La Congregazione Benedettina degli Eremiti Pulsanesi: Storia e Sviluppo

La Congregazione benedettina degli eremiti pulsanesi, fondata da San Giovanni da Matera, rappresenta un capitolo significativo nella storia monastica dell'Italia meridionale e oltre. Le sue origini e il suo sviluppo, sebbene talvolta avvolti nel mistero, sono stati oggetto di studi approfonditi che ne hanno delineato i tratti distintivi.

Mappa storica dell'Italia meridionale con Matera, Ginosa, Taranto e Monte Sant'Angelo evidenziati

San Giovanni da Matera: Origini e Ascesa di un Eremita (circa 1080-1139)

La Giovinezza e le Prime Esperienze Eremitiche

San Giovanni da Matera nacque intorno al 1080 a Matera. I nomi dei suoi genitori non sono noti, ed è priva di fondamento una tradizione locale che lo vuole membro della famiglia materana De Scalcionibus. Nulla di preciso si sa riguardo la loro estrazione sociale, se non che non fossero di stirpe nobile ("non gregalibus", Vita, p. 2).

Ancora ragazzo, Giovanni si allontanò in segreto dalla famiglia per essere ospitato in un monastero di rito greco situato su una delle isole prospicienti Taranto, probabilmente S. Pietro de Insula o i Ss. Pietro e Andrea. Qui, il rigore della sua vita, ispirata a una stretta ascesi eremitica, lo portò ad avere incomprensioni con i monaci tarantini, spingendolo a fuggire nuovamente. Condusse, quindi, per oltre due anni una vita di solitudine e penitenza in alcune località isolate della Calabria e della Sicilia, i cui nomi non sono giunti fino a noi.

La Predicazione e i Conflitti

Dopo questa esperienza di rigida privazione, Giovanni tornò in Lucania, presso Ginosa, dove anche i suoi genitori si erano trasferiti, ma senza farsi da loro riconoscere. Qui portò alle estreme conseguenze la sua ascesi penitente, privandosi per due anni e mezzo quasi completamente del cibo, delle bevande e dell'uso della parola. Nell’agro ginosino, presso una chiesa intitolata a S. Pietro, fondò una comunità di tipo monastico, di cui però non si conosce la regola seguita. Per il restauro della chiesetta diruta, avrebbe fatto ricorso a un tesoro rinvenuto nei pressi dell'edificio, stuzzicando l'avidità e le ire del conte locale, un Roberto non meglio noto. Questi lo fece imprigionare, probabilmente riferendosi anche alla legislazione in materia di ritrovamento di tesori per le accuse.

Le notizie biografiche su Giovanni si desumono quasi esclusivamente da un testo agiografico redatto da un anonimo monaco della comunità di Pulsano, scritto qualche decennio dopo la morte del santo fondatore e comunque prima del 1177. Questo testo è nel complesso molto sommario per la nascita e l'infanzia, mentre diventa più dettagliato per gli anni della giovinezza e della maturità. L'intera narrazione non sfugge a una precisa organizzazione e selezione del materiale, secondo un intento celebrativo del modello di vita monastico imposto da Giovanni ai suoi monaci, evidenziando i numerosi miracoli da lui compiuti.

L'Incontro con Guglielmo da Vercelli e il Ritorno in Puglia

Oltre a rade menzioni in fonti commemorative e liturgiche, alcuni precisi riferimenti a Giovanni si rinvengono nella Legenda s. Guillelmi, relativa a Guglielmo da Vercelli (m. 1142), fondatore di S. Maria di Montevergine e S. Salvatore al Goleto. Questo testo, opera di diversi autori, nella sezione che menziona Giovanni, fu redatto nel decennio successivo alla morte di Guglielmo, nel monastero di S. Salvatore al Goleto, in tempi vicini agli avvenimenti narrati.

