L'Omelia e l'Evangelizzazione Giovanile: Comprendere e Comunicare la Fede

L'omelia, o omilìa, è una parte fondamentale della liturgia cattolica, derivando dal greco ὁμιλία che significa "riunione, conversazione". Essa consiste nell'esposizione e commento di passi della Sacra Scrittura, in particolare del Vangelo del giorno, ma può estendersi anche alle altre letture della Messa.

Il Ruolo e la Struttura dell'Omelia

L'omelia è parte integrante della liturgia della parola ed è obbligatoria nelle domeniche e nelle feste di precetto in tutte le Messe con partecipazione di popolo, non potendo essere omessa se non per un grave motivo. Di solito, l'omelia è tenuta personalmente dal sacerdote celebrante. Talvolta, può essere affidata a un sacerdote concelebrante e, secondo l'opportunità, anche al diacono; mai però a un laico. Il vescovo è il primo omileta nella sua diocesi, come testimoniato dall'attività di figure come Mons. Patrick Joseph McGrath, vescovo di San José, in California, che tiene regolarmente l'Omelia. Normalmente l'Omelia si tiene dall'ambone.

Una buona omelia non deve essere soltanto teologica, per non risultare pesante, né solamente un'esortazione morale, per non rischiare il moralismo. Al contrario, una buona Omelia parte dal dato biblico, ne approfondisce il significato teologico e giunge alle implicazioni riguardanti la vita cristiana. Negli ultimi tempi, le omelie sono facilmente accessibili anche sul web, disponibili in formato testo, audio e video.

Sacerdote che tiene l'omelia dall'ambone con i fedeli in ascolto

L'Omelia nella Pastorale Giovanile: Sfide e Obiettivi

La ragione ultima dell'impegno pastorale e dell'annuncio della fede è spesso l'evangelizzazione dei giovani. Gli adulti sono chiamati a mettersi in discussione riguardo alla loro responsabilità di annunciare il Vangelo di Cristo ai giovani, una responsabilità che può esigere una vera e propria "conversione". È fondamentale chiarire cosa significa e cosa comporta annunciare il Vangelo di Cristo oggi ai giovani. Questo non implica inventare nuovi contenuti, poiché essi sono stati stabiliti dall'eternità, ma piuttosto meditarli e assimilarli più profondamente per avere "una conoscenza piena della sua volontà con ogni sapienza ed intelligenza spirituale" (Col 1,9).

La Comunicazione del Vangelo ai Giovani

L'obiettivo è comprendere come i contenuti del Vangelo debbano essere comunicati ai giovani affinché ne percepiscano l'intima ragionevolezza, ossia la corrispondenza tra le loro domande e la risposta che è Cristo. Esiste un'originaria corrispondenza fra il Vangelo e il cuore del giovane; se questa non viene resa consapevole, l'annuncio può passare inosservato o, se accolto, generare ipocriti o persone "spostate" dalla vita, o ancora un rifiuto, una fede non pensata o una fede scollata dalla vita. La riflessione deve concentrarsi su come annunciare il Vangelo in modo tale che quella corrispondenza emerga nel cuore del giovane. È importante sottolineare che l'obiettivo non è la scrittura di una programmazione di pastorale giovanile, poiché l'annuncio evangelico accade nel rapporto interpersonale, che è un avvenimento irripetibile. Tuttavia, è necessario guardarsi dalle insidie dell'attività educativa, come l'incertezza nella proposta e la confusione negli obiettivi.

La Crisi del Senso e il Disagio Giovanile

La recente Enciclica Fides et ratio sottolinea come il periodo di rapidi e complessi cambiamenti esponga le giovani generazioni alla sensazione di essere prive di autentici punti di riferimento. L'esigenza di un fondamento su cui costruire l'esistenza personale e sociale si fa sentire in maniera pressante, soprattutto quando si constata la frammentarietà di proposte che elevano l'effimero al rango di valore, illudendo sulla possibilità di raggiungere il vero senso dell'esistenza. L'ipotesi esplicativa del profondo disagio giovanile è che i giovani non sanno più se e perché "vale la pena" di essere liberi, non comprendendo più il senso della loro libertà. Si sentono condannati al supplizio di una libertà insensata. La libertà non è solo "libertà da...", ma è in primo luogo "libertà per...". Quando non si sa più orientare la propria libertà, essa diventa insopportabile, aprendo la porta alla noia di vivere, che i Padri della Chiesa chiamavano "tristitia cordis". Oggi, il disagio giovanile è un'immensa tristezza che è penetrata nel loro cuore.

