L'Eucaristia: Origini e Celebrazione nella Storia della Chiesa

L’Eucaristia è il sacramento centrale che rende presente, nella celebrazione liturgica della Chiesa, la Persona di Gesù Cristo - Corpo, Sangue, Anima e Divinità - e il suo sacrificio redentore, nella pienezza del Mistero Pasquale della sua passione, morte e risurrezione. Non è una presenza statica o passiva, ma attiva, poiché il Signore si fa presente con il dinamismo del suo amore salvifico. In essa Egli ci invita ad accogliere la salvezza che ci offre e a ricevere il dono del suo Corpo e del suo Sangue come cibo di vita eterna, permettendoci di entrare in comunione con Lui e con tutte le membra del suo Corpo Mistico che è la Chiesa.

Il Concilio Vaticano II afferma che «il nostro Salvatore nell'ultima cena, la notte in cui fu tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue, onde perpetuare nei secoli fino al suo ritorno il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua risurrezione: sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l'anima viene ricolma di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura».

La Promessa e l'Istituzione dell'Eucaristia

Il Signore annunciò l’Eucaristia durante la sua vita pubblica, nella sinagoga di Cafarnao, a coloro che lo avevano seguito dopo essere stati testimoni del miracolo della moltiplicazione dei pani. Gesù utilizzò quel segno per rivelare la sua identità e la sua missione e per promettere l’Eucaristia: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Alla loro richiesta di ricevere sempre questo pane, Gesù rispose: «Io sono il pane della vita … Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo… Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me».

Gesù annuncia l'Eucaristia a Cafarnao, illustrazione biblica

Gesù istituì questo sacramento nell’Ultima Cena, evento che i tre vangeli sinottici e san Paolo ci hanno tramandato. Il Catechismo della Chiesa Cattolica sintetizza il racconto: «Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la vittima di Pasqua. Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: “Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiareW. [...] Essi andarono [...] e prepararono la Pasqua. Quando fu l'ora, prese posto a tavola e gli Apostoli con lui, e disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”. [...] Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio Corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio Sangue, che viene versato per voi” ».

Gesù celebrò l’Ultima Cena nel contesto della Pasqua ebraica, ma la Cena del Signore contiene una novità assoluta: il suo centro non è l’agnello dell’Antica Pasqua, ma Cristo stesso, il suo «Corpo donato (offerto in sacrificio al Padre, per gli uomini)… e il suo Sangue sparso per la remissione dei peccati di molti». Gesù, più che celebrare l’Antica Pasqua, annunciò e realizzò la Nuova Pasqua, anticipandola in modo sacramentale.

Il Mandato del Signore: "Fate questo in memoria di me"

Il precetto esplicito di Gesù: «Fate questo in memoria di me», evidenzia il carattere propriamente istituzionale dell’Ultima Cena. Con tale mandato, Cristo ci chiede di corrispondere al suo dono e di ripresentarlo sacramentalmente, cioè di realizzare di nuovo la presenza del suo Corpo che è donato e del suo Sangue che viene sparso, il suo sacrificio per la remissione dei nostri peccati.

  • «Fate questo»: Con queste parole, Gesù ha indicato coloro che possono celebrare l’Eucaristia (gli Apostoli e i loro successori nel sacerdozio), affidando loro il potere di farlo e stabilendo gli elementi fondamentali del rito: gli stessi dell’Ultima Cena. Per questo, nella celebrazione Eucaristica è necessaria la presenza del pane e del vino, la preghiera di ringraziamento e di benedizione, la consacrazione dell’offerta in Corpo e Sangue del Signore, la distribuzione e la comunione con questo Santissimo Sacramento.
  • «In memoria di me»: In questo modo, ha ordinato agli Apostoli (e, per loro tramite, ai loro successori nel sacerdozio) di celebrare un nuovo “memoriale”, in sostituzione di quello dell’Antica Pasqua. Questo rito memoriale è particolarmente efficace: aiuta a “ricordare” alla comunità credente l’amore redentore di Cristo, le sue parole e i suoi gesti dell’Ultima Cena. Inoltre, in quanto sacramento della Nuova Legge, rende presente oggettivamente la realtà che significa: Cristo, «nostra Pasqua», e il suo sacrificio di redenzione.

