La Gloria di Dio nel Vangelo secondo Matteo: Significato Profondo e Rivelazioni

L'espressione "Gloria a te" è una locuzione cristiana di riverenza e riconoscimento della grandezza divina, utilizzata per lodare e adorare il Signore, riconoscendo la Sua presenza e le benedizioni ad essa associate. Questo concetto di "gloria" assume un significato particolarmente profondo nei testi biblici, rivelandosi come una prerogativa assoluta di Dio e manifestandosi in Cristo.

Il Concetto di Gloria di Dio nella Scrittura

La Gloria nell'Antico Testamento

Mosè aveva chiesto a Dio: "Ti prego, fammi vedere la tua gloria" (Esodo 33:18). Anche Davide, nel deserto di Giuda, aveva espresso un profondo desiderio: "O Dio, tu sei il mio Dio, io ti cerco dall’alba; di te è assetata l’anima mia, a te anela il mio corpo languente in arida terra, senz’acqua." Paolo considerava ogni cosa come un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo suo Signore (Filippesi 3:8). Questa sete di Dio, questo desiderio di conoscere la Sua gloria che rifulge nel volto di Gesù Cristo, è un tema ricorrente.

Dio è il "Dio della gloria" come lo definisce Stefano (Atti 7:2) e Paolo lo chiama il "Padre della gloria" (Efesini 1:17). Due volte si trova l'espressione "il Signore della gloria" (1 Corinzi 2:8 e Giacomo 2:1). La gloria di Dio è una Sua prerogativa assoluta, appartiene soltanto a Lui (Isaia 42:8). È descritta come un fuoco (Esodo 24:17) o come un arcobaleno (Ezechiele 1:28). Dio è luce e così è la Sua gloria (Isaia 60:1,19; Ezechiele 43:2; 2 Corinzi 4:4-6). Lo splendore della Sua santità sorpassa infinitamente l’uomo. In ebraico, la parola "gloria" (kabod) esprime l’idea di peso, di densità, di pienezza. Il Suo splendore e la Sua magnificenza sono così grandi che lo stesso Mosè, uomo di Dio, non ha potuto contemplare il Suo volto (Esodo 33:17-23). Al di fuori di Dio tutto è vanità e vuoto. Il Signore sostiene tutte le cose con la parola della Sua potenza (Ebrei 1:3), dagli immensi astri del firmamento al più piccolo essere sulla terra. In Lui noi viviamo, ci moviamo e siamo (Atti 17:28).

La Manifestazione della Gloria Divina

Dio, che è grande e buono al di là di ogni immaginazione e invisibile (1 Giovanni 1:18; Colossesi 1:15; 1 Timoteo 6:16), ha voluto farsi conoscere, manifestare qualcosa della Sua gloria a noi creature alle quali ha dato la capacità di conoscerlo. Lo ha fatto, prima di tutto, per mezzo del creato (Salmo 19:1).

Nell’Antico Testamento, Dio ha rivelato la Sua gloria al Suo popolo eletto in maniera diretta. La nuvola era il segno della gloria di Dio, della Sua presenza (Esodo 40:34-35). Vi sono stati, e ve ne sono tuttora, dei segni visibili della gloria di Dio, conosciuti dall’uomo per mezzo delle sue facoltà naturali. Così è per il creato, così è stato per il fuoco e la nuvola per Israele (Deuteronomio 5:24), così per Mosè sul monte Sinai.

Qualunque sia, però, la testimonianza ricevuta, la maggior parte degli uomini non ha riconosciuto la gloria di Dio e non lo ha glorificato. Dopo la caduta di Adamo, l’uomo è privato della gloria di Dio, ma Dio non ha rinunciato a farla conoscere perché il Suo desiderio è di comunicarla e di concederla (Salmo 84:11), di portare "molti figli alla gloria". Ma come poteva farlo se il peccato faceva separazione fra Lui e i peccatori?

La Gloria Rivelata in Cristo

Dio vuole, dunque, far entrare nella gloria degli uomini presi fra i peccatori e portarli non solo a vedere e riconoscere la gloria divina del Suo Figlio (Giovanni 17:24), ma a condividere la Sua gloria di uomo glorificato (v. 22). Per questo motivo Cristo ha compiuto l’opera della redenzione, al prezzo delle Sue sofferenze alla croce, della Sua morte e della Sua risurrezione. "Infatti, per condurre molti figli alla gloria, era giusto che colui, a causa del quale e per mezzo del quale sono tutte le cose, rendesse perfetto, per via di sofferenze, l’autore della loro salvezza" (Ebrei 2:10).

