Cenni di Pepo, meglio conosciuto come Cimabue (Firenze 1240 - Pisa 1302), fu un maestro dell'arte medievale la cui opera segnò un punto di svolta nella pittura italiana, allontanandosi dai canoni bizantini per introdurre un maggiore realismo e un profondo senso drammatico. Tra le sue opere più significative spiccano i crocifissi lignei dipinti e la celebre Crocifissione ad affresco.

Il Crocifisso di San Domenico ad Arezzo
La Basilica di San Domenico ad Arezzo custodisce una delle opere più preziose della storia dell’arte medievale, rappresentando una tappa immancabile per chi visita il patrimonio artistico della città: il Crocifisso di Cimabue. Quest'opera, databile tra il 1265 e il 1271, è considerata il capolavoro giovanile del maestro di Giotto, indicato da Giorgio Vasari come il primo grande innovatore della pittura occidentale.
L’imponente croce sagomata e dipinta a tempera e oro su tavola è di notevoli dimensioni. Le sue misure sono di 3,41 x 2,64 metri (corrispondenti a 341 x 264 cm), sebbene alcune fonti riportino dimensioni leggermente diverse, come 336 x 267 cm. L'opera propone l’iconografia del "Christus patiens", con gli occhi chiusi, la testa appoggiata sulla spalla, il corpo inarcato a sinistra e una muscolatura marcata, sebbene l’anatomia sia meno semplificata rispetto agli esempi precedenti e il chiaroscuro aiuti ad aumentare i volumi e la tridimensionalità.
Il Crocifisso della Basilica di San Domenico presenta le figure dei due "dolenti" a mezzobusto, alle estremità del braccio orizzontale della croce: la Madonna a sinistra e San Giovanni Evangelista a destra, entrambi con la testa poggiata nella mano in segno di sofferenza. Le sottili striature dorate delle loro vesti sono un espediente per aumentarne la luminosità. Sopra alla testa di Gesù, nella cimasa, si legge la classica scritta in latino "Hic est Iesus Nazarenus Rex Iudeorum", solitamente abbreviata con l’acronimo I.N.R.I. Al di sopra si nota l'ellisse circolare, con il Cristo benedicente, ancora a mezzobusto.
La parte della tavola sagomata che va dal torace ai polpacci è arricchita da un raffinato motivo geometrico. Alla base della croce non ci sono figure, ma solo i rivoli rossi di sangue che cadono dalle ferite provocate nei piedi dai chiodi. I colori usati dal maestro toscano in quest’opera giovanile sono brillanti, e il rosso della passione è suscitato anche dal colore del perizoma. Cimabue mirava a stimolare le emozioni dell’osservatore, aumentandone il senso di compassione e partecipazione al dolore di Cristo. Nel 2005, il crocifisso di Arezzo è stato oggetto di un attento e profondo restauro che gli ha restituito i suoi caldi e vivaci colori originali.

Il Crocifisso di Santa Croce a Firenze
Un altro celebre Crocifisso di Cimabue fu realizzato per la Chiesa di Santa Croce a Firenze, probabilmente commissionato nel 1284. Quest'opera, datata a un periodo tra il 1275 e il 1288, è molto simile a quello di Arezzo, ma più grande, con circa un metro in più di altezza e di larghezza. Le sue misure sono di 4,48 x 3,90 metri, sebbene altre fonti riportino 433 x 390 cm.
In quest'opera, Gesù ha il volto reclinato e gli occhi chiusi; il suo corpo, definito anatomicamente da morbidi passaggi chiaroscurali, è mollemente inarcato lungo il braccio verticale, rispettando il tipo consolidato del "Christus Patiens". Rispetto all’opera di Arezzo, qui ogni tensione sembra essersi smorzata, come esaurita; il pàthos drammatico ha ceduto il posto a un inquieto e malinconico languore, al composto e silenzioso dolore che accompagna una morte accettata in silenzio e affrontata in solitudine. Il perizoma, un velo trasparente e increspato di pieghe sottili, copre ben poco di questo corpo, diventato, così, un nudo quasi integrale. L’importanza di quest’opera si deve riconoscere nel suo rinnovato naturalismo, dove il colore della figura di Cristo appare nuovo rispetto alla pittura di derivazione orientale, essendo quello reale della morte. Innovativa è anche la rappresentazione del corpo non più rigido e senza lo schema astratto della tripartizione del ventre, ma le cui forme sono modellate da un mirabile chiaroscuro. Le lumeggiature del perizoma, velato e raffinatissimo, lasciano trasparire le forme di un uomo vero.
Purtroppo, quest'opera subì danni grandi e irrimediabili durante l’alluvione che si abbatté su Firenze nel 1966, quando il Crocifisso di Santa Croce fu travolto dalle acque dell’Arno in piena, perdendo vaste zone di colore. Mezzo volto del Cristo, gran parte del suo busto, la sua intera coscia sinistra e quasi tutto il perizoma furono d’un tratto cancellati. La perdita del sessanta per cento della superficie pittorica non permette più di apprezzarne l’altissima qualità tecnica, ma non ha scalfito la sua potenza espressiva. Per proteggerla dal rischio alluvionale, nel 2013 è stata appesa nella sagrestia.

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La Crocifissione nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi
Oltre ai crocifissi su tavola, Cimabue realizzò anche la Crocifissione di Gesù Cristo, un grande dipinto murale ad affresco, eseguito nel 1280 circa con l'aiuto di assistenti, ubicato nella parete orientale del transetto della Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi (Perugia). Questa imponente opera, pur non essendo un crocifisso ligneo, mostra la maestria di Cimabue nel trattare il tema della passione.
In questa Crocifissione, si notano particolari come San Francesco d'Assisi inginocchiato, quasi rannicchiato, alla base della croce, che sembra bagnarsi con il sangue di Gesù che scorre sulla montagnola del Golgota fino al teschio nascosto di Adamo. A destra, si osservano Soldati romani e uomini ebrei con espressioni sia di scherno e odio, sia gesti di perplessità, ripensamento e impotenza. Lo schema compositivo del dipinto segue un ordine molto razionale, sebbene l'opera sia piena di contrappunti, uno scontro di masse, forme e linee che corrisponde a uno scontro di sentimenti: odio e dolore.
Cimabue resta ancora legato stilisticamente ad alcuni schemi della cultura bizantina, ma la sua abilità pittorica risiede proprio nella capacità di dare corpo e volume non solo ai personaggi, ma anche ai loro sentimenti. L'opera oggi si presenta in pessime condizioni di conservazione, sfigurata da abrasioni e con i colori che hanno subito un'inversione cromatica a causa dell'ossidazione della biacca dei colori chiari, diventati ormai scuri. Solo nella zona inferiore esistono alcune tracce dei colori originali, preziosi per comprendere l'originaria gamma cromatica sofisticata e sorprendente del dipinto.
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