La preghiera del "Padre Nostro", insegnata direttamente da Cristo stesso, è uno dei pilastri della fede cristiana. Tuttavia, il suo significato e la sua traduzione hanno generato un dibattito acceso, in particolare per quanto riguarda la frase "Non ci indurre in tentazione", successivamente modificata in "Non abbandonarci alla tentazione". Questa controversia riflette una più ampia discussione filologica, teologica e pastorale all'interno della Chiesa.
Origini della Preghiera e Contesto Linguistico
Il "Padre Nostro" è presente in due versioni evangeliche: quella breve in Luca 11, 1 e quella estesa in Matteo 6, 9-13 (il "discorso della montagna"). È importante notare che i Vangeli non furono scritti originariamente in ebraico o aramaico, ma in greco, la lingua vernacolare dell'Oriente nel I secolo d.C.
Il verso in questione è «καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν». Il verbo εἰσενέγκῃς (eisenenkes) è la seconda persona singolare del congiuntivo aoristo di εἰσφέρω (eisfero), composto da εἰς ('in, dentro') e φέρω ('portare'). La traduzione letterale sarebbe "E non introdurci alla prova".

La Traduzione Latina e il "Pasticcio" Volgare
Al momento di tradurre la Bibbia dal greco al latino, il verso fu reso con «et ne nos inducas in tentationem». Questa traduzione era filologicamente accurata: inducas (da in 'dentro' e ducere 'condurre') è il corrispettivo latino di εἰσφέρω, mentre tentatio (forma tarda di temptatio) significava primariamente 'prova, tentativo' e solo successivamente ha assunto il significato di 'tentazione' come lo intendiamo oggi.
Il "pasticcio" interpretativo è sorto nel passaggio dal latino alle lingue volgari. La visione di un Dio Padre amorevole, che desidera la salvezza dei suoi figli, strideva con l'immagine di un essere supremo che "induce" o "spinge" alla tentazione, implicando una sua responsabilità diretta nel male.
Il Dibattito sulla Traduzione: Storia e Motivazioni
L'esigenza di una traduzione del "Non ci indurre in tentazione" più chiara per i fedeli fu sollevata già nel convegno sul Padre Nostro in lingua italiana a Perugia, tra il 12 e il 15 aprile 1999. A questo convegno parteciparono ecumenicamente la CEI (Conferenza Episcopale Italiana), la FCEI (Federazione delle chiese evangeliche in Italia) e la Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia. Un biblista cattolico propose le traduzioni "Non ci abbandonare alla tentazione" e "Non ci abbandonare nella tentazione". Già la "Bible de Jérusalem" (1998) traduceva "Non lasciarci entrare nella tentazione".
Il convegno, tuttavia, non portò a modificare la traduzione italiana consolidata, basata sul latino "Ne nos inducas in tentationem". Solo in seguito, la traduzione "Non ci abbandonare alla tentazione" fu recepita nella seconda edizione (2008) della Bibbia CEI. Papa Bergoglio, in un'intervista del 6 dicembre 2017 su Tv2000, ha optato per la scelta dei francesi di tradurre "Non lasciarci cadere nella tentazione", presentando anche l'opzione "Non abbandonarci nella tentazione" emersa al convegno di Perugia.
Questa modifica, pur essendo fortemente pastorale, ha sollevato dubbi sulla sua correttezza esegetica e filologica. Come spiegato da Lorenzo Gasparro nel 2019, la "nuova traduzione" del Padre Nostro non è così recente, essendo comparsa per la prima volta nel 2008 nella traduzione del Nuovo Testamento della CEI e poi nel Lezionario, per essere infine recepita nel Messale Romano solo nel 2020.
Il cambiamento è stato motivato dall'esigenza di correggere il "non indurre", comunemente inteso in italiano come "non costringere". Il verbo latino inducere o il greco eisphérein significano "guidare verso", "introdurre dentro", senza la connotazione di obbligatorietà che il verbo "indurre" ha assunto nel parlare italiano, attribuendo a Dio una responsabilità nel "costringerci" alla tentazione che non è teologicamente fondata.
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La Prova e la Tentazione nella Bibbia
La Bibbia è ricca di esempi di prove che Dio impone ai suoi seguaci per testarne la fede, come nel caso di Abramo e Isacco (Genesi 22). La prova per eccellenza è quella di Cristo nel deserto (Matteo 4,1), dove resiste alle offerte di Satana.
San Giacomo chiarisce che "Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male" (Gc 1,13). La tentazione non viene da Dio, ma è opera del diavolo, sebbene Dio possa permetterla. San Paolo in 1 Corinzi 10,12 afferma: "Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla". Ciò suggerisce che la tentazione è permessa da Dio, ma mai superiore alle forze umane, e che esiste un "richiedente" (Satana) che vuole produrre la tentazione, come illustrato nel Libro di Giobbe.
Le parole "me eisenekes eis peirasmon" chiedono umilmente a Dio di non permettere l'insidia della tentazione, riconoscendo la debolezza umana e non la volontà di sfidare il tentatore. Il Salmo "Poni, Signore, una guardia alla mia bocca, sorveglia la porta delle mie labbra. Non piegare il mio cuore al male a compiere azioni criminose con i malfattori" esprime una richiesta di aiuto e vigilanza divina nel pericolo.
