Don Primo Mazzolari: Vita, Opere e Pensiero di un Profeta del Novecento

Don Primo Mazzolari, noto come il parroco di Bozzolo, fu un sacerdote carismatico e profetico la cui testimonianza è viva più che mai. Le sue idee, esposte in numerose opere, hanno anticipato, a volte di decenni, alcune delle grandi svolte dottrinarie e pastorali del Concilio Vaticano II, in particolare riguardo alla "Chiesa dei poveri", alla libertà religiosa, al pluralismo, al dialogo con i lontani e alla distinzione tra errore ed erranti. Per i suoi numerosi scritti provocatori, gli venne temporaneamente proibito di predicare fuori dalla sua diocesi, guadagnandosi la fama di prete scomodo e di frontiera.

Ritratto fotografico di Don Primo Mazzolari

Gli Anni della Formazione e l'Ordinazione Sacerdotale

Ernesto Primo Mazzolari nacque al Boschetto, una frazione di Cremona, il 13 gennaio 1890, figlio di Luigi e di Grazia Bolli. Il padre era un piccolo affittuario che manteneva la famiglia con il lavoro dei campi. Primo, il cui nome Ernesto rimase solo nei documenti dell’anagrafe, fu il primogenito, seguito da Colombina, Giuseppe (Peppino), Pierina e Giuseppina. Nel 1900, spinta dalla necessità di trovare migliori condizioni di lavoro e di vita, la famiglia Mazzolari si trasferì a Verolanuova, in provincia e diocesi di Brescia.

Due anni dopo, terminate le scuole elementari, Primo decise di entrare in seminario. Fu scelto, per la vicinanza dei parenti, il seminario di Cremona, città dove era allora vescovo monsignor Geremia Bonomelli, uomo celebre per le sue idee cattolico-liberali e di conciliazione con il giovane Stato italiano. Don Primo Mazzolari rimase nell'istituto cremonese fino al 1912, anno nel quale fu ordinato prete. Per l'occasione, tornò in famiglia a Verolanuova e ricevette l'ordine sacro dal vescovo di Brescia, monsignor Gaggia, nella chiesa parrocchiale.

Il decennio trascorso in seminario fu molto duro per il giovane seminarista, non privo di difficoltà anche per via del suo carattere assai sensibile ed emotivo. Erano i tempi della dura repressione antimodernista avviata da Pio X, che comportò nei seminari l'irrigidimento della disciplina, la cacciata dei professori ritenuti troppo innovativi e la chiusura ad ogni forma di dialogo con la cultura del momento. Anche Mazzolari dovette fare i conti con una seria crisi vocazionale, che riuscì a superare grazie all'illuminato aiuto del padre barnabita Pietro Gazzola.

La Prima Guerra Mondiale e l'Esperienza al Fronte

Divenuto prete, don Primo fu inviato come vicario cooperatore a Spinadesco (Cremona). Qui rimase circa un anno, venendo poi trasferito nella parrocchia natale, S. Maria del Boschetto. Poco dopo, nell'autunno del 1913, fu nominato professore di lettere nel ginnasio del seminario. Intanto era scoppiata la Prima Guerra Mondiale e, nella primavera del 1915, si pose con forza il problema dell'atteggiamento italiano. Don Mazzolari si schierò in quel frangente tra gli interventisti democratici, così come altri giovani cattolici.

La guerra comportò un atroce dolore per il giovane prete: nel novembre 1915, infatti, morì sul Sabotino l'amatissimo fratello Peppino. Don Primo, inizialmente riformato dal servizio militare, fu riveduto e chiamato alle armi, inserito nella Sanità militare e impiegato negli ospedali di Genova e poi di Cremona. Il desiderio di compiere il proprio dovere stando accanto ai soldati mandati a combattere lo spinse a chiedere il trasferimento al fronte. Così nel 1918 fu destinato come cappellano militare a seguire le truppe italiane inviate sul fronte francese, rimanendo nove mesi in Francia.

