Forti nella Debolezza: Il Significato Teologico e Pastorale

Nella sua seconda lettera alla comunità di Corinto, l’apostolo Paolo si confronta con alcuni che mettono in discussione la legittimità della sua attività apostolica. Egli, tuttavia, non si difende elencando i propri meriti e successi, ma accenna ad una sua esperienza mistica di profondo rapporto con Dio. Subito dopo, condivide la sua sofferenza per una “spina” che lo tormenta. Paolo non spiega di cosa si tratti esattamente, ma si percepisce che è una difficoltà grande, che potrebbe limitarlo nel suo impegno di evangelizzatore. Questa esperienza ci apre un orizzonte nuovo: riconoscendo ed accettando la nostra debolezza, possiamo abbandonarci pienamente nelle braccia del Padre, che ci ama come siamo e vuole sostenerci nel nostro cammino.

San Paolo e la spina nella carne

Il Paradosso della Debolezza nella Tradizione Cristiana

Gesù Cristo: la Forza nella Debolezza Estrema

Chiara Lubich ha scritto che l'affermazione "Forti nella debolezza" esprime una delle più alte verità della fede cristiana, spiegata da Gesù con la sua vita e soprattutto con la sua morte. Gesù ha compiuto l’Opera che il Padre gli ha affidato, ha redento l’umanità e ha vinto sul peccato quando è morto in croce, annientato, dopo aver gridato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Gesù è stato più forte proprio quando è stato più debole. Avrebbe potuto dare origine al nuovo popolo di Dio con la sua sola predicazione o con qualche miracolo in più, ma la Chiesa è opera di Dio ed è nel dolore e solo nel dolore che fioriscono le opere di Dio.

La chiave per capire e penetrare questo mistero è Gesù. Quando pensiamo alla sua passione e morte in croce, sottolineiamo la sua grande sofferenza fisica e morale, ma non ci soffermiamo abbastanza sul suo farsi progressivamente sempre più debole fino alla resa finale. Gesù possedeva una forza e un vigore morale sovrumani: ridava la vista ai ciechi, faceva camminare i paralitici, guariva ogni sorta di malati, risuscitava i morti. Avrebbe potuto opporsi alla violenza, difendersi dai suoi accusatori. Perché non lo ha fatto? Perché ha accettato di precipitare sempre più nel baratro, sino alla fine ingloriosa? Perché, ripieno della sapienza di Dio, sapeva che proprio quella sua debolezza sempre più grande, accompagnata da un’umiliazione crescente, era la via maestra per consentire una risurrezione - sua e per ogni uomo da quel momento in poi - che rappresentava al contempo la maggiore gloria di Dio ma anche dell’umanità.

È stata quella debolezza di Gesù spinta fino all’estremo, è stato quell’abbandono totale e fiducioso al Padre perché operasse in lui con tutta la pienezza possibile, è stata quella resa incondizionata, che ha reso possibile la grande operazione dello Spirito, la risurrezione. Gesù ha scelto volontariamente, e per amore, di farsi debole.

La Debolezza Umana tra Logica del Mondo e Fede Cristiana

Ordinariamente, l’ideale di vita del mondo consiste nel successo, nel potere, nel prestigio. Paolo, al contrario, ci dice che occorre gloriarsi delle debolezze. Tutti facciamo continuamente esperienza delle nostre e altrui fragilità fisiche, psicologiche e spirituali. Vediamo intorno un’umanità spesso sofferente e smarrita. La fragilità, che viene da "frangere" (spezzare, ridurre in frammenti), è ciò che può spezzarsi. Non è di per sé un problema o una risorsa, ma uno stato o un limite della materia e degli organismi viventi. Tuttavia, la società moderna spesso la vede come un problema da nascondere o "anestetizzare", inseguendo un benessere fondato sulla tecnocrazia che ignora la strutturale fragilità umana e porta alla perdita di vista del senso stesso della vita.

A questo proposito, l'uomo maturo, adulto, sicuro di sé, e in particolare il maschio, tende a non piangere mai, volendo apparire forte e non trasmettere un'immagine di debolezza. Si crede che nella debolezza si manifestino insicurezza e inaffidabilità, compromettendo la capacità di guidare famiglia o attività lavorative. Questo atteggiamento di rifiuto della deiale vulnerabilità umana contrasta con il messaggio cristiano.

