La Santità nella Vita Quotidiana: Un Cammino Aperto a Tutti

Che cosa significa essere santi?

Essere santo è sinonimo di essere beato, gioioso, felice. La santità rappresenta il dono di Dio che colma tutte le aspirazioni umane; è la pienezza della vita cristiana che consiste nell’unirsi a Cristo, imparando a vivere come figli di Dio con la grazia dello Spirito Santo e incarnando la perfezione della carità.

Come affermava Benedetto XVI, «La santità, la pienezza della vita cristiana consiste nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. È l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29)» (Udienza generale, 13 aprile 2011).

La santità non è un premio per i perfetti, né un traguardo da conquistare con le sole forze umane. È, piuttosto, un dono di Dio, un’opera della grazia nella nostra vita quotidiana. La Costituzione Lumen Gentium già nel 1964 ricordava che «in ogni condizione di vita e professione, la santità è praticata da coloro che, mossi dallo Spirito, seguono Cristo povero, umile e crocifisso» (n. 41). Siamo chiamati a riscoprire la bellezza dell’affidarci a Dio, permettendogli di operare in noi.

San Josemaría Escrivá sottolineava che «Santità non significa altro, esattamente, che unione con Dio; maggiore è l’intimità con il Signore, più si è santi» (Amare la Chiesa, 22). Egli invitava a non dimenticare che «santo non è chi non cade, ma chi si rialza sempre, con umiltà, con santa ostinazione» (Amici di Dio, 131). La ricchezza dei tesori del Signore è infinita e inesauribile, e perciò «la santità consiste nell’identificazione con Dio, con questo Dio nostro, che è infinito, inesauribile» (Solco, 655).

rappresentazione concettuale della santità come unione con Dio, con una luce che irradia da una figura umana verso l'alto

Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce la santità cristiana come l’opera di santificazione in noi, scaturente dalla Grazia santificante o Deificante ricevuta nel Battesimo. Dire che la chiamata alla santità è universale significa affermare la possibilità che nell’ordinarietà della vita di ogni uomo accada qualcosa di straordinario: la partecipazione alla vita divina. La santità, infatti, è comunione con Dio che inizia in questa vita con il dono del Battesimo (santità ontologica), si accresce nel cammino di grazia lungo tutta l’esistenza terrena (santità morale) per compiersi definitivamente nella gloria del cielo (santità escatologica). Essa, dunque, è già da noi posseduta ma ancora in attesa della sua piena maturazione. Se l’uomo è creato per essere santo, non può pretendere di realizzarsi lontano da Dio. È solo il Signore il fine ultimo a cui tendere giorno e notte per trovare la felicità in qualunque stato di vita si trovi.

Chi può essere santo? La vocazione universale alla santità

La santità è una vocazione universale, diretta a tutte le persone. Dio stesso ci ha detto: «Sarete santi, perché io sono santo» (1 Pt 1, 16) e suo Figlio ce lo ha ricordato: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48).

Il Concilio Vaticano II, nella Lumen Gentium, afferma: «Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità: da questa santità è promosso, anche nella società terrena, un tenore di vita più umano» (n. 40). Col termine ‘fedeli’ ci si riferisce a tutti i cristiani che, «essendo stati incorporati a Cristo mediante il Battesimo sono costituiti Popolo di Dio [...] e sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 871).

Papa Francesco, nell'esortazione apostolica Gaudete et Exsultate, spiega: «Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali» (n. 14).

illustrazione di persone in diversi contesti quotidiani (famiglia, lavoro, preghiera) che irradiano una luce, simboleggiando la santità ordinaria

Potremmo domandarci se le persone che non sono battezzate possano essere sante. Come sappiamo, Dio ama tutte le sue creature e la sua misericordia arriva a tutte loro. Una persona che non ha potuto ricevere il dono della grazia del battesimo, se vive rettamente in ordine alla sua coscienza e alla carità, può raggiungere l’unione piena con l’amore di Dio grazie alla sua giustizia e alla sua misericordia; infatti «Cristo è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina: perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio solo conosce, col Mistero pasquale» (cfr. Catechismo, n. 1260). Ben sapendo, allo stesso tempo, che è dentro la Chiesa che si trovano i mezzi ordinari e necessari per la salvezza, per la santità, per arrivare al Cielo.