Il Vuoto Educativo come Causa del Disagio

Una conseguenza di enorme importanza derivante da questa ipotesi è che la causa principale del disagio giovanile è stata una carenza, un vuoto educativo. L'educazione, intesa come introduzione della persona nella realtà, le consente di giudicare ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è bene e ciò che è male, rendendola capace di amare il bene conosciuto e quindi libera. Una società che ha prodotto un mondo fondato sul presupposto che ogni opinione ha lo stesso valore, che l'uomo è mosso solo dal proprio tornaconto, che le norme sono mere convenzioni e che le scelte individuali sono dettate dai gusti personali, è una società relativista, utilitarista, convenzionalista e individualista. In un tale contesto, il giovane non trova più risposte alle sue domande fondamentali da parte di chi doveva darle, creando una condizione di incertezze, incapacità di prendere decisioni definitive, ricca di informazioni ma incapace di essere veramente libera.

Immagine concettuale: giovani che cercano un senso in un labirinto di informazioni

Modalità di Evangelizzazione e Omelie: Approcci Corretti e Sbagliati

L'interpretazione del disagio giovanile come crisi di senso dovuta a un vuoto educativo non esclude aspetti positivi della gioventù, come l'impegno nel volontariato o l'attenzione a certi valori. La questione è più profonda: quale è il tratto fondamentale che caratterizza l'ethos giovanile di oggi?

Modalità Sbagliate: L'Indegnità Culturale dell'Annuncio

Alla radice delle modalità sbagliate di evangelizzazione sta un'attitudine dello spirito che impedisce un vero annuncio, anche se si dedica molto tempo ai giovani. Si tratta del pensare che sia possibile una qualsiasi forma di evangelizzazione senza alcuna dignità culturale. Per indegnità culturale si intende un annuncio della fede (omelie, catechesi, incontri personali) che non si presenta come ragionevole, privo di una sua intrinseca ragionevolezza, intelligibilità e universalità. Questa "indegnità culturale" può nascere dal ritenere che il pensare in senso forte sia una fatica inutile o che la fede sia neutra rispetto ai modi e ai contenuti del pensiero della persona a cui è annunciata. Un annuncio cristiano è culturalmente indegno quando nasce sia da una fede "debole" sia da una ragione "debole".

Come afferma la Lettera Enciclica Fides et ratio (48, cpv. 1 in fine): "sia la ragione che la fede si sono impoverite e sono divenute deboli l’una di fronte all’altra. La ragione, privata dell’apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l’esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale. È illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione. Alla stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e radicalità dell’essere."

Alcune modalità sbagliate derivanti da questa attitudine includono:

  • Ritenere secondaria o eludere la domanda veritativa nella catechesi, pensando che ciò che si pensa del Signore sia indifferente o secondario rispetto al culto.
  • La ricerca dello "straordinario" nell'esperienza della fede, confondendo il "credere" con il "sentire forti emozioni sacre", il che è pericoloso perché porta vicino alla magia e alla superstizione.
  • La costruzione di "comunità chiuse" come effetto dell'evangelizzazione dei giovani, dove l'appartenenza alla Chiesa è decisa dall'appartenenza alla comunità e non viceversa, segno di un difetto di dignità culturale.

Modalità Parzialmente Giuste: L'Azione e la Fede

Un testo biblico suggestivo (1Gv 2,3-4) afferma: "Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice «lo conosco» e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui". Nel vocabolario giovanneo, "verità" connota la Rivelazione compiuta da Gesù, interiorizzata nel credente dallo Spirito Santo. Non osservare i comandamenti significa che la Rivelazione non dimora nella persona, rendendola bugiarda, non solo nel dire falsità ma nell'essere falsità. Questa falsificazione accade quando non si vive il Vangelo, che si riassume nell'amore al prossimo. Non si dà conoscenza vera di Cristo se non diventa agire; la verità evangelica la si conosce facendola.