La fragilità umana come punto di forza

L'Insegnamento di San Paolo sulla Debolezza

La "Spina nella Carne" e la Grazia Divina

L'apostolo Paolo afferma: «”Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Fragilità viene da frangere, ossia spezzare, ridurre in frammenti. Fragile è dunque ciò che può spezzarsi.» Nella sua seconda lettera ai Corinzi, Paolo scrive: «Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: ‘Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza'. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12, 7-10).

Quando, stanchi dei problemi esterni ed interni, chiediamo scoraggiati a Gesù di rimuoverli, la sua risposta è: «Ti basta la mia grazia». Dio stesso è la soluzione ai nostri problemi, e questa è la soluzione che dobbiamo chiedergli: "dammi la tua forza per sopportare i problemi, e quanti più saranno, tanta più forza mi darai!". Nella logica e pedagogia di Dio, che ci educa a diventare sempre più suoi figli, cioè bambini, il "non farcela da soli" ci rende più "capaci" di aprirci a Gesù, cercando il suo aiuto e diventando nei confronti dei fratelli bisognosi più pazienti e disponibili. Guai a sentirsi forti nella vita, a credersi "affermati", si corre il rischio di insuperbirsi. Ecco perché San Paolo ripete, per due volte, che la ragione delle sue debolezze, dei suoi problemi è "per non montare in superbia". Quella debolezza non è peccaminosa, non offende Dio; al contrario, la sofferenza, se sopportata e offerta a Gesù, ci rende più conformi a Lui.

La Superbia come Radice di Debolezza

La radice delle nostre ribellioni al Signore si trova nella superbia che ci spinge a fare a meno di Dio, a farci sentire auto-sufficienti, in grado cioè di gestire la vita nostra e, perfino, quella altrui. L’intelligenza dell’uomo, dono datogli da Dio, se non resta umile, può addirittura rivolgersi contro Dio, illudendosi di poter creare un percorso alternativo a quello stabilito dal Signore. È proprio la superbia che acceca la mente e paralizza il cuore dell'uomo, ostacolandogli il percorso verso la Luce eterna che risplende nella Persona di Gesù. Il Signore Gesù ha posto come condizione fondamentale per seguirlo quella di rinnegare se stessi e prendere la propria croce (cfr. Mc 8, 34), cioè accogliere la propria realtà.

Cosa ti passa per la testa? il pensiero della superbia

Lo Stile di Evangelizzazione di San Paolo

San Paolo viveva proteso verso l’esterno, in relazione al mondo e agli altri, e prima di tutto centrato sul Cristo: «Mi sono fatto servo di tutti… mi sono fatto tutto a tutti…» (1Cor 9,19.22); «Per me infatti vivere è Cristo…» (Fil 1,21). Queste espressioni evidenziano la sua decisione di lasciarsi coinvolgere, di abbassarsi e di valorizzare tutte le proprie energie per raggiungere gli altri là dove sono e come sono. Egli non cerca una vana umiltà, convinto che l’annuncio del Vangelo ha bisogno di esperienze concrete più che di teorie o dottrine: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me.» Paolo evangelizza, parlando della sua esperienza, di come Gesù lo avvolga della sua benevolenza e della sua grazia, quasi che non vi possa essere un altro modo più efficace di stimolare alla fede nel Figlio di Dio.

L’Apostolo testimonia così che egli stesso diventa metodo, attingendo dalla propria vita contenuti esperienziali per toccare gli ascoltatori al cuore, più che alla testa. Egli ci insegna che il servizio di guida non dipende tanto dalla competenza tecnica, seppur necessaria, ma, innanzitutto, da uno stile di vita che sa cogliere gli interventi di Dio all’interno della realtà quotidiana della propria esistenza e ne sa trasmettere l’arte di lettura e discernimento. Per un buon principio di corretta comunicazione, San Paolo sapeva annunciare il Vangelo di Cristo perché ne viveva davvero il contenuto e, pertanto, il suo dire risultava del tutto convincente. San Paolo era allo stesso tempo un buon maestro di vita e un ottimo testimone, una persona libera e integrata, perché consegnata al Signore e quindi capace di “trasudare Dio da tutti i pori” della sua pelle, con le parole, le opere, le preghiere, i gesti, gli atteggiamenti, in pubblico e in privato.

