In tutte le religioni, l'altare è il centro del culto sacrificale (ebraico: zabah = sacrificare, radice di mizbeah = altare). L‘altare è il segno della presenza divina. Mosè suppone una simile credenza quando spruzza metà del sangue delle vittime sull‘altare e l‘altra metà sul popolo, che in tal modo entra in comunione con Dio (Es 24, 6 ss); e così pure Paolo: «Coloro che mangiano le vittime non sono forse in comunione con l‘altare?» (1 Cor 10, 18).

L'Altare nell'Antico Israele: Dal Memoriale al Luogo di Culto Sacrificale
Le Origini: Memoriale del Favore Divino
Nell'epoca biblica più antica, chi costruiva un altare lo faceva per rispondere a YHWH che l'aveva visitato. Questo è quel che significa la formula frequente che accompagna il gesto dei patriarchi: "Edificò un altare a YHWH e invocò il suo nome" (Gen 12, 7 s; 13, 18; 26,25). Prima di essere un luogo in cui si offrono sacrifici, l'altare era quindi un memoriale del favore divino. I nomi simbolici che questi altari ricevono ne sono una testimonianza (Gen 33,20; 35,1-7; Giud 6,24).
Tuttavia, esso era pure il luogo delle libagioni, dei sacrifici e delle offerte di profumo. Se in origine ci si poteva accontentare di rocce più o meno ben adattate (Giud 6, 20; 13, 19 s), presto ci si preoccupò di costruire un altare in terra battuta o in pietre grezze, senza dubbio grossolane, ma meglio confacenti allo scopo (Es 20, 24 ss).
Per i discendenti dei patriarchi, il luogo del culto tendeva ad avere maggior valore che non il ricordo della teofania che vi aveva dato occasione; così spesso diventava un luogo di pellegrinaggio. Questo primato del luogo sul memoriale si manifestava già nel fatto che si sceglievano spesso antichi luoghi di culto cananei, come Bethel (Gen 35,7) o Sichem (33,19 s), e più tardi Gilgal (Gios 4, 20) o Gerusalemme (Giud 19, 10).
Confronto con i Culti Pagani e Centralizzazione
Di fatto, quando entra in Canaan, il popolo d'Israele è in presenza degli altari pagani, che la legge gli impone di demolire senza pietà (Es 34, 13; Deut 7,5; Num 33,52). Gedeone (Giud 6, 25-32) o Jehu (2 Re 10, 27) distruggono in tal modo gli altari di Baal. Ma ordinariamente ci si accontentava di «battezzare» le alture con il loro materiale cultuale (1 Re 3,4).
A questo stadio, l‘altare poteva contribuire alla degenerazione della religione per una duplice ragione: la dimenticanza che esso è soltanto un segno per raggiungere il Dio vivente e l'assimilazione di Jahve agli idoli.
In pratica, fu Salomone a inaugurare un regime di tolleranza per gli idoli apportati dalle sue mogli straniere (1 Re 11, 7 s). Acab agì allo stesso modo (1 Re 16,32), e Acaz e Manasse introdussero nel Tempio stesso degli altari, secondo l'usanza pagana (2 Re 16, 10-16; 21, 5). Dal canto loro i profeti vituperarono la moltiplicazione degli altari (Ani 2, 8; Os 8, 11; Ger 3, 6).
Un rimedio alla situazione fu apportato con la centralizzazione del culto a Gerusalemme (2 Re 23, 8 s; cfr. 1 Re 8, 63 s). L‘altare degli olocausti cristallizzava ormai la vita religiosa di Israele, e numerosi salmi testimoniano il posto che esso occupava nel cuore dei fedeli (Sai 26, 6; 43, 4; 84, 4; 118, 27).
La Struttura e la Funzione dell'Altare nel Tempio
Descrizione dell'Altare e dei Suoi Utensili
L'altare sacrificale era l'unico altare del santuario di Israele nei primi tempi. L'ebraico mizbeah (altare) deriva dalla radice zabah (sacrificare), il suo significato è essenzialmente "luogo di uccisione".
