Le parole di Gesù, "Coraggio, sono io, non abbiate paura!", risuonano come un invito perenne alla fede e alla fiducia, non solo nel contesto biblico in cui furono pronunciate, ma anche nelle molteplici tempeste della vita quotidiana di ogni persona.
L'episodio evangelico: Gesù cammina sulle acque
Il Vangelo narra che, dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde, perché il vento era contrario. Sul finire della notte, Gesù andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: "È un fantasma!" e gridarono dalla paura.
Ma subito Gesù parlò loro dicendo: "Coraggio, sono io, non abbiate paura!". Pietro allora gli rispose: "Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque". Ed egli disse: "Vieni!". Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami!". E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?". Appena saliti sulla barca, il vento cessò.

La paura nell'esistenza umana
Reazioni comuni alla paura
La paura è un'emozione primordiale e universale. A volte restiamo immobilizzati, altre volte scappiamo via, altre ancora scoppiamo in lacrime. Queste sono alcune delle reazioni più comuni quando abbiamo paura. Ognuno ha la sua reazione, eppure, a ben guardare, Gesù è lì, con noi, proprio nei momenti più bui, durante le notti di ansia, preoccupazione, timore.
La paura oggi: dai pericoli reali ai "fantasmi"
In una società complessa e incerta come quella in cui viviamo, oltre alle paure legate a minacce concrete - quelle di una competizione esasperata e di una violenza sempre più diffusa - esistono le paure dell’immaginario, prodotte da ciascuno con le sembianze di fantasmi che spaventano e limitano ancor più dei pericoli reali. La paura, in tutte le sue sfumature, è sicuramente tra le emozioni più diffuse nell’attuale contesto sociale, e Gesù ne accetta le conseguenze che sono incomprensioni e mancanza di fede. La vera notizia di questo episodio non è tanto "Gesù che cammina sulle acque" durante la tempesta, ma la paura di quanti sono sulla barca. Molti sprofondano nel buio perché, attaccati ai loro macigni, vengono trascinati nel fondo.

La solitudine di Gesù e la ricerca di Dio
In questo contesto di paura, si inserisce la figura di Gesù che, dopo aver congedato la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Era una notte di solitudine quella di Gesù. Egli ha cercato nella solitudine la volontà del Padre, sentendo e vivendo la propria vocazione messianica diversa rispetto all’attesa dominante di un Messia potente e dominatore. Ha lottato nella solitudine contro le tentazioni, vincendo Satana grazie all’unico sostegno della Parola di Dio, custodita, interpretata e pregata nel cuore. È una solitudine piena di preghiera. Gesù le leggeva, le meditava, le interpretava, le pregava, le contemplava nel cuore per discernere la voce di Dio: senza questo passaggio della parola di Dio nel cuore umano, la Parola stessa non raggiungerebbe l’uomo, dunque non potrebbe essere efficace. È questa solitudine che ti dà solidità e che ti permette di non agire invano.

