Esegesi del Vangelo di Marco: Dalla Sottovalutazione alla Riscoperta

Il Vangelo di Marco è un testo di fondamentale importanza nel panorama dei testi evangelici, riconoscibile per la sua essenzialità e concisione. Costituendo il primo e il più breve dei Vangeli sinottici, esso si presenta in greco con 11.229 parole, una quantità significativamente inferiore rispetto a Luca (19.404 parole) e Matteo (18.278 parole). Questa discrepanza non è solo quantitativa, ma si manifesta anche a livello qualitativo, rendendo il testo di Marco più essenziale e quasi "prosciugato". A una lettura immediata, può apparire sobrio, talvolta secco, con una semplificazione che, a prima vista, può sorprendere e persino creare qualche difficoltà.

La Sottovalutazione Storica e la Riscoperta Moderna

Per molto tempo, il Vangelo di Marco è stato sottovalutato. Si tendeva a considerare maggiormente i Vangeli più estesi e ricchi di dettagli. Questo giudizio negativo fu in particolare siglato da sant'Agostino, il quale contribuì a consolidare una tradizione di giudizio critico nei confronti di Marco, definendolo un Vangelo secondario. Agostino era solito affermare che Marco fosse il «valletto» di Matteo, ovvero un semplice «compendiatore» di quest'ultimo, tanto che, in ultima analisi, la lettura di Matteo sarebbe stata sufficiente. Lo definì «il più divino degli abbreviatori», intendendo colui che aveva avuto il solo scopo di sintetizzare il messaggio degli altri, portando a ritenere che fosse un Vangelo successivo a Matteo.

Manoscritto antico del Vangelo di Marco

A causa di questo giudizio, i 16 capitoli di Marco rimasero per secoli in una posizione marginale, quasi "parcheggiati". I commenti dei Padri della Chiesa al Vangelo di Marco sono in pratica inesistenti, con il primo commento abbastanza completo che si possiede risalente solo al IX secolo, opera di Eutimio Zigabeno. Fu la scienza esegetica moderna a dedicarsi con straordinaria attenzione a questo Vangelo, riportandolo in primo piano e ricollocandolo alla radice degli altri Vangeli.

Negli ultimi decenni, è apparsa una bibliografia sterminata e una serie di commenti fondamentali su Marco, tradotti anche in italiano, a testimonianza di questa rinnovata attenzione e dell'importanza riconosciuta all'opera.

Caratteristiche Stilistiche e Teologiche del Vangelo di Marco

Marco utilizza un linguaggio piano, essenziale, spesso ridotto a una sequenza semplificata di vocaboli e a una struttura che si potrebbe definire «paratattica». Questa è basata sulla congiunzione greca kai, che significa «e», continuamente reiterata. Tale particella è costantemente presente, quasi come nel testo di uno scrittore semplice, che non possiede ancora la capacità di costruire discorsi ramificati o subordinate. Il discorso di Marco è immediato, e proprio questa immediatezza si rivela, alla fine, un pregio.

Gli studiosi parlano di «tratti marciani» per indicare i caratteri tipici che definiscono lo stile specifico del suo Vangelo. Marco riesce a scrivere in modo brillante, anche con un numero minimo di vocaboli, talvolta folgorante, e si sofferma sui particolari nonostante la povertà del lessico. Un esempio significativo è la descrizione della trasfigurazione di Cristo: mentre altri evangelisti si concentrano sulla figura sfolgorante di Cristo, Marco aggiunge una pennellata vivacissima, scrivendo: «le vesti di Gesù erano così bianche come nessun lavandaio sulla terra riuscirebbe a farle diventare» (Mc 9,3).

Questi tratti marciani conferiscono al Vangelo un fascino particolare, specialmente considerando il principio guida per chi annuncia un messaggio: la capacità di comunicare la sostanza, anche di temi complessi, in un linguaggio il più possibile chiaro e non tedioso. La chiarezza del linguaggio e l'essenzialità dell'espressione riflettono una limpidità interiore.

Il Vangelo di Marco riflette la teologia della cristianità delle origini con un «indice di leggibilità» essenziale. Per questo motivo, il testo marciano è considerato un Vangelo adatto a chi si accosta per la prima volta al messaggio di Cristo, offrendo tutto il necessario nella forma più piana e diretta, con il più alto indice di leggibilità possibile. La sua costruzione delle frasi, con una sequenza quasi di segmenti, mira a coinvolgere il lettore in un percorso semplice, non elaborato, ma indispensabile.

