La Trasfigurazione di Gesù: Un'Esperienza Mistica sul Monte Tabor

La liturgia, nella seconda domenica di Quaresima, propone alla nostra meditazione e alla nostra contemplazione il Vangelo della Trasfigurazione, secondo la versione di San Matteo (17,1-9). Questo passo evangelico è estremamente ricco di sfumature e non permette un'analisi dettagliata in questa sede. Ci concentreremo su alcune suggestioni utili per la riflessione personale, con l'obiettivo di far sì che l'esperienza taborica possa raggiungere anche noi nelle nostre concrete circostanze quotidiane.

Illustrazione del Monte Tabor con Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni

Il Contesto della Trasfigurazione

Gesù sceglie di portare con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre discepoli testimoni privilegiati dei momenti più intimi della sua vita. Questo gruppo aveva già accompagnato Gesù in momenti significativi, fin dall'inizio della sua vita pubblica fino alla sua "ora" suprema, come la definì Giovanni nel suo Vangelo. Un momento di particolare intensità si ebbe nell'Orto degli Ulivi, come descrive Marco, discepolo di Pietro: "Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: 'Sedetevi qui, mentre io prego'. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: 'La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate'" (14,32-34). Anche in questa occasione, Gesù sceglie questi tre discepoli per condurli con sé sul monte Tabor.

Suggestioni dalla Trasfigurazione

Il Monte: Luogo Sacro e di Rivelazione

La prima suggestione che emerge è quella del MONTE. Nella tradizione biblica, il monte è un luogo particolarmente sacro, spesso associato all'offerta di sacrifici. Nel primo Libro di Samuele leggiamo: "Mentre essi salivano il pendio della città, trovarono ragazze che uscivano ad attingere acqua e chiesero loro: 'È qui il veggente?'. Quelle risposero dicendo: 'Sì, c'è; ecco, vi ha preceduto di poco: ora, proprio ora è rientrato in città, perché oggi il popolo celebra un sacrificio sull'altura'" (9,11-12). Analogamente, nel primo Libro dei Re si narra: "Il re andò a Gàbaon per offrirvi sacrifici perché ivi sorgeva la più grande altura. Su quell'altare Salomone offrì mille olocausti" (3,4).

È sul monte che Yahweh stesso manifesta la sua gloria. Esempi significativi includono l'esperienza di Mosè sul Sinai: "Allora Mosè fece uscire il popolo dall'accampamento incontro a Dio. Essi stettero in piedi alle falde del monte. Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono. Il Signore scese dunque sul monte Sinai, sulla vetta del monte, e il Signore chiamò Mosè sulla vetta del monte. Mosè salì" (Es 19,17-20). Un'altra figura è Elia, che sull'Oreb fa un'esperienza profonda del suo Dio: "Elia si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb. Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco il Signore gli disse: 'Che fai qui, Elia?'. Egli rispose: 'Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita'. Gli fu detto: 'Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore'. Ecco, il Signore passò" (1Re 19,8-11a).

Il Dio degli Israeliti viene persino definito "dio dei monti" dai loro nemici, come riportato nel primo Libro dei Re: "Ma i servi del re di Aram dissero a lui: 'Il loro Dio è un Dio dei monti; per questo ci sono stati superiori'" (20,23).

Anche Gesù stesso sceglie la montagna come luogo privilegiato. Su di essa, sceglie i dodici apostoli: "Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui" (Mc 3,12). Sulla montagna pronuncia il suo discorso, la sua "magna charta": "Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: 'Beati i poveri in spirito…'" (Mt 5,1ss.). Inoltre, si ritira sul monte per pregare: "Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù" (Mt 14,23).

La scelta di condurre Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte non è quindi casuale, ma indica che ciò che Gesù intende rivelare riguarda la sua divinità, il suo essere "vero Dio", in modo analogo alle rivelazioni divine avvenute sull'Oreb.

