Sin dal suo sorgere nel 1094, la Cattedrale di Catania è rimasta indissolubilmente legata al culto di sant’Agata. Nel clima di ripristino della presenza cristiana, dopo il lungo periodo di dominazione musulmana, il ritorno delle reliquie della Santa nella città etnea, avvenuto nel 1126, ebbe particolare importanza. Questo evento fu celebrato dal vescovo Maurizio con la gioiosa accoglienza dei venerati resti proprio in Cattedrale.
In antico, la maestosa Cattedrale, per chi entrava nel golfo di Catania, era come un faro per guidare al porto sicuro marinai e pellegrini, ma rappresentava anche un severo ammonimento all’incursore saraceno che, ignorando le «speciali» capacità difensive della città, voleva espugnare la comunità prediletta di sant’Agata. I catanesi hanno infatti sempre confidato nell’aiuto straordinario della loro Martire, riconoscendola efficace interceditrice di grazie divine per la loro terra, le loro case e le loro famiglie.

La Cappella di Sant'Agata e il Sacello
La cappella Sant’Agata dell’absidiola destra è interamente dedicata al culto delle reliquie della Martire. Da qui si accede anche al Sacello, creato probabilmente a partire dall’arrivo del Reliquiario a busto di sant’Agata nel 1377.
La cappella, interamente ricoperta di affreschi ispirati a temi agatini, ha un impianto decorativo quattrocentesco particolarmente pregevole nel retablo in marmo dorato e dipinto, raffigurante la Incoronazione di Sant’Agata tra i Santi Pietro e Paolo (1496). L’opera di Antonello Freri è frutto della particolare devozione agatina di Maria d’Avila e di suo marito, il viceré Ferdinando de Acuña, morto prematuramente (1494) e seppellito nel luogo. La Lampada ad olio in argento, collocata davanti al sacello della Martire, è dovuta allo scampato pericolo di gran parte della città di Catania durante l’eruzione dell’Etna del 1669.

Il Programma Iconografico del Sacello
Nel sacello di sant’Agata è di grande interesse il programma iconografico, ispirato a temi biblico-agiografici correlati molto sapientemente con la decorazione simbolica della volticciola, chiave primaria di lettura dell’intera opera.
Le Scene Istoniate sulle Pareti
Le scene istoriate dipinte sulle pareti rappresentano tre episodi contenuti rispettivamente nelle Passioni di Agata e di Lucia, e nella Lettera del vescovo Maurizio, narrazione epica della traslazione delle reliquie della Martire catanese avvenuta, come si crede, nel 1126.
- Nel registro superiore, il riquadro a sinistra raffigura Lucia e la madre Eutichia in postura eretta, mentre il gesto delle loro mani le indica chiaramente in preghiera. Proponendo qui la trascrizione iconografica del noto episodio del devoto pellegrinaggio della Martire siracusana al sepolcro di Agata, l’artista di certo ha voluto evidenziare l’importanza della preghiera rivolta ai Santi, sin dall’inizio riconosciuti dalla Chiesa efficaci intercessori presso Dio.
- Il registro inferiore invece è caratterizzato da due scene incompiute:
- La prima (a sinistra) raffigura una folla di cittadini di ogni condizione che, di certo stupiti per l’inatteso evento, accolgono però con gioia incontenibile le reliquie di sant’Agata al loro arrivo a Catania, riportate dopo oltre ottant’anni a conclusione di un lungo e avventuroso viaggio dalla capitale imperiale.
- La seconda scena (a destra) rappresenta sicuramente Maurizio, mentre prende i venerati resti da una sorta di sarcofago.