Contesto e Autore: Chi era Marco?

Gli studiosi odierni concordano ampiamente nell'identificare Marco con Giovanni Marco, menzionato negli Atti degli Apostoli. La titolazione «Vangelo secondo Marco» è posteriore. La sua prima apparizione avviene quando Pietro, liberato miracolosamente, si reca «nella casa di Maria madre di Giovanni, detto anche Marco» (At 12,12). Lo ritroviamo poi in Atti 13,5.13 come accompagnatore di Paolo, notizia confermata da Paolo stesso nella Lettera ai Colossesi (Col 4,10) e nella Lettera a Filemone (v. 24).

Marco il Vangelo secondo il punto di vista dell'Apostolo

Probabilmente Marco fu anche accompagnatore di Pietro, poiché nella Prima lettera di Pietro si legge: «Vi saluta anche Marco, mio figlio» (1 Pt 5,13). Questa espressione potrebbe indicare non solo un discepolo, ma colui che è giunto alla fede attraverso l'opera dell'apostolo. Marco, il cui nome ebraico era Giovanni e latino Marco, nacque a Gerusalemme attorno al 25 d.C. Era figlio di una Maria che aveva una casa dove si radunavano i primi cristiani. Era nipote di Barnaba e forse levita. Si convertì presto al cristianesimo e, dopo la morte di Gesù, si sentì chiamato all'apostolato. Fu compagno di Barnaba e Paolo, ma si separò da loro a Perge di Panfilia per tornare a Gerusalemme. La tradizione cristiana afferma che fu missionario in Egitto e primo vescovo di Alessandria, dove sarebbe morto martire.

La Testimonianza di Papia di Gerapoli

Un'altra importante notizia su Marco ci è offerta da Papia di Gerapoli, un vescovo dei primi tempi della cristianità. Intorno al 130 d.C., Papia, ricordando gli insegnamenti di un «presbitero» di nome Giovanni, scrive: «Marco, divenuto interprete di Pietro, mise per iscritto tutto ciò che si ricordava, senz'ordine però, sia le parole, sia le opere del Signore».

Questa testimonianza è interessante per il rapporto tra Marco e Pietro, sebbene solo una parte sia considerata esatta dagli studiosi moderni: Marco «mise per iscritto [...] le parole e le opere del Signore», poiché il Vangelo è effettivamente un racconto dell'azione e dell'insegnamento di Gesù. La seconda parte, «mise per iscritto [...] senza ordine [ou men tàxei]», è invece ritenuta discutibile, se non errata. Questa affermazione riflette quella specie di sfiducia in Marco che, come visto, ha dominato per molto tempo, considerandolo un compilatore non particolarmente felice. Tuttavia, un'analisi più accurata del suo testo smentisce tale visione.

Destinatari e Datazione

I Destinatari

Marco scrive per una comunità agli inizi della sua esperienza cristiana, con l'intento di guidarla verso la pienezza della fede. È opinione comune che il Vangelo sia stato scritto per una cristianità di origine pagana, fungendo da vero e proprio catechismo essenziale. Gli studiosi ipotizzano che si tratti di Chiese situate in Galilea o Decapoli, aree con città ellenistiche. Altri suggeriscono la Siria o, più frequentemente, la Chiesa di Roma, rivolgendosi ai cosiddetti cristiano-gentili o etnici, provenienti dal paganesimo piuttosto che dal giudaismo.

Vi sono elementi nel testo che «ammiccano ai romani». Ad esempio, in Mc 12,42, quando la vedova mette due spiccioli nella cassa delle offerte al tempio, Marco menziona leptà e aggiunge immediatamente che equivalgono a un «quadrante», una parola trascritta dal latino in greco, riferendosi a una moneta romana. Questo indica un contesto culturale romano, con lettori che non avevano una profonda familiarità con il mondo biblico e giudaico.