Questa affermazione, sebbene pervasiva nel Nuovo Testamento, può portare a pensare che si educa un giovane alla fede solamente impegnandolo a fare qualcosa per gli altri, riducendo l'evangelizzazione all'impegno sociale. Questa modalità è solo parzialmente vera e, a causa della sua parzialità, è estremamente pericolosa. Essa ignora e nega che "il fondamento e la radice di ogni salvezza è la fede" (Conc. Tridentino, Sess. VI, cap. VII; DS 1532). Gesù non inizia il suo annuncio chiedendo un cambiamento dei costumi, ma un cambiamento della mente (la metanoia) e la fede. L'esercizio delle virtù dell'onestà, pur essendo proprie dell'uomo, non porta di per sé a Dio, e può persino allontanare da Lui. Nella vita cristiana, tutto nasce dalla fede, la quale a sua volta nasce dall'ascolto, e l'ascolto dall'annuncio (cfr. Rom 10,17).

L'Omelia al Cuore della Messa: Un Dono di Dio e Chiamata alla Santità

L'omelia è un momento cruciale della Messa, strettamente legato al mistero di Cristo e al suo sacrificio per la salvezza. Come sottolineato in una riflessione sulla "crisi delle omelie", il centro della celebrazione eucaristica è il mistero di Cristo, significato dal pane e dal vino che "per le parole di Cristo e per l’invocazione dello Spirito Santo, diventano il Corpo e il Sangue di Cristo" (Catechismo n. 1333). L'omelia serve a favorire nei fedeli una più efficace comprensione della Parola in vista di quel mistero. Tutto nella Messa è armonizzato per celebrare attivamente, essendo la Messa fonte e culmine della vita cristiana.

La Santità Quotidiana: Esempi per i Giovani

La santità è sempre un dono di Dio. Quando la Chiesa canonizza uno dei suoi figli, non solo lo onora, ma rende grazie al Signore. Sant'Agostino spiegava che "quando elargisce il premio dell’immortalità, Dio corona i suoi doni, non i tuoi meriti", coronando in noi "i doni della sua misericordia". Questa visione della santità come dono di Dio è essenziale anche per la pastorale giovanile.

Un esempio luminoso di santità giovanile è San Carlo Acutis. Il Papa, in un'omelia, ha ricordato come Carlo sia cresciuto "integrando naturalmente nelle sue giornate di bambino e di ragazzo preghiera, sport, studio e carità". Parlando anche di San Pier Giorgio Frassati, ha detto che entrambi "hanno coltivato l’amore per Dio e per i fratelli attraverso mezzi semplici, alla portata di tutti: la santa Messa quotidiana, la preghiera, specialmente l’Adorazione eucaristica. Carlo diceva: “Davanti al sole ci si abbronza. Davanti all’Eucaristia si diventa santi!”".

Foto di San Carlo Acutis e San Pier Giorgio Frassati in un contesto giovanile

Queste parole del Papa ci invitano a soffermarci sui mezzi semplici per la santità, che è l'unica chiamata davvero universale. Non è necessario vivere da eremita o in condizioni speciali; bastano i piccoli "sì" quotidiani: partecipare alla Messa, pregare, amare il prossimo, chiedere perdono, perseverare anche nelle difficoltà. È la fedeltà a questi gesti semplici che costruisce una vita santa. La preghiera, lo sport, lo studio, la carità, la vita familiare, il lavoro e l'impegno sociale sono tutti spazi in cui si può vivere la santità, anche in mezzo a problemi e sofferenze.

Madeleine Delbrêl, mistica francese, descriveva la santità quotidiana come propria di "gente che fa un lavoro ordinario, che ha malattie ordinarie e lutti ordinari. Gente che ha una casa ordinaria e vestiti ordinari. È la gente della vita ordinaria". San Carlo Acutis è stato proprio così: per incontrarlo bastava camminare per le vie di Milano o Assisi. Un suo amico ha testimoniato che Carlo era "normale in tutto, eccetto che per la fede", rimandando alle parole bibliche "Il giusto vivrà per la sua fede" (Ab 2,4) e all'immagine del cristiano descritta dalla Lettera a Diogneto: "come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani". I santi, come San Carlo Acutis, fanno vivere Cristo nell'ordinarietà della loro vita (cf. Gal 2,20), soprattutto attraverso l'amore per l'Eucaristia.

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