Erik Zattoni è il protagonista di una drammatica storia che ha scosso l'opinione pubblica italiana, raccontata pubblicamente per la prima volta ai microfoni della trasmissione televisiva "Le Iene". Trentatré anni fa, sua madre, all'età di appena 14 anni, fu violentata da don Pietro Tosi, allora sacerdote 54enne in una parrocchia della provincia di Ferrara. Oggi, Erik, un uomo di 40 anni residente in provincia di Ferrara, continua la sua battaglia per ottenere giustizia, sia per sé che per sua madre, evidenziando le profonde lacune e l'omertà che hanno circondato il caso per decenni.
L'Inizio di una Drammatica Storia: La Violenza e la Nascita di Erik
La vicenda che ha segnato la vita di Erik ha radici profonde nella violenza subita da sua madre. Nel settembre del 1980, don Pietro Tosi, parroco di una frazione di Migliarino, abusò sessualmente di una ragazzina di 14 anni. Pochi mesi dopo la violenza, la gravidanza della ragazza divenne evidente, ma non tutti in famiglia erano disposti a crederle. Vivendo in comodato d’uso in un alloggio di proprietà di don Tosi e priva di mezzi economici, la madre di Erik fu costretta a tacere su quella scomoda paternità, pena lo sfratto.
Inizialmente, i tentativi di denunciare l'episodio furono ostacolati. La famiglia di Erik cercò di rivolgersi al vescovo dell'epoca, monsignor Franceschi, che suggerì di non dire nulla a nessuno. Anche un avvocato, contattato dalla madre e dal fratello, non riuscì a smuovere la situazione, in quanto la diocesi rispose con la minaccia dello sfratto dalla casa parrocchiale, minaccia che poi si concretizzò nel 1987, quando Erik aveva sei anni. Anche lo zio di Erik si rivolse al vescovo di allora, senza esito. La madre, umiliata e offesa, non ebbe la forza di esporsi ulteriormente e ritirò la denuncia, dovendo provvedere in solitudine alla crescita e all'educazione del figlio, lavorando come commessa e addetta alle pulizie per non fargli mancare nulla. Erik, nato nel giugno del 1981, conobbe la verità fin da piccolo, raccontatagli dallo zio. Fino ai 10-11 anni, non capì appieno il significato di "abuso sessuale", e in seguito nascose la verità agli amici a scuola.
La Ricerca della Verità e il Riconoscimento della Paternità
Trent'anni dopo la violenza, Erik ha intrapreso una battaglia personale e legale per provare la paternità di don Tosi e ottenere giustizia. Nel 2008, supportato dalla moglie, decise di agire legalmente, temendo che don Tosi potesse morire prima che la verità venisse a galla. Si rivolse all'avvocato Giulia Pili, portando il sacerdote in Tribunale per ottenere una dichiarazione di paternità, dato che il reato di violenza su minore era ormai prescritto.
Nell’ottobre del 2010, ebbe inizio il procedimento giudiziario. Nell'aprile dell'anno successivo, la perizia del medico legale stabilì inequivocabilmente che don Tosi era il padre biologico di Erik, con una probabilità pari al 99,999%. Il sacerdote, tuttavia, non si presentò mai in udienza e venne condannato in contumacia a rifondere Erik delle spese legali, pari a 10mila euro. La sentenza 1275/11 del Tribunale di Ferrara, depositata il 1° settembre 2011, ufficializzò la paternità biologica di don Pietro Tosi, smentendo decenni di negazioni da parte del sacerdote, della Curia ferrarese e di parte della stessa famiglia della vittima.

