Biografia dell'Arcivescovo Fortunato Maria Farina

I Primi Anni e la Formazione

Mons. Fortunato Maria Farina nacque a Baronissi (Salerno) l’8 marzo 1881, secondo di nove figli, dai coniugi Francesco ed Enrichetta Amato, appartenenti a un'agiata e molto religiosa famiglia dell'alta borghesia campana. Già dalla fine del XVIII secolo la sua famiglia era proprietaria di numerosi terreni nella piana di Eboli e si affermò anche nella vita economica e politica della provincia a partire dalla seconda metà dell'Ottocento.

All’età di sette anni, nel 1888, entrò insieme al fratello Mattia nel Convitto Pontano di Napoli, retto dai Padri Gesuiti, dove compì anche gli studi liceali. In questo ambiente austero e ricco di spiritualità, crebbe e si temprò nella fede, assorbendo la spiritualità e la disciplina dei Gesuiti. Quivi maturò la sua vocazione al sacerdozio e, sebbene desiderasse entrare nella Compagnia di Gesù, la sua salute cagionevole non glielo permise.

A 16 anni, nel 1897, emise il voto privato di castità. Si iscrisse alla Facoltà di Lettere presso l’Università di Napoli, dove si laureò in lettere classiche, e conseguì la laurea in teologia nel 1907. Il 18 settembre 1904 ricevette l’ordinazione sacerdotale nella Basilica Superiore della Chiesa Metropolitana di Salerno per le mani di Mons. Luigi Del Forno. Fin da giovane, si dedicò con fervore all’apostolato, animato da un’intensa devozione all’Eucaristia e alla Beata Vergine Maria.

Nei primi anni del suo sacerdozio, si adoperò per fondare a Salerno il circolo diocesano dell’Unione Apostolica del Clero e, nel 1909, il primo Circolo Giovanile Cattolico Salernitano per la catechesi, la vita sociale e lo svago dei giovani, che aderì alla Gioventù Cattolica Italiana. Dimorando abitualmente a Napoli, era ogni sabato e domenica a Salerno per guidare le attività spirituali e culturali del circolo. Nel 1912 fu nominato Padre spirituale del Seminario di Salerno e dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni, e il 12 maggio 1916 divenne curato della parrocchia di S. Agostino in Salerno. Durante la Guerra del 1915-18, profonde tutte le sue energie per stare vicino ai giovani in partenza per la guerra, ai loro familiari e ai reduci feriti, manifestando un grande spirito di carità, aprendo un asilo per i figli dei richiamati e un laboratorio per le loro mogli.

L'Episcopato a Troia e Foggia

Vescovo di Troia (1919-1951)

Nonostante le sue ripetute rinunce, il 21 giugno 1919, all’età di 38 anni, Sua Santità Benedetto XV lo nominò Vescovo di Troia. Il 10 agosto successivo venne consacrato a Roma nella chiesa di San Carlo ai Catinari dal cardinale Gaetano De Lai e il 30 novembre 1919 fece il suo ingresso in Diocesi. A Troia, Mons. Farina iniziò il suo ministero volgendo la sua attenzione verso quella che sarebbe stata la sua principale occupazione pastorale: la cura delle vocazioni sacerdotali e la formazione del clero. Restaurò il Seminario diocesano, che sotto la sua guida divenne un centro di spiritualità. Promosse l’Unione Apostolica del Clero e gettò le basi per l’ideale della vita comune del clero diocesano, che poi avrebbe realizzato fondando la S. Milizia di Gesù. Il suo zelo si estese anche alle vocazioni missionarie, favorendo la nascita di un Seminario Apostolico per le Missioni Africane dei Padri Comboniani. Si occupò della promozione del laicato per una presenza dei cattolici nella vita sociale, organizzando nel 1920 la settimana religioso-sociale dei giovani cattolici di Capitanata e fondando il circolo giovanile "S. Anastasio". Mostrò fortezza e moderazione davanti alle ideologie del suo tempo avverse alla fede cristiana.