C'è una solitudine che è frutto di isolamento o di incapacità di relazionarsi, ma c'è una solitudine buona, anzi necessaria. È quando l'uomo si mette di fronte a quello che lui è, a quello che è il mondo, al senso della vita, alle paure, al desiderio d'infinito. Può essere un momento molto duro e doloroso, ma è il momento della verità. Mentre noi ci mettiamo davanti alla TV o andiamo in discoteca, in piazza, al mercato, per le strade affollate, dove c'è caos e confusione, Gesù se ne andava da solo in montagna, in luoghi solitari, separati e isolati.
Il messaggio di Gesù: "Coraggio, sono io, non abbiate paura!"
Gesù ci tende la mano ogni volta che noi cadiamo o sprofondiamo, come succederà più volte a Pietro. Le parole di Gesù vanno sempre al cuore, in quell’incoraggiamento che racchiude un profondo significato.
Il significato di "Coraggio"
La parola "coraggio" etimologicamente significa "vai con il cuore", cor-agio. È un invito a muoversi non solo con la forza o la ragione, ma con l'intera persona, con la parte più profonda di sé.
"Sono io": la rivelazione divina
Nelle parole "sono io", vi è una chiara allusione alla rivelazione del nome divino ("Io Sono" in Esodo 3,14), un richiamo evidente a una prerogativa che l’Antico Testamento riservava solo a Dio. Gesù è il Verbo incarnato, la Parola fatta uomo, e non si accontenta di dire «Coraggio!»: ora il Suo Amore si fa presente e vicino, sale sulla nostra "barca", la barca della nostra vita così martoriata. Questo è il Gesù che dobbiamo avere presente nel nostro vivere quotidiano, nella nostra lotta, nei nostri fallimenti, nelle nostre fragilità.
"Non abbiate paura": un invito ripetuto
L’invito di Dio ad avere coraggio e a non temere percorre tutto l’Antico Testamento. Nella Bibbia, l'espressione "non abbiate paura" è ripetuta per ben 365 volte, quasi un invito per ogni giorno dell'anno, a ricordare che non siamo mai soli nelle nostre difficoltà.
Fede, dubbio e fiducia nelle tempeste della vita
La barca e il mare agitato: simbolo delle difficoltà
Il mare della nostra vita, a volte, diventa pericoloso a causa delle piccole o grandi tempeste quotidiane. Liti in famiglia, problemi con i compagni, difficoltà a scuola, un nodulo al seno che si rivela maligno, l'impossibilità di avere figli, la scoperta di una malattia grave per un figlio, l'anoressia di una figlia... Ci sembra di essere davvero in balia delle onde e di non riuscire ad arrivare sulla riva per salvarci. In queste situazioni, ci sembrerà di affogare, di annegare, di colare a picco. E che ci rimarrà da fare? Come Pietro avremo paura di non farcela.
Il potere di Dio sulle "acque"
La descrizione di Gesù che si avvicina camminando sulle acque è richiamo evidente ad una prerogativa che l’Antico Testamento riservava solo a Dio (Cfr. Gb 9,8). Il potere di Dio, infatti, è quello di dominare le acque. Il grande evento del popolo ebreo è il passaggio del Mar Rosso: Dio domina le acque e divide il Mar Rosso. Se il mare è il simbolo della morte, colui che ci cammina sopra è colui che ha vinto la morte! Lui non è il Dio lontano, ma l’Emmanuele, il Dio con noi!
Il rischio di affondare e la richiesta di aiuto
Spesso ci rivolgiamo a te, Gesù, proprio nei momenti difficili, quando ci sembra di stare per affondare, quando, sebbene la paura ci paralizzi, capiamo che in fondo tuffarci, fidarci, è l'unica possibilità di trovare una via di salvezza. La vera preghiera diventerà "Signore, abbi pietà di me! Salvami" perché scaturisce dal profondo del cuore come consapevolezza della propria fragilità.
Il dilemma: dubbio o fiducia?
Pietro affonda perché dubita, perché cerca la sicurezza. La certezza vorrebbe controllare tutto, vorrebbe garantirsi prima di iniziare il viaggio, vorrebbe non aver paura. E allora ci sono due alternative: il dubbio o la fiducia. Se guardi a te, tu affondi. Tu, invece, non guardare alle tue forze, a quello che sei capace, a ciò che sei: tu inizia, cammina, vai avanti e tieni lo sguardo fisso su di Lui, su Dio. Il Papa ci ricorda che «la fede nel Signore e nella sua parola non ci apre un cammino dove tutto è facile e tranquillo; non ci sottrae alle tempeste della vita. La fede ci dà la sicurezza di una Presenza, la presenza di Gesù che ci spinge a superare le bufere esistenziali, la certezza di una mano che ci afferra per aiutarci ad affrontare le difficoltà, indicandoci la strada anche quando è buio».
L'invito a uscire dalla "barca"
La "barca" come zona di comfort e abitudini
La barca nella quale i discepoli si sentono protetti e al sicuro, può essere la metafora della nostra zona di comfort, delle nostre idee fisse e rigide, delle nostre abitudini o delle sicurezze materiali e affettive che ci tengono bloccati. La vicinanza fisica spesso è psicologica, impedendoci di diventare adulti e di costruire la nostra vita. Ad un certo punto, l'inquietudine prende il sopravvento e la vita sembra un mostro, un fantasma, uno schifo. Ma è proprio in quel momento che si accende la luce: "Non posso rimanere in questa barca. Io devo costruire e vivere la mia vita".