Inoltre, Dio comunica la Sua gloria venendo ad abitare in mezzo al Suo popolo riscattato. Questa gloria divina si è manifestata in relazione col Tabernacolo, col Tempio e, in modo eccelso, con la venuta del Signore Gesù. Dopo aver dato la Legge per mezzo di Mosè e parlato ai padri per mezzo dei profeti, Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che è "lo splendore della Sua gloria e l’impronta della Sua essenza" (Ebrei 1:3).

La gloria di Dio non poteva essere pienamente rivelata prima della venuta di Cristo. Quando parlava al popolo, Mosè doveva coprirsi la faccia "perché i figli d’Israele non fissassero lo sguardo sulla fine di ciò che era transitorio" (2 Corinzi 3:13). Solo in Cristo il velo è tolto; in Lui brillano la grazia e la gloria in tutto il loro splendore. La gloria di Dio è come identificata in Cristo. È per mezzo di Lui e in vista Lui che tutte le cose sono state create (Colossesi 1:16), ed è sotto di Lui come il "solo capo" che tutte le cose saranno "raccolte" (Efesini 1:10).

La Bellezza della Gloria di Dio --- Marco deFelice

Le Glorie di Gesù Cristo

Vi è prima di tutto la gloria intrinseca ed esclusiva del Signore Gesù, quella che possiede da ogni eternità e che aveva presso il Padre prima che il mondo esistesse (Giovanni 17:5). Questa gloria non l’ha acquisita, ma gli appartiene da sempre in quanto è Figlio di Dio. A questa Sua gloria personale si riallacciano le glorie ufficiali, quelle legate ai Suoi titoli, per esempio di Signore, Re, Giudice. Davanti allo splendore di questa gloria i serafini si velano la faccia (Isaia 6:2-3; Giovanni 12:41) e Giovanni cade a terra come morto (Apocalisse 1:17).

Quando è venuto sulla terra, il Signore ha nascosto le Sue glorie ufficiali, tanto che gli uomini parlavano di Lui come del figlio del falegname (Matteo 13:55); ma elevato in cielo ha ripreso il posto glorioso che era Suo dall’eternità. Divenendo Uomo, il Signore Gesù ha velato le Sue glorie ufficiali, ma la Sua perfezione morale risplendeva sempre. In ogni circostanza Egli reagiva perfettamente secondo il pensiero di Dio, offrendo così al Padre un soggetto costante di gioia. La gloria morale del Signore ha brillato in modo particolare nelle avversità. In tutti gli oltraggi ricevuti ha mantenuto una grande dignità.

Se la Sua gloria regale, messianica, è in rapporto con Israele, Suo popolo terreno (Giovanni 12:13), la Sua gloria di Figlio dell’uomo è soprattutto in relazione con le nazioni (Giovanni 12:23; Matteo 24:31). Il Figlio dell’uomo è glorificato nella Sua morte per mezzo della quale porta molto frutto. Un giorno, questa gloria di Figlio dell’uomo sarà visibile a tutti (Apocalisse 1:13). La Sua gloria di Figlio dell’uomo, di Messia e Re, riempirà ben presto l’universo quando tornerà con gran potenza e gloria (Matteo 24:30; Isaia 32:1; 40:5).

Il Gloria in Excelsis Deo: Struttura e Significato Cristologico

Il "Gloria in excelsis Deo" è un inno liturgico che riflette la profonda comprensione della gloria divina e della sua manifestazione in Cristo. La sua struttura si compone di tre parti principali:

  1. Laudamus te. Benedicimus te. Adoramus te. Glorificamus te. Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam.
  2. Domine Deus rex celestis Deus pater omnipotens. Domine Fili unigenite Iesu Christe. Domine Deus Agnus Dei Filius Patris.
  3. Qui tollis peccata mundi miserere nobis. Qui tollis peccata mundi suscipe deprecationem nostram. Qui sedes ad dexteram Patris miserere nobis. Quoniam Tu solus Sanctus. Tu solus Dominus. Tu solus altissimus Iesu Christe. Cum Sancto Spiritu in gloria Dei Patris.

La parte centrale, "Signore, Figlio unigenito Gesù Cristo...", rappresenta il cuore cristologico dell’inno: in essa riconosciamo in Gesù l’Agnello di Dio che porta la salvezza. Durante la Messa della domenica, è un invito ad ascoltare e recitare la preghiera del Gloria con consapevolezza.