Amministratore Apostolico e Vescovo di Foggia (1921-1954)

Per ben due volte fu Amministratore Apostolico della Diocesi di Foggia: la prima con decreto del 2 aprile 1921 per la traslazione di Mons. Bella e la seconda volta nel 1924 per la promozione di Mons. Pomares. Nel Concistoro del 18 dicembre 1924, Papa Pio XI lo preconizzò Vescovo di Foggia, conservandogli anche il titolo di Vescovo di Troia, unendo le due diocesi nella sua persona (ad personam). Questa nomina suscitò grande malumore a Troia, dove alcuni abitanti temevano la soppressione della loro sede episcopale e si opposero faziosamente. Mons. Farina, profondamente addolorato, si rese disponibile a dimettersi dall’incarico per la pace della Chiesa, ma Papa Pio XI gli confermò la propria fiducia e lo incoraggiò a proseguire. Il 22 marzo 1926 prese il possesso canonico della nuova Diocesi di Foggia. In tutte le circostanze il suo zelo pastorale aveva lasciato un segno incisivo, che quasi certamente spinse la Santa Sede a questa scelta.

Ritratto di Monsignor Fortunato Maria Farina in abiti episcopali

Il Ministero Pastorale a Foggia: Opere e Iniziative

Restauro e Rinascita Spirituale

Appena entrato ufficialmente a Foggia, il 22 marzo 1926, come primo atto dovette affrontare il restauro della Cattedrale, colpita rovinosamente da un fulmine. Quest’opera, che rese la Cattedrale più bella e più ricca di prima, è immagine del grande risveglio religioso che Mons. Farina seppe suscitare con la sua attività pastorale. Organizzò il Congresso Francescano nella ricorrenza del 7° centenario della morte di San Francesco nel 1926 e, nel 1931, il secondo centenario dell’apparizione della Madonna dei Sette Veli, celebrato con grande solennità e con una fruttuosa Missione, predicata dai Redentoristi, occasioni di rinascita spirituale.

Negli anni trenta promosse e animò con il suo zelo e la collaborazione del suo segretario D. Michele Scotto l’istituzione di due opere: quella di “S. Pietro Canisio”, finalizzata alla preservazione della Fede cattolica minacciata dalla propaganda protestante, e quella di “S. Francesco Regis”, intesa a promuovere la celebrazione del Sacramento del Matrimonio per molte coppie sposate solo civilmente. I numerosi laici impegnati in queste due attività si costituirono in Pia Unione “Gesù Redentore”, che Mons. Farina riconobbe e approvò nel 1933, e volle dirigere spiritualmente. Sempre nel 1933 richiamò a Foggia le Monache Redentoriste, volendo ridare vita all’antica comunità religiosa di Sr. Maria Celeste Crostarosa, sebbene non potesse vedere realizzato il monastero. Nello stesso anno organizzò e guidò un imponente pellegrinaggio a Roma per l’Anno Santo e nel 1937 consacrò la città alla Vergine SS. Addolorata, in occasione dell’anno centenario della miracolosa liberazione della città dal colera, attribuita alla Vergine Addolorata, venerata nella Chiesa di San Giovanni Battista.

Il cantiere del Duomo

Espansione delle Strutture Religiose

Fu sua grande preoccupazione assicurare l’assistenza religiosa alle zone nuove e periferiche di Foggia. Fece realizzare la grande Opera S. Michele per la gioventù, sul suolo acquistato da Mons. Bella e affidata ai Padri Giuseppini; restituì ai Frati Minori la Chiesa di Gesù e Maria, dando loro la parrocchia già istituita, sebbene precariamente, da Mons. Marinangeli; trasferì la Vicaria Curata di S. Maria delle Grazie, istituita da Mons. Bella, nella chiesa di S. Anna, eretta a Parrocchia e affidata ai Padri Cappuccini. Riedificò su Viale XXIV Maggio l’antica chiesa di S. Maria della Croce, demolita per far sorgere il Palazzo degli Uffici Statali, e la elevò a Parrocchia per assicurare il servizio religioso al quartiere della Stazione. Né trascurò le zone periferiche ed extra-urbane: eresse la Vicaria Curata della S. Famiglia presso la Cartiera e quella di S. Giuseppe, con l’annesso asilo, presso la stazione di Cervaro. A San Marco in Lamis fondò le parrocchie di S. Maria delle Grazie, dell’Addolorata, di S. Giuseppe e della Madonna di Lourdes a Borgo Celano, e a Segezia eresse la chiesa dedicata alla Madonna di Fatima.

