Enea: Il Sacerdote della Patria e il Mito Fondatore di Roma

La figura di Enea, eroe troiano e protagonista dell'Eneide di Publio Virgilio Marone, incarna profondamente il concetto di "sacerdote della patria", un ruolo che va oltre la semplice guida militare per abbracciare un destino divino e un'inesorabile dedizione al bene collettivo. Il suo viaggio non è solo una peregrinazione geografica, ma un profondo processo di "conquista di sé", volto a facilitare la conoscenza del proprio ruolo nel contesto formativo, occupazionale, sociale, culturale ed economico di riferimento, finalizzato a elaborare o rielaborare un progetto di vita e a sostenere le scelte relative.

Il Viaggio di Enea: Un "Orientamento" Spirituale e Nazionale

I termini "orientare" e "orientamento" sono etimologicamente connessi con "oriente", il punto cardinale da cui sorge il sole. Il mito classico aveva già prodotto grandi marinai esperti nel trovare le rotte, come Giasone e Odisseo. Quest'ultimo, viaggiando per mare, aveva messo alla prova la sua nota métis ("astuzia") e affinato numerose téchnai ("arti") per superare ogni ostacolo, costruendo un personale bagaglio di saperi e competenze. Anche per Odisseo, come per Enea, si può parlare di un viaggio spirituale accanto a quello reale, ma tra le peregrinazioni dei due eroi vi è una differenza sostanziale. La meta di Odisseo era certa, ben conosciuta, cioè Itaca; così come certo era il ruolo che egli doveva riprendersi, quello di wánax ("signore assoluto") della sua isola, marito e padre affettuoso di Penelope e Telemaco, nonché figlio devoto del vecchio Laerte. Odisseo, dunque, non doveva ex novo "elaborare o rielaborare un progetto di vita", come spetterà invece al troiano in fuga dalla patria distrutta.

Per Enea, al contrario, non solo era incerta, secondo Virgilio, la meta viarum ("meta dei lunghi viaggi", Eneide, 3, 714), ma tutti da costruire erano sia il suo futuro ruolo politico-militare (era inizialmente solo il leader di un gruppo di guerrieri sconfitti), sia la sua condizione familiare (era vedovo, con un figlio piccolo e un anziano padre morto durante il viaggio).

Enea e i suoi compagni, profughi da Troia, si rivolgono all'oracolo di Delo per sapere dove "orientare" il proprio viaggio. Virgilio fa dire loro dal dio Apollo antiquam exquirite matrem (cioè "ricercate l'antica Madre", Eneide, 3, 96), il che li conduce in un primo tempo sulla rotta sbagliata. Il vecchio Anchise, padre dell'eroe, pensa infatti che l'“antica madre” dei Troiani sia Creta, patria di Teucro, loro presunto capostipite. Ma gli Dei Penati gli rivelano la verità:

"Devi mutare la sede. Non sono queste le spiagge che ti accennò il dio di Delo, non a Creta ti ordinò d’insediarti Apollo. C’è un paese - Esperia i Grai la chiamano di nome, - terra antica, potente per armi, ma anche per fertili zolle; gli Enotri l’abitarono; ora è fama che i loro nipoti chiamarono Italia dal nome di un loro condottiero quella nazione. Essa è per noi la nostra propria residenza, di là Dardano discese e Iasio, il padre, prima origine della nostra nazione." (Eneide, 3, vv. 161-168)

Fuggito dalla sua città in fiamme, l'eroe troiano intraprende un lungo viaggio che lo porterà a toccare diverse sponde del Mediterraneo: sbarcherà in Sicilia, poi sarà sbattuto da una tempesta in Africa, e qui intreccerà una storia d’amore con la regina fenicia Didone, anch'essa esule e impegnata a costruire nuove mura per i suoi compagni. Spinto dagli dèi a riprendere nuovamente il mare, giungerà infine sulle coste del Lazio, dove lo attende una sposa di stirpe regale, la dolcissima Lavinia, ma anche una guerra per accedere alla sua mano.

La Virtù della Pietas e il Compito di Fondatore

La caratteristica più importante che Virgilio attribuisce a Enea è la pietas, un sentimento assai più complesso e sfumato della "pietà" come la intendiamo noi. È un misto di devozione, rispetto nei confronti degli dèi e della famiglia, ma anche degli altri uomini; è un estremo senso del dovere. Enea rinuncia alle sue personali esigenze per condurre a termine il compito che gli è stato affidato da una volontà superiore; non dimentica il passato, ma deve andare sempre avanti, senza fermarsi né voltarsi indietro, per non rischiare di perdere la strada. È un eroe che soffoca il pianto, sacrifica sé stesso e, in nome dell'interesse collettivo, vive una vita non scelta ma imposta.