Affrontare le sfide della vita con fede
Le paure vanno affrontate e non evitate, se vogliamo davvero raggiungere la meta. Ci capiterà di andare a fondo e allora grideremo dalla rabbia e dalla paura. Ma Gesù ti dice: "Coraggio, sono io, non aver paura". Se tu hai il coraggio di uscire dalla tua barca, se ti fidi di Lui (di ciò che la vita ti propone) e chiedi aiuto ("Signore, salvami") ti accorgerai che anche questo fatto così difficile c'è perché tu possa imparare qualcosa che altrimenti non impareresti. Ti accorgerai che anche qui dietro c'è Lui. Fidati e vieni da Lui.
Questo vale anche per la fede. A volte ci trinceriamo dietro principi religiosi, norme e devozioni, nascondendo la nostra ansia e la nostra paura di cambiare. Ci attacchiamo alle regole perché non circola più l'amore. Ma interiormente non facciamo progressi perché abbiamo paura, diventando duri, senza gioia nel giudizio, criticando tutti. Dio ti viene incontro: all'inizio sembra un fantasma, un mostro, una "nuova forma di religione". Tremiamo dalla paura perché non vogliamo cambiare. E ad un certo punto ti accorgi che è Lui e che ti dice: "Coraggio, non aver paura, sono io". Ti accorgi, come San Paolo, che ciò che combattevi con tutte le tue forze è proprio Lui. Allora devi uscire dalle tue chiare regole religiose, dal sapere tutto di Dio e dal possederlo facendo certi riti. E impari che non lo puoi controllare, che cos'è la fiducia e la fede, che finora hai avuto solo tanta paura (che tu chiamavi religiosità); e impari che Lui non ti abbandona; e finalmente lo incontri e gli dai la mano, finalmente fai esperienza di Dio perché finora, dentro la barca, Lui non c'era.
Strumenti per la fede: preghiera ed Eucaristia
Per mantenere lo sguardo fisso su Gesù, esistono due strumenti fondamentali, come due "bombole di ossigeno" per non affogare mai: la preghiera e l'Eucaristia.
- La preghiera ci aiuta ad ascoltare Gesù, ad impostare la rotta della nostra vita, a condividere con lui gli scogli sui quali ci siamo incagliati e i nuovi compagni di viaggio che abbiamo incontrato. Una preghiera per tutte che è capace di “dare ritmo alla nostra vita”, così come diceva San Giovanni Paolo II, è il Rosario.
- Nell’Adorazione Eucaristica o nella visita al Tabernacolo abbiamo, invece, la possibilità di fissare il nostro sguardo su Gesù e lasciare che anche lui guardi dentro il nostro cuore. Durante la giornata, fermarsi cinque minuti in una chiesa e salutare Gesù, vivo e vero nell’Eucarestia, riposto nel Tabernacolo, è una buona abitudine che non toglie niente ma aggiunge tanto al nostro viaggio.

Non esiste un viaggio, né una vita, senza difficoltà. Fede non è essere al riparo da ogni situazione, da ogni bufera, da ogni pericolo. La fede non garantisce dagli imprevisti. Di fronte ad un problema tu dubiti di te. La Vita, Dio ti aiuteranno. Dagli la tua mano e Lui ti darà la sua. Invocare e accogliere Gesù sono le due cose che i discepoli fanno nel Vangelo, e che anche noi siamo chiamati a fare nelle nostre paure, sapendo che Lui è più forte delle onde e dei venti contrari, e che ci raggiunge ovunque, non c’è tempesta, non c’è notte dove Lui non si fa presente.