La Crocifissione nell'Antica Roma: Storia, Prassi e Significato

La crocifissione, un metodo di esecuzione capitale di origine orientale, fu una pena diffusa presso molte popolazioni antiche, tra cui Assiri, Persiani, Indiani e Sciiti. Introdotta in Occidente da Alessandro Magno, conobbe un primo significativo "successo" presso i Cartaginesi. Tuttavia, furono i Romani a farne il ricorso più frequente e spietato, tanto che Marco Licinio Crasso la utilizzò per la prima crocifissione di massa nell'anno 71 a.C.

Questa forma di pena capitale era universalmente giudicata, anche da coloro che la infliggevano, come la più crudele, infamante e disumana. Cicerone stesso la definì "il supplizio più crudele e più tetro". La sua finalità era infliggere il massimo dolore attraverso una morte lenta e terrificante, allo scopo di aumentare e portare a un limite insopportabile la sofferenza del condannato. Era uno spettacolo che richiamava un gran numero di spettatori, servendo da monito per i vivi e da segno di disprezzo per i morti.

Mappa delle regioni dove era praticata la crocifissione nell'antichità

Contesto Storico e Destinatari

Nell'Impero Romano, la crocifissione era una modalità di esecuzione della pena di morte che non poteva essere inflitta a un cittadino romano. Era una pena riservata agli schiavi, ai prigionieri di guerra e ai rivoltosi, nonché ai non-romani che avessero commesso atroci delitti come assassinii, gravi furti, tradimenti e brigantaggio. La storica Eva Cantarella nel suo libro "Diritto Romano" ha dimostrato come la pratica della crocifissione fosse codificata giuridicamente.

  • Durante la rivolta di Spartaco, nel 71 a.C., oltre seimila ribelli furono giustiziati in questo modo. Chiunque viaggiasse tra Capua e Roma poté vedere per giorni, ai lati della Via Appia, i corpi sulle croci, straziati dagli animali predatori e dagli agenti atmosferici.
  • L'imperatore Tito, nel 71 d.C., dopo l'assedio di Gerusalemme, fece crocifiggere fuori dalla città gli sconfitti al tasso di 500 al giorno, finché non ci fu più posto per le croci, come racconta lo storico ebreo Giuseppe Flavio.

L'Abolizione e i Casi Successivi

La morte per crocifissione fu ufficialmente abolita dall'imperatore Costantino agli inizi del IV secolo d.C., dopo la sua adesione al Cristianesimo (precisamente nel 341 d.C.), sebbene già da tempo vi si facesse ricorso assai più raramente. Nonostante ciò, la storia di questa infamante pena capitale non giunse a termine del tutto.

Casi di giustiziati sulla croce si ritrovano nelle cronache di vari secoli successivi, anche se si è trattato per lo più di vicende accadute in luoghi distanti dall'Europa continentale. Tra gli altri, sono ben documentati i casi di un giovane turco che subì questo martirio nel 1247 a Damasco e quelli di alcuni gesuiti e altri religiosi giapponesi ed europei che a motivo della loro fede vennero crocifissi a Nagasaki il 5 febbraio del 1597. Nel 1824, il capitano inglese Clipperton vide in Sudan un uomo agonizzare per tre giorni sulla croce. Inoltre, il reverendo McElders avrebbe constatato intorno alla metà dell'Ottocento che questo tipo di condanna a morte veniva comminato con una certa frequenza nel Madagascar. Ci sono anche testimonianze secondo le quali nei campi di prigionia austroungarici durante la prima guerra mondiale si praticava la crocifissione, e almeno un testimone oculare ha parlato di atti simili compiuti dai nazisti nel campo di concentramento di Dachau durante la seconda guerra mondiale.

Anatomia del Supplizio e Processo Esecutivo

Il procedimento romano della crocifissione seguiva tappe precise, concepite per massimizzare la sofferenza e l'umiliazione.

La Croce: Struttura e Tipi

La croce era, nel mondo antico, sostanzialmente divisa in due parti principali: un asse verticale chiamato stipes (o palo) e un asse trasversale denominato patibulum. Queste, ricomposte, formavano una struttura solida. Lo stipes, lungo circa 2,5-3,5 metri, veniva conficcato nel terreno, mentre il patibulum, di 150-180 cm, era destinato a essere collocato trasversalmente. Il patibulum presentava un foro centrale per essere incastrato sulla sommità dello stipes.