La Legenda narra di una deviazione di Guglielmo da Vercelli, in transito verso Gerusalemme, verso Ginosa per conoscere Giovanni. Sarebbe stato lo stesso Giovanni a invitare Guglielmo a fermarsi stabilmente nel Mezzogiorno. Il tono della narrazione suggerisce un rapporto quasi da discepolo di Guglielmo nei confronti di Giovanni, definito "magni meriti magnique nominis vir". Tuttavia, Giovanni stesso subiva il fascino dell'itineranza eremitica, tanto che si allontanò da Ginosa e dai suoi primi discepoli, vagando per un anno nel Mezzogiorno, fino a Capua. Qui, una rivelazione divina lo indusse a tornare in Puglia, poiché il suo compito era quello di guidare sulla retta via "multum populum utriusque sexus" (Vita, p. 11).

La prima tappa in questo nuovo percorso fu sul monte Laceno, presso Bagnoli Irpino e Nusco, dove Giovanni incontrò nuovamente Guglielmo da Vercelli. Sebbene vi fosse la tentazione di insediarsi stabilmente, entrambe le fonti agiografiche evidenziano l'intervento di Giovanni per convincere il gruppo di eremiti ad abbandonare quel luogo e volgersi verso terre più densamente abitate. In questa prospettiva, non poteva essere soddisfacente per Giovanni il nuovo sito prescelto, sul massiccio della Serra Cognata nei pressi di Tricarico.

Giovanni si recò a far visita ai suoi primi discepoli rimasti nella comunità di S. Pietro di Ginosa, ma poi si fermò nei pressi di Monte Sant'Angelo, scegliendo un centro urbano ad alta frequentazione. La cittadina garganica, infatti, si sviluppava in funzione della celebre grotta micaelica, uno dei santuari più frequentati in Europa, che in quei decenni cominciava a subire la concorrenza di S. Nicola di Bari, dove Giovanni si era già fermato. La sua predicazione a Bari, pur avendo un carattere parenetico di invito alla sobrietà, castità e carità, toccò nervi scoperti nel clero barese, che si sentì attaccato. Fu intentato un processo contro di lui per blasfemia e sospetto di eresia, presieduto dal principe laico Grimoaldo Alfaranite (1119-30). A Monte Sant'Angelo, Giovanni si dedicò ancora alla predicazione, compiendo il suo primo miracolo: spiegò che la siccità che affliggeva la regione era causata dal peccato di un canonico impenitente, il quale, sotto la minaccia di Giovanni di procedere alla punizione, fece pubblica penitenza e abbandonò la città.

Affresco o illustrazione che rappresenta San Giovanni da Matera che predica

La Fondazione della Congregazione Pulsanese

La Scelta di Pulsano e i Primi Anni

La scelta del sito per la fondazione del monastero venne indicata a Giovanni da due figure soprannaturali, facilmente riconoscibili nella Vergine e in San Michele, elevati così a santi patroni del nuovo insediamento. Il luogo prescelto, denominato Pulsano, era un piccolo pianoro a strapiombo sul golfo di Manfredonia. Al suo limite vi era una grotta, che forse già ospitava una piccola chiesa rupestre dedicata a Maria, e che fu trasformata da Giovanni. È priva di fondamento la notizia riguardante l'esistenza nello stesso luogo, nei secoli precedenti, di altre comunità monastiche, sia che risalissero all'epoca di papa Gregorio I, sia che fossero dipendenze cluniacensi. Tutto lascia supporre che fu Giovanni a stabilirvi la sua comunità nel 1129, con sei amici, iniziando i lavori di rifondazione.

La fondazione di Giovanni incontrò gli immediati favori della popolazione locale e di coloro che desideravano condurre vita monastica. Nel giro di sei mesi, i suoi compagni crebbero dagli originari sei fino a cinquanta. Oltre alla fama di santità che circondava la figura del fondatore, anche la vicinanza del santuario micaelico ebbe un rilievo significativo nel determinare il rapido accrescimento della notorietà della nuova fondazione. Molti miracoli compiuti da Giovanni, e riportati nella Vita, ebbero come destinatari in primo luogo i suoi discepoli.

