Il rapporto tra vescovi e confraternite, pur essendo un tema di grande rilevanza storica e sociale, non è stato sempre affrontato nel suo sviluppo diacronico. Questo è singolare se si considera che gli ordinari diocesani, dal Medioevo fino al pieno XVI secolo e oltre, compaiono con enorme frequenza nelle carte dei sodalizi. Essi furono promotori, fondatori, controllori, giudici, o semplicemente interlocutori attivi di queste istituzioni.
In modo analogo, gli atti delle cancellerie vescovili abbondano di provvedimenti indirizzati alle associazioni confraternali, sia laiche che non. Oltre alle numerose elargizioni di indulgenze, agli interventi di pacificazione nei frequenti litigi insorgenti all’interno delle confraternite o con il clero locale, e alle più marginali litterae quaestuae, si devono registrare da parte dei presuli forme di protagonismo diretto che andarono dalla fondazione degli enti stessi all’elaborazione di interi corpi statutari.

L'Arcivescovato di Vincenzo Maria Orsini e l'Istituzione dei Monti Frumentari
Il 18 aprile 1685 morì il Cardinale Girolamo Gastaldi, Arcivescovo di Benevento. La munificenza del Pontefice assicurò alla sede metropolitana di Benevento un ottimo pastore e, con breve del 18 marzo 1686, nominò il Cardinale Vincenzo Maria Orsini. Fu proprio lui, futuro Papa Benedetto XIII, a promuovere iniziative ecclesiastiche e sociali di grande rilievo nella diocesi, caratterizzate da un profondo intuito sociale e dal sentimento cristiano della carità.
La Piaga dell'Usura e la Lotta del Cardinale Orsini
In una società feudale dove il senso della giustizia sociale era poco sviluppato e i poveri potevano sperare sollievo solo nella carità, le istituzioni benefiche sorte furono dovute all'iniziativa ecclesiastica. Il Cardinale Orsini, arcivescovo di Benevento dal 1686 al 1724, quando venne eletto Sommo Pontefice, fu particolarmente preoccupato dagli effetti perniciosi che l'attività degli usurai produceva nella compagine sociale. Questi "uomini scellerati" operavano sfacciatamente e "alla libera", specialmente nella sonnolenta Benevento papale, esercitando l'usura in mille forme: dal piccolo prestito pecuniario ad altissimo interesse e alla maggiorazione eccessiva dei prezzi delle derrate vendute a credenza, a quelle più coperte, delle quali erano vittime gli sprovveduti contadini nelle campagne infeudate, riguardanti contratti di società, patti di colonia agraria e accaparramento di prodotti agricoli pagati in anticipo a prezzi notevolmente inferiori.
Nonostante le accese discussioni tra teologi e moralisti, che duravano da secoli, sulla liceità dell'interesse in qualsiasi forma di mutuo, la dottrina più comune e seguita nella Chiesa era che prestare danaro o generi, specie ai poveri, ad interesse, qualunque esso fosse, era usura. Nel Concilio Lateranense V (1515) fu riconosciuta ai Monti di Pietà la liceità di un tenue interesse, ma solo perché tale interesse era destinato a coprire le spese di esercizio e non veniva esatto come prezzo del mutuo. Tuttavia, si andava sempre più affermando, anche tra i moralisti, il principio che il danaro non era da considerarsi res sterilis et non frugifera e che quindi era lecito prestarlo ad interesse. Questo principio, con l'evolversi della vita sociale sempre più dominata dalle attività industriali e commerciali, è stato accolto sia dagli Stati, che hanno fissato l'interesse legale, sia dalla Chiesa, che nella sua legislazione disciplinare sa adeguarsi alle mutate condizioni sociali.
