L’area del sito registra dall’epoca della colonizzazione greca fino all’arrivo del cristianesimo la diffusione di diversi culti pagani strettamente legati alla configurazione ambientale del luogo. In particolare, alcuni culti iatrici-divinatori presenti sul territorio in onore dell’indovino Calcante e del medico Podalirio. Montagna, bosco, acqua e grotta sono dunque i motivi prevalenti che, insieme alle apparizioni dell’Angelo, caratterizzano da subito il culto micaelico garganico.

Origini del Culto Micaelico sul Gargano
La ricostruzione della storia e del culto dell’Angelo sul Gargano si fonda prevalentemente sul “Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano” (= Apparitio), un’opera agiografica anonima datata alla fine dell’VIII secolo. Il racconto è costituito da tre episodi legati alle apparizioni dell’Arcangelo al vescovo di Siponto, Lorenzo Maiorano, che la tradizione attesta avvenuti nel 490 d.C. “del toro”, 492 d.C. “della vittoria”, e 493 d.C. “della consacrazione della chiesa”.
La prima apparizione risalente al 490 vede protagonista un certo Elvio Emanuele, ricco allevatore che aveva smarrito il suo toro più prestante. La seconda apparizione, datata 492, avvenne quando Siponto fu assediata dal re barbaro Odoacre; lo stesso vescovo di Siponto, con il popolo ormai stremato, chiese una tregua di tre giorni e indisse una preghiera collettiva. La terza apparizione è datata 493. Dopo la vittoria, il vescovo Maiorano decise di consacrare la grotta al santo, ma San Michele apparve per la terza volta annunciando che la cerimonia di consacrazione non sarebbe stata necessaria, poiché egli stesso aveva consacrato la grotta con la sua presenza. La sacra grotta rimane così un luogo di culto mai consacrato da mano umana.
La quarta apparizione è assolutamente più recente. Siamo infatti nel 1656, anno in cui tutto il Sud Italia fu infestato dalla peste. Al cospetto di tale flagello, l’arcivescovo lucchese Alfonso Puccinelli decise di rivolgersi a San Michele con preghiere e digiuni e il 22 settembre sentì una scossa e gli apparve San Michele, che gli impose di benedire i sassi della sua grotta scolpendo sopra di essi il segno della croce e le lettere M. “Terribilis est locus iste/Hic domus dei est/ et porta coeli” - Terribile (che incute timore) è questo luogo. Tutto iniziò 1500 anni fa, quando tre successive apparizioni dell’Arcangelo Michele sul Monte Gargano (490 detta “del toro”, 492 detta “della vittoria” e 493 d.C.) segnarono l'inizio della storia del santuario.
L'apparizione principale di San Michele Arcangelo - Monte Gargano
Il Santuario come Centro Spirituale Longobardo
Il ducato di Benevento assorbì dopo il 560 il Gargano. Qui, dal V secolo, si era imposto il culto dell’Arcangelo Michele, congeniale ai Longobardi che ravvisavano in lui le caratteristiche del pagano Wodan, dio della guerra, protettore di eroi e combattenti. Dal VII secolo il luogo divenne il santuario nazionale dei Longobardi.
Il popolo tedesco era particolarmente devoto a San Michele, in quanto nella figura alata con spiccate abilità guerriere si rinvenivano le caratteristiche tipiche del dio della guerra Wodan, cioè il dio germanico Odino. Il culto Micaeliano è fortissimo fin dal VI-VII secolo. Per inquadrare bene la storia, è necessario sapere che Aginulfo, re dei Longobardi, marito di Teodolinda, stava maturando la seria possibilità di una conversione sua e del suo popolo, proprio grazie alle apparizioni di San Michele che lo avevano profondamente colpito. Fu il re Cuniberto, però, a sancire definitivamente questa conversione, facendo dipingere l’effige di San Michele Arcangelo sulle bandiere longobarde.
Le principali dinastie longobarde diedero vita a opere di ristrutturazione per facilitare l’accesso alla grotta primitiva e il ricovero dei pellegrini, come confermato dalle iscrizioni rinvenute in loco. Il Santuario di San Michele Arcangelo è uno dei pochi luoghi santi altomedievali ancora leggibili, caratterizzato da una continuità storico-cultuale e da un’intensa frequentazione sino ai nostri giorni.

