dipinti.

Francesco Paolo Michetti: Vita e Formazione di un Artista Rivoluzionario

Francesco Paolo Michetti nacque il 4 ottobre 1851 a Tocco da Casauria, in quella che oggi è la provincia di Pescara, figlio di Crispino, direttore della banda musicale locale e compositore dilettante, e Aurelia Terzini. La prematura scomparsa del padre e le conseguenti difficoltà economiche costrinsero il giovane Michetti, ancora bambino, a lavorare come apprendista nella bottega di un fabbro. Questo impiego fu di breve durata, poiché, in seguito al nuovo matrimonio della madre, Michetti si trasferì con la famiglia a Chieti.

Avviato alle scuole tecniche, dimostrò subito una spiccata abilità per le arti grafiche. Già nel 1864, a soli tredici anni, inoltrò una domanda di sussidio per poter «avere mezzo di istruirmi nel disegno, arte per cui sento un trasporto irresistibile», richiesta che però non venne accolta dal Consiglio provinciale di Chieti. Quattro anni dopo, nel 1868, Michetti riuscì a ottenere dalla stessa amministrazione una modesta borsa di studio di appena 30 lire mensili, che gli permise di trasferirsi a Napoli. Qui, grazie alla mediazione dell'amico Edoardo Dalbono, si iscrisse all'Istituto di belle arti e frequentò le lezioni di Domenico Morelli, il quale apprezzò immediatamente le doti coloristiche e disegnative del giovane allievo.

La vivacità dell'ambiente artistico e culturale partenopeo influenzò profondamente Michetti, che presto entrò in contatto con le personalità di maggior spicco e artisticamente più all'avanguardia. Riuscì a conoscere e a visitare spesso lo studio di Filippo Palizzi e, soprattutto, strinse legami con Giuseppe De Nittis e Marco De Gregorio, componenti del gruppo di artisti che formava la cosiddetta Scuola di Resina. Queste frequentazioni rafforzarono la sua innata inclinazione verso una pittura fortemente realistica e naturalistica, in particolare nella scelta dei soggetti, spesso animali, preferiti «perché Palizzi li aveva messi di moda in pittura, perché gli facevan pensare alla campagna desiderata e lontana, infine perché come modelli non gli costavan niente».

Ritratto fotografico di Francesco Paolo Michetti da giovane

L'Approccio Realistico di Michetti: Dalla Processione del Corpus Domini alle Sacre Rappresentazioni

Nel 1877, all’Esposizione di arte di Napoli, Francesco Paolo Michetti, allora ventiseienne, presentò un dipinto 'rivoluzionario': “La processione del Corpus Domini a Chieti”. Il quadro destò subito giudizi contrastanti; a fronte di aspre critiche, come quelle di Adriano Cecioni che lo aveva definito totalmente mancante di prospettiva, ci furono vivi apprezzamenti, tra cui quelli del noto mercante d’arte Goupil, che cercò di acquistarlo a tutti i costi.

Questo dipinto era considerato così rivoluzionario anzitutto per il soggetto: una processione religiosa, quella del Corpus Domini. Michetti, piuttosto che rappresentare l’evento mistico colto nel suo pathos e senza cadere in un edulcorato e rasserenante soggetto di genere, inquadrò l’evento nella sua dimensione rituale e terrena. Il Duomo di Chieti, con la sua enorme facciata romanica, funge da quinta architettonica, mentre lungo la scalinata, che pare voler fuoriuscire dal quadro stesso, si muove il corteo religioso. Sotto un ampio baldacchino di seta a righe bianche e gialle, è posto il sacerdote officiante, intento nel recitare le lodi del messale, aulico e sontuoso con la pisside e un fulgido piviale; tutt’intorno si muove il popolo festante. Meravigliosa è l’attenzione del Michetti nella riproduzione dei costumi e degli atteggiamenti, ripresi con precisione quasi fotografica: al sorriso allegro della madre con i bambini in primo piano, fa eco lo scoppio fumoso e colorato dei mortaretti nel cielo e il lancio variopinto dei fiori lungo la strada. Domina un’atmosfera febbrile quasi profana, poiché la festa religiosa diviene festa popolare, secondo gli usi e costumi tipici di un mondo rurale, dove la presenza del divino è presenza gioiosa e vivificatrice.