La Regola e lo Spirito Pulsanese

Sin dagli esordi, Giovanni scelse per i monaci di Pulsano la regola benedettina, ma insistette soprattutto nel restituire valore al lavoro manuale, alla stretta osservanza della povertà individuale e alla necessità di prestare obbedienza assoluta all'abate. Certamente, Giovanni dovette mantenere viva una preferenza per la vita eremitica, sia pure inquadrata all'interno di un cammino di formazione e perfezione che nella vita cenobitica trovava il suo solido fondamento. In questo recupero della vocazione eremitica ebbe probabilmente un influsso l'esperienza fatta in gioventù in comunità monastiche greche e in territori calabro-siculi di netta tradizione greca; l'anonimo agiografo, fonte pressoché unica sugli esordi della comunità di Pulsano, tende a tacere o sminuire questi possibili rapporti. Non ci sono giunti frammenti di "consuetudini" monastiche redatte da Giovanni.

L'Espansione delle Comunità: Maschili e Femminili

La comunità di discepoli, sia maschili che femminili, si allargò molto rapidamente. Per questo, Giovanni fondò ben presto delle comunità separate da quella centrale di Pulsano. Si crearono così i primi priorati dipendenti dalla casa madre, con la quale intrattenevano uno stretto rapporto, secondo un modello di congregazione a forte impronta centralizzante di tipo cluniacense-cavense.

L'urgenza di dare uno sbocco alla crescente ondata di vocazioni femminili era particolarmente sentita dai riformatori monastici dell'XI-XII secolo. Giovanni, come pure il suo compagno Guglielmo da Vercelli, si mossero in questa direzione, provvedendo entrambi a fondare monasteri femminili. In particolare, Giovanni fondò una prima comunità sul Gargano, presso una chiesa precedentemente tenuta da un laico che vi conviveva con una monaca; è probabile che qui fosse ospitata la comunità di S. Barnaba, attestata come fiorente nella Vita. Altre comunità femminili dipendenti da Pulsano includevano la più importante di S. Maria a Castellana.

Disegno architetturale o pianta del Monastero di Santa Maria di Pulsano

Relazioni con l'Autorità Ecclesiastica e Regia

I Privilegi Pontifici

Non ci sono giunti documenti riguardanti i rapporti del nuovo monastero con l'arcivescovo di Siponto, dalla cui diocesi il monastero dipendeva, anche se ben presto le comunità pulsanesi ottennero l'esenzione. Un primo privilegio pontificio, purtroppo perduto, venne concesso da Innocenzo II alla comunità, ma non sappiamo se direttamente allo stesso Giovanni. Nuovi privilegi furono in seguito concessi da Eugenio III e da Alessandro III; solo quest'ultimo privilegio, datato al 9 febbraio 1177, ci è giunto e fornisce alcuni elementi per conoscere indirettamente i rapporti intercorsi all'epoca di Giovanni.

I Rapporti con la Monarchia Normanna

Più ambigue sono le notizie riguardanti i rapporti con la monarchia normanna. Non è infatti chiaro se vi fossero rapporti di dipendenza determinati da un'originaria proprietà demaniale dell'area su cui sorse il monastero, né se il re Ruggero II avesse operato cospicue donazioni in favore della comunità. Da alcuni episodi narrati nella sezione finale della Vita si desume che vi fu un tentativo da parte di Ruggero II di estendere il proprio controllo anche su questo monastero, a partire dal controllo delle elezioni abbaziali, secondo una prassi ben attestata per altri istituti ecclesiastici del Regno.

La cautela con la quale Onorio III si rivolse a Federico II nel 1224 era ampiamente giustificata. Da un lato, vi era la tradizionale opposizione dei sovrani meridionali all'intervento dei pontefici nelle nomine ecclesiastiche del Regno; dall'altro, per il monastero di Pulsano esisteva testimonianza di interventi diretti dei sovrani, almeno da parte di Ruggero II, nel controllo dell'elezione degli abati, anche se, quasi certamente, il monastero di S. Maria era stato edificato su terre di pertinenza regia.

