Le cose che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni spesso le diamo per scontate: questo accade con gli oggetti, con i luoghi e con le persone. È importante riscoprire ogni giorno ciò che ci circonda e fa parte delle nostre giornate, come il Sacro Monte di Ossuccio.
Chi vive qui sa che il Sacro Monte offre certezze; basta alzare gli occhi ed è lì, appena sopra il paese, in tutta la sua bellezza, misticità e quiete.
Perché visitare il Sacro Monte di Ossuccio?
Sono svariati i motivi per cui vale la pena visitare il Sacro Monte di Ossuccio:
- È un importante luogo di culto per i credenti.
- È patrimonio dell'UNESCO, il che ne attesta il valore universale.
- La passeggiata per raggiungerlo è piacevole, semplice e offre una vista meravigliosa.
- Artisticamente parlando, lascerà i visitatori a bocca aperta.
- Sul retro del Santuario è presente una trattoria con un'ottima cucina casalinga (temporaneamente chiusa - aggiornamento 2025).
Qualche numero: il Sacro Monte fa parte dei 20 Sacri Monti delle valli prealpine (9 dei quali sono patrimonio dell'UNESCO), risale al XVII secolo, le cappelle sono 14, le statue 230 e i personaggi 177.

Il Percorso del Sacro Monte
Il percorso parte dalla frazione di Molgisio, di Lenno (Tremezzina) e conduce fino al Santuario, a circa 420 metri s.l.m. In alternativa, si può salire dal paese di Ossuccio, lasciando l'auto in uno dei numerosi parcheggi in paese o anche vicino all'imbocco del viale delle cappelle. In questo caso, la prima cappella che si incontrerà sarà la quarta.
La salita è dolce, lungo un largo e antico viale acciottolato, circondato da prati e ulivi. Man mano che si sale, ci si immerge in un'atmosfera raccolta, fatta di spiritualità, paesaggio e storia. Le cappelle barocche fanno da scenario a statue a misura umana che mettono in scena i misteri del Rosario e la vita di Gesù e della Madonna, in abiti seicenteschi. Si tratta di statue in stucco e terracotta, colorate e ricche di dettagli, con volti molto espressivi, veri capolavori d'arte degli stuccatori intelvesi. Anche se non si è spinti dalla devozione, difficilmente si rimane indifferenti davanti a un lavoro artigianale di questo genere.
- Cavaliere - Cappella della Crocifissione
- Torturatore - Cappella della Coronazione
La quindicesima cappella coincide col Santuario vero e proprio. Anche qui le sorprese non mancano: c'è una statua di Maria in marmo bianco (che secondo la tradizione sarebbe stata ritrovata proprio in questo luogo dando così origine alla devozione), un antico dipinto della Vergine col Bambino, un organo del '700, un altare in scagliola e pavimenti in marmo del lago.

L'Hospitale e la Chiesa di Santa Maria Maddalena a Ossuccio
Il complesso dell'Hospitale e la chiesa di Santa Maria Maddalena si trovano in fregio all'antica via Regina, a lago. In alternativa si può accedere dall'estremità occidentale del parcheggio in fregio alla Strada Statale Regina, imboccando una scalinata in discesa.
Il cortile interno del complesso dell'Hospitale è lastricato, con due fasce laterali acciottolate, larghe circa 1,5 metri nella parte che costeggia il fianco destro della chiesa. Il portico antistante la chiesa è anch'esso lastricato. La chiesa è accessibile dal portone principale superando una bassa soglia, oppure dall'ingresso laterale destro, preceduto da due gradini.
Le prime notizie dell’Hospitale di Santa Maria Maddalena sono contenute in un testamento del 1169, anno di distruzione dell’Isola Comacina. Il complesso era sorto ad un passo dal lago, in fregio all'antica Strada Regina, rappresentando un perfetto punto di interscambio, uno “stabio”/stabulum, ovvero un luogo di rifornimento e cambio cavalli. L'Hospitale si apriva sull'antica strada, accogliendo i viandanti attraverso un imponente portale in granito “ghiandone” che ora ha perso la propria funzione, mentre il campanile dell'annessa chiesa ne segnalava la presenza.