Dipinto

Un altro significativo successo di Michetti fu “Il Voto”, esposto nel 1883 all’Esposizione Internazionale d’Arte a Roma. Questa tela di grandi dimensioni rappresenta la festa in onore di San Pantaleone, protettore di Miglianico. In un’atmosfera plumbea, appena rischiarata dalla luce dei ceri, contadini e contadine strisciano su un pavimento sporco di polvere per raggiungere il busto d’argento del santo. Impressionante è la resa dal vero della postura di quei personaggi, come dimostra l’attento e meticoloso studio delle articolazioni dei piedi, la cui trazione genera la spinta sul pavimento. L’abbraccio liberatorio al santo dimostra il rapporto ‘fisico’ che lega questi personaggi al loro protettore e dispensatore di grazie.

Francesco Paolo Michetti ebbe una vita costellata di successi, come testimoniano le sue significative frequentazioni con il conterraneo Gabriele D’Annunzio, del quale tradusse in pittura il famoso racconto “La figlia di Iorio”. Nel 1909, fu nominato Senatore del Regno. La sua pittura delle processioni, come quella del Corpus Domini, rappresenta uno sguardo autentico e quasi documentaristico su riti e consuetudini del popolo abruzzese, un approccio che si ritrova anche nella sua rappresentazione della Processione del Cristo Morto a Chieti.

La Processione del Venerdì Santo a Chieti: Una Tradizione Secolare

La celebrazione del Venerdì Santo a Chieti è un evento famosissimo, una delle più solenni processioni considerate tra le più antiche d'Italia, con un'origine che si perde nella notte dei tempi e risale all'anno 842 d.C. Questa tradizione, definita da Gabriele D’Annunzio come una «fontana di lacrime» e immortalata anche da Francesco Paolo Michetti in splendidi dipinti, è un simbolo della città che abbina fede e orgoglio, avendo resistito all’occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale, alle grandi nevicate del ’56 e, negli ultimi anni, anche alla pandemia da coronavirus. La processione del Cristo Morto di Chieti avanza ancora oggi sulle tracce di un antico percorso rituale che parte dalla piazza della Cattedrale e solca per due volte il lastricato dell’elegante corso Marrucino, segnando con una croce protettiva lo spazio urbano.

Chieti - Processione del Venerdì Santo (3/4/26)

Il Rito e i Simboli

La grande particolarità di questa processione è l’obbligatorietà della tradizione nel doverla celebrare con qualsiasi impedimento. Dalle ore 10:00 del Venerdì Santo, presso la Cattedrale di San Giustino, vengono esposti i simboli della Passione. Qui, tutti i confratelli incappucciati, in segno di penitenza e di lutto, precedono le donne che indossano anch'esse l’abito nero in segno di lutto. Il passo ritmico dei portatori dei Trofei della Passione e delle statue, detto lo “struscio”, è ritmato dalla “troccola”, uno strumento di legno che durante gli uffici della Settimana Santa sostituisce il suono delle campane.

La processione di Chieti è un esempio di applicazione dei dettami controriformisti in materia di riti extraliturgici, in cui è evidente la cristallizzazione delle scene della Passione nei gruppi statuari e la limitazione del protagonismo dei fedeli. Nonostante ciò, essa conserva il fascino degli antichi drammi liturgici e riserva un posto d’onore alla commozione composta dei fedeli. La processione del Venerdì Santo doveva svolgersi, pur se di mattina, in un'atmosfera penitenziale da memento mori, non molto dissimile da quella rappresentata dal Michetti in un noto quadro dipinto nell’ultimo periodo del secolo scorso.