La Reazione della Chiesa e la Battaglia per la Riduzione allo Stato Laicale
Nonostante la sentenza giudiziaria, don Pietro Tosi rimase sacerdote. Solo nell'ottobre del 2012, all'età di 86 anni, la Curia provvide al suo pensionamento, ma non alla sua estromissione dal clero. Erik ha cercato a lungo di far valere i propri diritti, sia morali che economici, ma con scarsi risultati. L'arcivescovo di Ferrara, mons. Luigi Negri, contattato in merito, dichiarò di essere in contatto con il Vaticano per procurare a Erik un'udienza con il Papa, ma sottolineò che "la Chiesa italiana secondo le normative vigenti non è tenuta a nessun risarcimento: i preti non sono considerati come impiegati della Curia". Negri affermò che lo stupro non era sufficiente per la dimissione dallo stato clericale di un prete, dicendo: "Certamente è giusto se non ci sono state ragioni per cui la Chiesa ha ritenuto che dovesse essere dimesso. Lo stupro non è sufficiente."
Erik si è rivolto anche ad altri alti prelati per ottenere aiuto, anche economico, ma la risposta è stata un netto rifiuto. Anche dopo aver incontrato Erik e aver promesso un'intermediazione con il Vaticano, monsignor Negri ha affermato di aver fatto "tutti i passi e anche di più", ma la questione della riduzione allo stato laicale di don Tosi non ha trovato soluzione. In una lettera alla Curia del 19 aprile 2013, il Vaticano si limitò a invitare il vescovo di Ferrara ad "ammonire formalmente il chierico" e a "sollecitare il reo, nei limiti del possibile, ad assumersi, sia pur tardivamente, le proprie responsabilità di padre quantomeno sotto l'aspetto affettivo e morale". Erik ha evidenziato che la sua storia si è svolta sotto una "cappa di omertà e vergogna", coinvolgendo tre Papi, cinque vescovi di Ferrara e diversi cardinali della Congregazione della Fede, incluso Ratzinger, senza che nessuno facesse nulla per sanare il crimine.
Il Sentimento di Erik: Delusione e Mancato Perdono
Di fronte a un contesto di negazioni e mancate assunzioni di responsabilità, Erik Zattoni ha espresso profonda delusione. "Nelle mie parole non c’è rabbia, non c’è odio, c’è delusione nel vedere un uomo che, arrivato agli ultimi anni della propria vita non ha la dignità di chiedere perdono", ha scritto Erik in risposta alle dichiarazioni di don Pietro alla stampa locale, in cui il sacerdote esprimeva pentimento per la sofferenza causata alla famiglia. Per Erik, don Tosi è suo genitore solo dal punto di vista biologico: "lei non è un padre per me, non lo è mai stato e mai lo sarà, non ho mai desiderato che lo fosse". Ritiene inoltre ingiusto chiamarlo "prete" nei confronti dei tanti sacerdoti che operano correttamente in tutto il mondo.
Erik ha criticato il pentimento tardivo di don Tosi, definendolo non sincero: "è troppo facile mostrarsi dispiaciuti adesso, non è sincero e non lo è mai stato". Ha richiamato il sacerdote alle sue responsabilità, chiedendo dove fosse nei 33 anni trascorsi e se avesse versato anche una lacrima per sua madre, sua nonna e i suoi familiari, oltre che per se stesso. Ha ricordato che sua madre "è diventata mamma a 15 anni, non ha avuto una vita come tutte le altre ragazze, ha perso il sorriso, la fiducia negli uomini, una parte di lei è morta quel giorno di settembre", e che "tutto questo è successo per colpa sua". Erik non riesce a perdonare il prete perché, pur avendo chiesto perdono a Dio, "il perdono su questa terra si chiede agli uomini, e noi le sue scuse non le abbiamo mai sentite".