Orsini dichiarò una guerra senza quartiere a tutti gli usurai, coperti e scoperti. Le sue facoltà di trovare parole sempre più roventi per metterli alla gogna, dettate dall'ansia pastorale di richiamarli sulla retta via, non si esaurivano. Li chiamò serpi, anime scellerate, piaghe d'Egitto, voragini che inghiottono le sostanze e il sangue della povera gente, peste e abominio della società, vergogna della Diocesi. Fulminò contro di loro la scomunica latae sententiae e li privò della sepoltura ecclesiastica, ma era consapevole che non avrebbe potuto debellarli solo con tali mezzi. Bisognava combatterli sul loro terreno, ovvero la grande miseria sociale, l'humus fecondo dove l'usura nasce e si sviluppa prodigiosamente. Era evidente che le masse del proletariato e della bassa borghesia urbana, nonché dei braccianti e dei piccoli proprietari rurali, tutti in perenne stato di miseria, quando avevano bisogno di ricorrere a un prestito, cadevano inevitabilmente nella vasta rete degli usurai se non c'era altro modo di ricevere quel prestito.

La Risposta della Chiesa: L'Istituzione dei Monti Frumentari
Questa fu la genesi psicologica e storica di quelle mirabili istituzioni sociali orsiniane che diedero un colpo durissimo a "quell'Idra dalle cento teste" che era l'usura: i Monti Frumentari e le loro innumerevoli diramazioni, tra le quali va annoverato in primo luogo il Monte dei Pegni ancora oggi esistente a Benevento. Queste Opere Pie miravano ad alleviare la miseria dei poveri e, come si legge in una lapide commemorativa del tempo, «a rivestire i loro animi del verde della speranza».
I Monti Frumentari, come è detto nel Decreto sinodale di fondazione, furono creati «ad effrenatam perditissimorum hominum avaritiam cohibendam, gravesque pauperum, qui mutuo egent, necessitates levandas».
I Monti Frumentari: Funzionamento e Impatto Sociale
I Monti Frumentari erano Opere Pie che prestavano a un anno grano ai bisognosi, su pegno, ad un interesse di 3 misure ogni tomolo, che è di 24 misure. Non era una carità vera e propria, anzi non lo era affatto, perché il grano si doveva restituire con gli interessi, ma, considerati i tempi in cui non esistevano altre forme di credito all'infuori dello strozzinaggio degli usurai, era sempre un grande beneficio per la povera gente.
Riguardo all'interesse, che potrebbe sembrare alquanto alto, bisogna dire che solo apparentemente lo era. I poveri ricevevano il grano in periodi dell'anno quando i prezzi erano alti e lo restituivano alla raccolta, quando si vendeva spesso a vil prezzo. Inoltre, con il ricavato degli interessi si alimentavano altre forme di carità e di assistenza a beneficio degli stessi poveri.
Perché Grano e non Danaro?
Per rispondere a questa domanda è necessario riportarsi ai tempi e agli scopi che il Cardinale Orsini si proponeva con l'istituzione dei Monti Frumentari. Questi non dovevano essere Banchi a scopi lucrativi e commerciali, che facessero credito a tutti, ma essenzialmente Opere Pie per venire incontro alle necessità dei poveri. Di questa necessità, Orsini si preoccupava specialmente di due aspetti: l'alimentazione e i bisogni della semina. I poveri che erano costretti a ricorrere agli usurai perché in casa non c'era di che sfamare la famiglia o perché necessitava il grano per la semina erano i clienti-tipo dei Monti Frumentari.
Delle altre cose i poveri potevano fare a meno, e ne facevano a meno, ma il pane quotidiano e il grano per la semina erano troppo necessari per poterne fare a meno. Se questi poveri avessero avuto del danaro dai Monti, lo avrebbero speso per comprare grano; tanto valeva semplificare le cose e dare loro direttamente il grano. Inoltre, i Monti Frumentari dovevano, nei piani dell'Arcivescovo, esercitare un'azione equilibratrice dei prezzi sul mercato granario, sventando le manovre degli speculatori e degli usurai, azione che la catena dei 171 Monti diocesani svolse assai egregiamente, specie nei periodi di carestia e di annate scarse.
Dare grano poteva essere un'operazione alquanto macchinosa e poco pratica, perché occorreva immagazzinare migliaia di tomoli di grano, provvedere a conservarlo (una volta a Benevento si dovettero gettare nel Calore più di 200 tomoli perché guastatisi nei magazzini), misurarlo alla consegna e alla restituzione. Ma certamente era più bello, più poetico, più umano e cristiano che dare ducati. La carità fatta in questo modo diventava quasi una risposta alla povera gente che implorava da Dio il pane quotidiano. Il povero che fosse ritornato a casa con qualche ducato in tasca sarebbe parso più sprovvisto di prima, mentre tornando con i sacchi di grano sarebbe stato come portare l'abbondanza e la grazia di Dio nello squallido tugurio dove lo attendevano i suoi bimbi affamati.