Il Miserere di Selecchy

A Chieti, la processione è sinonimo di Miserere. Saverio Sallecchia, detto Selecchy, compose l’opera intorno al 1730, quando aveva circa 22 anni. Il Miserere è una delle poche opere di Selecchy che non sono andate perse. Si narra che il Miserere sia legato proprio alla processione del Cristo Morto da un lascito del maestro a favore del Sacro Monte dei Morti con l’obbligo di eseguirlo tutti gli anni. Leggenda o verità, Chieti e il Miserere sono indissolubilmente legati. La responsabilità di coordinare canto e musica ricade sui maestri Peppino Pezzullo e Loris Medoro, che con la bacchetta danno il tempo a oltre trecento musicisti e cantori, in un’esibizione in bilico tra emozione e razionalità.

La processione del Cristo Morto, che torna ogni anno all’imbrunire con partenza dalla cattedrale di San Giustino, è anche un incrocio di vite, dove generazioni sono tenute insieme dal filo delle emozioni. Ci sono i figli che portano avanti la passione dei genitori e dei nonni. Nonno Paolo Quinzio, per 15 anni governatore dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti, ricorda ancora la prima volta che, dal balcone della sua casa nel centro di Chieti, ha visto spuntare il serpente formato dalla gente in processione con gli incappucciati a scortare il Cristo Morto: «Impressionante, è la mia processione». La nipote, Mariapaola Lupo, storica dell’arte e del costume, ha studiato i riti e le tradizioni del Venerdì Santo teatino, intrecciando ricordi familiari, inclusa la vestizione della Madonna del Mercoledì Santo affidata alla moglie di Quinzio, la signora Mimina.

Insieme di incappucciati e portatori durante la Processione del Cristo Morto a Chieti

Contesto Storico e Culturale delle Tradizioni Abruzzesi nella Settimana Santa

La Settimana di Pasqua in Abruzzo è caratterizzata da rituali chiesastici e sacre rappresentazioni che, in armonia con quanto accade nella natura, celebrano il grande mistero cristiano della morte e della resurrezione. È inoltre “tempo sacro ciclico”, perché viene a coincidere con un periodo equinoziale in cui riaffiorano credenze magiche e antiche consuetudini divinatorie, mai sopite, che coesistono in modo sincretico con la liturgia e si manifestano a partire dalla Domenica delle Palme.

Antiche Costumanze e "I Sepolcri"

È tuttora tradizione diffusa in Abruzzo quella di gettare in tale giorno alcune foglie d’ulivo sul fuoco per trarre auspici sul corso dell’anno. La palma benedetta è anche simbolo di pace. Mediante lo scambio di ramoscelli d’ulivo si cancellano vecchi rancori o si instaurano rapporti di comparatico. Non meno significativa è un’altra costumanza abruzzese: recarsi nella Domenica delle Palme in cimitero per deporre un ramo d’ulivo benedetto sulle tombe di amici o parenti. Altre usanze includono il germinare al buio cereali di diverse specie, seminati per tradizione la mattina del 17 gennaio, con i quali si adorna un altare secondario della chiesa in cui viene allestito il cosiddetto “sepolcro”. Si tratta dello “spazio sacro” dove viene posto per l’adorazione il Sacramento e che rappresenta simbolicamente il sepolcro di Cristo.

