Convegno Pastorale Diocesano e Iniziative a Oppido Mamertina

Il Convegno Pastorale Diocesano rappresenta un appuntamento annuale fisso all’inizio di ogni Anno Pastorale, segnando la riapertura ufficiale delle attività. In quest'occasione, l'intera comunità diocesana si riunisce attorno al proprio pastore per programmare, valutare, discernere e promuovere idee e proposte, rafforzando l'impegno comune al servizio del Regno di Dio nella Chiesa Particolare.

A questo evento partecipano presbiteri, diaconi, seminaristi, ministri, religiosi, consacrati e vari operatori pastorali che svolgono il loro servizio all’interno della curia, delle parrocchie, delle associazioni e degli istituti di formazione ed educazione. Questa ampia partecipazione è un segno distintivo di una Chiesa che cammina, guidata dallo Spirito Santo, e che riflette "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, che sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo" (Cost. Past. Gaudium et Spes, 1).

Foto di gruppo di presbiteri, diaconi e laici durante un convegno pastorale in Italia

Orientamenti Pastorali e Iniziazione Cristiana

I risultati del discernimento realizzato nell’Anno Pastorale precedente, frutto anche del contributo personale dei membri, vengono riportati ai Consigli Pastorali Parrocchiali. Questa scelta è motivata da due ragioni principali.

Metodologia Partecipativa

Il primo motivo è di metodo: si ritiene che gli orientamenti pastorali possano essere portati avanti con maggiore efficacia attraverso la continuità della circolarità partecipativa già sperimentata. Questo approccio favorisce il coinvolgimento nel pensiero e nelle proposte, arricchendo e conferendo concretezza al cammino intrapreso.

Contenuto: La "Full Immersion" nell'Iniziazione Cristiana

Il secondo motivo è di contenuto: è emerso chiaramente che l’Iniziazione cristiana non può essere limitata a pochi incontri formativi gestiti da catechisti volenterosi che collaborano con il Parroco per accompagnare i ragazzi. Il processo di Iniziazione alla fede è una vera e propria "full immersion" nella vita cristiana, dove il primo soggetto, insieme alla famiglia, è la comunità credente che celebra e vive la fede. In altre parole, la comunità intera è chiamata a essere catechista.

Per favorire l'incontro con Gesù, è necessaria una comunità che sia un "grembo generativo", capace di far nascere cristiani attraverso il Battesimo e di farli crescere come discepoli di Gesù e missionari che praticano e annunciano il Vangelo. La crescita avviene attraverso la fede vissuta in famiglia, l’incontro catechistico, e la partecipazione alla vita della Parrocchia che celebra il Signore (l’Eucaristia domenicale) e vive la carità fraterna e l’amicizia cristiana (attraverso momenti di festa e aggregazione, oratori, associazioni, gruppi e movimenti, Caritas, apertura missionaria, ecc.).

Incontri di Restituzione e Nuove Riflessioni

Parallelamente agli incontri proposti dall’Ufficio Catechistico per presentare il nuovo Progetto sull’Iniziazione cristiana, si prevede un incontro con i Consigli Pastorali Parrocchiali per "restituire" le considerazioni e i suggerimenti raccolti. Questo passaggio sarà realizzato entro la fine dell’anno 2025. Per prenotare data e orario, è necessario contattare la Segreteria Vescovile.

Successivamente, si chiederà ai Consigli Pastorali Parrocchiali di contribuire alla riflessione su un’altra dimensione della vita cristiana, intitolata nel Libro del Sinodo "Chiesa che prega" (pp. 37-64). Gli incontri degli Organismi di partecipazione, che si terranno tra gennaio e maggio, saranno utili per fornire un contributo su questi temi cruciali della fede vissuta nel territorio della Piana:

  • Il Mistero Pasquale e i Sacramenti;
  • La Festa cristiana e la celebrazione della Domenica;
  • La pietà popolare e le Feste patronali.

La metodologia degli incontri ricalcherà quella dell’Anno Pastorale precedente: ogni membro del Consiglio Pastorale dovrà rispondere alle domande contenute nelle tre Schede in Allegato.

Illustrazione di persone che pregano insieme in una chiesa, simbolo della comunità credente

Il Convegno Storico-Teologico-Pastorale sul Vaticano II

Nella mattinata del 12 dicembre 2025, presso l’Auditorium diocesano “Famiglia di Nazareth” di Rizziconi, si è tenuta la seconda e conclusiva sessione del Convegno storico-teologico-pastorale dedicato al Vaticano II, organizzato dalla Diocesi. Questa seconda giornata ha assunto il tono di una narrazione corale, intesa non come un esercizio accademico, ma come una rilettura di una Storia locale come "Storia di salvezza", intrecciata alla vita concreta di un popolo e dei suoi pastori.

