Il quinto cantico del profeta Isaia, in particolare i versi 7-12 del capitolo 53, offre una descrizione profetica dettagliata della figura del Servo Sofferente, la cui vita, morte e sepoltura sono permeate da un profondo significato redentivo. Questo passo biblico, scritto circa 750 anni prima degli eventi, anticipa con straordinaria precisione la passione di Gesù Cristo, la sua umiliazione, il suo sacrificio e la sua glorificazione.

La Figura del Servo: Umiliazione e Silenzio
Isaia descrive il Servo come "Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca" (Isaia 53,7). Questa frase prende in esame tutto ciò che avvenne dall'arresto ai processi che subì il Servo. La narrazione è scarna e asettica, priva di espressioni volte a suscitare facili sentimenti di orrore o compassione, evidenziando la volontaria accettazione dell'umiliazione.
I Maltrattamenti e i Processi
I maltrattamenti menzionati da Isaia si riferiscono ai quattro processi subiti da Gesù: il primo davanti al Sinedrio, il secondo davanti a Pilato (con la flagellazione), il passaggio a Erode, e il rinvio finale al governatore. Gli Evangelisti descrivono questi eventi con la stessa sobrietà profetica. Ad esempio, Matteo riporta che Gesù non rispose nulla alle accuse dei capi dei sacerdoti e degli anziani, tanto che il governatore Pilato rimase stupito (Matteo 26.63-64). Luca, in 22.63-65, riferisce che "prima del processo gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta: chi ti ha colpito?» e molte cose gli dicevano, insultandolo". Davanti al Sinedrio, subì sputi in faccia, schiaffi e percosse (Matteo 26).
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Il Silenzio del Servo e la Profezia di Geremia
Il "non aprì la sua bocca" di Isaia non indica un silenzio assoluto, ma l'assenza di maledizioni o vendette. Gesù pronunciò parole significative, come "D’ora innanzi vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo" (Matteo 26.64). Tuttavia, come sottolinea l'apostolo Pietro: "Cristo patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato non rispondeva con insulti, maltrattato non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia" (1 Pietro 2).
Questo silenzio si connette anche alle parole di Geremia, che scrisse di sé: "il Signore me lo ha manifestato e io l’ho saputo; mi ha fatto vedere i loro intrighi. E io, come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che tramavano contro di me e dicevano: «Abbattiamo l’albero nel suo pieno vigore, strappiamolo dalla terra dei viventi, nessuno ricordi più il suo nome»" (Geremia 11.18-19). L'ultima frase, "nessuno ricordi più il suo nome", rispecchia la volontà del Sinedrio di condannare Gesù all'oblio, non solo fisicamente ma anche spiritualmente.
L'Agnello Condotto al Macello e la Pecora Muta
La seconda parte del verso settimo presenta l'immagine dell'Agnello condotto al macello, simboleggiando il tragitto dal pretorio (fortezza Antonia di Gerusalemme) al Calvario, dove Gesù portò la croce prima che fosse trasportata da Simone di Cirene. L'immagine della "pecora muta di fronte ai suoi tosatori" richiama il momento in cui, dopo essere stato deriso, fu spogliato del mantello, rivestito delle sue vesti e condotto alla crocifissione, e le sue vesti furono divise a sorte (Matteo 27.31; Marco 15.17).
Oppressione e Ingiusta Sentenza
Il verso ottavo del cantico, "Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo", sebbene di difficile traduzione, è chiaro nella sua comprensione. L'oppressione è quella subita, mentre l'ingiusta sentenza è la condanna a morte. Sebbene un blog ebraico sostenga che Gesù fu condannato e crocifisso dai romani, e non dal popolo ebraico, Pietro nel Tempio affermò: "Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino" (Atti 3.13-14).

La Ricerca di Falsi Testimoni e l'Accusa di Bestemmia
Per condannare a morte Gesù, i custodi della Legge cercarono affannosamente falsi testimoni, violando il comandamento "Non pronunzierai falsa testimonianza contro il tuo prossimo". Matteo 26.59-61 rivela che "I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte, ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due che affermarono: «Costui ha dichiarato: «Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni»»". Questa frase, vera solo in apparenza, poiché Gesù parlava del "tempio del suo corpo" (Giovanni 2.19-21), fu usata per accusarlo di bestemmia. Alla domanda di Caifa: "Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio" e alla risposta di Gesù "Tu lo dici", seguì l'accusa di bestemmia: "Che ve ne pare? E quelli risposero: «È reo di morte»" (Matteo 27.65-66).