Architettura e Trasformazioni nel Tempo
Le parti principali che oggi costituiscono il santuario, la cosiddetta navata angioina e la grotta, si fondono in un equilibrio di grande effetto. Dalla metà del VII fino all’VIII secolo il santuario fu oggetto di imponenti lavori voluti e finanziati dai duchi longobardi: fu costruita una nuova scalinata che conduceva all’altare delle impronte e raggiungeva il camminamento per la basilica grande, l’attuale grotta, alla quale fu affiancata una nuova scalinata monumentale che partiva dall’antico ingresso.
Contemporaneamente, la scalinata monumentale fu collegata ad una galleria lunga circa 40 metri, che doveva assolvere la funzione di temporaneo ricovero dei pellegrini. All’interno del Santuario, i Musei TECUM (TEsori del CUlto Micaelico) comprendono la cosiddetta Galleria longobarda, che ospita il Museo lapidario e custodisce oltre 200 manufatti scultorei, databili tra il IV e il XV-XVI secolo.
La ricca collezione permette di collegare, da un punto di vista topografico ed artistico, i più antichi luoghi di culto della zona e di seguire l’evoluzione dell’arte scultorea nell’area garganica. All’interno del Museo lapidario possono identificarsi nove ambienti con volta a botte, realizzati in pietra locale, che portano il visitatore verso il cuore della montagna. Gli ambienti delle cosiddette “cripte longobarde” sono tornati alla luce in seguito agli scavi promossi dall’Arcidiacono del Capitolo, mons. Nicola Quitadamo, negli anni 1949‑1955 e costituivano il primitivo nucleo dell’opera dell’uomo attorno alla grotta naturale.
Essi furono definitivamente abbandonati nella seconda metà del XIII secolo, quando gli Angioini diedero al Santuario l’attuale assetto “in discesa” per adeguarne l’ingresso al sito poco distante sul quale era sorto il nucleo abitato. Così le precedenti opere furono occultate sotto il nuovo piano di calpestio. Oggi, riportata alla luce, questa galleria di chiara committenza longobarda offre alla lettura quasi duecento iscrizioni tracciate con tecniche diverse tra VI e IX secolo.
Sotto la dominazione normanna, Monte Sant’Angelo è dichiarata “Signoria dell’onore” e probabilmente nell’XI sec. Roberto il Guiscardo interviene ristrutturando la grotta. Ma è con Carlo d’Angiò alla fine del XIII sec. che inizia una grande opera di trasformazione: tagliando a metà la sacra grotta, si ampliano e modificano gli accessi originari e si migliora il collegamento con il borgo; si costruisce la grande navata addossata alla grotta modificata e il campanile, che ricorda molto le torri di Castel del Monte.
Il Santuario ha una struttura a due livelli. Al livello superiore, una torre di 27 metri si protende verso il cielo e con il suono delle sue campane avvolge l’intera città. È un campanile ottagonale, la “Torre Angioina”, costruito sulla pianta di Castel del Monte di Andria. Lungo il percorso, le tracce e i segni dei pellegrini sono ancora visibili, incisi nella pietra. Eccoci al livello inferiore. Attraversate le Porte di Bronzo, fuse a Costantinopoli nel 1076, accediamo alla navata angioina. Al centro della Basilica si apre l’imponente e ascetica Grotta di San Michele Arcangelo, una vera e propria caverna dalla volta rocciosa, che ospita l’altare maggiore e la statua di San Michele in marmo di Carrara. Scendendo ulteriormente, possiamo ammirare il “Santuario Alto Medioevale”, le Cripte Longobarde, che conserva le iscrizioni dei duchi di Benevento.

La Diffusione del Culto e i Santuari Gemelli
La devozione per San Michele si diffuse in tutto l’Occidente e Monte Sant’Angelo divenne il modello per tutti i santuari edificati in Europa, incluso quello normanno di Mont-Saint-Michel.
Dall’oriente il culto dell’Arcangelo Michele si diffuse e si sviluppò nelle regioni mediterranee, in particolare in Italia, dove giunse assieme all’espansione del cristianesimo. Nel V secolo sul promontorio del Gargano sorse il più antico e più famoso luogo di culto micaelico dell’occidente: il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo. Molto presto questo Santuario divenne un luogo importante per la diffusione del culto micaelico in Europa e in Italia e rappresentò il modello ideale per tutti i santuari angelici successivi, che furono appunto eretti ad instar di quello garganico: le cime dei monti, i colli, i luoghi elevati, le grotte profonde furono dalle origini considerate come la sede più appropriata per il culto degli angeli e di Michele in particolare.