Rientrato nel 1919 in Italia, ebbe altri incarichi con il Regio Esercito, compreso quello di recuperare le salme dei caduti nella zona di San Donà di Piave e poi nell’alta valle dell’Isonzo. L'esperienza bellica vissuta in prima persona contribuì a far nascere in lui i primi ripensamenti sulla legittimità della guerra, portandolo progressivamente a sviluppare l'idea che occorresse opporsi a essa. Nel 1920 trascorse sei mesi in Alta Slesia insieme alle truppe italiane inviate per mantenere l'ordine in una regione contesa tra la Germania e la neonata Polonia. Tutte le testimonianze concordano nel raccontare dell'impegno e della passione umana con cui don Primo seguì in questi vari frangenti i suoi soldati, toccando con mano i guasti provocati dall'eccessivo nazionalismo.

I Primi Incarichi Pastorali e l'Opposizione al Fascismo

Smobilitato nell'agosto 1920, don Mazzolari chiese al suo vescovo (monsignor Giovanni Cazzani) di non tornare all'insegnamento in seminario, ma di essere destinato al lavoro pastorale tra la gente. Dall'ottobre 1920 al dicembre 1921 fu delegato vescovile nella parrocchia della Ss. Trinità di Bozzolo. Qui i suoi metodi pastorali e la sua ampiezza di vedute, inclusa l'amicizia rispettosa e dialogante con il sindaco socialista Umberto Donini, furono motivo di forte incomprensione e critica da parte dell'arciprete della parrocchia principale. A complicare le cose si aggiunse la ferma presa di posizione di don Primo in difesa delle operaie tessili della locale fabbrica di calze.

Allora il vescovo lo nominò parroco a Cicognara di Viadana, dove rimase per un decennio, fino al luglio 1932. A Cicognara don Primo si fece le ossa come parroco, sperimentando iniziative, riflettendo e cercando forme nuove per accostare tutti coloro che si erano ormai allontanati dalla Chiesa, in un paese con una forte connotazione socialista. Cercò di valorizzare le tradizioni popolari contadine, come la festa del grano e dell'uva, ma non trascurò di commemorare i caduti in guerra e le ricorrenze patriottiche. Durante l'inverno faceva la scuola serale per i contadini e organizzava una colonia fluviale per i bambini del paese in piena estate. In quegli anni ebbe anche modo di conoscere e frequentare la scrittrice Grazia Deledda, futuro Premio Nobel.

L'avvento del fascismo lo vide fin dall'inizio diffidente e preoccupato, senza celare la propria intima opposizione. Già nel 1922 scrisse, a proposito delle simpatie di certi cattolici verso il nascente regime, che «il paganesimo ritorna e ci fa la carezza e pochi ne sentono vergogna». Nel novembre 1925 rifiutò di cantare solennemente il Te Deum dopo che era stato sventato un complotto per attentare alla vita di Mussolini. Si differenziò dall'atteggiamento entusiastico di tanti vescovi e preti anche nel 1929, non andando neppure a votare al plebiscito indetto da Mussolini dopo la firma dei Patti Lateranensi. Rifiutava l'esaltazione acritica della guerra e del militarismo e respingeva ogni spirito settario e partigiano. Per la sua coerenza civile e religiosa, don Mazzolari fu presto considerato un nemico agli occhi dei fascisti e un vero ostacolo alla "fascistizzazione" di Cicognara.

Foto d'epoca di un villaggio rurale italiano negli anni '20

Il Parroco di Bozzolo e la Nascita delle Opere

Nel 1932 don Primo fu trasferito nuovamente a Bozzolo, dove gli fu chiesto di gestire la fusione delle due parrocchie del paese. In quest'occasione, egli scrisse un piccolo opuscolo, Il mio parroco, per salutare i suoi parrocchiani. A Bozzolo don Mazzolari iniziò a scrivere in modo regolare, così che gli anni Trenta furono molto ricchi di opere. Nei suoi libri, tendeva a superare l'idea della Chiesa come ‘società perfetta’ e si confrontava onestamente con le debolezze, le inadempienze e i limiti insiti nella stessa Chiesa. A suo parere ciò era necessario per poter presentare il messaggio evangelico anche ai ‘lontani’, a coloro che si sentivano distanti dalla Chiesa o la avversavano per diverse ragioni. Negli scritti di don Mazzolari era inoltre presente l'idea che la società italiana fosse da rifondare completamente sul piano morale e culturale, dando maggiore spazio alla giustizia, alla solidarietà con i poveri e alla fratellanza.