Il saluto introduttivo di don Giancarlo Musicò, responsabile del Centro Culturale Cattolico “Il Faro”, ha evidenziato l’orizzonte del Convegno: «meditare il Vaticano II significa meditare la Chiesa totale, popolo di Dio e comunità evangelizzatrice, con una responsabilità educativa non delegabile e una tensione verso una Chiesa “materna”, “tenera”, “umile”, “unita” e “gioiosa”».

L’avv. Michele Ferraro ha coordinato questa seconda sessione, richiamando quanto avvenuto il giorno precedente e rilanciando lo schema del “Convegno in tre dimensioni”: storico, teologico e pastorale. Il programma del "secondo giorno" è stato presentato come una progressione dal passato al presente, fino alle prospettive future.

Fatti e misfatti del Concilio Vaticano II - Don Curzio Nitoglia

Radici Storiche e Figure Episcopali

Mons. Giovanni Ferro Raspini e l'Ecumenismo

Il primo intervento storico è stato affidato a don Letterio Festa, direttore dell’Archivio storico diocesano. Egli ha indicato l’origine del Convegno in un lavoro di riordino e valorizzazione del patrimonio documentale della Diocesi, curato dall’Ufficio diocesano per i beni culturali ecclesiastici, guidato dall’ing. Paolo Martino. Da queste carte emerge la figura di mons. Giovanni Ferro Raspini.

Il vescovo Raspini iniziò la sua esperienza conciliare dalla preghiera, chiedendo di pregare per il Concilio, facendo recitare ogni sera la preghiera coram Sanctissimo, organizzando ritiri del clero e lezioni, e proponendo in tutte le Parrocchie della vecchia Diocesi aspromontana la celebrazione dell’Ottavario per l’unità dei cristiani: un segno significativo, nel contesto del 1959, di attenzione al movimento ecumenico.

Particolarmente suggestiva fu la partenza del padre conciliare per Roma: all’alba del 9 ottobre 1962, in una Cattedrale di Oppido in penombra e gremita di fedeli, mons. Raspini partì. Durante l’Assise ecumenica, la sua “giornata conciliare” aveva ritmi scanditi: arrivo presto in Basilica, recitando il Rosario lungo il tragitto; il posto assegnato in base alla data dell’ordinazione episcopale; il pomeriggio di confronto e approfondimento con i vescovi italiani e la sera con i presuli calabresi per ascoltare testimonianze, in particolare quelle del vescovo di Locri. Pur senza fare interventi orali in aula, mons. Raspini era molto attivo.

La parte più incisiva del “racconto storico” di don Letterio Festa riguarda un episodio “alla fine” dell’esperienza del vescovo di Oppido al Vaticano II: durante un intervento in aula sulla necessità di fissare un’età per le dimissioni dei vescovi, mons. Raspini - secondo la testimonianza del suo segretario, don Giuseppe Annichini - si recò subito nella sede della Congregazione dei Vescovi per presentare le proprie dimissioni.

Mons. Vincenzo De Chiara e la Liturgia

La seconda relazione ha ampliato l’orizzonte con le altre radici della Storia diocesana. Mons. Filippo Ramondino, direttore dell’Archivio storico della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, ha presentato l’esperienza di mons. Vincenzo De Chiara. Mons. De Chiara rispose alla consultazione preconciliare «con una “paginetta soltanto”, essenziale ma densa, richiamando il moltiplicarsi di dottrine contrarie alla fede; la necessità dell’unità; la disciplina del clero e la centralità della preghiera per evitare i pericoli del tempo». Come mons. Raspini, anche mons. De Chiara iniziò la sua esperienza conciliare con la preghiera per il Concilio.

«Il punto distintivo dell’opera conciliare di mons. De Chiara, tuttavia, è la Liturgia - ha ricordato mons. Ramondino - che diventa la chiave pastorale del suo episcopato». Rispondendo a un questionario della Pontificia Commissione di Sacra Liturgia, il vescovo di Mileto attirò l’attenzione di mons. Annibale Bugnini. Quando fu promulgata la Sacrosanctum Concilium, mons. De Chiara la presentò ai sacerdoti, chiarendo lo spirito che l’animava, indicando norme e raccomandando un’applicazione graduale. «Nel farlo, criticò la “furia iconoclasta” di alcuni e insistette sulla formazione liturgica: senza formazione, la Liturgia rischia di diventare parola vuota o slogan».

In questa linea, la prima concelebrazione diocesana del 1965 fu ricordata come «un dono ritrovato», già richiesta - come testimoniato da mons. Ramondino - attraverso una lettera al papa del 1961 di mons. Francesco Luzzi, arciprete di Polistena, che chiedeva la possibilità della concelebrazione per evitare Messe frettolose agli altarini laterali durante convegni e riunioni. «La recezione liturgica si mostra così come un processo che risponde a esigenze pastorali concrete, non a mode», ha affermato mons. Ramondino.