Il "pio Enea", che ha salvato il padre Anchise, che ha lasciato la moglie Didone per seguire il messaggio del dio Mercurio, che ha combattuto perdendo fidi compagni, rappresenta l'ideale di uomo romano, dedito allo Stato e alla patria, non proteso su se stesso, ma disposto ad abbandonare tutto per la realizzazione di Roma, di un grande Impero, così come voleva il programma augusteo di richiamo al mos maiorum. In lui si compenetrano il senso dell’appartenenza a una collettività e la responsabilità per la missione affidatagli dagli dèi, quella di ricostruire la patria distrutta dai Greci e che, come in una nemesi storica, conquisterà quella terra, la Grecia, che aveva distrutto la vecchia patria.

La Tragedia di Didone e il Sacrificio Personale

A Cartagine, in Africa, dove è approdato dopo una terribile tempesta, Enea si innamora della regina Didone e si unisce a lei. Tuttavia, è presto costretto ad abbandonarla: gli dèi ingiungono che egli prosegua la sua missione. In una delle pagine più suggestive e commoventi dell'Eneide, nel libro IV, viene narrato l'ultimo doloroso colloquio fra Enea e Didone e il successivo suicidio della donna. La regina, prima di morire, lancia una maledizione: Cartagine e Roma saranno divise da un odio eterno, e un vendicatore combatterà strenuamente i Romani. La forzata separazione fra Enea e Didone viene così a configurarsi come la causa mitica delle guerre puniche: il vendicatore invocato da Didone sarà il cartaginese Annibale, protagonista della seconda guerra punica sulla fine del III secolo a.C. Questo doloroso evento, però, è anche l'inizio di una nuova consapevolezza per Enea: egli è ora un leader senza più ombre o tutele, che deve smettere i panni di figlio per assumere quelli, carichi di responsabilità, di padre del giovane Ascanio.

“Enea e Didone: l’amore che distrusse due civiltà”

La Discesa agli Inferi: Il Cuore Spirituale del Poema

Il sesto libro dell'Eneide racconta la più nota delle catabasi della letteratura latina, la discesa di Enea nell'Ade per incontrare il padre Anchise, da poco morto, e conoscere da lui il destino del popolo troiano. Questo episodio, ispirato all'Odissea e agli Orfici, rappresenta il cuore spirituale del poema. L'entrata agli Inferi era collocata nelle vicinanze di Cuma, nei pressi del Lago Averno, luogo selvaggio e malsano fino alle bonifiche avvenute sotto Augusto, spesso ricoperto da una fitta nebbia e che si prestava all'immaginazione di reconditi e spettrali accessi infernali. Virgilio descrive:

"C’era una grotta profonda e mostruosamente slabbrata/ sulla roccia, difesa da un lago nero e dal buio dei boschi:/ sopra di lei nessun uccello impunemente poteva/ dirigere il volo, tale il fetore che sprigionandosi/ dalla tetra voragine saliva sino alla calotta del cielo."

Dopo aver immolato agli dèi con bestie sacrificali, all'alba la Sibilla Cumana, la celebre sacerdotessa che vaticina nel suo antro, inizia il viaggio nell'Ade in compagnia di Enea. Entrati nel regno dei morti, in mezzo a una folta nebbia, i due viandanti vedono il vestibolo popolato da personificazioni di mali e afflizioni, come il Lutto, i Rimorsi, le Malattie, la triste Vecchiaia, la Paura, la Fame, la Miseria, la Morte e l'Angoscia. Enea estrae la spada per affrontare i mostri che appaiono, ma la Sibilla lo avverte della loro inconsistenza. Appare allora il fiume Acheronte, guardato dall'orrendo traghettatore Caronte. Enea incontra il compagno Palinuro, morto insepolto, e riesce ad attraversare il fiume grazie all'intervento della Sibilla e al ramo d'oro. Dall'altra parte del fiume, Cerbero, la bestia a tre teste, viene addormentato con una focaccia, e i due entrano. Qui si trovano le anime dei bambini e dei condannati a morte su false accuse, custoditi da Minosse, e i suicidi. Completano la zona dei morti prima del tempo i Campi del pianto in cui vagano le anime dei suicidi per amore (in cui Enea ha un tristissimo incontro con Didone) e l'area dei guerrieri gloriosi.