La Datazione

Si usa dire che Marco è il primo degli evangelisti. Molti studiosi, per la datazione dei Vangeli sinottici, utilizzano il 70 d.C., anno della distruzione di Gerusalemme. Nei Vangeli sinottici è presente un discorso di Gesù detto «escatologico», che assume la distruzione di Gerusalemme come simbolo e punto di partenza per descrivere il destino ultimo della storia. Gli evangelisti, in particolare Luca, sembrano aver rielaborato la descrizione della distruzione del tempio, attingendo a ciò che avevano visto o udito, cioè l'effettiva distruzione di Gerusalemme e del tempio da parte delle armate romane.

Mappa dell'antica Gerusalemme

In Marco, la descrizione di questi eventi appare meno precisa, più generica e stereotipata, meno attenta a riferire elementi storici puntuali, il che suggerirebbe una datazione precedente al 70 d.C. Altri studiosi, tuttavia, collocano anche Marco dopo il 70 d.C. L'identificazione di un frammento marciano a Qumran, che avrebbe anticipato di molto la datazione, è ormai sostenuta da pochi. Pertanto, si può affermare che il Vangelo di Marco è databile immediatamente prima o immediatamente dopo il 70 d.C.; è comunque di sicuro il primo cronologicamente, basandosi su considerazioni filologiche e di critica interna.

L'Inventore del Genere Letterario "Vangelo"

Marco ha probabilmente inventato il genere letterario «vangelo», in greco euanghélion, che significa «buona novella o notizia». Prima di allora, esisteva forse qualcosa di simile, ma non nella forma "vangelo" come è giunta fino a noi. Probabilmente erano già stati elaborati un racconto della passione e un racconto dell'infanzia di Gesù. All'interno di questo nucleo si era cercato di riassumere la biografia di Gesù, ma Marco è il primo che inventa lo schema che sarà alla base non solo degli altri Vangeli, ma di tutte le vite di Gesù costruite nella storia.

Simbolo del Vangelo di Marco (leone alato)

La vita di Gesù si snoda in momenti fondamentali che partono dal battesimo nel Giordano e approdano alla risurrezione. All'interno c'è una sequenza cronologicamente distribuita, anche se non in maniera strettamente storiografica. Marco, seguito dagli altri evangelisti, ha cercato di costruire un canovaccio cronologico, storicamente un po' libero, dal battesimo alla risurrezione, passando attraverso il duplice ministero pubblico di Gesù in Galilea e in Giudea. Questa è la trama caratteristica di Marco, che sarà imitata successivamente.

Marco può quindi essere considerato l'inventore di un genere letterario che non sarà mai più ripreso per nessun altro grande della storia, anche se si elaboreranno biografie di eroi o santi. La «buona notizia» è solo quella di Gesù di Nazaret.

Gli studiosi hanno identificato l'esistenza di un altro modo di «fare vangelo», una forma letteraria simile e preesistente a Marco: la cosiddetta «fonte Q» (Quelle in tedesco), un ipotetico testo costruito solo su frasi di Gesù, un'antologia delle sue parole. Alcuni hanno ipotizzato che il Vangelo apocrifo di Tommaso, composto da frasi di Gesù, possa essere una versione riveduta di questa fonte Q. Tuttavia, è certo che il Vangelo di Marco è il primo giunto a noi, sebbene non del tutto intatto, mancando diverse versioni della sua finale.

Il Titolo: "Inizio del Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio" (Mc 1,1)

L'intestazione del Vangelo di Marco, «Inizio del Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio» (Mc 1,1), è l'unico autentico titolo presente nei Vangeli. Esso designa il punto di partenza e la causa che ha determinato la stesura dell'opera, con il nucleo del messaggio incentrato sull'identificazione di Gesù con il Messia-Cristo e il riconoscimento della sua qualità divina.

Vi è una discussione sulla lezione esatta di Mc 1,1, in particolare sull'inclusione o meno di «Figlio di Dio». Manoscritti autorevoli come il Codice Sinaitico, il Corideto e Origene supportano la lezione più lunga. Il termine «Cristo» (dal greco Christos, traduzione dell'ebraico Mashiah, «unto») identifica Gesù come il messia o consacrato che salva Israele, mentre «Figlio di Dio» specifica il re messianico intronizzato e riconosciuto da Dio come suo figlio. Il primo titolo lo identifica come salvatore dei giudei, il secondo, comprensibile ai pagani che usavano già il termine per i loro eroi e re, orienta verso una salvezza più generale.