Si doveva fare un altare di legno di acacia, lungo cinque cubiti e largo cinque cubiti; l’altare sarebbe stato quadrato e avrebbe avuto tre cubiti di altezza. Lo si rivestiva di bronzo, rendendolo una struttura a forma di scatola che poteva resistere alle alte temperature. Per anni, i lati di questo altare furono di bronzo liscio e lucente. Ma Numeri 16 descrive la ribellione di Kore, che sfidò la leadership di Mosè. Confermando la guida di Mosè, Dio giudicò Kore e i suoi seguaci e fece sì che la terra si spaccasse e inghiottisse tutti i ribelli.
Quando Ezechiele descrive il tempio futuro, l'altare è oggetto di descrizioni minuziose (Ez 43, 13-17), e la legislazione sacerdotale che lo concerne è collegata a Mosè (Es 27, 1-8; Lev 1 - 7).
Si dovevano fare anche i suoi vasi per raccogliere le ceneri, le sue palette, i suoi catini, i suoi forchettoni e i suoi bracieri; tutti i suoi utensili erano fatti di bronzo. Una griglia di bronzo in forma di rete, posta sotto la cornice dell’altare, nella parte inferiore, fungeva da pavimento per l'altare, permettendo a ceneri e resti bruciati di cadere attraverso di essa. Si facevano anche delle stanghe per l’altare, di legno di acacia rivestite di bronzo, che si facevano passare per gli anelli per trasportare l'altare.

Il Ruolo Centrale dell'Altare nei Sacrifici
Sui suoi «corni» veniva cosparso il sangue per l'espiazione cerimoniale e su di esso venivano deposti gli «olocausti» o le «offerte arse per intero». Questi riti indicano chiaramente che l‘altare simboleggia la presenza di YHWH. Nello stesso tempo si precisano le funzioni sacerdotali: i sacerdoti diventano in modo esclusivo i ministri dell‘altare, mentre i leviti sono incaricati delle cure materiali (Num 3,6-10).
Il Cronista, che sottolinea questa usanza, mette la storia della monarchia in accordo con queste prescrizioni (2 Cron 26, 16-20; 29, 18-36; 35, 7-18). Infine, segno di venerazione per l‘altare, la prima carovana dei rimpatriati dall‘esilio ci tiene a ricostruire subito l‘altare degli olocausti (Esd 3,3 ss) e Giuda Maccabeo manifesterà più tardi la stessa pietà (1 Mac 4,44-59).
I Corni dell'Altare: Uso e Profondo Simbolismo
Caratteristiche e Funzioni dei Corni
Si dovevano fare quattro corni ai quattro angoli dell’altare, e dovevano costituire un sol pezzo con esso. Ossia, sarebbero stati un tutt’uno con l’altare stesso, non aggiunti, ma forgiati insieme all’altare. Secondo alcuni erano in forma di parallelepipedi, secondo altri dovevano essere conici.
I corni dell’altare, menzionati già da gran tempo come luogo d'asilo (1 Re 1, 50 s; 2, 28), assumono una grande importanza. Saranno frequentemente aspersi di sangue per il rito dell'espiazione (Lev 16,18; Es 30, 10). I corni servivano anche «per legare le bestie che dovevano essere uccise in sacrificio» (Salmo 118:27). Essi erano anche considerati una dimostrazione di forza e di potenza.
Secondo le tradizioni cristiane, le corna dell'altare rappresentano luoghi di sacrificio biblici, rifugio per peccatori involontari e punti rituali significativi. Afferrare le corna offriva protezione, simboleggiando fede e rifugio. Nella Chiesa d'Oriente, questi elementi sacri sono legati ai rituali religiosi e alle feste ebraiche, stabilendo un punto di connessione simbolica tra il sacrificio di Cristo e le pratiche cerimoniali ebraiche. Essi rappresentano anche un legame tra il terreno e il divino, un luogo di rifugio e un simbolo di autorità divina.
