La comprensione della cosmologia del cristianesimo è profondamente legata ai simboli dei sacramenti, come spiegato anche da figure autorevoli della Chiesa. L'olio, in particolare, è un simbolo potente che evoca pace, ma anche lotta e vigore spirituale. L'omelia della messa crismale del Giovedì Santo, celebrata nella basilica di San Pietro la mattina del 1 aprile 2010, ha offerto una profonda riflessione sulla benedizione degli oli destinati al battesimo, alla cresima, all'unzione degli infermi e ai sacri ordini.
Il Significato dei Sacramenti e gli Elementi della Creazione
Il centro del culto della Chiesa è il Sacramento. Sacramento significa che, in primo luogo, non siamo noi uomini a fare qualcosa, ma è Dio che in anticipo ci viene incontro con il suo agire, ci guarda e ci conduce verso di sé. Un aspetto singolare è che Dio ci tocca per mezzo di realtà materiali, attraverso doni del creato che Egli assume al suo servizio, facendone strumenti dell'incontro tra noi e Lui stesso.
Sono quattro gli elementi della creazione con i quali è costruito il cosmo dei Sacramenti: l’acqua, il pane di frumento, il vino e l’olio di oliva. Questi elementi, da una parte, sono doni del creato e, dall'altra, sono indicazioni dei luoghi della storia di Dio con noi, rappresentando una sintesi tra creazione e storia.
Il pane rinvia alla vita quotidiana, essendo il dono fondamentale della vita giorno per giorno. Il vino rinvia alla festa, alla squisitezza del creato, in cui si esprime in modo particolare la gioia dei redenti.
L'Acqua: Segno di Vita, Purificazione e Nuova Nascita
L’acqua, elemento basilare e condizione fondamentale di ogni vita, è il segno essenziale dell’atto in cui, nel Battesimo, si diventa cristiani, della nascita alla vita nuova. Essa è l’elemento vitale in genere e quindi rappresenta l’accesso comune di tutti alla nuova nascita da cristiani.
Come esempio lampante, si ricorda l'episodio in cui Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. La colomba bianca ricorda la purezza che dobbiamo mantenere e vuole fare il nido nel nostro cuore per non lasciarci mai. L’acqua è un elemento fondamentale per la vita dell'uomo, e la Chiesa chiede a Dio che, per mezzo di suo Figlio, la potenza dello Spirito Santo discenda su quest’acqua, in modo che quanti vi saranno battezzati nascano «dall’acqua e dallo Spirito». L'acqua è segno di perdono dei peccati e purificazione spirituale, simboleggiando Cristo come "acqua viva che disseta ogni ricerca dell’uomo".

L'Olio Santo: Profondità Simbolica e il Sacramento della Cresima
L’olio dell’ulivo ha un significato ampio: è nutrimento, è medicina, dà bellezza, allena per la lotta e dona vigore. Nell'antichità, i guerrieri venivano unti con olio per renderli difficili da afferrare per il nemico, un'immagine della protezione divina. I re e i sacerdoti vengono unti con olio, che così è segno di dignità e di responsabilità, come anche della forza che viene da Dio.
Nel nome stesso "cristiani" è presente il mistero dell’olio. La parola "cristiani", infatti, deriva dalla parola "Cristo" - traduzione greca della parola "Messia", che significa "Unto". Essere cristiani vuol dire provenire da Cristo, appartenere a Cristo, all’Unto di Dio, a Colui al quale Dio ha donato la regalità e il sacerdozio. Significa appartenere a Colui che Dio stesso ha unto, non con un olio materiale, ma con Colui che è rappresentato dall’olio: con il suo Santo Spirito. L’olio di oliva è così in modo del tutto particolare simbolo della compenetrazione dell’Uomo Gesù da parte dello Spirito Santo.