Predomina in Paolo una sorta di passione e zelo che lo conducono ad aver somma cura dei fedeli da lui evangelizzati. Egli parla addirittura di “gelosia divina” (cf 2Cor 11,2-3), intendendo orientare le persone alla sequela di Cristo, non legarle a sé. Paolo si sente coinvolto nell’opera di condurre l’uomo a Dio, arrivando anche a lottare per difendere i nuovi fedeli, temendo per la loro fragilità. Questo interesse e coinvolgimento derivano da una profonda passione educativa, legata strettamente alla sua missione di annunciatore del Vangelo. Chi si gioca tutto nell’educare valorizza al massimo lo strumento del dialogo, dimostrando grande flessibilità e duttilità nel sapersi adeguare e intervenire nelle singole questioni delle diverse comunità, ricorrendo sempre al fondamento che è Cristo Signore.

La "Parola della Croce" e la Comunità Cristiana

Il Centro della Predicazione Paolina

Il tema cristologico della salvezza mediante la croce di Cristo è al cuore della predicazione paolina. Da questa prospettiva, coniugando la debolezza (ἀsqέneia) e la forza, Paolo affronta le divisioni presenti nella comunità a causa di chi, ricorrendo alla sapienza del mondo, disprezza i deboli intellettualmente. Pertanto, «ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio (tὸ ἀsqenὲV toῦ qeoῦ) è più forte degli uomini». La croce di Cristo, pazzia e maledizione, è in realtà il luogo della rivelazione di Dio e dunque il cuore della predicazione di Paolo (1Cor 2,2).

Se Dio si rivela con una sapienza diversa da quella umana, ne consegue che Egli è dalla parte dei deboli, dei disprezzati per confondere i forti, i sapienti e i nobili (1Cor 1,26-28). Se la forza di Dio è la debolezza del suo Gesù crocifisso, allora la comunità cristiana è chiamata a scegliere la debolezza dei poveri di fronte al mondo. Nell’annuncio della croce di Cristo non si intende giustificare la violenza e l’ingiustizia del supplizio, né si tenta una risposta religiosa alla debolezza, piuttosto si predica l’esserci di Dio dall’interno di ogni fragilità umana, e dunque di ogni ingiustizia che rende amara la costitutiva debolezza dell’essere umano.

Ponendosi dalla parte dei condannati e dei sofferenti, Dio in Gesù sceglie la debolezza estrema, quella degli inferi: da lì, dall’abisso di ogni impotente dolore, Egli sovverte la sapienza e la potenza di questo mondo, offrendo un nuovo sguardo sulla realtà, non più dall’alto, ma dal basso. La comunità dei credenti perciò condivide la stessa sorte del Crocifisso assumendo il suo folle stile di vita, si prende cura dei fragili e dei piccoli, sacramento al vivo dell’umanità del Signore.

La Debolezza come Condizione Privilegiata

Illuminata dalla «parola della croce», la debolezza è una condizione privilegiata: in una logica opposta a quella sapienza del mondo, questa scandalosa ma lieta notizia proclama che il Dio di Gesù, in questa concreta storia umana ferita dai peccati, ha scelto la fragilità per dispiegare il suo sogno di salvezza. La debolezza spiega la Sua forza amante che Paolo declinerà nel capitolo 13° di questa lettera: nell’inno all’amore. Nella debolezza del Dio di Gesù c’è tutta la potenza nascosta della Vita, come nel mistero del chicco di grano marcito nel terreno che germina nell’abbondanza della spiga.

La vera identità del discepolo del Signore non viene alla luce nelle esperienze mistiche, visioni e rivelazioni, quanto piuttosto nelle tribolazioni e nelle debolezze (2Cor 11,23-33): questa è la grazia-forza di Cristo (2Cor 12,1-10), che si rivela come potenza nella fragilità di chi l’accoglie («…δύναμις ἐν ἀσθενείᾳ τελεῖται», 2Cor 12, 9). La debolezza diviene così la condizione favorevole perché la grazia di Dio possa agire. Ecco allora il paradosso: la grazia della debolezza, o la debolezza come stato di grazia, è vera forza.

L'ἀσθένεια a cui Paolo si riferisce è collegata ad una «spina nella carne» (2Cor 12,8), una ferita spirituale profonda, dolorosa e misteriosa che lo avvicina alla stessa debolezza del Crocifisso. Ma il Vangelo della croce è che questa debolezza fa esplodere la δύναμις dello Spirito di Dio che in Cristo è Risurrezione e dono di vita, e in Paolo è salvezza dalla superbia-orgoglio di vita che lo avrebbe spinto a essere anche lui come quei «superapostoli», desiderosi di onori e di occupare le poltrone dei primi posti, sconfessando così la via percorsa da Cristo.

