Le memorie qui trascritte sono il frutto del lavoro di Irene Rosso, che nel febbraio 1987, sei mesi prima della morte del padre, ha decifrato e organizzato gli appunti scritti su una vecchia agenda della Cassa di Risparmio di Asti. Questo testo inedito racconta, con uno stile pacato e descrittivo, una vicenda umana individuale inserita nel più ampio contesto della Seconda Guerra Mondiale. È la storia di un giovane soldato di 26 anni, un sottufficiale dell'Esercito italiano, colto di sorpresa l'8 settembre 1943 mentre era ricoverato presso l'ospedale militare di Bari per scabbia.
Il Disorientamento dell'8 Settembre 1943 a Bari
La sera dell'8 settembre 1943, in una camera al secondo piano dell'Ospedale Militare di Bari-Palese, il clima era particolarmente caldo e afoso. Il locale era riservato ai sottufficiali in cura per la scabbia. Erano in tre: un "firmaiolo" napoletano classe 1916, un sergente richiamato emiliano classe 1914 e il sottoscritto, piemontese classe 1917. Il tempo trascorreva con noia e non c'era nulla di interessante da leggere; il volontario napoletano leggeva "Topolino", mentre il richiamato stava quasi sempre alla finestra, scrutando il largo del mare verso il porto, quasi a notare l'eventuale presenza della flotta alleata, ancora considerata nemica. La voce popolare parlava di un prossimo sbarco. Mentre si faceva buio, si udì il suono di un campanello a mano energicamente agitato e un forte rumore provenire dalla strada di fronte all'ospedale. Guardando dalla finestra, si notò un gruppo di persone che saltavano, correvano e gridavano gioiosamente. Nella confusione, arrivarono distintamente alcune parole come "armistizio", "la guerra è finita", "viva la pace". Così vestiti come si era, con una specie di pigiama di tela ruvida simile ai sacchi del pane militare, scesero le scale per raggiungere il portone e sentire le novità. Tuttavia, alcuni soldati di servizio all'entrata li respinsero, promettendo di informarli non appena avessero ricevuto disposizioni dai superiori.
L'ARMISTIZIO DELL'8 SETTEMBRE 1943 - DOCUMENTARIO
La Fuga da Barletta e gli Eccidi Nazisti
Il giorno successivo all'annuncio radiofonico del maresciallo Badoglio, il disorientamento era palpabile. La guerra era finita o continuava? Non era possibile ottenere giornali o ascoltare la radio, e le notizie che giungevano erano discordanti. Il volontario napoletano si lamentava, credendo che sarebbe stato meglio se la guerra fosse continuata per almeno un altro anno, così avrebbe ottenuto la promozione al grado superiore. Il richiamato emiliano, invece, continuava a imprecare contro gli alleati inglesi e americani che non si facevano ancora vedere. Alla stazione di Bari, si apprese che il treno in partenza verso Nord sarebbe stato bloccato a Barletta a causa dell'interruzione dei servizi ferroviari dovuta ai bombardamenti a Foggia e Pescara. Nonostante ciò, si decise di partire ugualmente, con l'intenzione di proseguire con mezzi di fortuna. Le notizie sulla situazione erano vaghe, ma in quella zona non si parlava di sbandamento e l'aeroporto militare funzionava. Alla fermata, mentre il treno era ancora in movimento, la gente si affrettava a saltare giù. All'uscita, un ufficiale con una fascia azzurra a tracolla e la fronte coperta da una benda di garza, con tono di comando secco, ordinò a tutti i militari di recarsi immediatamente nella sala d'aspetto. In pochi minuti, i militari furono divisi per arma: aviazione, marina, fanteria, artiglieria, ecc. Dichiarandosi artigliere e furiere, si fu portato al comando. A circa un quarto d'ora di cammino dalla stazione, seguendo una stradina vicino al muro della ferrovia, ci si trovò in periferia verso Nord. Quando le case di Barletta si diradarono, si scorsero parecchie baracche di legno, una delle quali fungeva da comando e magazzino. L'ufficiale suggerì di sistemarsi al meglio. All'alba, un caccia tedesco sorvolò a bassa quota la zona per circa mezz'ora. Nel frattempo, un gruppo di una ventina di militari, accompagnati dall'ufficiale, irruppe nella baracca deposito dove c'erano alcuni moschetti, scatole di proiettili, due mitragliatrici e due cassette di munizioni.