Idee simili lo costrinsero inevitabilmente a fare i conti con la censura ecclesiastica e con quella fascista. Nel 1934 don Mazzolari pubblicò La più bella avventura, basata sulla parabola del figliuol prodigo. Questo testo fu condannato l'anno dopo dal Sant'Uffizio vaticano, che lo giudicò «erroneo» e ne impose il ritiro dal commercio. L'autore, pur contestando il comportamento del prodigo, se la prendeva con la pigrizia del figlio maggiore (nel quale andava riconosciuta la Chiesa), che nulla aveva fatto per cercare di salvare il fratello. Ubbidiente, don Primo si sottomise. Nonostante la censura, nel 1937 e 1938 apparvero altri suoi testi, come Lettera sulla parrocchia, Invito alla discussione, Il samaritano, I lontani, Tra l’argine e il bosco. Quest'ultimo era una raccolta di articoli e scritti vari, da cui emergeva la concezione della parrocchia che don Mazzolari aveva, ma anche la sua capacità di guardare la natura e la realtà della vita di campagna. Le opere successive finirono però ancora sotto la scure della censura. Le autorità fasciste censurarono infatti nel 1941 Tempo di credere, ritenuto un libro non conforme allo ‘spirito del tempo’.

La Resistenza e il Dopoguerra

Alla caduta del fascismo (25 luglio 1943) e all'annuncio dell'armistizio (8 settembre), si aprì la fase più drammatica della storia italiana contemporanea. Don Primo si impegnò a creare contatti con vari ambienti e personalità cattoliche in vista del domani, particolarmente con il Movimento Guelfo d’Azione. Ebbe altresì modo di sostenere le iniziative di chi operava in zona per il salvataggio di alcune famiglie ebree. Strinse sempre più rapporti con la Resistenza, così che il suo nome circolò nelle liste di coloro che erano giudicati nemici del regime di Salò. Nel febbraio 1944 don Mazzolari fu chiamato una prima volta in questura a Cremona per accertamenti; seguì in luglio un vero e proprio arresto da parte del Comando tedesco di Mantova. Liberato e richiesto di restare a disposizione, preferì passare alla clandestinità, nascondendosi a Gambara, in provincia di Brescia, e dovette vivere per alcuni mesi completamente segregato nella sua stessa casa. L'ANPI di Cremona, dopo la Liberazione, gli riconobbe la qualifica di partigiano a pieno titolo.

L'impegno per l'evangelizzazione, la pacificazione, la costruzione di una nuova società più giusta e libera costituirono i cardini dell'impegno di don Mazzolari dal 1945 in poi. Convinto che solo il cristianesimo potesse costituire un rimedio ai mali del mondo, si fece portatore dell'idea di una vera e propria ‘rivoluzione cristiana’. Con Il compagno Cristo. Vangelo del reduce (1945) cercò di rivolgersi anzitutto a coloro che tornavano dal fronte o dalla prigionia. Continuò a interessarsi dei ‘lontani’, particolarmente dei comunisti, con lo slogan: «Combatto il comunismo, amo i comunisti».

Eventi storici sulla figura di Don Primo Mazzolari

Il Periodico "Adesso" e le Ultime Battaglie

Dopo le decisive elezioni del 1948, nelle quali appoggiò la DC, don Primo iniziò subito ad ammonire i parlamentari di quel partito, invitandoli alla coerenza e all'impegno. Tante speranze di cambiamento andarono presto deluse. Don Mazzolari si rese conto di dover creare un movimento di opinione più vasto e si dedicò allora anima e corpo al progetto di un giornale di battaglia. Nel 1949 fondò e diresse il periodico "Adesso", un quindicinale progettato per dare spazio alle "avanguardie cristiane". Nelle sue pagine il giornale volle toccare tutti i temi cari al suo fondatore: l’appello a un rinnovamento della Chiesa, la difesa dei poveri e la denuncia delle ingiustizie sociali, il dialogo con i ‘lontani’, il problema del comunismo, la promozione della pace in un’epoca di guerra fredda. Al giornale collaborarono molti laici e preti più o meno noti.