La sua gestione fu all’inizio condivisa tra laici e conversi, probabilmente benedettini, legati al vicino monastero in Val Perlana; in seguito passò sotto il giuspatronato della famiglia Giovio, il cui ruolo fu riconosciuto ufficialmente dal Pontefice Alessandro VI con una bolla del 1496. Dopo la morte dell’ultimo discendente della famiglia Giovio nel 1907, l’Hospitale divenne Ente “Opera Pia Giovio” e rimase attivo fino alla soppressione dell’Ente gestore avvenuta nel 1999 per provvedimento regionale.
La chiesa romanica, a navata unica con abside semicircolare rivolta ad oriente e decorata all'esterno da una cornice di archetti pensili, subì numerosi rimaneggiamenti nel corso del tempo. È celebre per il bel campanile, anch'esso in forme romaniche, sopraelevato tra i secoli XIV e XV con una curiosa cella campanaria gotica che, danneggiata dal tempo, venne reintegrata agli inizi del Novecento. Questa insolita cella ha reso celebre il lago di Como in tutto il mondo, diventandone quasi il simbolo. Nel Novecento anche la chiesa fu sottoposta a interventi di restauro, piuttosto drastici: nel 1932 furono demolite le volte del soffitto, sostituite da una copertura a capriate, e abbattuti gli edifici che si addossavano all'abside; nel 1937-39 venne “inventata” la facciata e aperta a portico l'ultima navata. La chiesa assunse così l'aspetto attuale, certamente molto diverso da quello originario.
Della decorazione pittorica interna attualmente resta, nel catino absidale, l'insolita raffigurazione dei Segni zodiacali e sulle pareti laterali lacerti interpretabili come scene della Vita di Santa Maria Maddalena. Del dipinto in controfacciata, giudicato appartenente alla scuola lombarda del XVI secolo, sono rimaste le figure di rappresentanti della Famiglia Giovio e di alcuni Santi, che in origine circondavano verosimilmente una Vergine in trono. Il paliotto dell'altare è in scagliola del 1722, a firma di Pietro Solari, raffigurante al centro Santa Maria Maddalena penitente e lo stemma della famiglia Giovio. Sul muro settentrionale della prima campata del portico antistante la chiesa, sopra una nicchia, si può osservare un fregio in pietra con Animali mostruosi, fatto risalire alla prima metà del XI secolo, di ignota provenienza; al di sotto una lapide cinquecentesca ricorda il legame tra l'Hospitale e la famiglia Giovio.

L'Antiquarium
Per accedere all'Antiquarium occorre fare attenzione alla piccola soglia e alle due porte a vetro automatiche. L'Antiquarium si sviluppa su quattro livelli. Al piano terra si trova la reception, l'info-point, operativo come punto di partenza e centro visite per l'Isola Comacina e il territorio circostante, oltre al bookshop. Al primo piano è stato allestito lo spazio espositivo per i reperti più significativi rinvenuti nelle diverse campagne di scavo archeologico sull'isola, come frammenti di decorazione architettonica, diverse iscrizioni sia di età romana che paleocristiana, i resti di affreschi e più di duecento oggetti di uso quotidiano. Attraverso l'esposizione di questi oggetti, accompagnata da pannelli didattici, viene proposto un itinerario ideale che illustra cronologicamente le vicende dell'isola e dei diversi edifici riportati alla luce. L'edificio è inoltre dotato di una piccola sala per l'attività didattica e per conferenze; da segnalare l'interessante archivio multimediale.
L'Olivicoltura sul Lario
La presenza dei grandi laghi, tra cui quello di Como, svolge un'azione mitigatrice delle temperature invernali ed estive, riducendo le escursioni termiche stagionali. La dolcezza del clima favorisce la crescita di specie vegetali tipiche degli ambienti submediterranei e mediterranei, tra cui l'alloro e il bagolaro. Altre specie arboree presenti sull'isola Comacina sono il carpino nero, il castagno e il tiglio. A questa vegetazione spontanea si associa spesso l'olivo, al limite settentrionale della sua coltivazione, che dà un tocco mediterraneo al paesaggio con la bellezza del suo elegante portamento ed i suoi toni cromatici. Le antiche piante di ulivo, con le loro fronde grigio argentate, contribuiscono infatti a creare quell'atmosfera suggestiva e quasi magica che caratterizza tanti scorci delle rive del Lario.
