Il Significato delle Esigenze del Discepolato in Luca 14,25-33

Introduzione: Il Contesto del Discorso di Gesù

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Mentre prosegue il cammino verso Gerusalemme per portare a compimento la sua missione, Gesù guarda la folla che lo cerca e sente necessario ricordare a tutti le condizioni necessarie per essere suoi discepoli. Proprio in questo contesto ci vengono incontro le sue parole. Gesù ci invita a fare lo stesso anche per la nostra vita di fede, ricordando le condizioni della sequela per non rimanere delusi da Lui, pensando che non mantenga la promessa, mentre invece potremmo essere noi a non ricordare le condizioni che Lui ci ha dato. Per accogliere queste parole forti di Gesù, dobbiamo comprenderle nel loro significato profondo.

Gesù in cammino seguito da una folla numerosa

La Prima Condizione: "Odiare" i Legami Terreni e la Propria Vita

L'Interpretazione del Verbo Greco "Miseo"

Le parole iniziali del testo evangelico, «Se uno viene dietro a me e non mi ama più di quanto non ami suo padre sua madre (...) e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26), nella traduzione della CEI, hanno una risonanza particolare. Il testo greco originale, tuttavia, ricorre al verbo miseo, che significa «odiare». Reso alla lettera, il passo suona in questo modo: «Se qualcuno viene da me e non odia suo padre e sua madre (...) e anche la sua vita, non può essere mio discepolo». Queste parole hanno la capacità di sorprendere e di sconcertare.

Di fronte all’impatto suscitato dal verbo «odiare», si tende ad appellarsi all’attenuazione, sostenendo che esso vada inteso nel senso semitico di «amare meno». Tuttavia, una lettura che mira a stabilire un’equilibrata gerarchia di valori è lontana dallo spirito evangelico. Come afferma Kierkegaard, è pensabile che il Vangelo imponga a qualcuno di «amare di meno»? Non si tratta di amare di meno, ma di una scelta di amore che implica un’opzione chiara e coraggiosa: amare Gesù più di tutte le persone che amiamo (genitori, fratelli, coniuge, figli), cioè metterlo al primo posto nelle nostre scelte di amore. Dal momento che la vita è il frutto delle relazioni di amore dalle quali nasciamo e per le quali ci doniamo, ciò significa amare Gesù più della nostra stessa vita.

Il Superamento dei Vincoli Familiari

Al tempo di Gesù, la situazione sociale ed economica portava le famiglie a rinchiudersi in sé, impedendo loro di compiere la legge del riscatto e indebolendo la vita comunitaria. Gesù vuole ricostruire la vita in comunità e per questo chiede di superare la visione ristretta della piccola famiglia che si chiude in se stessa, chiedendo alle famiglie di aprirsi e di unirsi tra loro in una grande famiglia, in comunità. Questo è il senso di "odiare" padre, madre, moglie, figli, fratelli e sorelle: i vincoli familiari non devono impedire la formazione della Comunità. Gesù stesso, quando i genitori della sua piccola famiglia vogliono riportarlo a Nazaret, ignora o "odia" la loro richiesta ed allarga la famiglia dicendo: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (Mc 3,20-21.31-35).

Infografica: La priorità dell'amore per Gesù rispetto ai legami familiari

La Seconda Condizione: Portare la Propria Croce

«Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo» (Lc 14,27). Spesso questa espressione viene fraintesa. Non si tratta di dolori da sopportare o di sventure che ci piombano addosso, né Dio trae gloria dalla sofferenza di nessuno. Seguire Gesù e portare la croce dietro di lui significa andare con lui fino a Gerusalemme per essere crocifisso con lui. Non è questo il senso del discepolato che intende dolori da sopportare; quanto è in gioco è l’offerta della propria vita a motivo del Vangelo. Soltanto chi perde la propria vita la salverà (Lc 9,24). Amare di più Gesù in concreto significa cercare di vivere la vita come l'ha vissuta Lui, donandosi interamente per amore; il punto più alto di questa donazione è stata per Lui la croce, per questo l'espressione “portare la propria croce” è un altro modo di dire “imitare Gesù”.

Portare la croce diventa la conseguenza “naturale” e faticosa dell’aver messo Cristo al primo posto, accettando anche la sofferenza, l’ingiuria, il disprezzo degli altri pur di amarli, come ha fatto Lui. È questa la “porta stretta” che Gesù chiede di attraversare a chi si sente amato da Lui, in forza e in risposta a questo amore, anche questo è un compito non facile, e anch'essa una “croce” da portare.