La Volontà di Liberarsi di Gesù
Le parole "fu tolto di mezzo" rispecchiano la fretta e la volontà acritica di tutti di liberarsi di Gesù a prescindere. Luca 23.13-25 narra che Pilato, pur non avendo trovato in Gesù alcuna colpa che meritasse la morte, e nonostante avesse proposto di punirlo e rimetterlo in libertà, cedette alle grida della folla che insisteva per la crocifissione e la liberazione di Barabba. "Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita".
La Domanda sulla Posterità Enigmatica
Il verso ottavo si conclude con la domanda "chi si affliggerà della sua posterità?", che Monsignor Antonio Martini definisce un "passo oscuro" e altri un "crux interpretum". Questa frase, "A chi potrà importare il fatto che da lui non ci sarebbe stata una discendenza?", si riferisce tanto ai versi che seguiranno nel cantico, quanto alla particolarità del tempo di Gesù e al fatto che ben pochi lo riconobbero mentre era in vita. Tuttavia, le sofferenze patite dal Servo avrebbero realizzato quanto descritto da Pietro: "Ma voi siete - nessuno escluso - una generazione eletta, un real sacerdozio, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, affinché proclamiate le virtù di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce" (1 Pietro 2.9).
Sepoltura con gli Empi e il Ricco
Il verso nono, "Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno sulla sua bocca", ricorda ancora una volta l'innocenza perfetta dell'Agnello di Dio. L'inizio di questo verso, "Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo", prelude in un certo senso alla resurrezione e rappresenta un punto storico-morale di passaggio. La sepoltura coi criminali era quella che avrebbe dovuto avere il corpo di Gesù, gettato in una fossa comune insieme ai due ladri crocifissi con lui.
L'Intervento di Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo
Tuttavia, avvenne un fatto nuovo: "Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe, anche lui era diventato discepolo di Gesù" (Matteo 17.57). Giovanni 19.38-42 prosegue: "Giuseppe d’Arimatea era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei giudei, (e) chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodemo - quello che in precedenza era andato da lui di notte - e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di aloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con dei teli, insieme ad aromi, come usano fare i giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù". Questo è ciò che il Signore rivelò a Isaia circa 750 anni prima che avvenisse.

Il Sacrificio di Riparazione e le Sue Conseguenze
Il cantico prosegue con la descrizione del sacrificio di riparazione e le sue conseguenze. "Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con i dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità" (Isaia 53.10-11).
Il Contesto del Servo Sofferente
Dopo le domande introduttive in cui Isaia si chiede quale frutto avrebbe dato la predicazione profetica e a chi sarebbe stato rivelato "il braccio del Signore", lo sguardo del profeta si posa sulla figura del Servo, "venuto a salvare ciò che era perito". Dal verso 2, Isaia esamina la figura di questo personaggio che, secondo il metro valutativo umano, è inconcepibile se rapportata a quella di un re o un liberatore.
Crescita in Terra Arida e Affidamento al Padre
"È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere" (Isaia 53.2). Questo "davanti a lui" si riferisce all'unico obiettivo di Gesù: "fare la volontà di colui che mi ha mandato". Lo sviluppo "come un virgulto" e "una radice in terra arida" parla di un percorso irto di difficoltà e sofferenze, dove il virgulto cresce in un terreno ostile e sterile. Gesù, per tutta la sua vita terrena, dovette fare affidamento solo sul Padre per il nutrimento spirituale, come dimostrano i suoi frequenti momenti di preghiera.
La "terra arida" può essere identificata con l'umanità contaminata dal peccato, che non conosce l'acqua della vita, e con la terra stessa, non più il giardino protetto della Genesi (3.17). A differenza dell'essere umano comune che assorbe la mentalità e la cultura dell'ambiente, Gesù è cresciuto mantenendo lo sguardo fisso sul Padre.
Il Peso delle Sofferenze e dei Dolori
"Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo di dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato" (Isaia 53.3-4).