La Resistenza a Barletta e l'Accoglienza
Con quel gruppo, ci si diresse verso la strada che divideva la città dagli orti. La resistenza in quella infelice postazione durò solo una decina di minuti. Ad attaccare non furono soldati con armamento leggero, ma mezzi corazzati: tre carri armati, i cui cannoncini erano puntati verso di noi, sbucarono tra gli alberi di ulivo, che vennero abbattuti come fuscelli. La decisione di abbandonare la posizione fu immediata, poiché con armi leggere e senza munizioni non si poteva pretendere di più. Ognuno dovette arrangiarsi come poteva. Strisciando, si riuscì a ritornare verso le baracche e, saltando un muro, ci si trovò in un cortile su cui si affacciavano quattro o cinque case a due piani. Si entrò nella prima porta aperta, trovando una grande camera quadrata al piano terreno. Il capofamiglia era un guardiafili di nome Rosario, che comprese subito la situazione di militare sbandato e bisognoso di nascondersi. In quel nascondiglio si trascorsero due giorni. Rosario e la sua famiglia furono persone magnifiche, degne di stima, amore e rispetto. Al terzo giorno, portarono la radio e così si appresero le principali notizie. Questa informazione fece subito pensare alla possibilità di fuggire per tornare in Piemonte, dove si sperava di incontrare qualche conoscenza tra i militari "badogliani".
Il Dramma degli Eccidi Nazisti a Barletta
Era il 12 settembre 1943. Si sentì raccontare da testimoni diretti il dramma di uno dei primi eccidi nazisti in Italia. Per stroncare la resistenza dei militari italiani e occupare la città, gli uomini della divisione "Goering" e una squadra di SS erano entrati a Barletta. Due portaordini tedeschi furono uccisi in un'imboscata. Per rappresaglia, furono fucilati 11 vigili urbani e due netturbini, prelevati dal comando dei vigili. Si venne a sapere che gli episodi di resistenza più importanti erano avvenuti in prossimità delle sedi della Posta, del Municipio, della stazione e delle banche. La sera, ci si unì a un numeroso gruppo di cittadini che intendevano assaltare un treno merci fermo in stazione da alcuni giorni, che, secondo le informazioni, doveva contenere viveri di conforto per prigionieri alleati. Il bottino consistette in una dozzina di scatolette di latte condensato, un sacco di farina bianca, un sacchetto di zucchero e qualche tavoletta di cioccolato. Si decise di lasciare la ferrovia per portarsi verso la costa. Dopo due ore, si incontrò una casa colonica. I contadini informarono che altri sbandati si erano fermati nel paese di Margherita Savoia, dove non c'erano truppe tedesche, e presso la direzione delle saline si cercava manodopera. Si andò ad accertarsi della situazione, ma si decise di continuare come previsto nel piano. Passando nei pressi dell'accantonamento del reparto lasciato dieci giorni prima, non si trovò più traccia della presenza militare, così si proseguì per una strada secondaria, vicina al torrente Candelaro, fino alla stazione di San Marco in Lamis, ultima tappa nel Gargano. Questa notizia portò un po' di entusiasmo.
La Fuga in Treno e l'Aiuto Imprevisto
Alla stazione di Barletta, si rimase solo in tre, insieme a un ferroviere (con due righe sul berretto) che disse: "State tranquilli… i tedeschi stanno rastrellando la piazza. Vogliono solo obbligare tutti gli uomini validi ad aiutarli a caricare sui vagoni scoperti già pronti il materiale bellico depositato allo scalo merci". Secondo lui, tutti sarebbero stati rilasciati al termine dell'operazione. Dalla parte del piazzale, si sentirono alcune raffiche di armi automatiche. Fu proposto ai due compagni di non scappare, di mostrarsi acquiescenti agli ordini per poi approfittare della prima occasione propizia per la fuga. Io e il marinaio fummo fatti salire su una locomotiva a vapore scortata da un solo soldato tedesco, armato di machine-pistol, e guidata da un macchinista, ma senza l'aiuto del fuochista. Il macchinista spiegò subito che, a causa della mancanza di acqua in stazione, si doveva andare a rifornire la caldaia presso un serbatoio di riserva collocato oltre gli orti di guerra dei ferrovieri, distante circa duecento metri in direzione di Campobasso. Giunti sul posto, ci si accordò con il macchinista: mentre noi saremmo scesi a tirare la catena per spostare il braccio della colonna dell'acqua, lui avrebbe dovuto coprire la visuale al tedesco, permettendoci di scomparire rapidamente. Come previsto, il ferroviere riuscì a interessare il militare a leggere gli indicatori del livello dell'acqua, che, data la poca pressione, impiegò parecchio tempo a raggiungere la quantità necessaria. In cinque minuti, si era già fuori tiro e, orientandosi con le cime più alte visibili in distanza, si imboccò la strada per il Molise, diretti al paese di Guglionesi, in provincia di Campobasso.