La tradizione vuole che l'ulivo sia giunto nell'area lariana circa 2000 anni fa, portato dai coloni Greci al seguito di Giulio Cesare, e si sarebbe poi diffuso un po' ovunque durante l'occupazione romana. Il poeta Claudiano (sec. IV-V d.C.), visitando le sponde lariane ne restò tanto affascinato da scrivere: «Là dove il Lario riveste le sue rive di ombrosi ulivi e con le sue dolci acque imita i flutti del mare». La tradizione aggiunge che persino la Corte Longobarda della Regina Teodolinda era solita approvvigionarsi di olio lariano. Altre fonti raccontano che l'olio della Zoca de l'oli, oltre a servire alle numerose abbazie in zona (tra cui San Benedetto e l'Acquafredda), veniva trasportato a dorso di mulo sulla stessa strada del vino in tutti i Grigioni e poi da St. Moritz proseguiva per l'Austria.
Attualmente, al fine di tutelare, promuovere e valorizzare il prodotto locale, nel 1997 gli olivicoltori lariani hanno ottenuto dall'Unione Europea la Denominazione di Origine Protetta (DOP) dell'olio extravergine di oliva “Laghi Lombardi - Lario”, per fregiarsi della quale vengono chiaramente stabiliti i luoghi di produzione, le varietà da coltivare, le condizioni di coltivazione e trasformazione, nonché i parametri qualitativi minimi dell'olio ottenuto.

La Casa-Torre dell'Isola Comacina
Un esempio leggibile degli edifici destinati ad abitazione o ad altri usi civili sull’Isola è la cosiddetta Casa-Torre: conservata in altezza per 3 metri, ha pianta quasi quadrata di circa 5 metri di lato, la parete meridionale è ricavata per circa un terzo della sua altezza nella roccia, mentre le altre tre sono costruite con conci di pietra legati da malta. La tipologia di queste abitazioni, assai semplice e quasi obbligata per sfruttare il pendio e la parete rocciosa, non è puntualmente databile.
La Basilica di Sant'Eufemia
I resti dell’antica basilica di Sant'Eufemia sono un punto di interesse sull'Isola Comacina. Il pianoro erboso circostante è attrezzato con panchine e tavolini in legno per una sosta.
L’edificio di età romanica era una grande basilica (m 22 x 62) a tre navate, separate da pilastri ottagonali in muratura e terminanti in tre absidi semicircolari rivolte a Est. Il presbiterio sopraelevato era raggiungibile tramite una scala centrale di 9 gradini, affiancata da due scale laterali più piccole, che scendevano alla cripta. Un atrio con portici, fittamente occupato da sepolture, precedeva la facciata, e nell’ala sinistra di esso una scalinata collegava la chiesa con il soprastante complesso di San Giovanni.
Addossata alla parete nord, una scala in pietra consentiva di raggiungere dalla navata laterale l’entrata della torre campanaria. Il campanile di età romanica è risultato essere una torre di epoca tardo-romana, elemento residuo di una serie di preesistenze antiche individuate al di sotto del vicino complesso di San Giovanni e che dovevano estendersi anche nell’area occupata poi da Sant'Eufemia.

La Chiesa di San Giovanni Battista sull'Isola Comacina
La chiesa di San Giovanni Battista si trova sull'Isola Comacina e vi si accede dall'ingresso posto in facciata, sotto il portico. Anche qui, il pianoro erboso circostante è attrezzato con panchine e tavolini in legno per una sosta, e sul fianco sinistro della chiesa è presente una fontanella.
Su quest’area, già occupata da un edificio in epoca romana, fu costruita una piccola chiesa altomedievale, distrutta nel 1169 dai Comaschi, alleati di Federico Barbarossa. Gli scavi di Luigi Mario Belloni (condotti tra il 1958 ed il 1963) hanno rinvenuto le murature di questa chiesa, con dimensioni di m 13,5 x 4, costruita sul banco roccioso, in parte spianato, e sui resti murari di epoca romana e tardo-romana sottostanti. Alla fine del XV secolo, secondo la leggenda, sopra i resti dell’antica chiesa sarebbe stato costruito un piccolo oratorio. Al tempo della visita pastorale del vescovo Lazzaro Carafino (1635) la chiesa era stata ricostruita “de novo”. La torre campanaria venne aggiunta nel 1670-75. L’interno è a navata unica suddivisa in tre campate e terminante in un’abside quadrangolare. La chiesa è stata di recente (2008) sottoposta ad un intervento di restauro che, tra l’altro, ha portato a recuperare un’interessante decorazione pittorica che, tra il 1875 e il 1899, ha interessato tutto l’edificio. A decorare la seconda campata si osservino al centro, in cornice quadrilobata, i simboli eucaristici del calice e dell’ostia che si stagliano su un cielo azzurro, circondati da angeli di cui uno regge un turibolo. Da segnalare anche il paliotto d’altare in scagliola con al centro San Giovanni.