Il Ministero Pubblico e l'Immedesimazione nel Peccato
La congiunzione avversativa "Eppure" evidenzia l'opposizione a un giudizio altrui. La frase "si è caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori" ha connessione con il peccato dell'umanità portato alla croce, ma anche con l'immedesimazione nello stato rivelatore di esso, visto nell'infermità, nella malattia e nella possessione. Gesù non si limitò alla crocifissione, ma visse, faticò e condivise la vita di tutti, guarendo spiritualmente e fisicamente. "Venuta la sera, gli portavano molto indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compì ciò che era stato detto dal profeta Isaia: «Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie»" (Matteo 8.16). Nostro Signore si fece carico della pena dell'esistenza umana vivendola, dimostrando che Dio si interessava dell'uomo e aveva per lui un progetto di salvezza.
La distinzione tra "dolore" (fatto oggettivo, inevitabile) e "sofferenza" (esperienza soggettiva, interiorizzata) rivela che Isaia vede il Servo come Colui che ha svolto un'opera perfetta per alleggerire l'uomo sia nel corpo che nell'anima.
Il Fraintendimento degli Uomini e la Redenzione
Gli uomini, invece, "lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato", fraintendendo il suo operato nonostante i miracoli e le sue parole. Non compresero cosa stava realmente accadendo alla croce, anche se Isaia lo spiega bene nei versi seguenti del cantico. L'autore della lettera agli Ebrei chiarisce: "Tuttavia quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli - riguardo al corpo per la vita terrena -, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti" (Ebrei 2.9). Gesù, pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna (Ebrei 5.7-10).
Il Sacrificio per le Nostre Colpe e Iniquità
"Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti" (Isaia 53.5). Questo verso presenta due coppie di episodi: la realtà immediatamente percepibile del "trafitto per le nostre colpe e schiacciato per le nostre iniquità" e gli effetti del sacrificio descritti come "Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe siamo stati guariti". La versione Diodati scrive "ferito per i nostri misfatti e tritato per le nostre iniquità", evidenziando gli effetti devastanti del peccato.
La Liberazione dal Peccato e dalla Maledizione della Legge
L'apostolo Pietro, in 1 Pietro 2.24, spiega questo verso di Isaia: "Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti". Questo era l'unico modo per la nostra liberazione. Lo "schiacciato" o "tritato" descrive la forza devastante e opprimente del peccato, patita da Gesù al nostro posto: "Colui che non aveva conosciuto peccato - perché Santo anche per tutta la sua vita terrena - Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui potessimo diventare giustizia di Dio" (2 Corinti 5.21).
Inoltre, "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto «Maledetto chi è appeso al legno» perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse ai pagani e noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito" (Galati 3.13-14). La "maledizione della Legge" è connessa al verso sesto del Cantico: "Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada". I 613 precetti della Torah, santa perché proveniente da Dio, furono disattesi, diventando una maledizione alla luce della Grazia.
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Il Compimento della Legge e la Nuova Alleanza
I Maestri ebrei nel Talmud (Makkoth 23b) rilevano che il valore numerico della parola Torah è 611, cifra che sommata ai primi due comandamenti posti in prima persona (come "Io sono il Signore Iddio tuo...") diventa 613. Questi numeri, 248 (ossa nel corpo umano, precetti positivi) e 365 (giorni dell'anno, legamenti, precetti negativi), rappresentavano l'impegno a compiere le azioni prescritte e a non violare i precetti. Tuttavia, molti di questi precetti non sono attuabili da tutti, e alcuni necessitano dell'esistenza del Tempio di Gerusalemme, la cui ricostruzione è legata all'arrivo del Messia.
Il numero 611 (6+1+1=8) suggerisce un nuovo inizio, la Grazia, allora non ancora esistente se non nelle profezie messianiche, denotando la necessità di un compimento, di una nuova era. E 6+1+3=10, la perfezione vista nell'esigenza di Dio nei confronti della Sua creatura. L'autore della lettera agli Ebrei afferma che Gesù è mediatore di un'alleanza "molto migliore, fondata su migliori promesse. Infatti, se la prima alleanza fosse stata perfetta, non sarebbe stato necessario sostituirla con un'altra" (Ebrei 8.6-13). Tutto questo è stato fatto "facendo ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti", senza di ciò, nulla sarebbe cambiato e le pecore sarebbero rimaste sperdute, destinate alla morte.