Il Riscatto del Santuario dell'Incoronata

Il Santuario dell’Incoronata aveva una storia millenaria di fervore spirituale, ma il suo degrado iniziò agli inizi del 1800 con l’occupazione francese del Regno di Napoli e la soppressione di conventi, monasteri e la confisca dei loro beni. Anche i beni del Santuario vennero confiscati e passati al Monte Frumentario, e le entrate furono devolute a enti beneficiari laici. Questo portò a un degrado pauroso, poiché i laici erano interessati principalmente a incrementare le offerte in denaro, e il Santuario non era aperto tutto l’anno. Durante il periodo Borbonico e dopo l’unificazione d’Italia, la gestione rimase laica, con un banco delle offerte dove sedevano un laico e un prete in rappresentanza della Diocesi.

Mons. Farina si impegnò strenuamente per il riscatto del Santuario dell’Incoronata. Il 29 maggio 1929 rispose a un questionario del Card. Sbarretti, Prefetto della Sacra Congregazione del Concilio, descrivendo la situazione del culto, limitato per gran parte dell’anno. La procedura burocratica per riscattare il Santuario fu lunga e laboriosa, richiedendo notevole sacrificio ed energia. Il 19 maggio 1932, in virtù dell’art. 27 del Concordato Lateranense, scrisse una lunga lettera al Ministro di Giustizia e Culti di Roma. Solo il 3 giugno 1934 il Consiglio dell’Amministrazione degli Ospedali Riuniti di Foggia deliberò la consegna del Santuario al Vescovo di Foggia, a condizione che venisse consolidata una rendita perpetua a favore degli Ospedali e dei Conservatori Raggruppati. Questa delibera generò controversie che durarono quasi quattro anni, con un lungo carteggio tra il Vescovo, le Autorità Governative e gli Ospedali Riuniti. Una seconda delibera del 3 aprile 1938 ridusse la richiesta di rendita. Tuttavia, la Sacra Congregazione rispose che tale condizione non poteva essere accettata, trattandosi di un cespite aleatorio, e suggerì di chiedere la consegna del Santuario senza alcun onere. Mons. Farina, per sbloccare la situazione, il 22 marzo 1939 invitò il Presidente degli Ospedali Riuniti a una cessione pura e semplice, senza alcun onere, come richiesto dalla Santa Sede. Il 13 aprile 1939, il Consiglio di Amministrazione degli Ospedali Riuniti accettò all'unanimità la proposta del Vescovo, che comportava un onere elevato per la Diocesi, ma che egli fece fidandosi della Divina Provvidenza e contando sulle sue risorse personali. Due giorni dopo, il 15 aprile 1939, avvenne l’atto ufficiale della consegna provvisoria del Santuario con la consegna delle chiavi al Vescovo Mons. Farina. Da quel momento il Santuario dell’Incoronata di Foggia passò sotto la giurisdizione piena del Vescovo di Foggia.

Nel successivo ultimo sabato di aprile del 1939, Mons. Farina partecipò al rito della “Vestizione della Madonna”, libero ormai di disporre la cerimonia secondo criteri pastorali, volendo che si svolgesse sulla balconata prospiciente la navata, rendendola visibile a tutta la folla. Per offrire ai pellegrini un’assistenza spirituale più stabile, appena finita la guerra, pensò di affidare la gestione del Santuario ai Figli di Don Orione, che già operavano a Foggia. Dopo un lungo iter burocratico e la firma di una convenzione, il Santuario dell’Incoronata venne affidato ufficialmente ai Figli di Don Orione il 26 aprile 1950.

Foto storica del Santuario della Madonna Incoronata di Foggia

Cura delle Vocazioni e Opere Sociali

Nel suo lungo ministero pastorale, Mons. Farina mostrò particolare cura per il Seminario (quello di Troia, dove venivano formati insieme i seminaristi delle due Diocesi), avendo una grande sensibilità per i seminaristi, che spesso aiutava anche economicamente. Nel 1937, per munificenza della N.D. Adele Anglicani, fu realizzato il “Piccolo Seminario” a Foggia, che Mons. Farina affidò alle Suore Oblate del S. Cuore, per le vocazioni sacerdotali dei “Piccoli Amici di Gesù”. Grande interesse ebbe per l’Azione Cattolica, per cui nel 1937 tenne la Settimana della Giovane e, l’anno successivo, la Settimana Religiosa per gli Uomini.