La Sibilla indica poi la biforcazione della strada in due sentieri: "quello di destra porta sotto le mura del grande Dite (è la via per l’Eliso, la nostra); la sinistra avvia al castigo il traffico dei colpevoli, e conduce all’empio Tartaro". Nel Tartaro, un coacervo confuso e magmatico di dannati, sono puniti i colpevoli di ogni genere: i Titani, i gemelli aloidi, Salmoneo e tutti gli altri che peccarono di hybris, i fratricidi, i parricidi, i traditori e gli ingannatori, i morti in flagranza di adulterio, chi ha varato leggi per un proprio tornaconto, chi si è macchiato di incesto, tutti quanti hanno militato sotto infami insegne o hanno violato la pietas.

Sulla destra, invece, si trovano i Campi Elisi, dove Virgilio costruisce un mondo ricco di suggestioni orfiche, pitagoriche e platoniche. Qui, in mezzo a prati e boschi, senza fissa dimora, le anime dei beati continuano a esercitarsi nelle attività che svolgevano in vita. Mescolando fonti filosofiche differenti, Virgilio descrive anime di grandi personaggi che ritorneranno in vita reincarnandosi in futuri eroi della storia romana, un espediente poetico per anticipare la storia gloriosa di Roma fino all'età di Augusto.

Nei Campi Elisi, Enea incontra il padre Anchise, da poco defunto. "Non appena vede venirgli incontro sul prato Enea," Anchise "trepidante gli tende le mani, le guance irrorate di lacrime, e la voce gli erompe di bocca: - Così, sei arrivato? La pietà su cui tanto contava tuo padre ha vinto il duro cammino? Posso guardarti in faccia, figlio, ascoltar la tua voce e risponderle familiarmente?" La pietas di Enea, valore fondamentale per i Romani, ha trionfato e gli ha permesso di superare difficoltà e fatiche. Qui, Enea non solo affronta le ombre del passato, ma riceve la rivelazione del futuro: Anchise gli mostra le anime dei grandi romani a venire, tra cui Romolo e Cesare Augusto. La discesa agli Inferi è un momento di trasformazione: da eroe in fuga, Enea diventa fondatore consapevole.

Mappa del viaggio di Enea nel Mediterraneo

L'Eneide: Un Progetto Apologetico e la Nascita di Roma

Arrivato nel Lazio dopo varie peripezie, Enea deve nuovamente impugnare le armi: contro i Latini, nonostante il favore del loro re, Latino, e contro i Rutuli, guidati da Turno. Il duello finale con Turno è uno dei momenti più intensi del poema: Enea, vittorioso, esita prima di uccidere il nemico, ma lo fa dopo aver visto la spada insanguinata che ha trafitto Pallante, il giovane alleato etrusco. La guerra, per quanto cruenta, è necessaria per realizzare il destino assegnatogli. Dalla sua unione con Lavinia, figlia di Latino, nascerà Silvio, e dal figlio di Enea, Ascanio (chiamato anche Iulo), fonderà Alba Longa, da cui discenderà la stirpe destinata a raggiungere il proprio culmine nei due gemelli Romolo e Remo, fondatori della città che il fato chiama a governare su tutto il mondo conosciuto.

Virgilio scelse il pio Enea, devoto alla famiglia, alla patria, alla civitas, come eroe dell'Eneide. Per un progetto comune a lui ancora ignoto, su comando degli dèi, Enea abbandona i propri interessi, sacrifica il proprio amore e parte. Enea è un uomo di pace. In questo aspetto, tramite di lui, viene glorificato Ottaviano Augusto il pacificatore, promotore della Pax Romana o Pax Augusti. Enea prefigura quindi la grandezza della tradizione della stirpe futura. Con lui nasce la Gens Iulia, generazione che ha origini divine.

Virgilio, il più grande poeta latino di tutti i tempi, fissò questa storia nella sua opera maggiore, l'Eneide: un'opera che non era ancora compiuta quando il suo autore scomparve - per questo Virgilio morente avrebbe voluto darla alle fiamme -, ma che Augusto decise di pubblicare ugualmente. L'Eneide è un'opera che, sotto l'influenza di Ottaviano Augusto, costruisce un mito delle origini che legittima l'Impero e celebra l'ordine, la pace, la grandezza di Roma. Enea diventa il prototipo del princeps, l'uomo giusto e devoto, pronto a sacrificare se stesso per il bene collettivo. Il messaggio è chiaro: l'Impero è il compimento del destino, non un atto di conquista arbitraria.