Un passaggio importante fu il richiamo del vescovo De Chiara sull’interesse marginale di alcuni laici e sacerdoti manifestato durante i lavori del Vaticano II e la critica alle cronache giornalistiche che cercano “ciò che fa notizia” interpretando fatti e parole da un proprio punto di vista parziale. Dopo la chiusura del Concilio, il 1966 fu offerto da papa Paolo VI come un anno giubilare che il vescovo De Chiara colse per l’attuazione delle speranze conciliari, con pellegrinaggi e un discorso al clero che pose la domanda decisiva: «Che cosa dobbiamo fare?» Le tre risposte date da mons. De Chiara furono: approfondire il Concilio, formare i laici e dare spazio alle vocazioni.

Mons. Santo Bergamo, Vescovo della Nuova Diocesi

Il terzo intervento, di don Antonio Lamanna, ha affrontato con abilità la figura di mons. Santo Bergamo, primo vescovo della nuova Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, partendo da un pregiudizio diffuso («un bravo vescovo, però… mediocre») e rovesciandolo alla luce dei documenti d’Archivio. La sintesi proposta da don Lamanna è efficace: «saper essere amico, padre e pastore insieme e un motto episcopale che diventa programma esistenziale: Altera alterius onera (portare i pesi gli uni degli altri)».

Don Lamanna ha descritto un contesto che rendeva difficile giudicare l’opera pastorale del vescovo Bergamo con categorie ordinarie, a causa della «precarietà territoriale tra Mileto e Oppido; l’incertezza canonica; le umiliazioni interne ed esterne pur sempre ecclesiali». Nonostante la tentazione di classificarlo come “vescovo di normale amministrazione”, la tesi di don Lamanna è che «se i frutti si vedranno con gli altri episcopati successivi, non bisogna dimenticare che “per fare un albero ci vuole il seme” e mons. Bergamo questo seme lo ha piantato».

La biografia, ricostruita con molti dettagli, narra di un sacerdote di Scilla, formato a Reggio e Catanzaro, parroco a lungo, con vari incarichi diocesani di rilievo, uomo di carità e di pazienza, «capace di ridimensionare situazioni e lasciare ampia libertà di scelta e di azione». La sua storia episcopale passò per Oppido come delegato vescovile, poi per Rossano come amministratore sede plena. Don Lamanna ha presentato una frase-chiave di mons. Bergamo, tratta dalle relazioni a Roma: «non è possibile un piano organico con un sottofondo giuridicamente incerto», descrivendo anche due fenomeni che gravavano sul territorio: «l’emigrazione e il cancro della Mafia che domina incontrastata, oltre alle preoccupazioni legate allo sviluppo economico imminente».

Secondo la ricostruzione di don Lamanna, la precarietà rischiava di produrre «atrofia pastorale», per cui il punto d’appoggio che mons. Bergamo cercò di tenere fermo fu duplice: comunione e catechesi. Il suo stile di governo verso i sacerdoti era di discussione e pazienza, non di intervento autoritario; i sacerdoti erano collaboratori responsabili. Il metodo catechistico usato dal primo vescovo fu descritto come la preferenza per «stimoli e occasioni di riflessione, rispettando i ritmi di crescita di persone e Istituzioni», piuttosto che disposizioni o norme.

Con la nascita della nuova diocesi, il racconto di don Lamanna ha registrato un’accelerazione: «rinnovamento delle zone pastorali; fondazione del Consiglio presbiterale; interrogativi sul rinnovamento della catechesi, fino a un primo Convegno pastorale e a un Piano pastorale centrato sulla famiglia nella Piana». Ma proprio quando il percorso sembrava stabilizzarsi, l’11 ottobre 1980 mons. Bergamo morì improvvisamente «nel sonno, per infarto». Don Lamanna ha letto in questo fatto una coincidenza simbolica: l’11 ottobre 1980, diciotto anni esatti dopo l’apertura del Concilio.

Chiese Nuove e Adeguamenti Liturgici

Con il suggestivo intervento dell’ing. Paolo Martino, la sessione è entrata nel “visibile”: chiese nuove e adeguamenti liturgici nella Piana durante e dopo il Concilio. L’ing. Martino ha preparato il terreno con due passaggi: il senso dell’edificio cristiano e un percorso storico locale. Il suo excursus storico ha illustrato l’evoluzione dall’architettura gotica come luce e speranza, al barocco come risposta “imposta” alla Riforma protestante, fino a una rottura con la Rivoluzione francese, quando la risposta cattolica divenne “involutiva”, con ritorni a neo-stili e modelli del passato. In questo “clima”, l’ing. Martino ha situato l’arrivo del Vaticano II.