Prendere la croce

Le Parabole del Calcolo: Una Scelta Radicale

Gesù prosegue il suo discorso con due brevi parabole, quella della torre da costruire e quella dell’esercito da affrontare (Lc 14,28-32), orientate a indicare l’imprescindibilità di questa drastica esigenza, ma anche paradossali per il loro ricorso al linguaggio della previsione e del calcolo per illustrare una scelta radicale che non ha nulla da spartire con simili parametri. «Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? [...] Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?».

Le parabole ci invitano a fare bene i calcoli prima di iniziare un’impresa che si potrà rivelare superiore alle proprie forze o di imboccare una via che si potrà percorrere fino in fondo solo a certe condizioni. Non si tratta di essere “bravi”, ma di abbandonare il governo della propria vita, di amare quello che il Signore ama. Chi pretende di andare appresso al Signore Gesù senza pensare che questo vorrà dire deludere i suoi ruoli infantili o familiari, o chi è soddisfatto della propria vita, non ce la farà. Non si può mettere il Signore Gesù come una ciliegina sulla torta della propria mediocrità o inconsistenza.

Il discepolo è chiamato a seguire Gesù, non a progettare il proprio futuro. Si tratta di rinunciare alla propria costruzione, al proprio schema psicologico, a tutto quello che è la logica parentale per cui si viene da un mondo di cose che hanno disegnato l'individuo in una certa maniera. Se non si è passati per questi snodi, la sequela sarà un'azione che non andrà a bersaglio.

La Terza Condizione: La Rinuncia a Tutti i Beni

La conclusione delle due parabole rafforza il messaggio: «Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33). Questa esigenza di rinunciare ai beni materiali significa non far consistere in essi la propria sicurezza. Il senso e l’urgenza di queste parole ribadiscono la stretta connessione tra la propria vita, la propria casa e i propri beni. Essi infatti costituiscono un nucleo tanto forte e saldo da far sì che non sia dato di distaccarsi dai propri genitori, figli, sposa o casa senza distaccarsi anche da sé stessi.

Il bene da possedere è la rinuncia ai beni e l’arte da imparare è l’arte di perdere, di diminuire, di non cadere nelle maglie del possesso, della logica dell’avere. Gesù “svuotò se stesso” e “da ricco che era, si fece povero”. Per condurre a termine il lungo cammino della vita come sequela di Cristo, occorre libertà e leggerezza. Essere liberi dai nostri averi, altrimenti si costruirebbe una torre ridicola, come il cristianesimo di molti che dicono di essere discepoli di Gesù, ma di fatto non lo sono.

Il Senso Profondo del Discepolato e la Nostra Limitatezza

Le tre esigenze della sequela - "odiare" la famiglia, portare la croce, rinunciare a tutti i beni - ci chiamano a scegliere di amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze, fino a mettere in crisi le sicurezze affettive, materiali e soggettive. L’amore per il Signore chiede priorità assoluta; niente può sorpassare questa scommessa. Qui non si tratta di essere bravi, ma di mollare, lasciare, sganciarsi dal governo della nostra vita, non vivere secondo quello che noi amiamo, ma secondo quello che ama il Signore e allora l'amore del Signore entrerà in noi.

Come ricorda il libro della Sapienza (capitolo 9), «I ragionamenti dei mortali sono timidi ed incerte le nostre riflessioni perché un corpo corruttibile appesantisce l'anima». Siamo molto limitati e fragili. La nostra capacità di amore è povera e limitata. Tuttavia, ciò che conta è che questa capacità di amore, per quanto piccola - come i due spiccioli gettati nel tesoro del tempio dalla povera vedova - sia ben orientata e concentrata: amare Dio e il prossimo come e più di noi stessi è la nostra salvezza, l’unica via per un’umanità vera e per un’interezza di fede unica.

Oggi, nei nostri paesi di vecchia e stanca cristianità, il prezzo della conversione non è sentito e ancor meno pagato. Immersi in una cultura dell’“assicurazione” che cerca di eliminare l’insicurezza e il rischio, anche la fede smarrisce il senso del rischio che comporta la sequela di Gesù. Proviamo difficoltà di fronte alle parole dure di Gesù, dimenticando che le esigenze radicali del vangelo sono una rivelazione che rende praticabili dimensioni che sembrano impossibili. La scommessa della vita chiede un investimento che non può essere né banale né di poca cosa, bensì una povertà di cuore e di preoccupazioni, trattandoci umanamente, con verità.

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