Sviluppo e Gestione dei Monti Frumentari Diocesani
I Monti Frumentari trovarono nel Beneventano una cornice in cui si adattavano a meraviglia, favorendone il mirabile sviluppo. L'economia dell'epoca ruotava interamente attorno al grano, che era la principale cultura agraria della zona. Le campagne intorno a Benevento, nelle calde giornate di giugno, erano come un mare ondeggiante di messi dorate che si spingeva sin quasi alle porte della città. Dopo la mietitura, sulle aie di terra battuta o di lastre di pietra intagliata, a perdita d'occhio, torreggiavano nella vasta campagna monumentali covoni di grano, eretti con una perizia di cui oggi i contadini hanno perduto il gusto e disimparato la tecnica. La mentalità popolare vedeva, non a torto, nel grano la fonte principale della ricchezza. Anche nelle case dei signori non mancava mai un rustico ma capace granaio che diffondeva intorno odore di campi e assurgeva a simbolo di benessere e agiatezza. Era un agro e una mentalità fortemente frumentari; l'Arcivescovo non poteva non tenerne conto.
La provvida istituzione ebbe un fortissimo sviluppo in tutta la diocesi durante l'episcopato orsiniano. Al 24 agosto 1723 i Monti Frumentari erano 171, con un movimento annuale di circa 30.000 tomoli di grano, pari a 13-14 mila quintali. Il merito principale dell'Orsini fu, più che nell'idea (che era antica e praticata dovunque), nell'averne appunto favorito questo grande sviluppo capillare.

Il Monte Frumentario di Benevento (1694)
Il Monte Frumentario tipico orsiniano fu quello eretto a Benevento nell'anno 1694. Tutti gli altri, in proporzioni minori, erano modellati su quello del capoluogo. Il Monte Frumentario urbano venne ad innestarsi in un'altra opera caritativa fondata dall'Arcivescovo Giuseppe Bologna nel 1675, il Monte di Pietà, con 400 ducati di dote, pagati da un uxoricida come pena pecuniaria. Il Monte del Bologna non ebbe però successo e Orsini, vedendo che né la pia volontà del fondatore aveva il suo intento, né i poveri avevano l'opportuno sussidio, lo trasformò in Monte Frumentario con strumento del notaio Giuseppe Di Pompeo del 14 febbraio 1694.
Il fondo Bologna, con gli interessi, assommava a 632 ducati. Di essi, 500 furono investiti e cominciarono a fruttare venticinque ducati annui, e con i restanti si comprarono 146 tomoli di grano che pertanto costituirono il fondo originario del Monte Frumentario di Benevento. Orsini destinò a locali del Monte alcuni vasti ambienti siti a pianterreno dell'Episcopio.
Il 24 agosto 1695, nell'appendice del Sinodo, Orsini promulgò le «Regole per il buon Reggimento del Monte». Il Monte veniva amministrato da due Governatori e da due Depositari che duravano in carica un anno ed erano nominati dall'Arcivescovo. I Governatori dovevano raccogliere il grano dato in elemosina e comprarne altro durante la raccolta, per soddisfare tutte le richieste di prestito, vendere le eventuali rimanenze a fine anno e investire il ricavato in modo da costituire una rendita a beneficio del Monte. Dovevano inoltre firmare i mandati di consegna da esibirsi dagli interessati ai Depositari per ricevere il grano. Dei due Depositari, uno era addetto alla ricezione, alla valutazione e alla conservazione dei pegni, che dovevano essere di valore doppio di quello del grano richiesto e non deteriorabili; l'altro doveva aver cura dei magazzini dove veniva ammassato il grano, lo consegnava ai richiedenti e lo riceveva alla restituzione.
Il prestito del grano si faceva quattro volte l'anno:
- nel mese di ottobre per aiuto della semina;
- nel mese di dicembre per sovvenire i bisognosi nelle feste del Santo Natale;
- nel mese di marzo per le feste pasquali;
- nel mese di maggio a gloria di San Filippo Neri e per venire incontro a coloro che avevano finita la scorta del vecchio raccolto.