La parte più “tagliente” dell’intervento ha riguardato la prima ricezione materiale del Concilio: «l’euforia di rinnovamento e la poca preparazione innescarono una “furia distruttiva” che ha fatto sparire altari monumentali, balaustre, pulpiti, predelle, paramenti neri e, talvolta, ha prodotto interventi improvvisati e dannosi». Questo passaggio, pur non volendo fare facile polemica, ha registrato una perdita irrimediabile di patrimonio artistico che, grazie all’opera dello Spirito, diventa comunque - secondo l’ing. Martino - un’occasione di ripartenza.

L’ing. Martino ha quantificato: «dopo il Vaticano II, nella nostra Diocesi sono state costruite ben 38 chiese per circa 18.000 metri quadri di “superficie liturgica”». Questo dato, nella gremita “sala blu”, ha risuonato come la misura dell’impegno di Comunità e parroci che, spesso attraverso storie “di quasi eroismo” e, in alcuni casi, partendo da “chiese baraccate” sono riusciti a dare al popolo un degno luogo di preghiera. L’analisi è poi diventata comparativa: «alcuni edifici sono alimentati da nostalgie del passato; altri tentano linguaggi nuovi».

Attraverso l’uso di immagini, l’ing. Martino ha mostrato esempi e commentato scelte, talvolta con ironia e dubbi espliciti sulla reale partecipazione “actuosa” dei fedeli in certe tipologie, ma ha anche offerto criteri per una retta interpretazione: «il giudizio sulle chiese moderne, spesso, è fatto di luoghi comuni (“fredde”, “vuote”, “disorientanti”) senza conoscere storia dell’edificio e, soprattutto, delle persone che le hanno volute e costruite». Il cuore dell’intervento è stato una serie di domande finali che l’ing. Martino ha consegnato agli atti, che diventeranno una vera propria “Guida” all’agire ecclesiale in questo delicato e importante ambito: «Quale coinvolgimento delle Comunità c’è stato nelle scelte? Quale comprensione della Liturgia postconciliare? Quale accettazione di nuove chiese e adeguamenti? Gli architetti sono stati all’altezza?»

Planimetria o schema di una chiesa moderna con indicazioni liturgiche

Le Conclusioni del Vescovo Mons. Giuseppe Alberti

Infine, mons. Giuseppe Alberti, vescovo diocesano, ha condiviso le sue conclusioni, rifiutando l’idea di “chiudere un discorso” e lanciando l’invito a raccogliere gli stimoli delle due sessioni per “aprire” uno sguardo proiettato in avanti. La prima domanda che ha posto, in linea con il suo stile schietto e diretto, è stata programmatica: «A che punto è la receptio nella nostra Diocesi?»

Nel cuore del suo breve ma illuminante intervento, il vescovo ha offerto un’efficace lettura del Vaticano II che diventa un vero e proprio metodo per il quotidiano agire pastorale: «ascoltare, non partire da precomprensioni, evitare giudizi generici e letture ideologiche che non vengono dallo Spirito». Mons. Alberti ha poi richiamato efficacemente la figura di mons. Bergamo con parole sentite e forti, illuminando la figura ingiustamente posta in penombra del primo vescovo della Chiesa locale: «è stato un uomo che ci ha messo la vita; un martire silenzioso che ha indicato la sinodalità come figlia di una Chiesa-comunione».

Tirando le fila delle due intense giornate, mons. Alberti ha insistito: «Ricominciamo la ricezione del Vaticano II dai Gruppi liturgici parrocchiali e dalla formazione da cui passa la ministerialità vera». Il suo intervento ha sottolineato l'importanza di un rinnovamento continuo e radicato nella vita della comunità.

Il 1° Congresso Eucaristico Diocesano (12-19 giugno 2014)

La Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi ha celebrato il suo 1° Congresso Eucaristico Diocesano dal Titolo: «”Signore, tu lavi i piedi a me?” “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”. L’Eucaristia mistero della nostra fede, diaconia di comunione con i fratelli». Questo evento, fortemente voluto dal Vescovo diocesano Mons. Luciano Bux, si è svolto dal 12 al 19 giugno 2014.

L’annuncio del Congresso Eucaristico, avvenuto nel corso del Convegno ecclesiale d’inizio anno pastorale, ha trovato la sua ufficialità il 25 marzo 2014, Solennità dell’Annunciazione del Signore. In tale data, il Vescovo, prima della conclusione della Messa Stazionale in Cattedrale per la festa della Madonna Annunziata, Patrona principale della Diocesi, ha firmato il Decreto con il quale si stabiliva la celebrazione di questo importante evento di fede.

Simbolo dell'Eucaristia, un calice e un'ostia con raggi di luce

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