Fino a tempi recenti, tuttavia, con l’espressione “fare i sepolcri” non si intendeva, come avviene oggi, far visita ad almeno tre chiese nella sera del Giovedì Santo, bensì allestire una serie di scene interpretate da attori, scelti per lo più fra i parrocchiani, e ispirate ad episodi della Passione di Cristo. Il De Nino, a tal proposito, annota: «Nella Settimana Santa si fanno i Sepolcri. In una di quelle sacre rappresentazioni i giudei intorno a Cristo sono uomini vestiti alla medioevale». Va sottolineato che il Sepolcro, o “sacra rappresentazione”, costituisce una tradizione consolidatasi verso la metà del secolo scorso, poiché le disposizioni scaturite dal Concilio di Trento vietavano ad attori di impersonare le figure di Cristo e della Madonna. La Chiesa aveva espresso una ferma condanna nei confronti di tali rappresentazioni, ritenendo gli incidenti che da esse scaturivano decisamente riprovevoli in un momento così significativo per la Cristianità. La condanna dei sepolcri fu ribadita nei Sinodi post-tridentini, come quello indetto e celebrato nel 1629 dal vescovo di Valva e Sulmona, Francesco Cavalieri. Di conseguenza, le sacre rappresentazioni furono allestite in seguito con l’impiego di statue, come si può ancora osservare a Sulmona e Lanciano la mattina di Pasqua e a Corropoli il martedì dopo Pasqua, oppure con scene della Passione disegnate su cartoni collocati in chiesa nei pressi del Sepolcro. Questi “quadri devozionali” erano attestati ovunque, specie nel Mezzogiorno, come lontani eredi di quelle pergamene in cui venivano miniati episodi della Passione ispirati all’iconografia bizantina. L'usanza di erigere nelle chiese, nel periodo pasquale, “grandi scenari che rappresentavano la tomba del Salvatore” non è scomparsa del tutto in Abruzzo. Ad Introdacqua, per esempio, nell’ambito delle usanze ricorrenti nella Settimana Santa, “occupano il primo posto le figure montate su cartone o su legno rappresentanti scene o personaggi della Passione di Cristo”.

Altre Tradizioni del Giovedì Santo

Insieme ai Sepolcri, rientrano nel quadro delle tradizioni del Giovedì Santo altre interessanti costumanze. Innanzitutto, da tale giorno fino al Sabato Santo si legano le campane e per richiamare i fedeli ai riti religiosi si adoperano ancora oggi, nei piccoli centri, particolari strumenti di legno che assumono in Abruzzo nomi diversi (raganelle, gnaccole, tricche-tracche, ecc.). Assai diffusa è anche l’usanza di spargere in campagna (soprattutto nei vigneti ed oliveti) i cereali germogliati nei vasi e preposti ad ornamento degli altari in cui sono stati allestiti i Sepolcri. A tali germogli si attribuiscono particolari poteri apotropaici, perché favoriscono l’abbondanza del raccolto.

Va ricordato inoltre come sia tuttora diffusa in Abruzzo la consuetudine di non battezzare i bambini nella settimana di Pasqua. Questo divieto, di cui si coglie un’eco in molti Editti Vescovili del XVIII e XIX secolo, risiedeva probabilmente nella circostanza che le feste collegate all’evento più importante del “ciclo dell’uomo” mal si conciliavano con il mesto riserbo da osservare nei giorni della Passione di Cristo. In passato, data l'alta mortalità infantile, era angosciante il timore che i bambini nati nel periodo pasquale fossero sepolti senza aver ricevuto il battesimo.

Evoluzione e Significato della Processione del Cristo Morto

L’animazione che si avverte ovunque durante il giorno di Venerdì Santo scompare quasi d’incanto all’imbrunire allorché dalle chiese madri o dalle cattedrali cominciano a snodarsi le processioni del Cristo Morto. Le città, soprattutto, prive nel centro storico di alcuni “segni” che rammentano la frenetica civiltà delle macchine, riacquistano in parte per tale solenne manifestazione il fascino del tempo passato e si trasformano in un teatro degno di rappresentare il dramma più grande della storia dell’umanità. Le processioni del Venerdì Santo assumono particolare importanza nei maggiori centri abruzzesi, come a L’Aquila, Sulmona, Lanciano e Teramo, gestite da confraternite per lo più di antica fondazione.