Analizzando il genitivo nell'espressione «Vangelo di Gesù Cristo», si può comprendere non solo l'amore che Dio ha per l'uomo (genitivo soggettivo) o l'amore dell'uomo per Dio (genitivo oggettivo), ma anche un genitivo epesegetico. In questo caso, il primo termine (vangelo) e il secondo (Gesù Cristo) sono identici: il Vangelo non è solo detto da Gesù o su Gesù, ma è Gesù in persona. La sua persona è la buona notizia recata al mondo.

Marco, inventando il genere letterario «vangelo», mostra come esso sia il perfetto corrispettivo della realtà dell'Incarnazione. La coscienza cristiana riconosce che «la fede è dono di Dio» e che la prima attenzione si rivolge al dono oggettivo che Dio fa di sé donando il Figlio e il Messia al mondo. Il Vangelo, l'esistenza di Gesù nel mondo, è un fatto che non può essere dedotto da noi stessi, ma è l'apparire nel tempo della libera grazia divina nella persona del Cristo, il Figlio di Dio.

Le Linee Rosse Tematiche: Identità di Gesù e Fede dei Discepoli

Il Vangelo di Marco è attraversato da due fili rossi che si intrecciano costantemente: da un lato, la rivelazione dell'identità della persona di Gesù; dall'altro, la risposta di fede degli apostoli. Trascurare uno di questi fili porta all'incomprensione del testo.

Una cesura significativa nel cammino dei discepoli si nota nella seconda parte del Vangelo. Se nella prima parte cresce la domanda «Chi è costui?», dal momento in cui Gesù pone la domanda «Ma voi chi dite che io sia?» e Pietro risponde «Tu sei il Cristo» (Mc 8,27-30), le domande cambiano, sottolineando le conseguenze della sequela per gli apostoli e per ogni discepolo futuro.

L'identità di Gesù, tuttavia, è centrale fin dal primo versetto, dove Gesù è dichiarato Cristo e Figlio di Dio. Questa identità è affermata dal Padre nel battesimo, dai demoni che conoscono il Figlio, nella proclamazione che Gesù è il Figlio dell'Uomo e il Figlio di Dio (nella Trasfigurazione), e nelle parole decisive pronunciate nei cortili del Tempio (es. parabola del Figlio inviato nella vigna, questione sul Salmo messianico 110). Infine, nel processo, Gesù dichiara chiaramente di essere il Figlio del Dio altissimo (Mc 14,61-62). La professione di fede del centurione sotto la croce (Mc 15,39) non è tanto un culmine, quanto la conferma che «tutto ciò che Gesù è» è ulteriormente corroborato dal mistero della croce.

Marco il Vangelo secondo il punto di vista dell'Apostolo

L'Umanità di Gesù

Marco, pur evidenziando la piena messianicità e figliolanza divina di Gesù, non dimentica la sua piena umanità. Alcune espressioni sono così esplicite da sembrare, a prima vista, quasi sorprendenti per il Figlio di Dio:

  • In Mc 3,5, Gesù guarda i presenti «con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori» di fronte al rifiuto di inchinarsi alla sacralità della vita.
  • In Mc 3,21, i parenti del Signore dicono: «È fuori di sé», mostrando la crudezza del resoconto marciano.
  • Nell'episodio della tempesta sedata (Mc 4,38), solo Marco riporta che Gesù «se ne stava a poppa sul cuscino e dormiva». Il sonno di Gesù mostra la sua umanità e la sua fiducia nel Padre anche di fronte al pericolo.
  • Marco è l'unico a testimoniare del mestiere di Gesù, dicendo che è conosciuto come «il carpentiere (tektòn), il figlio di Maria» (Mc 6,3).
  • In Mc 6,6, Gesù «si meravigliava della loro incredulità», mostrando la sua reazione al rifiuto della fede.
  • In Mc 8,12, Gesù «Traendo un profondo sospiro disse: Perché questa generazione chiede un segno?», esprimendo un giudizio divino attraverso un gesto umano.
  • Nell'incontro con il ricco (Mc 10,21), Marco ricorda: «Fissatolo, lo amò», evidenziando una compiacenza divina espressa in un incontro personale.
  • Nel cammino verso Gerusalemme (Mc 10,32), Gesù camminava «davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore», mostrando la sua leadership e la sua piena e cosciente messianicità.