La Sagra di San Giovanni
Narra la leggenda che, nel 1435 un misterioso pellegrino, capitato a Ossuccio nel bel mezzo di eventi atmosferici calamitosi, guidò un paesano sull’Isola. Mostrandogli un noce, gli disse che, se avesse scavato sotto la pianta avrebbe ritrovato la chiesa e l’altare di San Giovanni Battista e che, se i compaesani fossero tornati ogni anno in devoto pellegrinaggio sull’Isola nel giorno di San Giovanni, recando le sacre reliquie e celebrando la Messa, sarebbero stati preservati da altre calamità. Così accadde. I paesani scavarono nel posto indicato e trovarono quanto promesso. La chiesa di San Giovanni, così miracolosamente ritrovata, venne ricostruita e poi, nel secolo XVII rinnovata nelle forme che ancor oggi vediamo; e dal 1600 vi venne celebrata la Messa annuale richiesta. Le calamità - dicono - ebbero a ripetersi solo quando il voto veniva dimenticato.
La processione si svolgeva con barche infiorate, una delle quali recante l’urna delle sacre reliquie del Legno della Santa Croce e dei santi Martiri che Abbondio avrebbe donato alla chiesa dell’Isola. Alla processione si accompagnavano, sull’Isola, anche vari “quadri” di una sacra rappresentazione dedicata alla storia di San Giovanni. La festa viene tuttora celebrata, con grande concorso di fedeli: un corteo di battelli infiorati, con la banda, le Autorità, l’Arciprete, i sacerdoti, i figuranti in costume e i Priori della Confraternita, alla mattina della domenica più vicina alla festa di San Giovanni approda ancora con le sacre reliquie all’Isola, a rinnovare l’antico voto. La sera precedente è di più recente tradizione lo svolgimento di uno spettacolo pirotecnico, ispirato all’incendio subito dall’Isola nel 1169. Nel 2009 in occasione della festa, si è aggiunto l’evento della riconsacrazione della chiesa di San Giovanni, restituita al culto dopo cinque anni di scavi e restauri. Da tempo le condizioni della chiesa vi avevano impedito la prescritta celebrazione della Messa, celebrata invece “al campo” nelle rovine di Sant'Eufemia.
Storia antica dell'Isola Comacina / Mappa di comunità di Tremezzina
L'Aula Battesimale Biabsidata
I resti dell’Aula battesimale biabsidata sono situati sul lato sinistro della chiesa di San Giovanni. Il pianoro erboso circostante è attrezzato con panchine e tavolini in legno per una sosta, e sul fianco sinistro della chiesa è presente una fontanella.
Risale al V secolo d.C. Il fonte, per il battesimo ad immersione degli adulti, era una vasca ottagonale, costruita con mattoni legati da cocciopesto e rivestita in marmo. La sua posizione decentrata può essere stata condizionata dalla roccia sottostante, che impediva la realizzazione del necessario impianto di scarico dell’acqua. Forse collegati a questo edificio erano i due ambienti rettangolari individuati sotto la chiesa di San Giovanni. Le dimensioni della nicchia che sormonta la tomba ad arcosolio hanno fatto ipotizzare che qui fosse collocata originariamente la lapide funeraria del vescovo Agrippino (+ 617 circa), trasportata dopo la distruzione dell’Isola del 1169 nella chiesa di Sant'Eufemia.
Il Santuario della Beata Vergine del Soccorso di Ossuccio
Il Santuario sorge allo sbocco della Val Perlana sulle falde del monte di Ossuccio. Ha origini antiche come testimoniato anche dalla presenza di una statua lapidea della Madonna datata al 1300, ora conservata in una cappella laterale della chiesa. La tradizione vuole che essa sia stata ritrovata nel secolo XII.