Tali processioni sono sacre rappresentazioni che scaturiscono, attraverso lente e complesse rielaborazioni, dal dramma liturgico medievale. Già in quel periodo, "partecipavano forse fin d’allora i personaggi della Passione: Cristo, la Madonna, la Maddalena e militi a cavallo vestiti alla romana, insomma una rievocazione ottenuta col canto narrativo e i personaggi processionanti". Il momento più importante nell’evoluzione di tali manifestazioni è dato dalla sostituzione del latino con il volgare, il cui uso, nella sacra rappresentazione, «comunque incominciato ed affermatosi, ebbe una portata immensa. […] la poesia drammatica usciva dal chiuso del presbiterio e dall’aula scolastica per irrompere nella piazza».

Le Confraternite e il "Diritto di Precedenza"

La ricerca affannosa del regio assenso o dell’affiliazione ad influenti confraternite romane rappresentava un riconoscimento indispensabile al ruolo che tali sodalizi rivestivano, fossero essi formati dalla nobiltà cittadina oppure facessero capo all’Arte, quell’associazione cioè di persone esercitanti lo stesso mestiere e legate reciprocamente da speciali diritti e doveri. Malgrado la peste del 1656, che fece registrare a Chieti solo 840 fuochi dopo il debellamento del morbo, e alcune carestie che, a partire dal 1697, afflissero le Terre del Mezzogiorno, la Diocesi di Chieti nel 1721 annoverava 45.000 abitanti, occupati soprattutto nel capoluogo marrucino nel settore emergente artigianale e manifatturiero, organizzato nell’Arte. Nell’esplosione dei “piati” per il noto “diritto di precedenza” fra le varie confraternite, che aveva luogo particolarmente in occasione delle processioni del Venerdì Santo e del Corpus Domini, si coglie anche a Chieti l’eco dell’importanza che ogni settore artigianale riteneva di aver raggiunto nell’economia locale. La Confraternita che gestiva la Processione del Venerdì Santo, e alla quale appartenevano quasi sempre le famiglie nobili cittadine, precedeva di solito gli altri pii sodalizi.

Mappa del percorso della Processione del Venerdì Santo a Chieti

Il Percorso Rituale e la Penitenzialità

Il percorso della processione sacralizza quasi per “legge di contatto” gli antichi e nobili edifici, esorcizzandoli dal male, e nello stesso tempo rappresenta un itinerario rituale, quello appunto delle processioni delle rogazioni, le quali fin dal periodo medievale si svolgevano, come ha evidenziato il Guidoni, «lungo i due assi ortogonali nord-sud ed est-ovest, segnati da quattro croci, la Processione segna così una croce orientata sul terreno e la benedizione è diretta alle quattro direzioni dello spazio, ricalcando un antichissimo rituale di orientamento sacro, cardodecumanico». Questa particolarità è confermata dal tracciato della processione del Venerdì Santo a Chieti, anno 1879, scoperto e pubblicato dal Meaolo, che non risulta molto dissimile dallo schema processionale osservato la sera del Venerdì Santo del 1990 e risultante precisamente dal seguente tracciato:

  • Cattedrale
  • Via Pollione
  • Piazza Valignani
  • Via De Lollis
  • Piazza Matteotti
  • Via Arniense (sezione ovest)
  • Via dei Crociferi (fino alla chiesa di S. Agostino)
  • Via degli Agostiniani
  • Via Toppi
  • Corso Marrucino
  • Pozzo
  • Corso Marrucino
  • Via dei Domenicani
  • Via Vezio Marcello
  • Piazza Templi Romani
  • Via Priscilla
  • Via Ravizza (fino a via Zecca)
  • Piazza Trento e Trieste
  • Corso Marrucino
  • Piazza Valignani (Pozzo)
  • Via Pollione
  • Cattedrale

I due bracci laterali sono abbozzati ad oriente da via C. La processione del Venerdì Santo doveva svolgersi, pur se di mattina, in un’atmosfera penitenziale da memento mori, non molto dissimile da quella rappresentata dal Michetti in un noto quadro dipinto nell’ultimo periodo del secolo scorso. Nella scenografia della manifestazione, come era allestita nel secolo scorso e forse ancora nei primi decenni del nostro, si coglie la sapiente regia della Confraternita del Suffragio ovvero Monte dei Morti, la quale, come si legge nella Bolla di Papa Innocenzo X del 1648, era aggregata alla Confraternita dell’Orazione e Morte di Roma, il cui compito era soprattutto quello di “dare sepoltura ai morti abbandonati nella Campagna Romana”.