Nel periodo romano, e quando la crocifissione era frequente, gli stipes si trovavano già posizionati al suolo, pronti a svolgere la loro funzione. Erano generalmente disposti fuori delle mura di cinta della città, raccolti in un'area appositamente destinata alle esecuzioni. Occasionalmente, sull'asse verticale veniva apposto un "sedile" (detto anche pegma o "corno" secondo Tertulliano) ad altezza opportuna, per permettere al condannato di appoggiarvi il peso del corpo e ritardarne la morte.

Le croci usate dai Romani per le pene giudiziarie erano principalmente di tre tipi:

  • La crux decussata, o croce di Sant'Andrea, a forma di X.
  • La crux commissa, con i pali disposti a T (simile alla lettera greca tau).
  • La crux immissa o capitata, la più celebre, in cui la trave orizzontale (patibulum) veniva posta a due terzi dell'altezza di quella verticale (stipes). Questa forma è spesso suggerita dal fatto che il titolo della condanna fosse posto al di sopra della testa del condannato.
Schema dei diversi tipi di croci romane: crux commissa, crux immissa, crux decussata

Il Supplizio Preliminare e il Percorso verso l'Esecuzione

La crocifissione rappresentava l'ultimo atto di un supplizio che iniziava ben prima di giungere alla croce. Il giudice, riconosciuta la colpevolezza e pronunciata la condanna, dettava il titulus, cioè la motivazione della sentenza, scritta su un cartello.

  1. Flagellazione: Il condannato veniva prima flagellato a sangue, spogliato delle vesti e legato a un palo o a una colonna. Il numero e la violenza dei colpi di frusta, con strumenti come il flagrum o flagellum (composto da strisce di cuoio o corda intrecciate con schegge di legno, ossicini o sfere metalliche), potevano causare lacerazioni profonde dei tessuti, perdite ematiche consistenti e traumi gravi. Sebbene la flagellazione potesse essere una condanna mortale, la legge romana sanciva esplicitamente che la vittima dovesse spirare in croce, cercando di evitare la morte in questa fase preliminare.
  2. Trasporto del Patibulum: L'asse trasversale (patibulum), che era mobile, veniva caricato sulle spalle del condannato, legato alle braccia. Una scritta che specificava il crimine di cui si era macchiato gli veniva appesa al collo (il titulus). In queste condizioni, il condannato era costretto a compiere il tragitto dalla sua condanna fino al luogo dell'esecuzione, situato sempre fuori delle mura cittadine. A causa del peso non trascurabile del patibulum, della già subita fustigazione e delle asperità del terreno, era molto probabile che cadesse più volte con la faccia in avanti; il fatto di avere le braccia distese e legate all’asse trasversale gli impediva di proteggersi il viso.
  3. Bevanda lenitiva: Una volta giunto al luogo della crocifissione, gli veniva talvolta data una mistura di mirra e vino acre, allo scopo di alleviargli parzialmente il dolore (un'abitudine più giudaica che romana). Gli insulti precedevano spesso la crocifissione.

Come Funzionava una Crocifissione Romana — Dettagli che Non Ti Hanno Raccontato

Il Fissaggio del Corpo e la Sua Posizione

Una volta sul luogo dell'esecuzione, il condannato veniva spogliato (i suoi vestiti diventavano proprietà dei carnefici) e disteso a terra. Il patibulum veniva quindi innalzato e fissato sullo stipes, formando la croce. Si è molto discusso se il reo fosse appeso con delle corde o inchiodato, ma l'uso dei chiodi è certo, spesso accompagnato da corde intorno alle braccia, alle gambe e alla vita per impedire al condannato di scivolare e per meglio reggere il peso del corpo.