Nel XVII secolo, tra il 1635 e il 1710, il luogo è stato arricchito dal viale delle 14 Cappelle dedicate ai Misteri del Rosario e trasformato in un Sacro Monte. Quasi tutte le cappelle furono donate da ricche famiglie dell’epoca, in gran parte emigrate nelle terre dell’Impero; tra questi benefattori spicca la figura di Andrea Cetti di Lenno. Nel 1720 al Santuario viene riconosciuta l’autonomia dalla Pieve di Isola. Dagli anni 1960-90 la conduzione del Santuario fu affidata all’”Opera del Divin Prigioniero” fondata in quegli anni da don Giovanni Folci che fu rettore dal 1960 al ’63. Dotato di una propria autonomia giuridica e pastorale, il Santuario ha accresciuto via via il proprio legame anche con le parrocchie circostanti e con l’intera Diocesi.
La chiesa è l’edificio più antico del complesso del Sacro Monte di Ossuccio e punto terminale del percorso delle cappelle che illustrano i Misteri del Rosario. L’interno della chiesa è composto da un’unica navata suddivisa in quattro campate, coperte con volte a botte lunettate e decorate da pitture murali dedicate alla Vergine (l’Incoronazione della Vergine, l’Assunzione, e figure di Angeli con cartigli e di Angeli musicanti) inserite entro eleganti cornici in stucco. Secondo alcune fonti in quest’area esisteva un tempio romano dedicato a Cerere, ma l’erezione del santuario è tradizionalmente legata dapprima alla devozione per un’antica statua della Madonna col Bambino conservata in una primitiva cappella, e in seguito ad un’immagine della Madonna col Bambino e Sant'Eufemia dipinta su una parete. Questa struttura originaria fu ampliata successivamente a partire dal 1537, data indicata come anno di avvio della costruzione della chiesa in una lapide sotto il santuario, lungo il viale, e nella iscrizione in controfacciata. Appare plausibile che l’edificio abbia raggiunto, almeno dal punto di vista strutturale, una configurazione sufficientemente definita entro il 1590, come suggerisce la data dipinta sopra l’ingresso. Vi erano due altari: l’altare maggiore ad oriente, coperto da mezza volta con dipinti che raffiguravano l’Assunzione, i dodici apostoli e decorazioni con fiorami, con al centro una statua della Beata Vergine col Bambino, e l’altro a sinistra dell’ingresso, decorato con un dipinto risalente al 1501 in cui erano rappresentate la Vergine col Bambino e Sant'Eufemia affiancate da altre figure di santi (San Gerolamo, San Sebastiano, San Rocco e San Biagio).
Nell’ultima campata a sinistra si apre l’accesso ad una cappella più profonda, dedicata alla Beata Vergine, suddivisa in due ambienti voltati contigui. La cappella in cui è custodita la statua mariana venne realizzata nel 1878, su disegno dell’architetto Claudio Bernacchi. La statua, risalente probabilmente agli inizi del Trecento, raffigura una Madonna in maestà del tipo diffuso nel Trecento lombardo; è in marmo di Musso e reca dorature e tracce degli antichi colori. Venne inserita in una nicchia, all’interno del tronetto «fatto per il duomo di Como o meglio per l’altare del Santissimo Sacramento». Biagio Magistretti, architetto della cattedrale di Como, lo realizzò nel 1843. Fu poi donato al Santuario su interessamento del canonico e sindaco capitolare del duomo di Como Giacomo Scola, nativo di Sala. In questa nuova sede, venne utilizzato per la collocazione della trecentesca statua in marmo della Madonna. Adornano le pareti dei due ambienti numerosi ex-voto: alcuni sei-settecenteschi, altri più recenti. Le cappelle, realizzate tra il 1635 e il 1710, sono veri capolavori d’arte degli stuccatori della scuola intelvese, e rappresentano una singolare documentazione etnografica e folcloristica di quei secoli. Il suo lavoro è un raro esempio, tramandato attraverso il sublime messaggio dell’arte, di un modo di concepire un mondo, un periodo, la vita, mediante gli uomini e i loro costumi.
I pullmans possono raggiungere il viale del Santuario seguendo le indicazioni (color rosso): Santuario-Prima cappella e iniziando la salita alla grande curva di Lenno, verso l’abbazia dell’Acquafredda. Il viale delle cappelle è di poco meno di un chilometro.