La santità "della porta accanto"

La santità non è riservata a pochi eletti o a figure eroiche. Papa Francesco ricorda la «santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (Gaudete et Exsultate, 7), come i genitori che crescono i figli con amore, gli uomini e le donne che lavorano per portare il pane a casa, i malati, le religiose anziane che continuano a sorridere.

La santità è per tutti e non solo per pochi privilegiati: non consiste nel compiere gesta straordinarie, ma nel fare con amore i piccoli doveri della giornata. San Josemaría affermava: «Vuoi davvero essere santo? - Compi il piccolo dovere d’ogni momento: fa’ quello che devi e sta’ in quello che fai» (Cammino, n. 815). E aggiungeva: «La santità “grande” consiste nel compiere i “doveri piccoli” di ogni istante» (Cammino, n. 817).

«Bada bene: nel mondo ci sono molti uomini e molte donne, e il Maestro non tralascia di chiamarne neppure uno. Li chiama a una vita cristiana, a una vita di santità, a una vita di elezione, a una vita eterna» (San Josemaría, Forgia, n. 13). La santità a cui aspiriamo non è una santità di seconda categoria. Il primo requisito è l’amore: «la carità è il vincolo della perfezione; carità, che dobbiamo mettere in pratica secondo i comandamenti esplicitamente stabiliti dal Signore: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, senza riservare nulla per noi stessi. Questa è la santità» (San Josemaría, Amici di Dio, n. 6).

foto di una nonna che abbraccia un nipote, simbolo di amore e santità quotidiana

La santità nel matrimonio

Anche la vocazione al matrimonio è un cammino di santità. Spesso ci dimentichiamo che il matrimonio non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Don Oreste Benzi affermava: «Bisogna sposarsi con l’idea di diventare santi». Questo implica una costante conversione del cuore, un continuo ricentrarsi su Dio e la decisione di amare il coniuge con fedeltà e generosità. Come ha sottolineato San Giovanni Paolo II, «l’amore non è un’astrazione; l’amore ha un volto, ha delle mani, ha delle gambe. È concreto».

Vivere il matrimonio come vocazione richiede un impegno quotidiano, una volontà rinnovata di offrire sé stessi in dono. Papa Francesco esorta: «Il matrimonio cristiano è una chiamata che ci richiede un impegno di santità… Chi sposa un altro, non lo sposa per se stesso, ma per camminare con lui verso Dio». Questo richiede la capacità di rinunciare a qualcosa di nostro per il bene dell’altro, un donarsi che chiede sacrificio e generosità. Essere santi nel matrimonio non significa non fallire mai, ma imparare a rialzarci e a ricominciare con fiducia. La testimonianza di tanti sposi, come Chiara Corbella Petrillo, dimostra che hanno trovato pace nella fedeltà anche in mezzo a difficoltà o tradimenti. Come disse Santa Teresa di Calcutta: «Non possiamo fare grandi cose. Possiamo fare solo piccole cose con grande amore».

Come si diventa santi? I mezzi e il cammino

Per essere santo è necessario accogliere liberamente e umilmente la grazia di Dio e cooperare con i nostri sforzi per lasciarci trasformare da Lui. Non si tratta di fare tutto bene, di essere perfetti, di raggiungere un obiettivo o alcuni determinati valori, ma di lottare per vivere sempre più uniti a Dio, di fare in modo che ogni nostra attività, i nostri pensieri, i nostri desideri siano ordinati alla carità che Gesù ci ha insegnato: «Amerai il Signore tuo Dio sopra tutte le cose e il prossimo come te stesso» (cfr. Mt 22, 37-39). Questo comandamento riassume la santità cristiana.

I mezzi ordinari per ottenerla li troviamo nella Chiesa, dove «si trova tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. È in essa che per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità» (Catechismo, n. 824), che ci viene data con la Parola e i sacramenti.

La Lumen Gentium (n. 42) precisa che «ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, coll’aiuto della sua grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’Eucaristia; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all’esercizio di ogni virtù. La carità, infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge, dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine».

