La figura di Don Giovanni Bortolotti emerge in contesti diversi, legandosi sia alla sua attività sacerdotale a Trento, sia ad un omonimo con una storia affascinante in Liguria. Entrambe le narrazioni offrono uno spaccato interessante sulla vita ecclesiastica e sulle personalità che l'hanno animata.
Don Bortolotti, Parroco del Duomo di Trento
In un episodio significativo, durante un controquaresimale del Sorbi in Duomo a Trento, il sacerdote Don Marcello Farina si trovava "dentro il confessionale". Sentendo un trambusto e uscendo, assistette a tutte le situazioni successive. Ricorda di aver dovuto
In quell'occasione, fu proprio Don Marcello Farina a dover
consolare il parroco del Duomo, Don Bortolotti, che era disperato.
Questo periodo, caratterizzato da forti cambiamenti e tensioni, vide anche contrasti sulla concessione dell’oratorio del Duomo ai contestatori, con "fughe in avanti" e "sconquassi". Con il vescovo veneziano Gottardi, i fratelli Boato avevano un filo diretto, evidenziando un clima di dibattito e fermento all'interno della Chiesa trentina.
La Vita e il Pensiero di Don Marcello Farina
#gli 80 anni di don marcello farina
Don Marcello Farina, che lo scorso ottobre ha compiuto 85 anni, ha ripercorso la sua infanzia e i primi anni di sacerdozio. Dopo due anni ad Arco, ha trascorso quattro anni in Duomo a Trento. Era anche un buon giocatore di calcio, facendo l’ala dell’Invicta.
Percorso Accademico e Insegnamento
La sua tesi di laurea era incentrata su Kierkegaard, esplorando "La ricerca come senso e orizzonte della vita quotidiana", e addirittura "la ricerca come condizione del vivere". Questa profonda riflessione filosofica ha guidato anche la sua carriera di insegnante. Silvano Zucal ricorda come, da obiettore di coscienza in servizio civile alla Casa di riposo di via Veneto, vedeva spesso Marcello insegnare ai suoi liceali al Galilei lì di fronte.
Successivamente, Don Farina ha vissuto la stagione delle "folle di maturi studenti e studentesse" all’Università della terza età. C'erano "davvero le folle", inclusi "tanti uomini, coppie, oltre alle signore studentesse appassionatissime". La sua idea di fondo nell’insegnare agli adulti era aiutare a trovare le motivazioni, la radice del vivere, e a comprendere perché la cultura è importante e perché è fondamentale fermarsi a riflettere. In questo, ha ricevuto "tante gratificazioni da persone che volevano dare profondità alle loro esperienze umane".
Rapporti con le Gerarchie Ecclesiastiche e Visione Teologica
Don Farina ha avuto un rapporto "molto freddo" con il vescovo Gottardi, affermando che "non c’è mai stata una scintilla". Con Sartori, invece, ci sono stati "scontri duri", e Don Farina conserva "due letteracce" del Giovanni Maria. Ha ironicamente commentato che Sartori non avrebbe potuto fargli un complimento migliore, in quanto, come affermato di recente dal capo dei vescovi italiani Zuppi, "il cristianesimo è inquietudine". Don Farina descrive Sartori come "un uomo ignorante". Anche con il Bressan ha avuto "poco feeling", arrivando a dovergli rispondere "per le rime".
Egli sostiene che "la parola, se non risente dell’atmosfera del momento, è vuota". Non aveva intenzione di mettersi in mostra, ma esprimeva semplicemente ciò che pensava in quel momento, senza voler sfidare nessuno. L’idea di sfida "non gli è mai appartenuta".
Opere e Riflessioni Personali
Romano Faccini, ex discepolo e ora amico e aiutante di Marcello, mostra un libro di Severino Vareschi, "Chiesa e comunità trentina nel XIX e nel XX secolo", pubblicato per il 75° compleanno di Don Farina. Il vescovo ha portato questo libro in dono con la dedica: "Historia magistra vitae? Sì. Per tenere e per mollare."
Don Farina riflette sul periodo tra il 1200 e il 1300, definito come "il periodo della ricerca della razionalità", il passaggio da una domanda fideistica a una fondata sulla ragione, richiamando il rasoio di Occam. Riguardo all’intelligenza artificiale, esprime la necessità di preoccuparsi, definendola "meravigliosa" e "d'accordo" sulla sua importanza.
Interrogato su quali quattro libri porterebbe su un'isola deserta per le quattro stagioni, Don Farina risponde:
- I Vangeli, sufficienti senza l'intera Bibbia, rappresentando i "buoni frutti della Buona Novella" per l'estate.
- Kierkegaard, come "la domanda sull’uomo, l’antropologia", per la "difficile speranza della primavera".
- Nietzsche, che non può essere dimenticato e che gli ha procurato "qualche problema" per il suo apprezzamento, per le "provocazioni taglienti" dell'inverno.
- Etty, l’ebrea di Amsterdam che non ha saputo odiare i suoi persecutori, per l'autunno, con "i colori della vita e il presentimento della morte".
Egli sottolinea che "la domanda non è aggirabile", specialmente la domanda "sul male e quella sul senso della vita". La grandezza e la fragilità di una domanda sono cruciali, perché senza di essa, "la vita sembrerebbe fatta di eventi di per sé insignificanti".