La Debolezza nella Vita della Chiesa e del Credente

L'Esempio del Pontificato di Benedetto XVI

Il papa è il successore di Pietro, ma come vescovo di Roma deve porsi anche alla sequela di Paolo. Mentre Pietro rappresenta l’autorità di legare e sciogliere della chiesa, per il potere e il diritto, Paolo è l’uomo con il libro e la spada che rappresenta la nitidezza della parola, per la critica e la ragione, per la verità del vangelo e la libertà della fede, per la mistica dell’amore di Dio e per il sacramento di salvezza.

Benedetto XVI, pur non avendo assunto il nome dell'apostolo Paolo, ha svolto il suo ministero nello stile paolino. La sua idea centrale era guidare attraverso l’ammaestramento, il che era anche il suo motto. Egli ha governato la chiesa con guanti di velluto, ponendosi come maestro e predicando le Scritture come pochi prima di lui. Condurre la chiesa attraverso l’annuncio, la catechesi, l’esegesi e la riflessione era la sua visione, un approccio profondamente paolino.

Un simile accostamento non è sempre coronato dal successo, né per Paolo né per il papa. Tuttavia, la sua rinuncia nel 2013, nell’“Anno della fede”, è stato un atto tragico ma anche un’opportunità. Concentrandosi sulla fede, egli ha tentato di imprimere il suo sigillo sulla chiesa. Questa massima paolina aiuta a comprendere il pontificato di Benedetto XVI e le sue dimissioni a sorpresa, pianificate con largo anticipo.

Guardando le dimissioni di Benedetto XVI in un’ottica paolina, si riconoscono due cose: in primo luogo, l’ufficio dipende dalla persona. Benedetto XVI ha riconosciuto i propri limiti fisici, evitando che il papato diventasse un "gesto vuoto" o un "semplice guscio". In questo modo, ha modernizzato radicalmente il papato, mostrandolo come un servizio che vive delle persone che lo esercitano, le quali devono dargli un volto, una voce, un contenuto.

In secondo luogo, l’ufficio è più grande della persona; è un servizio alla fede della chiesa. Il papato, grazie a questa rinuncia, ha acquistato qualità morale e teologica. Il ritiro di Benedetto XVI è stato coerente: chi come lui pone tutto sul potere della parola e sulla riflessione della fede, deve essere fisicamente in forze per guidare la chiesa con presenza spirituale e sostegno psicologico. Che egli abbia visto questo e abbia agito di conseguenza, merita il rispetto di tutto il mondo. Papa Benedetto ha ammesso una debolezza. Questo è forte.

Ritratto di Benedetto XVI

La Debolezza come Volano per la Solidarietà

In un tempo di grandi mutamenti socio-culturali, l’umanità spesso aspira all'eterna giovinezza e a un benessere fondato sulla tecnocrazia, ignorando la strutturale fragilità umana. Ciò può portare a considerare buona parte dell’umanità come “scarto” sociale. Il paradosso “nella debolezza la forza” è una categoria teologica presente nel pensiero paolino ed elaborata particolarmente nelle Lettere ai Corinzi. Dalla sua esperienza personale, Paolo comprende che per rimanere fedeli al Vangelo è necessario passare il guado dei fallimenti, delle lotte, delle debolezze e della malattia. La fatica di assumere nella sconfitta la fragilità è per Paolo una sorta di pasqua esistenziale, quasi pedagogica, per esercitare al meglio il limite creaturale della propria umanità.

La debolezza nella carne degli apostoli di Cristo, “vasi di creta”, è la via paradossale «perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi». Paolo non ignora la fragilità psicologica e spirituale e chiede ai credenti più forti di essere attenti ai deboli nella fede, sostenendoli pedagogicamente. In questi casi, non si tratta soltanto di una delicata attenzione umana, ma di una motivazione teologica: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1Cor 1,27). Paolo stesso si presentò ai corinzi «nella debolezza e con molto timore e trepidazione» (1 Corinzi 2,3).