La Celebrazione Liturgica dell'Eucaristia nelle Origini

La Chiesa, obbedendo al mandato del Signore, sin dall’inizio celebrò l’Eucaristia a Gerusalemme, a Troade, a Corinto e in tutti i posti dove il cristianesimo si estendeva. «Soprattutto “il primo giorno della settimana”, cioè la domenica, il giorno della risurrezione di Gesù, i cristiani si riunivano “per spezzare il pane” (At 20,7). Da quei tempi la celebrazione dell'Eucaristia si è perpetuata fino ai nostri giorni, così che oggi la ritroviamo ovunque nella Chiesa, con la stessa struttura fondamentale. Essa rimane il centro della vita della Chiesa».

Iconografia cristiana primitiva: comunità riunite per spezzare il pane

L'Assemblea Eucaristica e i Ministri

Sin dall’inizio della vita della Chiesa, l’assemblea cristiana che celebra l’Eucaristia è gerarchicamente strutturata. Abitualmente è formata dal vescovo o da un presbitero (che presiede sacerdotalmente la celebrazione eucaristica e opera in persona Christi Capitis Ecclesiae), dal diacono, da altri ministri e dai fedeli, uniti tutti dal vincolo della fede e del battesimo. Tutti i membri di questa assemblea sono chiamati a partecipare attivamente alla liturgia eucaristica, con consapevolezza e devozione, ciascuno secondo il proprio ruolo.

Il ruolo del sacerdozio ministeriale nella celebrazione dell’Eucaristia è essenziale. Soltanto il sacerdote validamente ordinato può consacrare la Santissima Eucaristia, pronunciando le parole della consacrazione in Persona Christi. Nessuna comunità cristiana è abilitata a darsi da sé il ministero ordinato. «Questo è un dono che essa riceve attraverso la successione episcopale risalente agli Apostoli. È il Vescovo che, mediante il sacramento dell'Ordine, costituisce un nuovo presbitero conferendogli il potere di consacrare l'Eucaristia».

Svolgimento del Rito Memoriale

Sin dalle origini della Chiesa, lo svolgimento del rito memoriale consta di due grandi momenti che costituiscono un unico atto di culto: la “Liturgia della Parola” (che comprende la proclamazione e l’ascolto della Parola di Dio), e la “Liturgia Eucaristica” (che comprende la presentazione del pane e del vino, l’anafora o preghiera eucaristica - con le parole della consacrazione - e la comunione). Queste due parti principali sono racchiuse tra i riti di introduzione e di conclusione.

Gli elementi essenziali e necessari per costituire il segno sacramentale sono: da una parte, il pane di farina di grano e il vino di uva; e, dall’altra, le parole di consacrazione che il sacerdote celebrante pronuncia in Persona Christi, nel contesto della «Preghiera Eucaristica». In virtù delle parole del Signore e della potenza dello Spirito Santo, il pane e il vino si convertono in segno efficace della presenza del «Corpo donato» e del «Sangue effuso» di Cristo, cioè, della sua Persona e del suo sacrificio redentore.

Già nel secondo secolo, abbiamo la testimonianza di san Giustino martire riguardo alle linee fondamentali dello svolgimento della celebrazione eucaristica, rimaste invariate fino ai nostri giorni. Egli descrive che «nel giorno chiamato del sole ci si raduna tutti insieme [...] Si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei profeti [...] Poi al preposto dei fratelli vengono portati un pane e una coppa d'acqua e di vino temperato. Egli li prende ed innalza lode e gloria al Padre [...] e fa un rendimento di grazie [...] Dopo che il preposto ha fatto il rendimento di grazie e tutto il popolo ha acclamato, quelli che noi chiamiamo diaconi distribuiscono a ciascuno dei presenti il pane, il vino e l'acqua "eucaristizzati" e ne portano agli assenti».

Le Offerte e la Materia Eucaristica

Il rito primitivo di questa parte della messa consisteva nell’offerta dei doni, che servivano al vescovo (o al sacerdote) per compiere il sacrificio e permettevano ai fedeli di parteciparvi: doni consistenti nel pane e nel vino. Mentre si cantava un salmo, i fedeli si presentavano con la loro offerta. Il pane veniva raccolto su grandi piatti, detti patina (e posteriormente patena), e poi su una bianca tovaglia. Il vino veniva versato dentro uno o più calici, recati dai suddiaconi. Queste offerte in natura furono in uso per lungo tempo, ma finirono con lo scomparire verso il secolo IX, sostituite da elemosine in denaro.

Un aspetto interessante è la differenza nel pane utilizzato: la maggior parte delle Chiese d’Oriente si serve del pane lievitato, mentre nella Chiesa latina è obbligatorio il pane azzimo. Si tratta dunque solo di una questione disciplinare.