"I sacerdoti del Signore" - Esodo 29:1-21
Casi Biblici di Ricerca d'Asilo: Adonia e Ioab
Ai corni dell’altare si aggrappavano i condannati a morte cercando salvezza per la propria vita. Un esempio è Adonia, che temendo Salomone, andò ad aggrapparsi ai corni dell’altare. Fu riferito a Salomone: “Sappi che Adonia, avendo paura del re Salomone, ha afferrato i corni dell’altare dicendo: “Mi giuri oggi il re Salomone che non farà morire di spada il suo servitore””. Salomone rispose: “Se si comporterà da uomo leale, neppure un suo capello cadrà a terra; ma se in lui sarà trovato qualche male, morirà”. Il re Salomone ordinò che lo facessero scendere dall’altare; quegli venne a prostrarsi davanti al re Salomone, poi Salomone gli disse: “Va’ a casa tua!”.
Adonia, che in un primo tempo fu risparmiato dal re dopo essersi aggrappato ai corni dell’altare, venne condannato a morte in seguito. Adonia chiese alla madre Betsabea di intercedere presso Salomone perché gli desse in moglie Abisàg, la Sunammita. Salomone percepì in questa richiesta una rivendicazione al trono e ordinò l’esecuzione a Benaià, figlio di Ioiadà, che lo colpì e quegli morì.
Particolare è il caso di Ioab, ucciso proprio mentre cercava rifugio aggrappato ai corni dell’altare. Ioab, alla notizia che il re voleva la sua morte, si rifugiò nella tenda del Signore e si aggrappò ai corni dell’altare. Salomone, informato della cosa, inviò Benaià con l’ordine di ucciderlo. Benaià andò nella tenda del Signore e intimò a Ioab di uscire, ma Ioab rifiutò, dicendo: “No! Qui voglio morire!”.
Il fatto è di grande drammaticità. Ma la legge mosaica stabiliva: “Ma quando un uomo attenta al suo prossimo per ucciderlo con inganno, allora lo strapperai anche dal mio altare, perché sia messo a morte”. Ioab, resistendo e rifiutandosi di scendere dall’altare e di uscire dalla tenda, obbligò di fatto Salomone a una profanazione del luogo santo per eseguire la giustizia.
Il Significato Ampliato del "Corno" nella Bibbia
Nella scrittura, il corno significa regalità e potere. Il termine ebraico deriva dalla voce verbale קרן (qèrèn), che significa splendere, irradiare. Caratteristica del corno è quella di emergere, uscir fuori dalla carne. Potente è chi non è impotente, sterile, ma fecondo e dà alla luce. Il tema della fertilità ha un concreto fondamento nel contesto agricolo. La potenza come fecondità è emblematizzata nella mitologia classica nella cornucopia, il corno dell'abbondanza.
Le corna rappresentano quindi prima di tutto le divinità e la loro potenza. E i re e i condottieri possono portare elmi o corone con corna. Per questo il corno è impiegato nel rito di consacrazione di sacerdoti e anche di re, contenendo l’olio per la consacrazione.
Il Signore disse a Samuele: “Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re”. Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.
Corno per eccellenza, re, sposo, potente, fecondo, luce… è YHWH, il Corno del suo popolo. Ogni regalità e sacerdozio e sponsalità nel popolo è possibile solo in quanto rappresenta la regalità dell’unico Dio e il sacerdozio del suo Messia. Per questo il corno si presta anche come strumento di convocazione e di acclamazione, quale voce stessa di YHWH. Ed è il suono del corno che il popolo sentirà sul monte quando YHWH scende incontro al suo servo Mosè.
Il corno-luce esprime quindi innanzitutto la divinità e la sua trascendenza. È importante osservare che nella Bibbia, quando nella nostra traduzione italiana troviamo termini come bagliori di folgore, potenza, salvezza potente… il testo originale ha «corno»! Probabilmente il traduttore ha ritenuto che non fosse di immediata comprensione una resa letterale del testo, cercando termini più comprensibili al contesto odierno.