In Francia, nel 708 o 709, su un altro promontorio sulla costa della Normandia, fu consacrato all’Angelo un santuario detto di Mont-Saint-Michel au péril de la mer, a causa del fenomeno dell’alta e bassa marea che rendeva pericoloso quel luogo. La Sacra è di San Michele perché nasce e cresce con la sua storia e le sue strutture attorno al culto di San Michele che approdò in Val di Susa nei secoli V o VI. La sua ubicazione in altura e in uno scenario altamente suggestivo, richiama immediatamente i due insediamenti micaelici del Gargano e della Normandia.
Intorno al X secolo fu costruita, in Val di Susa, la Sacra di San Michele che si trova perfettamente a metà strada tra la Normandia e il Gargano, che diventò il terzo grande luogo di culto dell’Angelo in tutto l’occidente. Si delineava così un percorso retto, che da Mont Saint Michel arrivava a Monte Santangelo sul Gargano, che in seguito si arricchì di altri santuari dedicati a Michele, un paio in Inghilterra, uno in Grecia e uno a Gerusalemme. Questa strada ha garantito, fra l’XI e il XIII secolo, il passaggio dell’esercito religioso delle sette crociate, che fecero transitare su questo percorso soldati, pellegrini, uomini di chiesa.

Leggende e Tradizioni Associate al Santuario
L’origine dei nomi, seppure in maggioranza di origine semitica, latina e greca, mette in evidenza almeno 97 nomi di origine germanica che confermano l’internazionalizzazione dei pellegrini alla montagna garganica, divenuta una tappa obbligatoria lungo la cosiddetta Via Francigena che conduceva i fedeli in Terra Santa.
Nella zona che noi conosciamo come Colle Roscitto vi sono i ruderi del conventino dell’Arcangelo abbandonato subito dopo il 1650. Attorno a questo luogo sono nate storie e leggende.
C’è una leggenda che caratterizza il sito: l’Immagine della Madonna delle Grazie che si venera ad Artena è stata ritrovata dai frati francescani del Convento dell’Arcangelo, o - qualcuno dice - scolpita da uno di loro. Quando il convento fu abbandonato il 18 aprile 1653, la Statua fu nascosta in uno scantinato dell’edificio, probabilmente in quello che conteneva le tombe sotto la chiesa. Anni dopo, alcuni contadini che lavoravano la terra nella zona, sentirono suonare una campana, ma non vi erano chiese in zona, se non quella diroccata dell’Arcangelo. Si diressero verso quella direzione e trovarono uno sprofondamento del terreno da dove si vedeva l’Immagine della Madonna delle Grazie. Si calarono nella caverna e provarono a tirare in alto la Statua. Non vi riuscirono! Poi, uno di loro, considerato che si trovavano in terra consacrata, decise di togliersi gli scarponi, invitando tutti a farlo.
Un’altra leggenda, praticamente sconosciuta, è legata alla vita di Cristoforo Colombo. Uno studioso della sua vita nel 2000 volle parlarne con me per farsi accompagnare sui ruderi del convento di San Michele Arcangelo. L’ipotesi che lui faceva era suggestiva, ma difficilmente confutabile. A luglio del 2000, lo scrittore Italo Orbegiani pubblicò il libro “San Cristoforo Colombo, figlio del Papa genovese Innocenzo VIII e uomo mandato dalla chiesa”. Nel libro si racconta la vita di Cristoforo Colombo: del fatto che, secondo Orbegiani, fosse figlio naturale del Papa Giovan Battista Cybo, Innocenzo VIII, e uomo destinato dalla chiesa per la scoperta del quarto continente. Queste carte così segrete e importanti, qualora se ne verificasse l’esistenza, sarebbero oggi nell’archivio segreto Vaticano, ma, secondo il mio interlocutore, originariamente sarebbero state consegnate al padre guardiano del convento di San Michele Arcangelo di Montefortino, che le avrebbe tenute nascoste per oltre mezzo secolo.