L'Olio Crismale: Consacrazione e Unità della Chiesa
Nella Messa crismale del Giovedì Santo, gli oli santi stanno al centro dell’azione liturgica. Vengono consacrati nella cattedrale dal Vescovo per tutto l’anno. Essi esprimono così anche l’unità della Chiesa, garantita dall’Episcopato, e rimandano a Cristo, il vero «pastore e custode delle nostre anime», come lo chiama san Pietro (cfr. 1 Pietro 2, 25). Al contempo, tengono insieme tutto l’anno liturgico, ancorato al mistero del Giovedì Santo. Infine, rimandano all’Orto degli Ulivi, in cui Gesù ha accettato interiormente la sua Passione. L’Orto degli Ulivi è però anche il luogo dal quale Egli è asceso al Padre, è quindi il luogo della Redenzione: Dio non ha lasciato Gesù nella morte. Gesù vive per sempre presso il Padre, e proprio per questo è onnipresente, sempre presso di noi.

L'Olio nei Sacramenti e la Misericordia Divina
Questo duplice mistero del Monte degli Ulivi è anche sempre "attivo" nell’olio sacramentale della Chiesa. In quattro Sacramenti l’olio è segno della bontà di Dio che ci tocca: nel Battesimo, nella Cresima come Sacramento dello Spirito Santo, nei vari gradi del Sacramento dell’Ordine e, infine, nell’Unzione degli infermi, in cui l’olio ci viene offerto, per così dire, quale medicina di Dio, come la medicina che ora ci rende certi della sua bontà, ci deve rafforzare e consolare, ma che, allo stesso tempo, al di là del momento della malattia, rimanda alla guarigione definitiva, alla risurrezione (cfr. Giacomo 5, 14). Così l’olio, nelle sue diverse forme, ci accompagna lungo tutta la vita: a cominciare dal catecumenato e dal Battesimo fino al momento in cui ci prepariamo all’incontro con il Dio Giudice e Salvatore.
In etimologie popolari si è collegata, già nell’antichità, la parola greca "elaion", olio, con la parola "eleos", misericordia. Di fatto, nei vari Sacramenti, l’olio consacrato è sempre segno della misericordia di Dio. L’unzione per il sacerdozio significa pertanto sempre anche l’incarico di portare la misericordia di Dio agli uomini. Nella lampada della nostra vita non dovrebbe mai venir meno l’olio della misericordia. Questo va procurato sempre in tempo presso il Signore, nell’incontro con la sua Parola, nel ricevere i Sacramenti, nel trattenerci in preghiera presso di Lui.
L'Olio: Simbolo di Pace e Forza nella Lotta
Attraverso la storia della colomba col ramo d’ulivo, che annunciava la fine del diluvio e così la nuova pace di Dio con il mondo degli uomini, non solo la colomba, ma anche il ramo d’ulivo e l’olio stesso sono diventati simbolo della pace. I cristiani dei primi secoli amavano ornare le tombe dei loro defunti con la corona della vittoria e il ramo d’ulivo, simbolo della pace, consapevoli che Cristo ha vinto la morte e che i loro defunti riposavano nella pace di Cristo. Essi stessi si sapevano attesi da Cristo, che aveva loro promesso la pace che il mondo non è in grado di dare, ricordando che la prima parola del Risorto ai suoi era stata: «Pace a voi!» (Giovanni 20, 19). Egli stesso porta il ramo d’ulivo, introduce la sua pace nel mondo. I cristiani dovrebbero quindi essere persone di pace, che riconoscono e vivono il mistero della Croce come mistero della riconciliazione. Cristo non vince mediante la spada, ma per mezzo della Croce, superando l’odio con la forza del suo amore più grande. La Croce di Cristo esprime il «no» alla violenza. In questo, il sofferente è stato più forte dei detentori del potere. Come sacerdoti, i ministri sono chiamati ad essere, in comunione con Gesù Cristo, uomini di pace, ad opporsi alla violenza e a fidarsi del potere più grande dell’amore.