La Localizzazione dei Chiodi

La mancanza di una documentazione precisa sul punto esatto dove i chiodi venivano conficcati ha portato a dibattiti e indagini sperimentali:

  • Mani o Polsi? Il dibattito scientifico e teologico si è concentrato sulla questione se i chiodi fossero inseriti nelle mani o nei polsi. La teoria più accreditata, anche per via della capacità di sostenere il peso del corpo, suggerisce i polsi. Molti studi hanno dimostrato che le mani, da sole, non avrebbero retto il peso.
  • Indagini e Esperimenti:
    • Un chiodo a sezione quadrata all’altezza della prima piega del polso è stato ipotizzato come sufficiente per mantenere un corpo umano adulto.
    • Alcuni autori hanno ipotizzato che i chiodi venissero passati in uno spazio tra le ossa carpali e metacarpali.
    • Il francese B. Lussiez ha verificato con prove su cadaveri che l’infissione di chiodi in quella posizione risulta particolarmente facile, confermando questa soluzione.
    • Il patologo e antropologo forense americano Frederick Zugibe, basandosi su esperimenti con volontari, era convinto che la parte più alta del palmo fosse perfettamente in grado di sostenere il peso del corpo senza causare fratture ossee.
  • Prove Archeologiche:
    • Il primo scheletro di un uomo crocifisso, rinvenuto a Giv'at ha-Mivtar (Gerusalemme, I secolo d.C.) nel 1968, presentava un chiodo lungo 18 cm conficcato in un piede, con frammenti di legno d'ulivo. Sebbene l'interpretazione dei segni su questo scheletro come tracce di chiodi sia stata inizialmente contestata, ha poi riaperto il problema della localizzazione al polso.
    • Un'altra scoperta significativa è avvenuta a Fenstanton, in Inghilterra, dove è stato trovato lo scheletro di un uomo crocifisso 1900 anni fa, con un grosso chiodo ancora conficcato nel tallone. Questo è il terzo caso di crocifissione documentato archeologicamente nel mondo (dopo Israele e Italia) e sembra il più documentato di tutti, con il chiodo ben fisso nell'osso del calcagno. Lo scheletro intero, di un maschio di circa 25-35 anni, probabilmente uno schiavo, presentava altre lesioni imputabili a una lunga permanenza sulla croce.

La Posizione del Corpo sulla Croce

Un'altra rilevante disparità di opinioni permane tra gli studiosi in merito alla posizione assunta dal corpo della persona crocifissa:

  • Per alcuni, le braccia del condannato erano girate dietro il patibulum e i piedi inchiodati ai due lati dell'asse verticale, permettendo al corpo di sorreggersi più a lungo.
  • Per altri, un unico chiodo attraversava le ossa del metatarso dei due piedi sovrapposti l'uno all'altro, fungendo da unico appoggio per alleviare il carico ponderale sui chiodi dell'arto superiore.
  • Il ricercatore israeliano V. Tzaferis, sulla base di resti ossei, ha ricostruito la modalità più comune: "I piedi erano uniti in posizione quasi parallela ed entrambi trafitti al calcagno dallo stesso chiodo, con le gambe adiacenti. Le ginocchia erano piegate, con il destro sovrapposto al sinistro. Il busto, girato di lato, sedeva su un appoggio. Le braccia erano distese verso l'esterno, ciascuna fissata con un chiodo all'avambraccio".
Rappresentazione grafica delle diverse ipotesi sulla posizione dei chiodi e del corpo sulla croce

L'Agonia e le Cause della Morte

Una volta sulla croce, il condannato poteva sopravvivere per periodi variabili, in dipendenza di fattori come la robustezza e costituzione fisica, l'età, lo stato di alimentazione, l'intensità della fustigazione e dei maltrattamenti subiti in precedenza, la quantità di sangue e di liquidi corporei perduti, e la gravità delle ferite riportate. La morte sopraggiungeva di solito dopo diverso tempo, da uno o due giorni fino a quattro o cinque; ma Origene ha citato casi di condannati che non morirono che al decimo giorno.

Durante questa fase, i singoli aspetti della sofferenza si univano e si sovrapponevano, accentuandosi a vicenda. Il dolore delle ferite era notevole, soprattutto quelle sotto la sollecitazione del peso del corpo. La sete si faceva insopportabile a causa della perdita ingente di liquidi, seguita da febbre e fame se il supplizio si protraeva. La difficoltà di respirazione, determinata dall'estensione della gabbia toracica, veniva a tratti alleviata solo quando il condannato aveva la forza di tirarsi su facendo leva sulle braccia o sorreggendosi sulle gambe e sul piccolo sedile della croce.