In precedenza, la processione si svolgeva, e non solo a Chieti, nel corso della mattinata. Nel Libro de li Editti Vescovili della Diocesi di Valva e Sulmona, si legge infatti a firma del vescovo Filippo Paini quanto segue: «La Maestà del Re, avendo comprovato coll’esperienza che le processioni, se queste si fanno di giorno… invece di riuscire di onore a Dio e de’ Santi, siano occasione piuttosto di rissa, scandali et altri dissordini, con suo Real Dispaccio del diece corrente Decembre ha risoluto, che le Processioni tutte si debbano far di mattina…». Il “Regal Dispaccio” si preoccupava non solo delle liti che scoppiavano fra le Confraternite per il “diritto di precedenza” nelle processioni, ma anche dell’abitudine, ovunque radicata nel regno di Napoli, di approntare lungo il tragitto della Processione del Cristo Morto alcune fontes nempe artificiales, dalle quali sgorgava buon vino preposto a rinfrancare le forze dei processionem comitantes, con conseguenze facili da intuire. Certo, oggi tali portentose fontane non vengono più allestite lungo le strade percorse dalla processione la sera del Venerdì Santo.

Fervore Culturale e Documentazione Storica

Il sostrato culturale da cui germina a Chieti la Sacra Rappresentazione della processione del Venerdì Santo costituisce una reliquia vivente di uno dei drammi liturgici medievali che nel corso del XVI secolo doveva essere rappresentato in città con particolare solennità e concorso di fedeli. E non solo sul sagrato, che allarga idealmente le pareti del tempio, non solo nel centro storico, ma anche nei conventi di clausura, “ad uso e consumo” delle stesse suore, le quali, nota il Toschi, per il loro particolare status furono sempre “attrici e spettatrici dello spettacolo sacro”.

In un codice del Cinquecento scoperto dal Pansa nel 1886 a Sulmona ed acquistato due anni dopo dalla Biblioteca Nazionale di Roma, sono contenuti infatti dei frammenti di drammi, alcuni dei quali hanno per titolo: La rappresentazione della Passione, La rappresentazione della Resurrezione, l’Apparizione ad Emmaus ecc., trascritti da una suora di clausura del convento di S. Chiara in Chieti e pubblicati dal De Bartholomaeis nel 1924 nella sua fondamentale opera sul teatro abruzzese del medio evo. Questi testi, frutto per lo più di rielaborazioni in volgare di antichi Codici Cassinesi, testimoniano il fervore culturale nella Chieti del XVI secolo, epoca in cui si registra ad opera di Isidoro Faciy l’introduzione dell’arte della stampa, un fervore che animava anche le comunità religiose. La trascrizione di inni, laude, drammi liturgici o frammenti di questi, destinati - come informa fra’ Serafino Razzi - ad essere recitati nei vari ora, dimostra una ricca vita spirituale e artistica.

La processione di Chieti affascina dalla notte dei tempi: anche i grandi della cultura furono rapiti dalla magia del corteo. Oltre a Gabriele D’Annunzio e Francesco Paolo Michetti, ne parlarono lo scrittore Sabatier e il musicista Tosti. Nel 2011, la tradizione di Chieti è sbarcata anche sulla BBC, un’apparizione sull’emittente britannica che certifica la grandezza di un mito senza tempo. Giulio Obletter, governatore del Sacro Monte dei Morti, custode della tradizione, riassume il suo valore per un teatino: «Mille».

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