Appartiene al simbolismo dell’olio anche il fatto che esso rende forti per la lotta. Questo non contrasta col tema della pace, ma ne è una parte. La lotta dei cristiani consisteva e consiste non nell’uso della violenza, ma nel fatto che essi erano e sono tuttora pronti a soffrire per il bene, per Dio. Consiste nel fatto che i cristiani, come buoni cittadini, rispettano il diritto e fanno ciò che è giusto e buono. Consiste nel fatto che rifiutano di fare ciò che negli ordinamenti giuridici in vigore non è diritto, ma ingiustizia. La lotta dei martiri consisteva nel loro «no» concreto all’ingiustizia: respingendo la partecipazione al culto idolatrico, all’adorazione dell’imperatore, si sono rifiutati di piegarsi davanti alla falsità, all’adorazione di persone umane e del loro potere. Con il loro «no» alla falsità e a tutte le sue conseguenze hanno innalzato il potere del diritto e della verità. Così hanno servito la vera pace. Anche oggi è importante per i cristiani non accettare un’ingiustizia che viene elevata a diritto, per esempio, quando si tratta dell’uccisione di bambini innocenti non ancora nati. Proprio così si serve la pace e si seguono le orme di Gesù Cristo.
L'Olio di Letizia: Lo Spirito Santo e la Vera Gioia
I Padri della Chiesa erano affascinati da una parola dal Salmo 45 (44), riletto dai cristiani come Salmo per le nozze del nuovo Salomone, Gesù Cristo, con la sua Chiesa, dove si dice: «Ami la giustizia e la malvagità detesti: Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei tuoi compagni» (v. 8). L'olio di letizia è lo stesso Spirito Santo, effuso su Gesù Cristo. Lo Spirito Santo è la letizia che viene da Dio, che si riversa su di noi nel Vangelo, la buona novella che Dio ci conosce, che Egli è buono e che la sua bontà è un potere sopra tutti i poteri; che siamo voluti ed amati da Lui. La gioia è frutto dell’amore.
Questa gioia, che da Cristo ci viene incontro, è diversa dal divertimento o dall’allegria esteriore. Essa ci dà allegria, sì, ma certamente può andar insieme anche con la sofferenza. Ci dà la capacità di soffrire e, nella sofferenza, di restare tuttavia intimamente lieti. Ci dà la capacità di condividere la sofferenza altrui e così di rendere percepibile, nella disponibilità reciproca, la luce e la bontà di Dio. Il racconto degli Atti degli Apostoli ricorda che gli Apostoli, dopo essere stati flagellati, erano «lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (Atti 5, 41). La gioia dei martiri era più forte dei tormenti loro inflitti e ha aperto a Cristo le porte della storia. I sacerdoti sono «collaboratori della vostra gioia» (2 Corinzi 1, 24). Nell'olio consacrato, ci tocca la bontà del Creatore, l’amore del Redentore. Preghiamo che la sua letizia ci pervada sempre più in profondità e che siamo capaci di portarla in un mondo che ha urgentemente bisogno della gioia che scaturisce dalla verità.
“LA GIOIA DI DIO E LA NOSTRA GIOIA”
Il Simbolismo del Crisma nella Cresima: Unzione e Sigillo
I segni e i simboli nella liturgia non sono un accessorio coreografico né si trovano a caso all’interno di una celebrazione. Essi sono simbolo della presenza della divinità. L’olio usato nella Cresima, nel linguaggio dei Padri della Chiesa e anche nel nostro, è un segno dello Spirito Santo e insieme un simbolo dell’efficacia dell’azione divina, del «Dono» insito nel sacramento.
Il balsamo, che emana un profumo gradevole, aiuta a intuire che lo Spirito Santo invade le profondità della persona, ma insieme, sprigionandosi verso l’esterno e percepito da altri, promuove un effetto di bene verso il prossimo.
Papa Francesco, in un'omelia crismale del 2019, ha sottolineato: «Quando confermo e ordino mi piace spandere bene il crisma sulla fronte e sulle mani di quanti vengono unti. Ungendo bene si sperimenta che lì si rinnova la propria unzione. Non siamo distributori di olio in bottiglia. Siamo unti per ungere. Ungiamo distribuendo noi stessi, distribuendo la nostra vocazione e il nostro cuore. Mentre ungiamo siamo nuovamente unti dalla fede e dall’affetto del nostro popolo». Questa antica sapienza spirituale ricorda al ministro che il ministero arricchisce e santifica, immergendo nell’esistenza ordinaria.