Enea nell'Arte e nella Memoria Collettiva

Le vicende di Enea hanno ispirato nel tempo letterati, artisti e musicisti. Già l'umanista lombardo Maffeo Vegio aggiunse un tredicesimo libro all'Eneide (edito postumo nel 1471), nel quale l'eroe celebra un sfarzoso matrimonio con Lavinia prima di ascendere al cielo. Il melodramma di Pietro Metastasio, Didone abbandonata (1724), riduce Enea a una meschina "spalla" della coraggiosa regina punica. Romanzi come Un infinito numero di Sebastiano Vassalli ci propongono Enea nelle insolite vesti di violento predone, mentre Il mio arco riposa muto di Irene Vallejo lo presenta come un inquieto pacifista.

Il mito di Enea venne connesso a quello di Romolo e Remo in una fase arcaica della storia di Roma. La scelta di legare le origini di Roma alla figura di un esule sconfitto, piuttosto che a un eroe prestigioso come Odisseo, riflette forse un'attitudine all'apertura, all'accoglienza dello straniero, all'ibridazione etnica che si ritrova anche nelle prassi adottate dalla città in età storica. Secoli dopo, l'imperatore Claudio si rifarà proprio al precedente mitico di Romolo per legittimare la sua richiesta di accogliere all'interno del Senato i notabili della Gallia Comata, mentre Seneca ricorderà come questa vocazione al meticciamento sia inscritta nell'origine stessa della città, fondata da un esule venuto dall'Asia Minore. Così, il mito finiva per esprimere un tratto forte dell'identità romana, anche in contrapposizione alla cultura greca.

Statua di Atena-Minerva rinvenuta a Castro Marina

Suggestioni archeologiche contemporanee confermano la vitalità del mito. Una statua del IV secolo a.C., ricomposta da due parti trovate durante gli scavi condotti da Francesco D’Andria in una struttura templare a Castro Marina, in Salento, è ora conservata nel locale Museo. È possibile pensare proprio a Castro come luogo dove si coltivava la memoria dello sbarco in Italia di Enea, la sede di quel castrum Minervae ("cittadella di Minerva") che apparve ai Troiani dal mare. Il testo virgiliano ha "orientato" gli archeologi a scavare proprio lì e scovare tanta bellezza, proprio come Heinrich Schliemann scoprì Troia sulla scorta dei versi di Omero.

L'Eredità Eterna dell'Eroe

Enea, il 'padre', il capostipite dei Romani, racchiude in sé i principali valori che stanno alla base della società romana antica. La linea del tempo, ricordando i miti di fondazione, viene spezzata. Vi è eternità, non ciclicità né linearità. Navighiamo in uno stato incorruttibile e impassibile. Gli eroi e le loro gesta sono eterni. Divengono archetipi universali che ci indicano una giusta via, un'umanità che è divinità in potenza.

Molte tracce concrete della realtà ci riconducono a questo. Se passeggiamo per le strade di Gaeta, dovremmo sapere che il nome della cittadina deriva da Caieta, la nutrice di Enea. Bagnandoci nelle acque di Palinuro, dovremmo sapere che quel luogo prende il nome dal nocchiero di Enea. E ovviamente Lavinium, oggi Pratica di Mare, fu fondata da Enea, battezzandola col nome della sposa latina, nel luogo indicato dal prodigio della scrofa bianca e dove oggi è la sua tomba. Questi esempi dimostrano che ciò che avviene ed è avvenuto nel tempo del mito conferisce realtà alla nostra realtà.

Resta un monito, una frase che Virgilio fa pronunciare a Didone dopo aver ascoltato le gesta di Enea e essersene innamorata: "Agnosco veteris vestigia flammae" ("conosco i segni dell’antica fiamma"). Questo ci invita a riscoprire i valori ancestrali presenti in ogni tradizione sapienziale e in ogni testo sacro, perché gli eroi, nonostante la corruzione dei costumi del mondo postmoderno, restano archetipi che ci guidano verso una via umana e profonda, quella della pietas e del dovere per il bene comune.

tags: #enea #sacerdote #della #patria #traduzione