La Comunione nelle Prime Comunità

Fino al VII secolo circa, tanto in Oriente quanto in Occidente, la comunione si distribuiva alla messa con il celebrante che diceva ad alta voce: «Ai santi le cose sante» (Sancta sanctis), avvisando che dovevano accostarsi soltanto coloro che avevano la coscienza pura. La frazione del pane, operazione necessaria in vista della comunione, aveva luogo a questo punto. Il vescovo si comunicava per primo, seguito dai sacerdoti, diaconi e altri chierici. Tutti gli altri ricevevano il pane consacrato dalle mani del celebrante, che ad ognuno diceva: «Il corpo di Cristo». Subito dopo, il diacono accostava il calice dicendo: «Il sangue di Cristo, calice di vita»; e il fedele rispondeva: «Amen», e beveva un poco del prezioso sangue.

Nella Chiesa di Roma, il celebrante e i sacerdoti si comunicavano allo stesso altare, gli altri chierici nel presbiterio, i fedeli fuori del presbiterio. Tuttavia, in alcune aree, i fedeli rimanevano al loro posto e il sacerdote e il diacono si recavano presso di loro per amministrare la comunione. Altrove, come in Africa, si accostavano alla balaustra. La comunione si riceveva in piedi, uso che i Greci hanno mantenuto, fedeli all’antica disciplina.

Gli uomini ricevevano l’ostia nella palma della mano destra, sostenuta dalla sinistra, e se la recavano essi stessi alla bocca. Così pure facevano le donne, ma esse avevano la mano coperta d’un pannolino detto dominicale, che portavano con sé a questo scopo. Applicando alla lettera il precetto di Nostro Signore, che aveva detto di mangiare la sua carne e di bere il suo sangue, i fedeli dei primi secoli si comunicavano sotto le due specie.

Affresco antico: la Cena del Signore con i discepoli

Questa maniera, la più semplice, di bere il prezioso sangue, offriva inconvenienti, soprattutto il pericolo di lasciar cadere qualche goccia. Venne pure usato un altro metodo: il sacerdote intingeva il pane nel calice e lo poneva così nella bocca del comunicando. Verso l’inizio del secolo XII andò gradualmente cessando in Occidente l’uso di comunicarsi sotto le due specie, a causa della difficoltà di procurare il vino in sufficiente quantità in certi paesi e il pericolo di profanazione.

Comunione ai Malati e ai Bambini

Se era lecito portare con sé le sacre specie per la propria devozione privata, tanto più era permesso recarle agli altri, e in particolare agli ammalati. Per molto tempo, la Chiesa permise tale ministero agli accoliti (come nel caso del giovane Tarcisio) o ai diaconi, ma finì per riservarlo ai soli sacerdoti. Quando la comunione veniva portata ad un malato, la si faceva d’ordinario sotto una sola specie, per lo più sotto la specie del pane, essendo più agevole a trasportarsi.

Essendo un sacramento dell’iniziazione cristiana, la santa comunione veniva fatta subito dopo aver ricevuto il battesimo e la cresima. Anche in seguito i bambini continuavano a comunicarsi.

Frequenza della Comunione e Digiuno Eucaristico

Ancora nel II e III secolo vi sono testimonianze formali in favore della comunione frequente ed anche quotidiana. All’inizio del secolo V, tuttavia, si cominciò a delineare una nuova prassi, con l’uso di accedere sempre più di rado alla comunione, generalizzandosi prima in Oriente (verso il V secolo), poi in Occidente (nel secolo VI).

Per quanto riguarda la storia del digiuno eucaristico, la regola non fu sempre la stessa nella Chiesa, ma assai presto il digiuno prima della Santa Comunione divenne pratica universale e fu reso obbligatorio. Fino al 1953 era assoluto, dalla mezzanotte, e comprendeva anche l’acqua.

La Presenza Reale e la Transustanziazione

Nella celebrazione eucaristica si rende presente la Persona di Cristo - il Verbo incarnato, crocifisso, morto e risorto per la salvezza del mondo - con una presenza misteriosa, soprannaturale e unica. Il fondamento di questa dottrina si trova nell’istituzione stessa dell’Eucaristia, quando Gesù identificò i doni che stava offrendo con il suo Corpo e il suo Sangue («Questo è il mio Corpo…, questo è il mio Sangue…»), cioè, con la sua corporeità inseparabilmente unita al Verbo e, quindi, alla sua intera Persona.