Esegesi della Parabola del Seminatore (Mc 4,1-40)

Il Vangelo di Marco presenta una sezione significativa dedicata all'insegnamento di Gesù attraverso parabole. Al capitolo 4, Gesù torna a insegnare lungo il mare, e una folla numerosissima si raduna presso di lui. L'opera di Gesù è una vita piena di opere e parole, e l'annuncio della Parola è per lui una necessità preminente.

Gesù esorta all'ascolto: «Ascoltate. Ecco uscì il seminatore a seminare» (Mc 4,3). Questa affermazione non è retorica, ma richiama l'annuncio antico («Ascolta Israele») e pone gli uditori davanti alla responsabilità di una scelta. La parabola del seminatore è chiara nel suo racconto:

«Ed avvenne nel seminare che una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. E un'altra parte cadde su terreno pietroso dove non aveva molta terra, e subito spuntò per il non avere profondità di terra; e quando sorse il sole bruciò e per il non avere radice si disseccò. Ed un altro cadde tra le spine, e vennero su le spine e lo soffocarono, e non diede frutto. Ed altri caddero nella terra buona e davano frutto venendo su e crescendo e portavano uno trenta e l'altro sessanta e l'altro cento.» (Mc 4,4-8)

Illustrazione della parabola del seminatore

Gesù conclude con l'invito: «Chi ha orecchi per ascoltare ascolti!» (Mc 4,9). Questo sottolinea la differenza tra l'udire, dato a molti, e l'ascolto, che appartiene ai pochi e implica una scelta libera e la perseveranza nella sequela. Quando Gesù è solo, i discepoli gli chiedono spiegazioni sulle parabole, e lui risponde: «A voi è dato il mistero del regno di Dio; a quelli invece ai di fuori con parabole le cose tutte avvengono, affinché guardanti guardino e non vedano ed udenti odano e non intendano, perché non si convertano e sia a loro perdonato.» (Mc 4,11-12). La comprensione del mistero del regno è riservata a coloro che scelgono di entrare in esso, un dono offerto, ma che richiede la libertà dell'uomo nell'accettarlo.

Spiegazione della Parabola

Gesù stesso spiega la parabola ai suoi discepoli: «Il seminatore semina la parola» (Mc 4,14). Distingue quattro tipi di terreno:

  • Quelli sulla strada (Mc 4,15): dove la parola è seminata casualmente e l'indifferenza del viandante permette a Satana di portarla via subito.
  • Quelli su terreno pietroso (Mc 4,16-17): accolgono la parola con gioia immediata, ma senza radici profonde, sono incostanti e si scandalizzano di fronte a tribolazioni o persecuzioni.
  • Quelli seminati nelle spine (Mc 4,18-19): ascoltano la parola, ma le preoccupazioni del mondo, la seduzione della ricchezza e le bramosie soffocano la parola, rendendola infruttuosa.
  • Quelli seminati nella terra buona (Mc 4,20): ascoltano la parola, l'accolgono e portano frutto in misura diversa (trenta, sessanta, cento volte).

Successivamente, Gesù continua con altre parabole e insegnamenti:

  • La parabola della lampada (Mc 4,21-25): ciò che è nascosto non lo è per rimanere tale, ma per essere manifestato.
  • La parabola del seme che cresce da sé (Mc 4,26-29): il regno di Dio è come un seme che germoglia e cresce indipendentemente dall'uomo che lo ha seminato.
  • La parabola del granello di senape (Mc 4,30-32): il regno di Dio, pur iniziando in modo umile e piccolo, cresce fino a diventare il più grande di tutti gli ortaggi.

Alla sera dello stesso giorno, Gesù e i discepoli si dirigono verso la riva opposta. Durante la traversata, una grande tempesta di vento si abbatte sulla barca, riempiendola d'acqua. Gesù, però, «era a poppa dormiente sul cuscino» (Mc 4,38). I discepoli, impauriti, lo svegliano: «Maestro, non ti importa che moriamo?». Svegliatosi, Gesù comanda al vento e al mare: «Taci, calmati!» (Mc 4,39), e la tempesta cessa. Poi rimprovera i discepoli: «Perché siete paurosi? Non avete ancora fede?» (Mc 4,40). Questo episodio evidenzia l'umanità di Gesù nel sonno e la sua divinità nel dominare le forze della natura, ma anche la difficoltà dei discepoli nel comprendere la sua piena identità e nel riporre in lui una fede incrollabile.