Forse i tempi di pandemia hanno fatto riflettere un po’ di più sulla fragilità che tutti accomuna nella nostra costitutiva condizione umana. In questo periodo, le persone sono state sollecitate a far emergere il meglio di sé: la fragilità può mobilitare relazioni di solidarietà inaspettata, diventare occasione creatrice di legami amicali insperati, di sorprendenti prossimità che ha generato un’attitudine alla cura reciproca. Si tratta di quella fragilità-debolezza così come Paolo l’ha tematizzata nel suo orizzonte credente con quella umana dinamica di ammissione leale e di sano realismo: siamo dei bisognosi, non bastiamo a noi stessi.

L'esperienza ci insegna che, una volta riconosciuta ed accettata, la vulnerabilità può diventare un formidabile volano per un agire etico responsabile e solidale. Oggi si parla molto di resilienza come capacità di affrontare e attraversare le situazioni critiche e dolorose dell’esistenza. La fragilità-debolezza è certamente lo spazio antropologico in cui la resilienza può rivelarsi in tutta la sua forza creativa che permette una ripartenza della vita. La relazione debolezza-forza è parte integrante dell’esistenza che, se accettata, conduce la persona verso l’unificazione interiore. La debolezza in tutte le sue manifestazioni permette all’uomo di aprirsi all'altro e alla grazia divina.

Il Dio di Gesù si mostra non nell’effimera apparenza della forza, ma nella forza dell’impotenza, cioè nel far pace con il proprio limite, nel riconoscere la propria creaturalità con serena fortezza, senza lasciarsi andare. Questo permette di vivere con empatica compassione la relazione con gli altri. La fragilità assunta pone la persona pacificata con se stessa in un atteggiamento di ascolto, di richiesta e di disponibilità alla compagnia e alla gentilezza, ad un’apertura di cura generosa verso le persone sofferenti.

La comunità cristiana, secondo Paolo, rifiuta una teologia priva di amore per i deboli e incapace di «edificare» la Chiesa di Dio nell’unità del corpo di Cristo. Al contrario, la comunità cristiana è tale solo quando accade il miracolo della reciprocità, dove le varie membra «abbiano cura» le une delle altre, superando la tentazione dell’élitarismo e la concezione di una Chiesa di perfetti. La prassi ecclesiale implica l’accoglienza incondizionata dei deboli, la loro legittimità nella comunione e nella collaborazione, l’accettazione della condizione della croce, la capacità di condividere le debolezze altrui, come è avvenuto per Gesù Cristo, al fine di edificare l’unità della Chiesa di Dio.

Comunità cristiana che si prende cura dei fragili

L'Amore Disinteressato e la Trasformazione della Debolezza

Paolo conosceva la ragione per cui c’è bisogno della fede: lo scandalo inaudito della morte in croce di Gesù. Un crocifisso è secondo la legge un maledetto da Dio. Come può Dio permettere questo? A cosa può dare inizio Dio da un evento così disastroso? Paolo non vuole coprire lo scandalo, ma scoprirlo. Egli cerca di svelare nel volto di Gesù torturato l’immagine di Dio. E la trova, perché non tiene tanto lontani tra loro Dio e la sofferenza, ma li unisce strettamente. Questo è il mistero dell’amore. E allora la potenza di Dio va ripensata in modo diverso: «La forza si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Corinzi 12,9). Ciò che conta è l’impegno per il prossimo, il dono di sé agli altri, vivere e morire per il loro guadagno. Dio percorre la via dell’umanità. Che ciò esista e che Dio operi esattamente in questo modo lo si può solo credere. Ma si può crederlo, perché c’è l’esperienza dell’amore disinteressato, che alla fine è anche quello che dà, che riceve il dono più ricco.

Noi cristiani, dunque, come tutti gli altri facciamo esperienza della nostra fragilità e debolezza. Ma, in più, ci viene rivelato che essa non è soltanto una condizione negativa. È sì imperfezione, limite, sofferenza, ma quella che appartiene a una creatura che non è abbandonata a se stessa, bensì avvolta amorevolmente nell’abbraccio divino. Siamo chiamati a deporre questo fardello di debolezza nel cuore divino che palpita d’amore per noi e che saprà trasformarlo in grazia. Per questo possiamo essere al contempo realisti e ottimisti, perché tutto ciò che siamo, crediamo e facciamo non è proporzionato alla nostra forza ma alla nostra fede, alla nostra capacità di riconoscere la debolezza che è in noi, e che, proprio perché è tale, lascia spazio all’amore e alla potenza divina. Siamo esseri pieni di limiti, e tuttavia strumenti, a Dio piacendo, di amore e di grazia.

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