Sul piano sociale, curò anche la realizzazione di opere importanti, come la “Fondazione M. Grazia Barone” e l’Ospedale Psichiatrico “Casa della Divina Provvidenza” in Foggia, e l’Opera Pia “Gravina” a San Marco in Lamis. Diede sostegno concreto anche a Don Pasquale Uva nella costruzione dell’Ospedale Psichiatrico a Foggia, tanto che il primo nucleo di ricoverati fu ospitato nell’Episcopio di Foggia.

Il Tempo della Guerra e della Ricostruzione

La Provvidenza permise che il suo ministero episcopale fosse provato anche dall’evento disastroso della Seconda Guerra Mondiale. Durante la guerra fece trasportare il S. Tavolo a S. Marco in Lamis e la statua dell’Incoronata a Troia, perché le sacre immagini fossero di conforto alla popolazione foggiana che aveva cercato scampo in quei paesi. Lo spirito di carità, manifestato già nella Prima Guerra Mondiale, si espresse con ardore in questa seconda occasione. La prima incursione, disastrosa per Foggia, fu quella del 22 luglio 1943, che colpì rovinosamente un intero rione della città, con migliaia di vittime. Il 19 agosto 1943, verso le ore 12, si abbatté su tutta la città un’altra incursione, definita dagli stessi inglesi la più terribile da essi operata nell’Europa meridionale, che ridusse la città in macerie, causando danni irreparabili a edifici e chiese, compreso il Duomo. Mons. Farina, con alcuni sacerdoti e religiosi, fu il grande apostolo della carità, prodigandosi nell’assistenza ai moribondi, nella rimozione dei defunti dalle macerie e nell’organizzazione dei soccorsi agli sfollati. Si interessò attivamente di raccogliere informazioni sui prigionieri di guerra e, dopo l’armistizio, di assistere i reduci. Nel periodo post-bellico, organizzò attività assistenziali per i foggiani sinistrati a causa dei bombardamenti e si interessò alla ricostruzione della Città. Nell’Anno Santo del 1950 organizzò e guidò il Pellegrinaggio Diocesano a Roma.

Immagini d'epoca della Foggia bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale

La Vita Spirituale e la Fama di Santità

Fin da giovane, Mons. Fortunato Maria Farina manifestò l’intenzione di santificarsi attraverso la pratica delle virtù cristiane. Visse eroicamente la virtù della fede, affidando a Dio il primato assoluto nella sua vita, in un totale abbandono alla volontà divina. Scriveva nel suo Diario: “Mi sono offerto vittima a tutto quello che il Signore si compiacerà disporre di me per la salvezza delle anime”. Alimentò la fede con la meditazione, la preghiera privata e pubblica, la celebrazione eucaristica e l’adorazione, e con la devozione alla Vergine Maria. Con l’esercizio eroico della virtù della speranza fu capace di affrontare le prove della vita e sostenne le rinunce di un’esistenza austera. La fiducia nella volontà di Dio gli permetteva di rimanere sereno e in pace anche nei momenti critici e di fronte alle calunnie, accettando serenamente la morte come passaggio alla vita eterna.

Esprimeva pienamente la risposta all’amore di Dio con l’esercizio eroico della carità, manifestando il costante desiderio di piacere soltanto a Dio in ogni gesto concreto della sua vita, e l’amore verso il prossimo sia in campo spirituale sia in quello materiale. Per il suo apostolato si ispirava all’esempio di San Francesco di Sales, cercando di attirare sacerdoti e laici all’amore di Dio. Il suo motto episcopale, tratto dagli scritti di Sant’Ignazio di Antiochia, era “Frumentum Christi sumus”. Nonostante provenisse da una ricca famiglia, visse sempre in grande povertà, elargendo il suo abbondante patrimonio familiare a vantaggio dei poveri e per realizzare tante opere nelle sue due diocesi. Ebbe un profondo spirito di preghiera e di oblazione, cercando unicamente la gloria di Dio attraverso la salvezza delle anime.