Il carattere innovativo e coraggioso di «Adesso» provocò ancora l'intervento delle autorità ecclesiastiche, così che nel febbraio del 1951 il giornale dovette cessare le pubblicazioni. In luglio arrivarono altre misure personali contro don Mazzolari (proibizione di predicare fuori diocesi senza il consenso dei vescovi interessati; divieto di pubblicare articoli senza preventiva revisione ecclesiastica). Si poté ripartire nel novembre dello stesso 1951, ma con la direzione di un laico, Giulio Vaggi. Nonostante la proibizione, don Primo collaborò ancora, utilizzando spesso pseudonimi come quello di Stefano Bolli. Proprio alcuni interventi di ‘don Bolli’ sul tema della pace provocarono nuove indagini disciplinari. Nel 1950, infatti, si sviluppò un ampio dibattito sulla proposta del movimento dei Partigiani della Pace (a prevalenza comunista) di mettere al bando la bomba atomica e don Mazzolari si dichiarò disponibile al dialogo, pur avendo accettato l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico.

Nel 1955 apparve anonimo Tu non uccidere, che affrontava la questione della guerra. Qui Mazzolari riprendeva un suo scritto inedito del 1941, la Risposta a un aviatore, in cui si era già posto il problema della liceità della guerra. Attaccava a fondo la dottrina della guerra giusta e l'ideologia della vittoria, in nome di un'opzione preferenziale per la nonviolenza. Nella Chiesa italiana il nome di Mazzolari continuava a dividere: alle prese di posizione ufficiali, che in pratica lo proscrivevano e lo volevano rinchiudere nella sua Bozzolo, si contrapponevano i tanti amici, ammiratori e discepoli che si riconoscevano nelle sue battaglie. Gli echi della riflessione di Mazzolari sull'obiezione di coscienza si ritroveranno così nel mondo fiorentino di Ernesto Balducci, sino ai livelli politici di Giorgio La Pira e di Nicola Pistelli, e fino al punto più noto della "germinazione fiorentina", rappresentato nel 1965 dal don Lorenzo Milani di L'obbedienza non è più una virtù.

Copertina del libro

Il Riconoscimento e l'Eredità Spirituale

È solo verso la fine degli anni Cinquanta, negli ultimi mesi di vita, che don Primo Mazzolari cominciò a ricevere le prime attestazioni di stima da parte delle alte gerarchie ecclesiastiche. Nel novembre del 1957 l'arcivescovo di Milano monsignor Montini (il futuro papa Paolo VI) lo chiamò a predicare alla Missione di Milano, una celebre iniziativa straordinaria di predicazioni e interventi pastorali. Con l'elezione di Giovanni XXIII entrò nella Chiesa una ventata nuova e le idee di don Primo ebbero piena cittadinanza. Il 5 febbraio 1959 venne ricevuto in udienza privata da Papa Roncalli: l'accoglienza che egli ebbe dal Pontefice, che lo definì "Tromba dello Spirito Santo della Bassa Padana", lo ripagava di ogni amarezza sofferta.

Don Primo Mazzolari morì il 12 aprile 1959 nella casa di cura San Camillo di Cremona. Anni più tardi, Paolo VI dirà di lui: «Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti». Nell'udienza generale del 1° aprile 2009, Papa Benedetto XVI ha affermato: «Il cinquantesimo anniversario della morte di don Mazzolari sia occasione opportuna per riscoprirne l'eredità spirituale e promuovere la riflessione sull'attualità del pensiero di un così significativo protagonista del cattolicesimo italiano del Novecento».

Il 2 aprile 2015 la Congregazione per le Cause dei Santi ha concesso il nulla osta per avviare la causa di beatificazione. Papa Francesco il 20 giugno 2017 ha visitato la sua tomba a Bozzolo. Il 18 settembre 2017, nella cattedrale di Cremona, ha avuto luogo l'insediamento del Tribunale diocesano, che sancisce l'apertura della fase diocesana della causa di beatificazione. Ancora oggi, la sua testimonianza è viva: il 7 aprile 2024, a Bozzolo, è stata celebrata la Messa in sua memoria, presieduta dal vescovo di Trieste, monsignor Enrico Trevisi, alla presenza del vescovo di Cremona, monsignor Napolioni, a 65 anni dalla sua morte.

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