Le Diverse Finali del Vangelo di Marco

Un aspetto importante nell'esegesi del Vangelo di Marco riguarda la sua finale, che non è giunta a noi in una forma univoca. Non possediamo, infatti, un'unica finale, ma diverse versioni. L'originale arriva sicuramente fino a Mc 16,8, dove le donne incontrano l'angelo della risurrezione e ascoltano il suo messaggio, fuggendo poi via dal sepolcro prese da tremore e stupore, senza dire nulla a nessuno, perché avevano paura.

Le Varianti Testuali

Si distinguono diverse varianti per la chiusura del Vangelo:

  1. Finale mancante (Mc 16,8): I due migliori manoscritti greci del IV secolo, il Vaticano (B) e il Sinaitico (א), insieme ad altre versioni antiche, terminano con il versetto 8. Questa mancanza ha portato molti a ritenere che questa fosse la fine originale, oppure che la parte finale sia andata perduta.
  2. Lezione breve: Alcuni manoscritti, come un codice parigino dell'VIII secolo (L) e il Bobiense (latino, del V secolo), aggiungono una breve sezione dopo il versetto 8, in cui le donne raccontano brevemente ai compagni di Pietro quanto era stato loro detto.
  3. Finale lunga (Mc 16,9-20): Questa è la finale più diffusa e quella che si trova generalmente nelle traduzioni della Bibbia. È presente nella Vulgata latina e in codici greci come l'Alessandrino (A, V secolo) e l'Efraimita (C, V secolo). Essa narra brevemente le apparizioni di Gesù alla Maddalena e agli apostoli, imponendo loro l'obbligo di diffondere la buona notizia e assicurando la conferma miracolosa dello Spirito Santo.
  4. Finale lunghissima: Si trova nel Codice W (Washington, V secolo) e include, dopo il versetto 14 della finale lunga, un'ulteriore aggiunta in cui Gesù rimprovera l'incredulità degli apostoli, con un dialogo esteso e motivazioni teologiche.
Manoscritti biblici antichi

Dibattito sulla Genuinità della Finale Lunga

La finale lunghissima (d) è generalmente trascurata dagli studiosi per la sua unicità. La lezione breve (b) non è considerata genuina. Il dibattito principale riguarda la genuinità della finale lunga (c).

  • A favore dell'autenticità: La maggioranza dei manoscritti greci e delle versioni antiche include questa finale. Era già nota a Ireneo (II secolo) e inserita nel Diatessaron di Taziano. Il tenore del testo, pur semplice, si distingue dal contenuto fantastico degli apocrifi.
  • Contro l'autenticità: I due codici più antichi e affidabili (א e B), insieme all'antica versione siriaca, ne sono privi. Eusebio e Girolamo attestano che «tutti i manoscritti più accurati» terminano con Mc 16,8. La critica interna rileva una mancanza di continuità tra il v. 8 (le donne fuggono spaventate senza dire nulla) e il v. 9 (nuova apparizione alla Maddalena). Lo stile del brano aggiunto è schematico, differisce dalla vivacità e ricchezza di dettagli tipica di Marco, e presenta forme stilistiche e parole nuove non usate dall'evangelista (es. kyrios per «Signore»). Inoltre, al v. 18, appare un motivo taumaturgico simile a quello dei Vangeli apocrifi («Prenderanno in mano dei serpenti; anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male»).

Per i cattolici, la canonicità della finale lunga è generalmente accettata, in quanto il Concilio di Trento ha dichiarato ispirata la traduzione latina della Vulgata, che includeva questa finale. Tuttavia, molti studiosi riconoscono le difficoltà testuali. D'altra parte, è difficile accettare che il Vangelo di Marco termini al v. 8, poiché ciò lascerebbe senza compimento le due profezie di apparizione (Mc 14,28 e 16,7) e sembrerebbe strano che una «buona notizia» si concluda con la paura delle donne.

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