Nel salmo 131(132),17 nella versione italiana leggiamo “Là farò germogliare la potenza di Davide”. Il testo ebraico alla lettera dice “Là farò germogliare-spuntare un corno per Davide”. L’immagine poetica è molto chiara e bella. Il rapporto tra immagine concreta (corno-raggio) e il suo significato di “salvezza” rimane nel contesto del Nuovo testamento.
A questo punto ci viene spontaneo pensare al Mosè di Michelangelo, famoso “anche” per le sue corna. La traduzione latina della Vulgata, “Cornuta esset facies sua” (Es 34,29), fedele a un’interpretazione del testo ebraico, ha contribuito a questa iconografia. La simbologia del corno si apre quindi alla dimensione della luce: il corno è un raggio luminoso.
L’unicorno (o liocorno) è un’altra figura mitologica citata, piccolo ma invincibile, umile ma forte. La sua pelle bianca esprime la purezza e il suo corno l’innato originale legame dell’uomo con Dio.

Il "Corno della Salvezza" in Cristo
Il mito del corno si intreccia con il mistero di Cristo. Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio, che offrì in olocausto invece del figlio (Gen 22,13). Qui la potenza sembra sconfitta, impigliata nel roveto di spine dove Dio rivelerà il suo Nome a Mosé (Es 3,1-6). Nella tradizione rabbinica, il monte di quel sacrificio è il monte del tempio di Gerusalemme. I Padri della Chiesa hanno visto nelle spine del roveto la figura delle spine della croce, e nella voce del roveto la voce dell’Agnello.
L’ariete è figura di Cristo: potenza impigliata nel roveto del Nome, Sapienza immolata. Questo è il corno della salvezza. Cristo era veramente un “corno di salvezza nella casa di Davide”, come ribadito dalle parole seguenti: “Una vigna fu piantata sul colle a forma di corno” (Is 5,1 LXX). Gesù Cristo - come dice Origene - è veramente il corno di salvezza.
L'Altare nel Nuovo Patto: Cristo come Sacrificio e Santuario
Gesù e il Vero Senso del Culto
Per Gesù l’altare rimane santo, ma è tale in virtù di ciò che significa. Gesù ricorda quindi questo significato, dimenticato dalla casistica dei Farisei (Mt 23, 18 ss) e trascurato nella pratica: accostarsi all‘altare per sacrificare, significa accostarsi a Dio; non lo si può fare con un cuore irato (Mt 5, 23 s).
Cristo non soltanto dà il vero senso del culto antico, ma vi pone termine. Nel nuovo tempio, che è il suo corpo (Gv 2,21), non c‘è più altro altare che lui (Ebr 13, 10).
Cristo: Sacerdote, Vittima e Altare
Infatti, è l‘altare che santifica la vittima (Mt 23,19); quando dunque egli si offre, vittima perfetta, è egli stesso a santificarsi (Gv 17, 19); è ad un tempo il sacerdote e l‘altare. In questo sacrificio perfetto, il segno fa posto alla realtà.
Comunicare con il corpo e con il sangue del Signore significa comunicare con l‘altare che è il Signore, significa condividere la sua mensa (1 Cor 10, 16-21). Noi abbiamo un altare del quale non hanno diritto di mangiare quelli che servono al tabernacolo (Ebrei 13:10). Deponiamo la nostra vita su quello stesso altare: “Io sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me; e quella vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”. “Ma quanto a me, non avvenga mai che mi vanti all’infuori della croce del Signor nostro Gesù Cristo, per la quale il mondo è crocifisso a me e io al mondo”.
L'Altare Celeste nell'Apocalisse
L‘altare celeste di cui parla l‘Apocalisse, e sotto il quale stanno i martiri (Apoc 6, 9), altare d‘oro la cui fiamma fa salire a Dio un fumo abbondante ed odoroso al quale sono unite le preghiere dei santi (Apoc 8, 3), è un simbolo che designa Cristo e completa il simbolismo dell‘agnello.
