L'episodio della Crocifissione di San Pietro è un tema iconografico che il pittore napoletano Luca Giordano ha affrontato numerose volte nel corso della sua carriera, sia durante la sua giovinezza (1650-1653) che nel decennio successivo. Tra le varie versioni conosciute dell'opera, caratterizzate da sottili differenze compositive e stilistiche, una in particolare si distingue per il numero significativo di varianti rispetto alle altre.

Caratteristiche stilistiche e iconografiche
La composizione dell'opera segue l'iconografia tradizionale che vede San Pietro crocifisso a testa in giù su una croce capovolta, secondo l'esplicita richiesta del Santo come segno di umiltà e inferiorità rispetto a Cristo. L'impaginazione della scena, in cui la croce è posta diagonalmente, richiama la celebre tela di Caravaggio conservata nella cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma. Tuttavia, a differenza del modello caravaggesco, la versione di Giordano appare più concitata, popolata da numerosi carnefici in primo piano, colti nell'atto di issare la croce del martirio mediante l'uso di grosse funi.
La scena è incorniciata da un fusto di colonna sulla destra e da uno scorcio architettonico sulla sinistra, elementi che si stagliano contro un cielo rischiarato da lampi di luce crepuscolare. Un elemento iconografico di particolare rilievo è costituito dagli angeli che planano dall'alto per offrire al Santo fiori del Paradiso, istituendo un parallelo simbolico con gli angeli che raccolgono il sangue di Cristo sul Golgota.
Il dipinto esemplifica la capacità dell'artista di assimilare diverse fonti figurative:
- L'influenza di Jusepe de Ribera: emerge nell'attenzione naturalistica riservata al corpo seminudo del Santo, invecchiato ma ancora nerboruto, e nella caricata espressività dei carnefici.
- Il gioco di luci: le figure affastellate in primo piano sono caratterizzate da un pronunciato chiaroscuro, contrapposto a personaggi sullo sfondo resi quasi evanescenti da una luce dorata.

Analisi critica e contesto storico
L'opera giunse al museo nel 1910, in seguito all'acquisto da parte dello Stato presso l'Ufficio Esportazione di Venezia. Sebbene in passato fossero state riconosciute una firma e la data 1692, tali elementi sono stati successivamente considerati apocrifi. Per ragioni stilistiche, gli studiosi riconducono oggi il dipinto alla prima maturità dell'artista, collocabile intorno al 1660.
Il dibattito critico attorno alla produzione giordanesca, approfondito da autori come Oreste Ferrari nel testo "Luca Giordano tra naturalismo e barocco", sottolinea come l'evoluzione stilistica del pittore sia passata attraverso una fase di sperimentazione significativa. Dalle prime influenze di Ribera, visibili in opere come il San Sebastiano curato da Sant’Irene e il San Nicola da Bari, Giordano è approdato a uno stile più barocco, caratterizzato da un crescente interesse per gli aspetti emotivi, il pathos e la tenerezza delle figure. Tale percorso di crescita ha reso Giordano una figura cardine nel panorama artistico del XVII secolo a Napoli e in tutta Italia.
Altre testimonianze della produzione di Giordano
Oltre alla versione della Crocifissione di San Pietro, il catalogo di Luca Giordano comprende opere di varia natura, spesso collocate in contesti prestigiosi. Si ricorda, ad esempio, la pala d'altare della Deposizione di Cristo dalla Croce, originariamente nella chiesa veneziana di Santa Maria del Pianto, nota per la sua felicità compositiva e il dinamismo dei corpi. Parallelamente, esiste un'ulteriore opera (anch'essa una Crocifissione di San Pietro) conservata nel Museo diocesano d'Arte Sacra di Lecce, la cui attribuzione è sostenuta da studiosi come M. Paone, nonostante il precario stato conservativo dovuto a un'abrasione del film pittorico causata da puliture troppo aggressive.