In altre parole, Dio ci guida a raggiungere la santità. Seguire la Sua volontà, il Suo cammino, richiede l’aiuto della grazia, giacché l’uomo da solo non ce la fa. E la grazia si acquista attraverso i sacramenti: il Battesimo, l’Eucaristia, la Cresima, la Confessione. La vita del fedele cristiano che vuole raggiungere la santità avrà come bussola la carità, l’amore sincero verso Dio e gli altri. Questo amore si materializza nella preghiera (il dialogo amichevole con Dio) e nel vivere le virtù (cercando di servire il prossimo prima di se stesso). «Il vero discepolo di Cristo si caratterizza dalla carità sia verso Dio che verso il prossimo» (Lumen Gentium, n. 42).

Benedetto XVI, semplificando, ha indicato alcuni elementi essenziali: «non lasciare mai una domenica senza un incontro con il Cristo Risorto nell'Eucaristia; questo non è un peso aggiunto, ma è luce per tutta la settimana. Non cominciare e non finire mai un giorno senza almeno un breve contatto con Dio. E, nella strada della nostra vita, seguire gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato nel Decalogo letto con Cristo, che è semplicemente l'esplicitazione di che cosa sia carità in determinate situazioni» (Udienza generale, 13 aprile 2011). Questo è l’essenza di una quotidianità vissuta con Cristo, in Cristo e per Cristo ed è senz’altro possibile per chiunque lo voglia.

Le Beatitudini: la "carta d'identità del cristiano"

Papa Francesco, nel terzo capitolo di Gaudete et Exsultate, srotola le beatitudini evangeliche (Mt 5,3-12; Lc 6,20-23) e le rilegge attualizzandole, definendole la «carta d’identità del cristiano». Se qualcuno si chiede «Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?», la risposta è semplice: «È necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita».

  • Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. «Essere poveri nel cuore, questo è santità» (GE, 68). Le ricchezze non assicurano nulla e un cuore che si sente ricco non ha spazio per la Parola di Dio e per amare i fratelli.
  • Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. «Reagire con mitezza, questo è santità» (GE, 74). La mitezza, propria di Cristo («Imparate da me che sono mite e umile di cuore», Mt 11,29), è fondamentale anche nella difesa della fede.
  • Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. «Saper piangere con gli altri, questo è santità» (GE, 76). La persona che si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore è capace di raggiungere le profondità della vita ed essere veramente felice.
  • Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. «Cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità» (GE, 78). La giustizia che propone Gesù non è quella del mondo, spesso manipolata da interessi meschini.
  • Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. «Guardare e agire con misericordia, questo è santità» (GE, 80). Gesù chiama beati coloro che perdonano «settanta volte sette».
  • Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. «Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è santità» (GE, 86). Un cuore puro ama Dio e il prossimo con intenzione sincera.
  • Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. «Seminare pace intorno a noi, questo è santità» (GE, 89). I pacifici «costruiscono pace e amicizia sociale», anche con persone difficili e diverse.
  • Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. «Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi, questo è santità» (GE, 94). Le persecuzioni, sia cruente che sottili, non sono una realtà del passato.

La carità come cuore della santità

Gesù ha anche lasciato la «regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati» (Mt 25,31-46): dare da mangiare agli affamati, accogliere gli stranieri. Papa Francesco sottolinea: «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso... un problema che devono risolvere i politici... Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità... un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!» (GE, 98).

Il Signore ci ha lasciato chiaro che la santità non si può capire né vivere prescindendo da queste esigenze di carità verso i poveri e i sofferenti. È importante accettarle «sine glossa», vale a dire senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza (GE, 97).

Purtroppo, le ideologie possono portare a «due errori nocivi»: da una parte trasformare «il cristianesimo in una sorta di ONG», privandolo della sua «luminosa spiritualità» (GE, 100); dall’altra, disprezzare l’impegno sociale degli altri, considerandolo superficiale. Papa Francesco ribadisce: «La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata... Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione... Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo» (GE, 101).

rappresentazione delle opere di misericordia corporali, con diverse persone che aiutano gli indigenti

Nel cammino di santità, non manca il segno della Croce, che si presenta sotto varie forme, spesso nell’incomprensione, talvolta nell’ostilità o nell’invidia. San Paolo ci ricorda che il combattimento del cristiano non è contro le creature di carne e sangue, ma contro gli spiriti del male (cfr. Ef 6,12) che odiano la santità. Questo combattimento si affronta rivestendosi dell’armatura di Cristo (cfr. Ef 6,13) e affidando la propria vita alla Madre di Dio, chiamata a schiacciare la testa del serpente (cfr. Gn 3,15). Con Maria, la via per la santità diviene più facile, breve, perfetta e sicura, come dice San Luigi Maria Grignion nel Trattato della vera devozione a Maria.