La Scomparsa di Don Pietro Tosi e le Sue Ultime Dichiarazioni
Don Pietro Tosi è morto nel sonno, all'età di 86 anni, nella casa di riposo dove era ospitato nel Copparese. La notizia è stata comunicata a Erik Zattoni dalla segreteria del vescovo di Ferrara. Anche dopo la sentenza che confermava la sua paternità, don Tosi ha sempre rifiutato ogni contatto con Erik, affermando di non dover chiedere scusa a nessuno in quanto aveva già chiesto perdono a Dio e aveva ottenuto l'assoluzione da un frate carmelitano, sentendosi perciò "a posto con la sua coscienza". In una lettera alla madre di Erik, datata 10 maggio 2012, don Tosi definì l'accaduto uno "sbandamento" che aveva sempre ritenuto "senza conseguenze", pur aggiungendo che "ora pare il contrario, dalle indagini compiute (il dna). Se così fosse, come pare lo sia, la mia richiesta di perdono si estende anche a Erik". In essa, precisava inoltre di aver "in parte ovviato a eventuale ingiustizia offrendo per vari anni tutto l’aiuto a me possibile, di casa, di vitto e di denaro alla numerosa famiglia".
Il Contesto Ampio: I Figli dei Preti e la Questione del Celibato
La storia di Erik Zattoni si inserisce in un contesto più ampio che riguarda i "figli dei preti", un fenomeno complesso e spesso celato. Il calcolo del numero di questi figli è complicato e inevitabilmente approssimativo, soprattutto considerando le nascite "nascoste". Alcune fonti giornalistiche e ricerche di associazioni indicano che ci sarebbero molte migliaia di persone in tutto il mondo. In Europa, ad esempio, si stima che in Francia siano circa quattromila i figli di preti, dove è attiva l'associazione "Les enfants du silences". In Italia, a fronte di ottomila/diecimila (ex) sacerdoti sposati, il 4 per cento avrebbe prole. In alcuni casi, i figli sono persino il frutto di violenze sessuali consumate all’ombra dei chiostri.
Le gerarchie ecclesiastiche, con l'intento di scoraggiare i sacerdoti dall'abbandonare il sacerdozio per formare una famiglia, si mostravano disponibili a contribuire (in segreto) al mantenimento dei "figli della colpa", una pratica che a quanto pare non si è estinta. Gli episodi di violenza sessuale esistono sia nell'ambito ecclesiastico (sacerdoti nei confronti di monache o donne con cui hanno a che fare, come perpetue e parrocchiane) sia in situazioni diverse (monache insidiate e violentate da laici). Vengono citati esempi come Francesca, figlia di una monaca stuprata da un nobiluomo romano-papalino negli anni Trenta del ‘900, la cui vita fu segnata da tenaci ricerche della genitrice e da un supporto economico segreto del padre; o Teresa, adottata in fasce, che scoprì in età adulta la madre naturale, una suora che ammise di essere stata insidiata da un operaio, sebbene Teresa sospetti la paternità di un religioso.
Il dramma interiore di questi "figli della colpa" è spesso un macigno. La scoperta dell’origine può essere traumatizzante, portando a depressioni, sbandamenti esistenziali e disturbi della personalità. Molto dipende dall'approccio dei genitori e da come vengono informati. Particolarmente difficile è la situazione per la prole di ragazze-madri sedotte e abbandonate da un sacerdote in carica, e ancora di più per chi scopre la verità in età adulta. Non va sottovalutato l’aspetto pubblico della vicenda, specialmente in adolescenza, quando i compagni di scuola possono schernire ed emarginare "il figlio del prete". Il giornalista Michael Rezendes del "The Boston Globe" ha osservato come alcuni accolgono la rivelazione come una liberazione, mentre altri restano sconvolti, con conseguenze che possono includere rottura di rapporti, dipendenza da droghe o pensieri suicidi.
Questo fenomeno chiama in causa il celibato imposto ai sacerdoti cattolici. Il dibattito sulla possibilità di una riforma nella Chiesa è aperto da decenni. Già nel 1996, in un libro sull'argomento, si evidenziava come la legge del celibato obbligatorio fosse vissuta "sempre di più come un peso", con molti a sostenere che fosse possibile essere contemporaneamente buoni sacerdoti e buoni mariti e padri di famiglia. A distanza di 25 anni, la legge del celibato resiste, nonostante alcuni sintomi di apertura, come la possibilità di ordinare sacerdoti uomini già sposati di provata fede. L'Associazione "Vocatio" (di preti sposati) periodicamente torna alla carica, evidenziando che numerosi spretati, la cui fede non è venuta meno, vorrebbero essere reintegrati nella gestione delle parrocchie.