La peculiarità della presenza eucaristica di Gesù è nel fatto che il Santissimo Sacramento è veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo e il Sangue unito all’Anima e alla Divinità di nostro Signore Gesù Cristo, Dio vero e perfetto Uomo. «Tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia, perché è sostanziale, e in forza di essa Cristo, Dio e uomo, tutto intero si fa presente».

La parola sostanziale indica l’entità della presenza personale di Cristo nell’Eucaristia: essa non è soltanto una “figura” o un semplice “segno”, ma è presenza reale, dell’essere in sé (della sostanza) del Corpo e del Sangue di Cristo, cioè, della sua Umanità intera, benché nascosta dalle “specie” o apparenze del pane e del vino. Per questa ragione, la presenza del vero Corpo e del vero Sangue di Cristo in questo sacramento «non si può apprendere coi sensi, ma con la sola fede, la quale si appoggia all'autorità di Dio».

Icona del Santissimo Sacramento in un ostensorio

La presenza, reale e sostanziale, di Cristo nell’Eucaristia presuppone una trasformazione straordinaria, soprannaturale, unica. Questa trasformazione si fonda sulle parole stesse del Signore: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo … Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza…». In effetti, queste parole diventano realtà soltanto se il pane e il vino cessano di essere pane e vino e si trasformano nel Corpo e nel Sangue di Cristo.

Il Concilio di Trento ha riassunto la fede cattolica dichiarando: «Poiché il Cristo, nostro Redentore, ha detto che ciò che offriva sotto la specie del pane era veramente il suo Corpo, nella Chiesa di Dio vi fu sempre la convinzione, e questo santo Concilio lo dichiara ora di nuovo, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa Chiesa cattolica transustanziazione». Tuttavia, le apparenze del pane e del vino, cioè, le “specie eucaristiche” permangono inalterate. Grazie alla permanenza delle specie sacramentali del pane, possiamo affermare che il Corpo di Cristo - la sua Persona intera - è realmente presente sull’altare, nella pisside, nel Tabernacolo.

Conservazione e Adorazione Eucaristica

Nel Nuovo Testamento e nella tradizione dei primi cristiani, l'eucarestia è il cibo da mangiare e il sangue da bere: «prendete e mangiate….prendete e bevete…». Questo è e rimane lo scopo primo e fondamentale dell'Eucaristia. Non si può ritenere, tuttavia, che il valore sia limitato al momento della celebrazione. Il celebre passo di San Giustino, nella sua prima apologia (secondo secolo d.C), ci dice come veniva celebrata la Messa dai primi cristiani, e da esso emerge chiaramente la fede nella reale presenza del Signore Gesù nel pane e nel vino eucaristizzati e che tale presenza non è limitata al momento della celebrazione, poiché viene portata agli assenti, senza limiti di tempo.

L'archeologia e la pittura ci testimoniano le prime custodie eucaristiche: scatolette di avorio o di metallo da portare al collo per trasportarla ai malati o in viaggio. Questa presenza dell'Eucaristia nei luoghi più disparati era comune: essa partiva dall'altare, andava nelle case dei fedeli, li seguiva nella loro vita quotidiana, nei loro viaggi, e soprattutto nell'ultimo viaggio, il viatico.

Il passo dalla custodia alla venerazione, anche pubblica, fu breve e comprensibile. Il Concilio di Trento (1545-1563) respinse la dottrina protestante sulla Messa, ribadendo il valore sacrificale e la reale presenza di Cristo negli elementi consacrati. Nell'Ottocento si assiste a un ulteriore sviluppo dell'adorazione con la fondazione di congregazioni eucaristiche, congressi e unioni per l'adorazione. Queste pratiche si muovevano nella prospettiva della riparazione delle offese al Signore presente e della consolazione al Signore nascosto nel tabernacolo.

Lo scopo primario e originario della conservazione nella chiesa delle sante specie al di fuori della messa è l'amministrazione del viatico. Scopi secondari sono la distribuzione della comunione al di fuori della messa e l'adorazione di Nostro Signore Gesù Cristo presente sotto quelle specie. La conservazione delle sacre specie per gli infermi ha fatto sorgere la lodevole abitudine di adorare questo cibo eucaristico riposto nel tempio. Questo culto di adorazione poggia su valida e solida base, soprattutto perché la fede nella presenza reale del Signore conduce naturalmente alla manifestazione esterna e pubblica di quella fede medesima.

1 Lezione del Corso di Teologia e Storia della Celebrazione Eucaristica di P. Ferdinando Campana

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