Tuttavia, gli intendimenti del pontefice sembrarono trovare buona accoglienza presso Federico II, il quale nel maggio 1225 concesse un ampio privilegio a Pulsano e al suo abate, verosimilmente lo stesso R. da Ortona. Questo privilegio, pur molto ampio e dettagliato, si limitò a confermare le donazioni e i possedimenti pregressi, senza concedere nuove larghezze. Il confronto con il privilegio pontificio del 1177 di Alessandro III rivela un'espansione dei possedimenti monastici concentrata negli anni di regno di Guglielmo II, da cui il monastero aveva ricevuto ampie donazioni in terre e esenzioni fiscali.

Sviluppo e Gestione Sotto i Successori di Giovanni

Nel suo ruolo di abate di tutte le comunità pulsanesi, Giovanni dovette spesso spostarsi nei diversi priorati per esercitare concretamente le sue funzioni. Proprio durante uno di questi spostamenti, lo colse la morte il 20 giugno 1139 presso la dipendenza di S. Salvatore di Foggia. Questo priorato era situato fuori dell'abitato di Foggia, lungo la strada che portava verso Siponto e San Michele al Gargano, e comprendeva anche un ospizio per pellegrini. In virtù di questa fortunata dislocazione sulla via di San Michele, si preferì lasciare che il corpo di Giovanni restasse in questo priorato, invece di essere subito traslato nella più decentrata casa madre di Pulsano, non ancora famosa. Una tradizione di età moderna vuole che il corpo sia stato infine trasportato a Pulsano nel gennaio del 1177, in occasione del passaggio per le terre garganiche di papa Alessandro III. I resti di Giovanni rimasero dunque dopo il XIII secolo nel monastero di Pulsano, anche se qualche particola del corpo venne ceduta ad altri istituti ecclesiastici. Solo il 28 ottobre 1830 i canonici materani riuscirono a ottenere il consenso per la traslazione del corpo di Giovanni a Matera. Giovanni venne proclamato santo nel 1177 da Alessandro III.

L'Abate Giordano (1139-1145)

Lo sviluppo della famiglia monastica pulsanese venne coordinato dai due successori di Giovanni. Il primo, Giordano (1139-1145), nativo di Monteverde (nell'attuale provincia di Avellino), era entrato sin da ragazzo tra i discepoli di Giovanni e si collocava quindi in linea di stretta continuità con il fondatore. Alla sua iniziativa si devono gli insediamenti in Dalmazia e a Piacenza, con l'assunzione di precisi riferimenti al sistema organizzativo proprio dell'Ordine cistercense.

L'Abate Gioele (1145-1177)

Più lungo e intenso fu l'abbaziato del suo successore, Gioele (1145-1177), anch'egli legato da rapporti di discepolato diretto con Giovanni, secondo quanto affermato dalla Vita, di cui peraltro fu verosimilmente il committente. Con grande rapidità, sotto i primi due successori, gli abati Giordano e Gioele, la comunità garganica conobbe una vasta diffusione, non tanto nel numero delle dipendenze quanto nell'area geografica che le sue comunità andarono a coprire.

L'Espansione Geografica della Congregazione

Al momento della morte di Gioele, Pulsano contava ben quattordici dipendenze nel Regno di Sicilia, tutti priorati, e in massima parte concentrati nell'attuale provincia di Foggia, tra cui: S. Giacomo presso Foggia, S. Nicola presso Troia, S. Stefano di Mattinata, S. Bartolomeo di Carbonaria, S. Andrea in Monte S. Angelo, S. Giovanni ai piedi di Monte S. Angelo, S. Paolo di Civitate, S. Giovanni di Chieuti, il priorato femminile di S. Cecilia presso Foggia, S. Maria "Fustificti", S. Giovanni di Varano, S. Pietro di Cripta Nova presso Ischitella. A essi si aggiungevano le due dipendenze più distanti di S. Pietro di Cellaria presso Calvello (Basilicata) e S. Pietro di Vallebona presso Manoppello (Abruzzo).