La sua devozione alla Madonna era un asse portante della sua vita cristiana. Considerava Maria la nostra Madre, la Regina delle vittorie, la Mediatrice di tutte le grazie, la nostra Consolatrice. Ad esempio, scriveva: "L'essenziale è che tu studi per la vita, per il tuo futuro apostolato e l'aiuto della Madonna non ti mancherà. Ogni vera vocazione ha una sua propria melodia, che la tua abbia una melodia tutta mariana... Offrite tutto in spirito di orazione per mezzo della Madonna... Non vi stancate di implorare ogni giorno dalla Madonna un amore grande per Gesù Cristo e per le anime". E ancora: "La Madonna è la via facile e breve per santificarci e guadagnarci il cielo". Incoraggiava a confidare tutto a Maria, ripetendo con fede "Mater mea, fiducia mea".

Gli Ultimi Anni e il Riconoscimento

La sua salute fu sempre cagionevole. Negli anni seguenti il suo spirito fu pervaso dal pensiero della morte. Il 10 aprile 1948 ebbe un primo serio malore. Nel 1950 si ammalò gravemente, superando una grave crisi, ma la sua salute era ormai minata. Le sue condizioni lo spinsero a chiedere con insistenza alla Santa Sede di essere sollevato dalla cura pastorale della diocesi di Troia. Il 15 maggio 1951, per ragioni di salute, rinunciò alla Diocesi di Troia e il Santo Padre nominò Mons. Giuseppe Amici Vescovo di Troia e Coadiutore con diritto di successione di Mons. Farina, che conservò l’ufficio di Vescovo di Foggia. Durante gli ultimi due anni, la sua vita fu segnata da una sofferenza crescente per le condizioni malferme di salute e per le tensioni nella diocesi. Aveva già scritto di suo pugno la rinuncia al governo della diocesi di Foggia, ma per un travaglio interiore non la inviò alla Santa Sede. Nonostante ciò, conservò una pace e una trasparenza di fede che manifestò negli ultimi due avvenimenti pubblici del suo Ministero episcopale: la benedizione della Fontana nel piazzale della Stazione (6 dicembre 1953), simbolo della ricostruzione di Foggia, e la Consacrazione Episcopale di P. Agostino Castrillo (13 dicembre 1953).

Il 1° febbraio 1954 la Santa Sede lo nominò Arcivescovo Titolare di Adrianopoli di Onoriade. Morì a Foggia il 20 febbraio 1954, nell’Episcopio, in fama di santità, circondato da grande affetto. Le sue spoglie mortali furono tumulate nella tomba monumentale, eretta nella navata della Cattedrale a sua venerata memoria. Vivo è il ricordo di Mons. Farina particolarmente nei sacerdoti anziani e in quanti fanno parte della S. Milizia, istituzione voluta e realizzata dal Venerabile Presule per la vita comunitaria del Clero Diocesano. Mons. Amici, suo successore a Troia e a Foggia, parlò del ministero episcopale di Mons. Farina affermando che egli aveva lasciato "tracce profonde e sostanziali del suo passaggio", e che le due diocesi avevano conosciuto "una straordinaria fioritura spirituale".

La Causa di Beatificazione e Canonizzazione

Perdurando la fama di santità anche dopo la morte e accrescendosi col passare dei decenni, è stata aperta la Causa di beatificazione e canonizzazione. La prima petizione per avviare il processo di Canonizzazione risale al 1959. Dal 12 settembre 1992 al 24 maggio 2008 presso la Curia ecclesiastica di Foggia-Bovino si è celebrata l’Inchiesta diocesana, la cui validità giuridica è stata approvata dalla Congregazione delle Cause dei Santi con decreto del 27 marzo 2009. Dopo la preparazione della Positio e la sua sottoposizione al giudizio dei Consultori Storici il 3 dicembre 2019, e il voto favorevole dei Consultori Teologi il 2 giugno 2020, il processo ha avuto un esito positivo. Lo scorso 17 novembre la Commissione Cardinalizia per le Cause dei Santi si è pronunciata unanimemente favorevole all'eroicità delle virtù del Servo di Dio Mons. Fortunato Maria Farina.

Il 23 novembre 2020, Papa Francesco, ricevendo in udienza il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, Monsignor Marcello Semeraro, ha autorizzato la promulgazione del decreto sul riconoscimento delle virtù eroiche, conferendogli il titolo di Venerabile. La Chiesa ce lo addita ora come esempio per la nostra vita, in attesa che per sua intercessione il Signore compia un miracolo, per poterlo vedere Beato.

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