Il Papa prosegue: «Ungiamo sporcandoci le mani toccando le ferite, i peccati, le angustie della gente; ungiamo profumandoci le mani toccando la loro fede, le loro speranze, la loro fedeltà e la generosità senza riserve del loro donarsi. Colui che impara a ungere e a benedire si sana dalla meschinità, dall’abuso e dalla crudeltà». Egli parla di «volti concreti, che l’unzione del Signore rialza e vivifica», di «unzione della carne ferita di Cristo», pensando «a tutti i traumi che lasciano persone, famiglie e popoli interi fuori gioco». Senza dimenticare «l’unzione dello sguardo», con la «brillantezza che solo l’amore gratuito può dare».
Durante la celebrazione della Cresima, la formula «Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono» è pronunciata per significare che il sigillo non è una "cosa", ma è lo Spirito stesso. Ricevere lo Spirito è il sigillo di Dio, il segno e la prova di essere un figlio amatissimo, l’attestazione della nostra appartenenza a Lui.

Fuoco e Luce: Simboli della Resurrezione e della Nuova Creazione
Due grandi segni caratterizzano la celebrazione liturgica della Veglia Pasquale. C’è innanzitutto il fuoco che diventa luce. La luce del cero pasquale, che nella processione attraverso la chiesa avvolta nel buio della notte diventa un’onda di luci, ci parla di Cristo quale vera stella del mattino, che non tramonta in eterno - del Risorto nel quale la luce ha vinto le tenebre.
Nella Veglia Pasquale, l'acqua richiama le acque del Mar Rosso, lo sprofondamento e la morte, il mistero della Croce. Poi però si presenta come acqua sorgiva, come elemento che dà vita nella siccità. La liturgia della Veglia Pasquale ci conduce anche a un ampio incontro con la parola della Sacra Scrittura, un cammino attraverso la storia della salvezza, dalla creazione alla liberazione di Israele fino alle testimonianze profetiche che si dirigono verso Gesù Cristo.

La Creazione come Profezia e il Nuovo Giorno
Il cammino attraverso le vie della Sacra Scrittura comincia, nella Veglia Pasquale, con il racconto della creazione. Con ciò la liturgia vuole dirci che anche il racconto della creazione è una profezia. Non è un’informazione sullo svolgimento esteriore del divenire del cosmo e dell’uomo, ma un rimando all’essenziale, al vero principio e al fine del nostro essere. Omettere la creazione significherebbe fraintendere la stessa storia di Dio con gli uomini, sminuirla. La nostra professione di fede inizia con le parole: «Credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra».
Il messaggio centrale del racconto della creazione è che «In principio era il Verbo». Il mondo è un prodotto della Parola, del Logos, la Ragione creatrice che è senso e che crea essa stessa senso. All’origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione, senza libertà, bensì la Ragione creatrice, è l’amore, è la libertà. La ragione è all’inizio, la ragione creatrice, divina. E siccome è Ragione, essa ha creato anche la libertà. Nonostante la possibilità di un uso indebito della libertà e le contraddizioni, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato.
Il racconto veterotestamentario della creazione ha strutturato il processo nel quadro di una settimana che va verso il Sabato, trovando in esso il suo compimento come giorno del riposo di Dio. Nella Chiesa nascente, però, al posto del Sabato subentra il primo giorno, il Giorno del Signore, come giorno dell’assemblea liturgica, dell’incontro con Dio mediante Gesù Cristo Risorto. Questo cambiamento rivoluzionario è spiegabile solo con il fatto che in tale giorno era successo qualcosa di inaudito: Cristo si era mostrato ai suoi come il Risorto, inaugurando una nuova forma di vita, una nuova dimensione della creazione. Il primo giorno, che secondo la Genesi è il giorno in cui prende inizio la creazione, è ora diventato il giorno della nuova creazione. Noi celebriamo il primo giorno, celebrando Dio, il Creatore, e la sua creazione, e il Dio che si è fatto uomo, ha patito, è morto ed è risorto. Celebriamo la vittoria definitiva del Creatore e della sua creazione, come origine e meta della nostra vita, perché ora, grazie al Risorto, vale in modo definitivo che la ragione è più forte dell’irrazionalità, la verità più forte della menzogna, l’amore più forte della morte. Celebriamo il primo giorno, perché sappiamo che la linea oscura che attraversa la creazione non rimane per sempre, e che «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31).