Esso è l‘unico altare del solo sacrificio il cui profumo sia gradito a Dio; è l‘altare celeste di cui parla la liturgia e sul quale le offerte della Chiesa sono presentate a Dio, unite all‘unica e perfetta offerta di Cristo (Ebr 10,14).

I Sacrifici Levitici e la Loro Rilevanza per i Cristiani Oggi
Le Tipologie di Sacrifici e il Loro Scopo
I primi sei capitoli del Levitico elencano i principali sacrifici che venivano offerti a Dio nell’antico Israele, coprendo i diversi aspetti e sfaccettature sotto cui il peccato si manifesta. La Bibbia dice “Dio è lo stesso ieri, oggi, domani”. La sua rivelazione all’uomo ha avuto un’evoluzione e ha raggiunto l’apice e la perfezione in Cristo.
L'Olocausto (Lev 1:3)
Questo sacrificio compiva l’espiazione nel senso più ampio, generale e completo. In Romani è scritto: “il salario del peccato è la morte” (6:23). L’uomo è colpevole di fronte a Dio e per riparare a questo c’è bisogno di una sostituzione, di un riscatto. Il sangue veniva versato e tutto l’animale bruciava completamente, non doveva rimanere nulla, né per il sacerdote, né per chi offriva, era un profumo di odore soave per l’Eterno.
Quando Noè uscì dall’arca offrì un olocausto che salì come un profumo di odore soave all’Eterno (Ge 8:20-21). La morte di Gesù aveva prima di tutto lo scopo di espiare il peccato, in senso ampio e completo. Paolo ha scritto: “Camminate nell’amore come anche Cristo ci ha amati e ha dato sé stesso per noi in offerta e sacrificio a Dio come profumo e odore soave” (Ef 5:2).
L'Oblazione di Cibo (Minhah)
Questa offerta, la minhah, aveva un significato molto generico di offerta o dono. Era un’offerta di fior di farina, senza lievito (simbolo di corruzione), e con sale (simbolo di patto o conservazione). Era offerta contemporaneamente ad un altro sacrificio. Questa offerta rappresentava il dare a Dio qualcosa di ciò che l’uomo produceva, era un atto di dedicazione e consacrazione a Dio come Salvatore e garante del patto, simbolo di ringraziamento e obbedienza.
Il Sacrificio di Comunione o di Ringraziamento
Gli animali offerti potevano essere sia maschi che femmine, ma dovevano sempre essere senza difetto. Era anche un’occasione per essere gioiosi di fronte a Dio. Molti autori fanno un parallelo tra questo tipo di sacrificio e la santa cena. “Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo.” (Ef 2:13).
Il Sacrificio per il Peccato
Per peccato si intende qui qualsiasi peccato di ignoranza verso uno dei comandamenti o delle leggi che riguardano Dio. L’animale poteva essere di diversa tipologia e doveva essere sempre perfetto. L’offerente metteva sempre la sua mano sul capo della vittima per identificarsi con essa. Qui il sangue non veniva solo versato intorno all’altare, ma veniva spruzzato sul velo e posto sui corni dell’altare. Questo aspetto riguarda molto la purificazione del luogo dove Dio dimora, in questo caso la tenda di convegno o il tempio più tardi, perché il peccato dell’uomo non offende solo Dio ma contamina la sua dimora.
In base al rito e all’animale offerto, c’è una distinzione tra chi commette la trasgressione: il sacerdote, l’assemblea, uno dei capi, il singolo. Per questi ultimi due non veniva spruzzato il sangue sul velo ma veniva solo messo sui corni dell’altare. Questo tipo di sacrificio acquisiva la sua importanza maggiore nel sacrificio annuale in cui il sommo sacerdote andava al di là del velo col sangue dell’animale, come è spiegato in Levitico 16. Inoltre, in occasione del giorno dell’espiazione, veniva portato un capro aggiuntivo, su cui veniva riversato il peso del peccato di tutto il popolo, e poi lasciato andare nel deserto.