Accanto a questi priorati, Pulsano contava anche importanti dipendenze fuori del Regno di Sicilia: una in Dalmazia, presso Ragusa (S. Maria nell'isola di Meleta), una presso Piacenza (S. Salvatore sulla Trebbia), altre ancora presso Lucca (S. Michele a Guamo), Pisa (S. Michele degli Scalzi), Firenze (S. Maria di Fabroro) e Roma (S. Pancrazio). Dopo il 1177 si aggiunsero anche due monasteri femminili: SS. Trinità in diocesi di Orvieto e probabilmente S. Maria delle Grazie a Viterbo.

Dalla fine del secolo XII si registrò il definitivo passaggio di S. Salvatore sulla Trebbia all'obbedienza cistercense, a conclusione di un processo di assimilazione delle consuetudini cistercensi in corso sin dalla fondazione del priorato. Dall'inizio del secolo XIII non si hanno più notizie dei legami di dipendenza da Pulsano per S. Maria di Meleta e S. Pancrazio di Roma. Alle soglie della grande crisi che investì il Regno di Sicilia nel trapasso dagli Altavilla agli Svevi, l'insieme delle comunità pulsanesi era, senza dubbio, ancora in una fase di espansione e non manifestava segnali di crisi.

Crisi e Declino

Le Difficoltà del XIII Secolo

Dopo il 1177 e per gran parte del XIII secolo, scarseggiano le notizie relative alle comunità meridionali pulsanesi; mentre dalla fine del secolo emerse un ruolo più decisamente predominante delle comunità toscane, specie quella di Pisa, che divenne una sorta di centro alternativo per la congregazione. La floridezza della comunità pulsanese di S. Michele a Guamo (Lucca) è attestata dal numero degli obiti inseriti nel necrologio monastico per tutto il XIII secolo, nonché dalla costituzione di due piccoli priorati dipendenti: S. Maria di Valle Romita (sul Monte Pisano, a carattere eremitico) e la chiesa urbana di S. Silvestro di Lucca.

Anche la comunità pisana di S. Michele degli Scalzi confermò la sua solidità, riuscendo a radicare la presenza pulsanese nel priorato di S. Croce de Corvo, in diocesi di Luni. I monaci pulsanesi di Pisa avevano concretizzato i loro rapporti con Bona, pellegrina e devota pisana, divenuta rapidamente oggetto di culto, grazie alla fondazione e al popolamento del priorato di S. Jacopo de Podio, dove nel 1204 ottennero, come reliquia dal sacco latino di Costantinopoli, la mano dell'apostolo Giacomo il minore.

A Pisa, su invito dell'Arcivescovo Villano, nel 1167 la comunità prese possesso di un piccolo oratorio fuori città, nella zona dell'Orticaria, trasformandolo nell'attuale San Michele degli Scalzi, dedicato al loro Santo Patrono. I monaci, che si attenevano alla regola di San Benedetto praticando l'elemosina, lavorando la terra, curando il gregge e andando scalzi, furono infatti conosciuti come "gli Scalzi", termine che arrivò loro proprio con l'arrivo a Pisa. Avevano il divieto di mangiare latte e derivati, carne e vino, attenendosi a un regime alimentare estremamente frugale.

Di S. Maria di Pulsano e delle sue dipendenze pugliesi non si ha praticamente alcuna notizia per tutto il periodo della minorità di Federico II, a eccezione di un documento del 1203, nel quale la comunità di S. Maria di Pulsano appare ancora numerosa, con tredici monaci con dignità sacerdotale, oltre l'abate Deodato.