La Croce e la Gloria

Se l’incarnazione del Signore Gesù segna l’inizio del Suo abbassamento, la Sua morte ne è l’atto finale; ma nel momento stesso in cui ha raggiunto questo punto estremo di umiliazione, l’ignominia della croce, Egli è stato esaltato. In effetti, la croce rivela la perfezione della Sua opera e della Sua Persona. Alla croce, Cristo ha pienamente glorificato Dio, sia rispondendo alle esigenze della gloria di Dio, sia rivelandole. L’Evangelo è chiamato il "Vangelo della gloria di Cristo" (2 Corinzi 4:4). Colui che è morto è ora risuscitato; è nella gloria, alla destra del Padre, in un posto di onore. Ogni potere gli è stato dato in cielo e sulla terra (Matteo 28:18).

Egli è là come nostro precursore e verso di noi mostra amore, grazia e tenerezza. Quando pensiamo al posto che ora occupa, siamo incoraggiati, fortificati e resi felici (Giovanni 14:28).

Gesù sulla Croce

Il Sacrificio Perfetto di Cristo

La Storia di Gesù non termina il venerdì; fosse così, vana sarebbe la nostra fede. La Croce, invero, pur se la sofferenza del Signore è stata immensamente atroce, non è "la fine", ma "il fine" (télos in Gv 13, 1), "il compimento" (tetélestai in Gv 19, 30), ovvero "il Sacrificio perfetto" (téleios in Mt 5, 48).

Questo sacrificio si manifesta in diverse tappe:

  • l’oscurità dell’arresto nell’orto del Getsemani
  • i colpi delle sferzate durante la flagellazione
  • l’infamia dell’Ecce Homo e del «Re da burla»
  • l’ignominosa deductio (Via Crucis)
  • le parole di amore del “Re dei Giudei” inchiodato al patibulum
  • l’attimo della morte in Croce del Signore.

La vicenda pasquale, narrata nel Vangelo secondo Giovanni e detta per convenzione «Vangelo dell’Ora», è supportata anche dal versetto 10 della Lettera agli Ebrei: «Conveniva infatti che Dio - per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria - rendesse perfetto [teleiõsai] per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza».

Il Salmo 22, pronunciato da Gesù sulla Croce con le parole: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46; Mc 15, 34), contiene anche l'espressione: "in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi", che è esattamente il versetto 23. Ciò ci permette di comprendere con quale poderosità Gesù abbia vissuto il suo sacrificio.

Il Figlio dell'Uomo nella Sua Gloria

Nel Vangelo di Matteo (25,31-46), si legge: "Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, si siederà sul trono della sua gloria". Questa frase, apparentemente scontata, nasconde un significato profondo che si collega al Libro dell’Apocalisse e ad altri testi biblici.

Partendo dal concetto di appokatastasis, che richiama il ristabilimento di tutto, il Figlio dell’uomo è anzitutto il giudice che realizza la giustizia. Questo riferimento al Figlio dell’uomo, nel Vangelo di Matteo, è accostato alla gloria dello stesso Figlio dell’uomo che si lascia vedere all’interno del mondo angelico. Il termine "gloria" in ebraico "kavod", traducibile come "peso" o "consistenza", assume un significato particolare in questo contesto.

Il Figlio dell’uomo è presentato come un re o un pastore, un’immagine che, nella tradizione giudaica, si sovrappone spesso. Ogni gesto di compassione verso gli altri è, in realtà, un gesto compiuto verso Lui. Gli angeli, invece, in contrapposizione al peso, simboleggiano la leggerezza con cui porterà in alto chi ha scelto di seguire il suo pastore.

Siamo Sale della Terra e Luce del Mondo

Gesù disse ai Suoi discepoli: "Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?" Gesù parla chiaro e al presente: ORA, in questo preciso istante, noi siamo sale della terra. Non serve essere supereroi o chissà chi per dare sapore, ma "basta" essere piccoli discepoli fedeli. Però il sale può perdere sapore. Succede quando diventiamo cinici, quando ci lasciamo prendere dalla superbia o ci adeguiamo per paura.

Nel Vangelo Gesù ci chiama "Luce del mondo". Siamo luce per i candelabri della casa dei nostri fratelli. Questa immagine è tenera e dolce, ma comporta anche una grande responsabilità. Ciascuno di noi può illuminare la casa dei fratelli che ha attorno, non per farsi vedere meglio o mettersi in "vetrina", ma "perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre".

Il significato di questo Vangelo è nella sua semplicità altissimo. Come metterlo in pratica? In primis pregando, affidando a Lui quello che siamo nella nostra totalità (che è la parte più difficile) e poi pensando a come ciascuno di noi può dare sapore. Possiamo farlo vivendo a pieno i momenti, con la testa e con il cuore.

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