Attraverso la Maiella e l'Antifascismo
Dopo una breve consultazione della carta geografica, si partì per la zona montagnosa e, di vallata in vallata, attraversando anche la catena della Maiella, si giunse a Castel di Sangro. Alla periferia di Sulmona, si videro tanti manifesti che invitavano la popolazione a collaborare con le forze armate nell'opera di cattura di parecchi prigionieri di guerra alleati fuggiti da un campo di prigionia. Si parlava anche di premi a chi consegnava prigionieri alle autorità. Alla stazione di Pratola, sulla linea per l'Aquila, con molta fatica si riuscì a salire su un carro bestiame già pieno di persone. Tutti portavano borse, sacchi o ceste, pochissimi le valigie. Le linee ferroviarie italiane furono devastate dal conflitto. Bisognava arrangiarsi, e Rosso scoprì come aggirare la burocrazia di guerra. All'Aquila, ottenne e si rivendette una tessera annonaria, proseguendo il viaggio in treno verso Nord. Si venne a sapere che presso un ufficio comunale dell'Aquila, senza tante formalità, distribuivano delle tessere annonarie mensili a persone provenienti da altre province, considerate "sfollati". Si tentò, e andò bene. Sui treni da L'Aquila verso Rieti, Terni e Orte, si incontrarono degli studenti universitari. Dai loro discorsi, si capiva che nutrivano ancora simpatia per il fascismo e il nazismo, ma non erano per nulla partecipi o impegnati in qualsiasi opera di sostegno al tentativo di restaurazione fascista. Parevano indifferenti alle sorti dell'Italia e più interessati a discutere di calcio. A Orte, fu detto che la linea più sicura era quella per Chiusi-Siena.
L'Intervento di un Sacerdote a Siena
A Siena, per poco non si finì nelle mani di una "ronda tedesca" che ispezionava il treno dal quale non si era potuti scendere alla stazione precedente in quanto non si era fermato: si era su una vettura di seconda classe, in 15 in uno scompartimento da 8 posti. Quando i militari si affacciarono alla porta, un sacerdote si collocò davanti ad essi e, con la sua alta mole coperta da una grande mantella nera, ostruì completamente la visuale e fece desistere da un più accurato controllo. Questo fu un primo incontro con l'antifascismo, e il viaggio proseguì ancora verso Nord.

L'Impegno Antifascista a Pontedera
Una situazione completamente nuova fu durante una tappa a Pontedera, dove si fu ospitati dalla famiglia di un operaio impegnato nell'antifascismo locale, il quale parlò a lungo dell'organizzazione clandestina che si stava sviluppando in città e sulle montagne. Fu quasi un invito a fermarsi. Da quei discorsi, si ebbe la sensazione che quanto avveniva in quella zona dovesse ormai essere una questione estesa in tutto il territorio dell'Italia del Nord, e naturalmente anche ad Asti. Ci si avviò verso Lucca, dove ci si divise. Si arrivò la sera a Viareggio. Non avendo notato la presenza di ronde, si decise di coricarsi un po' nell'atrio della stazione. Verso mezzanotte, arrivarono numerosi soldati tedeschi i quali, disfatti i loro zaini, si distesero anche loro sul pavimento del locale. Si capì che erano militari in trasferimento, senza alcun ordine particolare o compiti di controllo. Il mattino prestissimo, era ancora buio, parecchi civili si affollarono agli sportelli in quanto stava per partire un treno per La Spezia-Genova. Ci si unì agli altri e, senza prendere il biglietto, si salì sul treno e vi si rimase sino a Nervi. Si attraversò Genova in tram sino a Pontedecimo e di lì finalmente si arrivò all'ultima tappa.
Il Ritorno ad Asti e la Nuova Vita
Era passato quasi un mese. Francesco Rosso arrivò alle porte di Asti. L'ultimo treno su cui salì, giunto nei pressi dello scalo bestiame della città di Asti, rallentò quasi a fermarsi, così si poté saltare giù. Risultava che i tedeschi fossero pochi e presenti solo in alcuni punti. I fascisti cercavano anche loro i militari sbandati per farli aderire al risorto esercito di Salò. Un presidio militare tedesco era nelle scuole Pascoli in viale Pilone, proprio vicino a casa, così si dovette entrare nel cortile passando dagli orti che davano sul viale dirimpetto alla Piazza d'Armi, che era abbandonata e saccheggiata di tutto il materiale depositato nelle casermette. A casa, la porta era chiusa. La mamma da alcune settimane girava piangendo da tutti i parenti e stava perdendo ogni speranza di rivederlo. Il diario di memorie di Francesco Rosso prosegue con le note astigiane sulla vita da militare sbandato che non aderisce alla Repubblica Sociale e deve comunque cercare di sopravvivere. La mamma, a quell'epoca, non era più in grado di lavorare. Come fare ad acquistare viveri a borsa nera? Con una tessera sola era impossibile vivere in due. Visto che era abbastanza facile girare in bicicletta dalla città ai paesi, limitatamente ad alcuni giorni della settimana, per circa due mesi ci si dedicò al commercio di ricambi e accessori per biciclette, che si portavano direttamente dalla fabbrica (Rosso aveva lavorato alla Gerbi). Non si aveva nessuna esperienza politica, nessuna fede religiosa, nessuna grande ambizione professionale. L'istruzione era quella che si era potuta avere nelle scuole elementari di allora, e scarsa era stata anche la cultura post-scolastica.
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