Teorie Mediche sulla Causa del Decesso

Anche sulla natura esatta della morte per crocifissione manca un accordo totale tra gli esperti:

  • Asfissia: Ipotizzata nel 1925 e riproposta da Barbet nel 1953, è l'ipotesi più "tradizionale". La difficoltà di respirazione è data dall'iperestensione della cassa toracica che impedisce una respirazione completa. Testimonianze (come quelle relative alle torture a Dachau) e esperimenti (Scott, 1995) hanno sostanzialmente confermato che lo sforzo di sollevarsi per respirare porta a un'iperestensione dei polmoni, disidratazione, ipovolemia e acidosi respiratoria e metabolica, culminando nell'asfissia quando la fatica rende impossibile tirarsi su.
  • Collasso Cardiomiocircolatorio / Insufficienza Cardiaca: Suggerita oltre cento anni fa e riproposta da autori recenti (1964), questa teoria attribuisce la morte a shock prodotto dallo sfinimento, dal dolore e dalla perdita di sangue (ipovolemia), o anche a versamento pericardico.
  • Embolia Coronarica: Un'altra tesi avanzata nel 1986 da specialisti americani sul JAMA suggerisce che l'embolia coronarica, successiva a ipovolemia, ipossiemia e turbe della coagulazione, potesse determinare infarto miocardico.
  • Combinazione di Fattori: Altri studiosi hanno indicato diverse possibili cause di morte come infarto, acidosi, aritmia, embolia polmonare, ma anche infezioni, disidratazione, ferite inferte da animali, o una combinazione di tutti questi fattori.

In alcuni rari casi, la morte veniva accelerata per motivi d'ordine pubblico, per interventi d'amici del condannato o per usanze locali. Ciò avveniva in due modi:

  • Col colpo di lancia al cuore.
  • Col crurifragium, ovvero la rottura delle gambe con delle clavi, che privava il condannato di ogni punto d'appoggio e portava a soffocamento.

La vigilanza presso la croce era severa per impedire interventi di parenti o amici, affidata ai soldati e durava sino alla consegna del cadavere o alla sua decomposizione. Tuttavia, poteva accadere che i parenti prelevassero furtivamente il corpo per dargli degna sepoltura, come fu un'eccezione il caso di Gesù, con la concessione di Ponzio Pilato.

La Crocifissione di Gesù nel Contesto Romano

La crocifissione di Gesù di Nazaret è la più conosciuta nella storia, ampiamente ritratta nell'arte. Le fonti storiche romane, come Tacito e Svetonio (116 e 117 d.C.), citarono Gesù affermando solo che fu giustiziato, senza specificare il metodo.

La croce è rivelatrice del tipo di reato per cui fu condannato Gesù da Pilato. Nell'uso romano, la croce era infatti destinata ai ribelli, non agli eretici (nella Palestina di allora, i falsi profeti venivano lapidati). I disordini che Gesù provocò nel Tempio, come la celebre cacciata dei mercanti, avevano allarmato i Romani. Sulle questioni di rilevanza politica, i Romani non andavano per il sottile, e Pilato meno di tutti.

Il titulus sulla croce di Gesù, affisso sopra il suo capo, per ironia di Pilato non esprimeva un delitto ma l'espressione "re dei giudei". Secondo la procedura comune, la croce portata da Gesù fino al luogo dell'esecuzione non doveva essere l'intera croce, ma soltanto il palo trasversale (patibulum). A Gesù venne offerta una bevanda narcotica (mirra e vino), ma egli la rifiutò. I soldati furono sorpresi del fatto che Gesù morisse così presto, dato che la morte per crocifissione in genere avveniva solo dopo qualche giorno.

Dallo strumento di capitale e tortura, la croce divenne simbolo di speranza grazie agli Evangelisti. Due di loro, Luca e Matteo, secondo lo storico del Cristianesimo Remo Cacitti, riportano una particolare credenza dei primi cristiani secondo cui già dalla croce si compì una resurrezione. La raffigurazione del Cristo crocifisso, tuttavia, interviene solo a molta distanza di tempo, attorno alla fine del IV secolo, dapprima con il corpo nudo salvo uno stretto perizoma (subligaculum), poi coperto da una tunica con le maniche corte (colobium).

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