Dettagli Artistici e Simbolismo
Sulla parete destra, sovrastante l’armadio a muro che custodisce il reliquiario a busto di sant’Agata, spicca una figura aureolata sormontata dalla scritta «Ego sum apostolus X[…]» (Io sono [Pietro] apostolo [di Cristo]). La bella immagine era rimasta finora sconosciuta, perché interamente coperta dal fastigio della porta argentea dell’armadio attribuita a Francesco e Antonio Martinez che, presumibilmente a partire dall’anno della sua creazione (1732), sostituì la precedente porta lignea (XVII secolo) ora esposta al Museo diocesano. La decorazione originaria di tutto lo spazio circostante mostra quattro angeli, che raccogliendo ai lati della nicchia i lembi di una tenda a padiglione, «svelano» le reliquie della Santa invitando così discretamente alla loro venerazione.
Sant'Agata 2012 - Il Sacello e la sua storia - Telecolor
Il programma iconografico trova la sua mirabile unità nella decorazione della volticciola a botte. Questa è caratterizzata da tre scomparti campeggiati singolarmente da un medaglione formato da ghirlande di fiori e frutti, motivo classico che evoca il ciclo infinito del tempo creato. Ciascun medaglione è sorretto da due angeli rivestiti di tuniche intessute d’oro che si presentano sia come portatori di un messaggio scritto sul filatterio, sia come adoratori di Dio. Così nello spazio tripartito della volta, l’artista ha fissato simbolicamente la chiave interpretativa principale dell’intero programma iconografico.
Infatti, proprio sulle cornici del riquadro centrale della volta, si vedono raffigurati i quattro esseri a quattro facce e quattro ali di Ez 1, 5-6, disposti specularmente. Cavalcatura e sede dell’Onnipotente (cfr. Salmo 18,10: «Cavalcava un cherubino e volava»; Salmo 99,1: «Il Signore siede sui cherubini: la terra è scossa»), il cherubino, che evoca la forza di Dio, mostra come la gloria del Signore può manifestarsi in ogni luogo. La bicromia dei volti raffigurati sulle due cornici centrali, evoca efficacemente quella sorta di movimento a cori alterni descritto dal profeta Isaia nella sua visione di figure umane misteriose - dalla tradizione nominati cherubini e serafini - che stando davanti a Dio onnipotente contemplano incessantemente la gloria del suo volto, proclamando l’uno all’altro senza fine: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!» (6, 1-3).
Questa gloria di Dio, che fu appena percepita da Pietro, Giacomo e Giovanni quando la videro rifulgere sul volto di Gesù, il solo «Santo», nei brevi istanti della sua trasfigurazione sul Tabor (cfr. 2Cor 4, 6; Mt 17, 2; Lc 9, 32), ormai ha i suoi testimoni nei fratelli che, grazie alla loro docilità all’azione dello Spirito Santo, già vivono in Cristo. Nella vita dei Santi infatti, che pur partecipi della nostra umanità sono tuttavia più perfettamente trasformati a immagine di Cristo (cfr. Le due scene correlate sono il Davide salmeggiante e la Pietà, entrambe riprodotte sulla parete frontale all’ingresso.
In effetti, il filatterio svolazzante intorno alla figura del re di Israele, cita la seconda parte del versetto 9 del Salmo 45: «Astitit regína a destris tuis i[n vestitu deaurato]» (Alla tua destra sta la regina [tessuto d’oro è il suo vestito]). Il senso della citazione è chiaro: condotte in gioia ed esultanza al suono di strumenti a corda, le vergini in corteo giubilano accompagnando la regina che si avanza in pieno splendore incontro al suo re. Così questo impianto è perfettamente conforme alla lettura tipologica cristiana, che di volta in volta ha visto adombrato nel Salmo 45 il mistero sponsale di Cristo con la Chiesa, con Maria Vergine - modello e archetipo della fede della Chiesa - e con i Santi, anzitutto i martiri.
Essi infatti, nella speranza della risurrezione, con l’effusione del loro sangue hanno offerto, a imitazione del Salvatore sofferente sulla Croce qui rappresentato nel riquadro della Pietà, la più alta testimonianza di fede e di carità. Perciò tutta la scena si staglia sul fondo blu. Infatti come l’oro - che non è un colore ma «luce» - il blu è sinonimo di luce divina, luce celeste, luce che irradiandosi «scolpisce» tutto ciò che è creato. I cieli dunque sono simbolicamente aperti nel luogo che custodisce i venerati resti della vergine e martire Agata: colei che fu resa degna di combattere per il nome di Cristo, e solo in lui trovò la forza della sua vittoria, ormai può rendergli eterna testimonianza perché ha visto la gloria del Signore.
Altre Testimonianze Agatine nella Cattedrale
Un altro segno della diffusa presenza agatina in Cattedrale è il coro ligneo diviso in due ordini di stalli magnificamente scolpiti da Scipione di Guido, che si segnala per i bassorilievi dei vari episodi del martirio di sant’Agata e della traslazione delle sue reliquie da Costantinopoli a Catania. Al pittore Giacinto Platania si deve invece l’esecuzione del famoso dipinto a fresco sulla parete sud della sacrestia, che raffigura l’eruzione dell’Etna del 1669.