Nei primi tempi il grano si prestava solo ai bisognosi i quali, se non erano conosciuti da almeno uno dei Ministri del Monte, dovevano esibire un attestato di povertà rilasciato dal proprio Parroco. Doveva essere restituito entro il 15 agosto con la maggiorazione-interesse. Il Depositario all'atto di ricevere il grano riconsegnava il pegno. In caso di mancato pagamento, si procedeva alla vendita a pubblico incanto del pegno, ma sul ricavato il Monte tratteneva soltanto la parte equivalente al valore del grano non restituito, mentre il restante veniva recapitato all'interessato.
Al principio, quando il fondo era ancora esiguo, si prestavano non più di quattro tomoli per famiglia; dopo si fu più larghi e si usarono criteri di maggiore larghezza anche per lo stato di povertà e per i periodi di distribuzione. Il Monte di Benevento aveva un'amministrazione autonoma, mentre i Monti Diocesani erano per lo più gestiti da Confraternite, Monti dei morti, e altri enti ecclesiastici. Tutti dovevano essere canonicamente eretti con decreto arcivescovile, sottostare a precisi regolamenti e presentare alla Curia i resoconti della gestione annuale.
Come era facile prevedere, i fondi in grano, con l'esazione della maggiorazione-interesse, con le elemosine di persone caritatevoli, nonché con le compere che i governatori effettuavano (specie nelle buone raccolte quando i prezzi di mercato erano bassi), aumentarono subito in modo da soddisfare tutte le richieste di prestito. Il Monte urbano già nel 1696 aveva raggiunto i mille tomoli e si stabilizzò poi su questa cifra. Il grano in eccesso si vendeva e con il ricavato si pagavano i ministri, si coprivano le spese per i magazzini, il trasporto, la ripulitura e la conservazione della merce; ma restava sempre un margine di molti ducati che era da considerarsi come l'utile di gestione. La gestione di questo surplus a volte generava delicate questioni morali tra i Governatori.
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La Confraternita del Santissimo Rosario: Un Esempio nella Diocesi
La Confraternita del Santissimo Rosario, già esistente prima dell'anno 1677, condivideva con la Confraternita di Santa Maria di Costantinopoli e di Sant'Antonio Abate una cappella e una casa adibita a Monte Frumentario. Il palazzo del Monte Frumentario, risalente al XVIII secolo, ospitava due stanze comunicanti al piano terra, che inizialmente erano semplici rustici non ancora completati: mancavano porte, finestre e pavimenti, e i muri non erano intonacati. Questi ambienti erano chiusi alla meno peggio e utilizzati per immagazzinare le derrate.
Origini e Fusione sotto l'Egida di Orsini
Durante la prima visita del Cardinale Orsini alla Chiesa Arcipretale di Santa Maria di Costantinopoli, titolo originario della parrocchia, il 16 ottobre 1677, venne decretata la fusione delle confraternite di Sant'Antonio Abate e del Santissimo Rosario in una sola, quella del Santissimo Rosario, con la promessa di erezione canonica.
Il 30 ottobre 1707, dopo l'erezione canonica, si stabilì che la Confraternita avesse bisogno di un magazzino e, di conseguenza, di un oratorio. Si decise quindi di sistemare il primo piano, dove già esisteva il rustico, e di costruire ex novo il secondo piano. Il Cardinale Orsini seguì personalmente i lavori, sollecitandoli ad ogni visita. Il 12 ottobre 1728 fece il punto della situazione, constatando che erano stati completati il soffitto, l'intonaco ai muri della scala, la porta di ingresso dell'oratorio (in cima alla scala), la porta della sacrestia e le finestre in legno. Sollecitò quindi il completamento dell'opera, affinché non rimanesse incompleta. Finalmente, la Confraternita del Santissimo Rosario ebbe a disposizione un magazzino per il Monte Frumentario e un oratorio per i confrati.
La Statua della Madonna del Rosario e i Cambiamenti Recenti
Alla Confraternita era affidata la statua della Madonna del Rosario, custodita nell'oratorio fino agli anni '50 del secolo scorso. Successivamente, il parroco dell'epoca fece trasferire la statua nella Parrocchiale e destinò l'oratorio a circolo giovanile.
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