La Battaglia di Erik come Esempio di Coraggio e Ricerca di Giustizia
La storia di Erik Zattoni, nonostante la sua drammaticità, è anche un esempio "positivo" di superamento del trauma e di ricerca di giustizia. Sostenuto da uno zio che lo ha accompagnato, compreso dalla fidanzata/moglie, e nonostante l'indifferenza di chi nel suo paese sapeva ma taceva, Erik ha superato il trauma fino a sfidare in prima persona le gerarchie ecclesiastiche. La sua battaglia non è stata una vicenda privata, ma ha riguardato il senso di giustizia e il rispetto della dignità di ogni individuo.
La sua scelta di denunciare pubblicamente la vicenda, anche attraverso i media come "Le Iene" e la sua partecipazione a seminari per vittime di abusi, ha imposto all'attenzione dell'opinione pubblica una storia che era stata insabbiata per troppo tempo. L'opinione pubblica, seguendo gli sviluppi e formulando domande, ha svolto un ruolo cruciale, rendendo impossibile per la Curia ferrarese ignorare il caso. Erik ha espresso la speranza che questa sentenza crei un precedente e aiuti altre vittime di abusi a denunciare. Se anche solo una persona, leggendo la sua storia, si deciderà a denunciare, per Erik sarà "già un grosso risultato".
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La Mappatura degli Abusi e la Mancanza di Trasparenza della Chiesa Italiana
La testimonianza di Erik Zattoni si inserisce nel più ampio dibattito sulla pedofilia e gli abusi nella Chiesa Cattolica. Durante un seminario delle vittime italiane organizzato da diverse associazioni, Erik ha descritto il volto di una "Chiesa feroce", che ha celato abusi per decenni. La famiglia di Erik, nel 1981, aveva cercato di denunciare l'episodio al vescovo dell'epoca, monsignor Franceschi, che suggerì di non dire nulla a nessuno, e la risposta della diocesi fu una minaccia di sfratto.
Solo molto tempo dopo, nel 2010, la famiglia Zattoni si rivolse al tribunale, in un periodo in cui si iniziava a parlare apertamente di abusi in Italia. Tuttavia, il reato del 1981 era ormai prescritto. Il rifiuto di don Tosi di fare il test del DNA, superato solo da una sentenza della Cassazione del 2006 che lo ha reso più facile da pretendere, ha rappresentato un ostacolo ulteriore. La violenza di un adulto su un bambino, come ripetuto da Francesco Zanardi (fondatore della Rete L'Abuso ed ex vittima), è definita da psichiatri e psicoterapeuti un "omicidio psichico".
Mentre la CEI continua a rimandare un'analisi (anche storica) del fenomeno della pedofilia su tutto il territorio nazionale e si rifiuta di aprire gli archivi diocesani (a differenza di altre conferenze episcopali in Europa), un gruppo di associazioni si è mosso per mappare la piaga degli abusi. Il settimanale Left, in collaborazione con Rete L'Abuso, ha creato il primo database dei casi di pedofilia accertati in Italia, basato su dati incrociati dalla stampa e dalle procure. Questo archivio, reso pubblico, include il nome del sacerdote, se condannato o sotto inchiesta, il tipo di reato, il numero delle vittime, l'anno del reato, la data in cui il caso è divenuto noto e la diocesi di appartenenza, collegato anche all'eventuale sanzione canonica. Le vittime, durante il collegamento Zoom, hanno definito "irricevibile" la proposta del Cardinale Gualtiero Bassetti di avviare una commissione di inchiesta, ritenendola non imparziale e non realmente indipendente, basata solo su dati recenti dei centri di ascolto diocesani.