Il Sacrificio di Riparazione
Questo tipo di sacrificio implicava un danno materiale, sia verso Dio che verso l’uomo. Se qualcuno peccava contro qualcosa di santo che apparteneva a Dio doveva riparare offrendo un sacrificio, un risarcimento, più un quinto in più che doveva essere dato al sacerdote. L’olocausto porta riconciliazione, il sacrificio per il peccato porta purificazione, il sacrificio di riparazione soddisfaceva per il danno compiuto.
La morte di Gesù ha soddisfatto perfettamente Dio per quanto riguarda il nostro debito con lui. Questo aspetto della soddisfazione, del placare, non va confuso col concetto pagano di placare gli dei. Nel caso di Dio, è lui stesso che conformemente alla sua Giustizia e amore offre il mezzo per poter riparare al peccato, addirittura offre se stesso.
“Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca.” (Isaia 53:4-7)
Insegnamenti per il Credente Oggi
Leggere il Levitico ci mostra quanto il peccato sia una questione seria, che Dio non sottovaluta sotto nessun aspetto. L’esortazione “siate santi perché io sono santo” è ripetuta varie volte, anche dall’apostolo Pietro nella sua prima lettera.
“Ma se camminiamo nella luce, com’egli è nella luce, abbiamo comunione l’uno con l’altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato. Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità.” (1 Giovanni 1:7-9)
Le realtà descritte dall’apostolo sono quelle di persone convertite a Dio ma che possono cadere e cadono ancora. Un auto-esame non può mai mancare ogni giorno della nostra vita, anche se non siamo lontani dal Signore. Il riconoscimento e la confessione del nostro peccato è un elemento sempre fondamentale nella vita cristiana. Dobbiamo andare alla croce ogni giorno, alla stessa maniera in cui nell’antico Israele si metteva la mano sul torello identificandosi con esso.
Non dimentichiamo che come cristiani la nostra responsabilità è grande. Se facciamo parte della chiesa di Dio in questo mondo, il metro di misura per noi è su un altro livello, è posto molto più in alto. “Quel servo che ha conosciuto la volontà del suo padrone e non ha preparato né fatto nulla per compiere la sua volontà, riceverà molte percosse; ma colui che non l’ha conosciuta e ha fatto cose degne di castigo, ne riceverà poche.” (Luca 12:47-48)
Il fatto di essere stati riscattati, liberati e salvati dalla morte eterna implica che ora non siamo più svincolati e indipendenti in rapporto a Colui che ci ha liberati. Tutto è stato compiuto alla croce, Gesù ha pagato un caro prezzo.
Gesù ha lasciato questa terra dando un compito a tutti: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale.” (Romani 12:1). “Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome.” (Ebrei 13:15).
Come credenti, siamo dimora dello Spirito Santo, e Dio manifesta nella Chiesa la sua presenza mediante il suo Spirito. Il comportamento peccaminoso può causare il rattristamento o lo spegnimento dello Spirito in noi. “Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l’ascolta. Non rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione. Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria!” (Efesini 4:29-31).
Dio non tollerava il peccato né al tempo dell’antico Israele né ora. Il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato, se odiamo il peccato, se ne stiamo lontani e se lo confessiamo ogni qual volta ci cadiamo.
La Cena del Signore, pur non essendo un sacrificio, è un ricordo di ciò che Gesù ha fatto per noi. Avvicinarsi a questi simboli non dev’essere un atto automatico, ma richiede auto-esame e confessione: “Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga. Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore.” (1 Corinzi 11:26-27). Siamo chiamati anche a porre riparo ad un danno fatto al prossimo, e a perdonare. Se siamo spietati e ipercritici contro qualcuno, abbiamo capito e ricevuto veramente il perdono di Dio?