Le falsificazioni della santità: gnosticismo e pelagianesimo

Papa Francesco, nel secondo capitolo di Gaudete et Exsultate, si sofferma su «due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo» (GE, 35). Queste antiche eresie, riemerse in forme moderne, «continuano ad avere un’allarmante attualità» dentro la Chiesa. Si tratta di «due forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare» (GE, 35).

I «nuovi pelagiani», ad esempio, «per il fatto di pensare che tutto dipende dallo sforzo umano incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali - spiega il Papa - complicano il Vangelo e diventando “schiavi di uno schema che lascia pochi spiragli perché la grazia agisca”» (GE, 59). Essi cercano una giustificazione mediante le proprie forze, adorando la volontà umana e la propria capacità, il che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore (GE, 57).

Queste forme si manifestano in atteggiamenti come «l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale» (GE, 57). Invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore e comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo, molti cristiani spendono energie e tempo in queste direzioni.

Chi sono i santi nella Chiesa? Testimonianza e intercessione

Il santo nella Chiesa è testimonianza dell’amore di Dio nel mondo, e perciò è un impulso che trasforma la società. «Canonizzando alcuni fedeli, ossia proclamando solennemente che tali fedeli hanno praticato in modo eroico le virtù e sono vissuti nella fedeltà alla grazia di Dio, la Chiesa riconosce la potenza dello Spirito di Santità che è in lei, e sostiene la speranza dei fedeli offrendo loro i santi quali modelli e intercessori. I santi e le sante sono sempre stati sorgente e origine di rinnovamento nei momenti più difficili della storia della Chiesa» (Catechismo, n. 828).

Nel corso dei secoli la Chiesa ha offerto all’imitazione dei fedeli la venerazione e l’invocazione di alcuni uomini e donne, insigni per lo splendore della carità e di tutte le altre virtù evangeliche.

icona o affresco raffigurante una schiera di santi di diverse epoche e culture, a rappresentare la vocazione universale

San Josemaría Escrivá ci ricorda che «I santi non furono esseri deformi; casi clinici per medici d’avanguardia. Furono, sono normali: di carne, come la tua. - E vinsero» (Cammino, n. 133). Egli sottolinea che «Il Signore ci vuole per sé e, così come siamo, vuole renderci partecipi della sua vita, e ci chiede di lottare per essere santi» (È Gesù che passa, n. 96). E aggiunge: «Unità e varietà. - Dovete essere diversi come diversi sono i santi nel cielo, ognuno dei quali ha le sue proprie note personali e specialissime. E, anche, dovete assomigliare gli uni agli altri come i santi, che non sarebbero santi se ognuno di loro non si fosse identificato con Cristo» (Cammino, n. 947).

Benedetto XVI, al termine del suo ciclo sui santi, ha offerto «qualche pensiero su che cosa sia la santità». Egli invitava a riflettere su «che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo?» e ribadiva che la santità non è una meta riservata a pochi eletti. «In lui - Cristo - (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità (Ef 1,4). E parla di noi tutti» (Udienza generale, 13 aprile 2011).

Per la propria fede personale, molti santi, anche quelli semplici e non canonizzati, sono «vere stelle nel firmamento della storia» e «indicatori di strada». Sono «persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità» (Benedetto XVI).

Come San Paolo scrive: «A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,7.11-13).

Siamo chiamati a vedere la santità non come qualcosa di impossibile, ma come una vocazione a cui rispondere con amore, impegno e fiducia. Rinnoviamo ogni giorno la decisione di vivere la nostra vocazione con generosità. Apriamo il nostro cuore all’amore di Dio, unico vero santo. Come dice San Tommaso d’Aquino, «solo Dio è santo» e noi possiamo partecipare alla Sua santità attraverso la nostra fiducia in Lui. Santa Teresa di Lisieux ci ricorda: «Non devo farmi santa in modo straordinario, ma nel compiere con amore il mio piccolo dovere». Ogni vita è una strada verso la santità.

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