Illustrazione del Monte Sinai con Mosè e la nube

La Luce: Simbolo della Divinità

Una seconda suggestione è offerta dal simbolo della LUCE, della quale Gesù appare vestito. Mentre a Mosè Dio si manifesta come fuoco che arde nel roveto senza consumarlo (Es 3,1ss.) e a Elia come "mormorio di vento leggero" (1Re 19,12), sul Tabor la teofania assume la forma della luce. Questa immagine era già ben nota in Israele, come attestato dal Salmo 103: "Benedici il Signore, anima mia, Signore, mio Dio, quanto sei grande! Rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto" (103,1-2a).

La luce è la dimora e la veste di Dio. In Gesù, questa luce è velata dalla sua umanità e corporeità. Trasfigurandosi davanti ai tre discepoli, Egli rivela la sua intima realtà, si svela come vero uomo e, pienamente, vero Dio. Giovanni, nel prologo del suo Vangelo, coglie questa essenza: "Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (1,9). Nella sua prima Lettera, ribadisce: "Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre" (1Gv 1,5).

La Nube Luminosa e la Voce Divina

La terza suggestione proviene dalla NUBE LUMINOSA DA CUI ESCE UNA VOCE. Questo evento richiama nuovamente l'esperienza di Mosè sul Sinai: "Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte. La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube. La Gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna. Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti" (Es 24,15.17).

Anche Maria sperimenta un'analoga presenza divina: "Le rispose l'angelo: 'Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio'" (Lc 1,35).

Per Gesù stesso, non è nuova l'esperienza della voce del Padre dal cielo. Già al momento del suo battesimo nel fiume Giordano, il Padre aveva fatto udire la sua voce: "Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: 'Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto'" (Lc 3,21-22).

Questa è una vera e propria teofania. Pietro, cogliendo appieno il significato dell'evento, ritiene quasi superflua la festa dei Tabernacoli a Gerusalemme (che celebra la regalità di Dio, come descritto in Zac 14,16-19), poiché la "gloria di Dio" si è manifestata a loro sul Tabor. La Legge (Mosè) e i Profeti (Elia), simboli dell'intera Scrittura Santa, confermano questa rivelazione. L'esperienza segna profondamente Pietro, tanto da scrivere nella sua seconda Lettera: "Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: 'Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto'. Questa voce noi l'abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l'attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori" (2Pt 1,16-19).

Il Significato Profondo della Trasfigurazione

Ma perché Gesù ha voluto mostrare la sua gloria ai tre discepoli? L'evangelista Luca colloca il racconto della Trasfigurazione tra il primo e il secondo annuncio della Passione. Da un lato, essa appare come un'anticipazione della luce gloriosa della Resurrezione: "Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: 'Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato'" (Lc 24,1-6a).

Dall'altro lato, la Trasfigurazione serve come preparazione per i discepoli, uno strumento fornito da Gesù affinché non si smarriscano di fronte all'ora delle tenebre, quando la potenza oscura sembrerà travolgere ogni cosa, compreso lo stesso Gesù: "Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: 'Eloì, Eloì, lemà sabactàni?', che significa: 'Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?'" (Mc 15,33-34).

Icona della Trasfigurazione di Cristo

Interpretazione dei Santi Padri

Anche i Santi Padri confermano questa interpretazione. San Leone Magno, nel suo 51° Discorso, afferma: "Il Signore manifesta la sua gloria alla presenza di molti testimoni e fa risplendere quel corpo, che gli è comune con tutti gli uomini, di tanto splendore che la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve. Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall'animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l'umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta del Cristo. Ma, secondo un disegno non meno previdente, egli dava un fondamento solido alla speranza della S. Chiesa, perché tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato oggetto, e perché anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gloria, che era brillata nel capo."