Il Libro di Giobbe aiuta a discernere tra prova e tentazione. L'uomo ha bisogno della prova per maturare e purificarsi, per trovare la via che conduce a una profonda unione con la volontà di Dio. L'amore è un processo di purificazioni e trasformazioni. La sesta domanda del Padre Nostro esprime la disponibilità a prendere su di sé il peso della prova commisurata alle proprie forze, ma anche la richiesta che Dio non addossi più di quanto si sia in grado di sopportare, che non ci lasci cadere dalle sue mani.
Le Obiezioni e le Riflessioni Teologiche
Mons. Le ragioni di un tanto aspro disappunto di mons. Pagano, in una recente intervista, ha espresso disappunto per il cambiamento del Padre Nostro, riconoscendo le difficoltà nel conciliare l'idea di un Dio che induce alla tentazione con la teologia. Ha sostenuto che la Chiesa ha sempre avuto venerazione per la Sacra Scrittura come Parola di Dio, e ha contestato la legittimità di cambiarla, piuttosto che studiarla e comprenderla. Ha messo in discussione l'approccio "attualizzante" della CEI e del Papa nei confronti dei testi sacri, invitando a leggere il testo in latino.
La complessità della questione è stata evidenziata: ogni traduzione implica un'interpretazione che può tradire le intenzioni dell'autore. La scelta di intervenire sul "non indurre" è stata dettata dalla necessità di chiarire che il verbo italiano aveva assunto una connotazione di "costrizione" non presente nell'originale greco o latino, attribuendo a Dio una responsabilità teologicamente infondata nella tentazione.
La storia del cristianesimo è segnata da traduzioni e adattamenti: le parole di Cristo furono pronunciate in aramaico, poi tradotte in greco, poi in latino, e infine nelle lingue volgari. Rivendicare una lingua "ieratica" significa ignorare questa storia. Il DNA del cristianesimo ha sempre permesso e richiesto opportune traduzioni.
Il dibattito si è troppo concentrato sul verbo "indurci" e troppo poco sul sostantivo "tentazione" (πειρασμός - peirasmós). Il significato del verbo greco εἰσφέρω (eisphero) è "portare dentro", "far entrare", "indurre". Il suo significato nel Nuovo Testamento è quello di "testare" con una sfumatura peggiorativa, connotando dolo e malizia.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 2846-2849) spiega la sesta domanda del Padre Nostro basandosi sul testo latino "e non ci indurre in tentazione", e il cambiamento di traduzione mette in crisi questa spiegazione. Benedetto XVI, nel suo "Gesù di Nazaret", cita San Cipriano per illuminare il senso della "tentazione": Dio permette che gli uomini siano tentati da Satana per penitenza e per gloria. La concupiscenza, pur rimanendo nei battezzati, è lasciata per la prova e non può nuocere a chi le si oppone con la grazia di Cristo. "Non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole" (2Tm 2,5).

La "Liturgizzazione" e il Ruolo del Sacerdote
È possibile che, a livello di esplicitazione pastorale, la Chiesa possa "liturgicizzare" il testo biblico in "Non ci abbandonare nella tentazione", ma si tratta solo di una liturgizzazione. Don Carlo Rusconi, pur riconoscendo la non eterodossia della nuova traduzione CEI, la definisce "buonista" o "moraleggiante" e non rispettosa della lettera del testo, preferendo la versione antica della CEI (1974) che corrispondeva alla Vulgata di Girolamo e al greco di Luca.
Le discussioni sulla modifica del Padre Nostro si sono concentrate sul verbo "indurre", trascurando il problema teologico di un Dio che fa o omette qualcosa che ci espone al male, come detto da Gesù. La nuova traduzione è teologicamente più prudente, eliminando ambiguità sulla responsabilità di Dio nella tentazione, ma filologicamente è rivedibile. La soluzione forse più vicina all'originale greco è quella adottata nel 2017 dalla Chiesa francese: "ne nous laisse pas entrer en tentation" ('non lasciarci entrare nella tentazione').
L'abbandono del testo latino e l'adozione delle lingue vive rendono necessaria una revisione delle traduzioni periodicamente. Tuttavia, la complessità del testo del Padre Nostro rende ogni traduzione insufficiente, suggerendo che sarebbe stato preferibile mantenere la traduzione acquisita e approfondirne il senso con la catechesi. La modifica mette in crisi anche le spiegazioni del Catechismo, che si basano sul testo latino.
Nonostante gli sforzi e gli studi per scegliere le parole, esiste il rischio che molti sacerdoti modifichino le parole del Messale a loro discrezione, mettendo a rischio la disciplina della Chiesa e la trasmissione della tradizione. Questo "abuso" non si limita ai casi estremi, ma è diffuso anche tra i sacerdoti "buoni e normali" che non hanno più coscienza dell'importanza di osservare le rubriche e non modificare i testi. Questo "traviamento", un uscire dalla strada, è una preoccupazione che accompagna il continuo dibattito sulla traduzione delle preghiere liturgiche.