La sua è stata una "bella vita, intensa, nel segno dell’apertura e della ricerca, piena di viaggi e di libri e di incontri e di scoperte". Ricorda con affetto viaggi, cene e risate con gli amici preti Marco Morelli, Renzo Gardener, Silvio Franch. Di Silvio, ricorda la "fantasia inimitabile", come quando in Sardegna "è rimasto incastrato, con la sua pancia, sulle scale strette del nuraghe", suscitando "che risate". San Francisco è un luogo che porta nel cuore, con la sua "natura cosmopolita".
Don Farina si affida alla "tenerezza accompagnatrice di Dio", nel senso proprio dell’abbandono, affermando che "la tenerezza non ha bisogno di ragioni troppo evidenti" e che "alla fine la tenerezza vincerà… Senza anticipare le risposte, senza voler capire tutto". La vera bellezza è l’idea che "siamo attesi".
Il Ministero Presbiterale secondo Monsignor Tisi

Nell’omelia, monsignor Tisi ringrazia "Dio per il dono di ciascuno di voi, per il bene che siete per la nostra Chiesa diocesana, per come avete saputo vivere questo tempo di pandemia, con creatività pur tra tante difficoltà". Definisce la vita del prete "bella e drammatica": da un lato la "seduzione che ha dato origine al ministero", dall'altro la "drammaticità insita nella sequela del Dio di Nazareth". L’opzione del dare, anzi del regalare la vita, costitutiva dell’essere di Gesù e "magna carta della vita del prete, mette paura", riconosce don Lauro. "Nessuno, allora, si fa prete", incalza, "è fatto prete e tenuto in vita come prete dallo Spirito Santo che scolpisce in lui i lineamenti di Cristo". L’Arcivescovo immagina il ministero presbiterale "come partecipazione all’oggi di salvezza inaugurato da Gesù, dove il servire e dare la vita è regnare".
Monsignor Giuseppe Giovanni Bertolotti: Un Parroco Generoso e Misterioso ad Altare

Un'altra figura di spicco, con un nome simile, è Monsignor Giuseppe Giovanni Bertolotti, protagonista di una curiosa storia avvenuta ad Altare, nell’entroterra savonese, famoso per la lavorazione del vetro. Qui svolse la sua attività di parroco dal 1869 al 1931.
L'Attività Pastorale e Filantropica
Dopo un periodo iniziale a Serole, in provincia di Asti, assunse l’incarico di parroco presso la chiesa di Sant’Eugenio ad Altare, a cui legò indissolubilmente il proprio nome. Iniziò a farsi conoscere per la sua attività di saggista, pubblicando diverse opere a carattere religioso. Intorno al 1875, le cose iniziarono a cambiare quando cominciò a spendere somme ingenti per la ristrutturazione e l’ampliamento degli edifici parrocchiali.
A questo primo investimento ne seguirono altri significativi: tra il 1901 e il 1906, fece edificare per ciascuna delle sue sorelle, Enrichetta e Rosalia, due lussuose ville, Villa Agar e Villa Rosa. Queste costruzioni, poste una di fronte all’altra, sono ancora oggi visibili. Villa Agar è diventata dagli anni ’90 sede di una casa di riposo, mentre Villa Rosa ospita il Museo del Vetro. A una terza sorella, Cesarina, regalò un palazzo storico nel pieno centro del paese. Negli stessi anni, finanziò la realizzazione di un centro meteorologico e sismico.
Onorificenze e Rifiuto Incredibile
Grazie alle sue frequentazioni con importanti personalità dell’epoca, ricevette prestigiose onorificenze, sia civili che ecclesiastiche. Pio X lo nominò addirittura cardinale vicario della basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma. In modo incredibile, Monsignor Bertolotti rifiutò questa carica, preferendo rimanere a fare il parroco nella piccola cittadina ligure vicino al suo ingente patrimonio.
Il Mistero della Provenienza del Patrimonio
La questione della provenienza del suo cospicuo patrimonio rimane irrisolta. Alla sua morte, infatti, l’enorme flusso di denaro che era giunto nel paese si fermò di colpo, così come i versamenti per beneficenza e per mecenatismo. Tra i finanziatori che lo avrebbero aiutato nel corso degli anni, la più celebre sarebbe stata Maria Brignole Sale, duchessa di Galliera, filantropa e moglie del marchese Raffaele De Ferrari, banchiere e mecenate. Sebbene ciò appaia plausibile, l’entità delle somme in gioco non basta a spiegare completamente la vicenda.
Da qui emerge un’altra tesi, che ricorre in casi simili (come la più celebre vicenda di Bérenger Saunière, parroco francese di Rennes le Chatêau): la scoperta di un tesoro templare. Secondo questa teoria, Bertolotti avrebbe trovato, in modo e luogo sconosciuti, questo tesoro e lo avrebbe utilizzato per i suoi scopi filantropici. Questa ipotesi si basa su alcuni elementi iconografici presenti nelle edificazioni volute da Bertolotti, come ad esempio la Via Crucis al contrario - una caratteristica presente in alcune chiese dell’ordine monastico-cavalleresco - e alcune vetrate di Villa Rosa, dove sono curiosamente rappresentati alcuni cavalieri medievali, probabilmente proprio templari.