Teologia della Gloria-Luce e Visione dell'Uomo

Quale teologia e quale visione di Dio e dell'uomo scaturiscono dalla contemplazione dell'icona della Trasfigurazione? I fratelli ortodossi parlano volentieri di "TEOLOGIA DELLA GLORIA-LUCE". L'umanità visibile di Gesù è l'icona della sua divinità invisibile; come afferma San Giovanni Damasceno, è "il visibile dell'invisibile" ("De imaginibus oratio" I, 11, PG 94,1241 BC). Gesù appare dunque come l'immagine di Dio e dell'uomo, l'icona del Cristo totale: Dio-Uomo.

Questa funzione rivelatrice dell'umanità di Gesù diviene la verità di ogni essere umano: l'uomo è vero e reale solo nella misura in cui riflette il divino. Gesù realizza e porta a perfezione l'immagine vera dell'uomo, purificandola e rendendola partecipe della Bellezza divina. Questo è possibile per ogni persona umana. San Paolo, nella sua seconda Lettera ai Corinzi, scrive: "E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (3,18).

San Gregorio Nazianzeno afferma che "l'uomo ha ricevuto l'ordine di divenire Dio secondo la grazia" ("In laudem Basilici Magni, PG 36, 560 A) perché "essendosi avvicinata alla luce, l'anima si trasforma in luce" (San Gregorio di Nissa, "In cantica canticorum homilia 5, PG 44, 869A).

Questa vocazione alla gloria è donata a ogni uomo con il Battesimo; indossare le vesti bianche simboleggia il rivestirsi delle vesti luminose di Cristo, quelle mostrate nella sua Trasfigurazione.

Affinché ciò si realizzi, ogni persona è chiamata a dare il proprio libero assenso e a partecipare attivamente a questa personale trasfigurazione. Ma come è possibile? Per l'Oriente cristiano, la via è quella dell'ascesi contemplativa. Essere "in stato di deificazione" significa contemplare la luce increata e lasciarsene penetrare, riproducendo nel proprio essere il mistero cristologico. Come afferma San Massimo, "è riunire nell'amore la natura creata alla natura increata, facendole apparire nell'unità mediante l'acquisizione della grazia" (Ambiguorum liber, PG 91, 1308B).

Il Sentiero dell'Esicasmo e della Preghiera del Cuore

La via dell'ascesi contemplativa è fondamentale, ma spesso non si conoscono i passi concreti da compiere. La tradizione ortodossa indica un possibile sentiero: l'ESICASMO e la PREGHIERA DEL CUORE.

L'uomo è spinto verso il mistero da ogni evento della vita e della storia. Affinché la preghiera sia "preghiera cristiana", è necessario un rapporto personale di comunione tra l'uomo e il Padre, per Cristo, nello Spirito d'amore. L'itinerario ascetico e spirituale consiste nel distaccare la coscienza dalle sue manifestazioni illusorie per congiungerla al cuore. Il fine è ripristinare, nel fuoco della grazia dello Spirito, l'unità dell'uomo totale, frammentato dal peccato originale.

Chi desidera avanzare nella preghiera interiore deve rientrare in se stesso, trovare "il Regno dei Cieli" dentro di sé, per poter attraversare, in compagnia dello Spirito Santo, la misteriosa frontiera tra il creato e l'increato.

L'uomo, creato unitario, si esprime nel corpo, nella mente e nello spirito. La preghiera, pertanto, deve coinvolgere tutte queste dimensioni dell'essere.

L'esicasmo, sistema spirituale di orientamento contemplativo che ricerca la perfezione dell'uomo nell'unione con Dio tramite la preghiera incessante, articola il cammino della preghiera del cuore in tre gradi:

  • Preghiera vocale: Coinvolge l'uomo nella sua corporeità, attraverso le labbra, la lingua, la postura e la voce. I Padri la considerano il "primo approccio alla carne di Gesù". Le parole vengono pronunciate ad alta voce, sommessamente o silenziosamente. L'attenzione è focalizzata sul significato delle parole, che devono essere costanti e ripetitive. Un esempio è la preghiera del Pellegrino Russo: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di..."

Preghiera dell'Esicasmo (preghiera del cuore nell'Eremo di Fove)

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