Le Vicissitudini Interne e le Accuse all'Abate Stefano

La gestione interna non fu sempre lineare. Nel novembre del 1219, gravi accuse furono mosse all'indirizzo dell'abate di Pulsano, Stefano: dilapidazione dei beni monastici, concessione di chiese a laici, incendi di edifici appartenenti ai Templari, installazione di un monaco violento come abate in S. Paolo a Civitate, commerci disonesti con le monache e maltrattamenti che avrebbero portato alla morte di un monaco che lo aveva denunciato al papa. Queste accuse, riportate da un solo monaco, Nicola, furono prese con cautela dal papa Onorio III, che incaricò un'indagine. I delegati scoprirono che Nicola stesso sembrava essere colpevole di furti e violenze ed era stato scomunicato dal suo abate; per vendicarsi, aveva diffamato il suo padre spirituale. Nonostante ciò, qualcosa non funzionava nella gestione di Stefano.

L'Intervento di Onorio III e la Riforma

Nel 1224, l'abate Stefano fu costretto con la violenza dai suoi monaci a dimettersi. Onorio III, pur stigmatizzando il comportamento dei monaci, accettò le dimissioni di Stefano e si affrettò a eleggere un nuovo abate, nella persona di R. da Ortona, monaco di S. Paolo fuori le Mura, a Roma. Il papa sollecitò tutti ad aiutare R. nella sua azione di riforma del monastero, che doveva tradursi in primo luogo in una riforma dei costumi dei litigiosi monaci pulsanesi, richiedendo anche l'appoggio di Federico II per l'abate, definito "fidelis" e "honestus".

La vera vita dei monaci nei monasteri medievali

L'Indipendenza delle Comunità Toscane e la Soppressione

A distanza di trecento anni, i quaranta monasteri divennero difficili da gestire data la loro lontananza, portando a molti errori e allo scioglimento della Congregazione. A seguito di queste vicissitudini, alcuni monasteri, soprattutto Pisa e Lucca, decisero di staccarsi dalla gestione di Pulsano per contendersi il primato come monastero di riferimento in territorio toscano, spingendo per avere una loro indipendenza. Nel 1274, con il Quarto Concilio di Lione, si decise la soppressione di molti ordini mendicanti, richiedendo agli ordini di giustificare la propria congregazione affidandola a una regola canonica e non più solo a una regola di vita.

L'ordine degli Scalzi sopravvisse fino al 1300 e si estinse definitivamente nel 1426 sotto il pontificato di Papa Martino V. Gli ultimi superstiti del ramo pulsanese ripudiarono la regola del fondatore, San Giovanni da Matera, entrando a far parte dei Cistercensi, Benedettini e Canavesi, a seguito delle diverse vicissitudini legate alla gestione economica e religiosa della congregazione da parte degli abati in ruolo. Proprietà e monasteri man mano furono abbandonati, espropriati o chiusi, mantenendo solo San Michele degli Scalzi, San Michele in Guamo e Pulsano per un breve periodo di tempo. Quest'ultimo, a differenza di Pisa, entrò in Commenda sotto la gestione cardinalizia romana e fu seguito ben poco, passando di mano in mano tra ordini mendicanti o eremitici che vissero per lo più negli eremi.

Nel 1412, il complesso di San Michele degli Scalzi, esaurito il periodo dei Pulsanesi, passò sotto gli Agostiniani dopo un periodo di cessioni continue e chiusure momentanee, e nel 1463 fu ceduto ai Canonici Regolari Lateranensi. Ancora oggi, presso l'archivio parrocchiale è presente un manoscritto che dal 1773 al 1889 raccoglie tutti i passaggi legati alla chiesa.

L'Eredità e la Memoria

Nonostante le difficoltà e la successiva estinzione, la Congregazione benedettina degli eremiti pulsanesi, con la sua enfasi sulla vita eremitica inquadrata in una solida struttura cenobitica, il lavoro manuale e la povertà, ha lasciato un'impronta significativa nella storia del monachesimo. La figura di San Giovanni da Matera e le comunità da lui fondate hanno rappresentato un importante esempio di rinnovamento spirituale e organizzativo nell'Italia medievale.

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